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La mente può trovarsi in stati diversi , il sonno ,il sogno, la trance,l'ipnosi,l'attenzione fluttuante,
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l'esplorazione dello spazio e degli abissi marini,l'agonismo sportivo.

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Sull'Eutanasìa di Guglielmo Campione

1. Definizione e delimitazione del concetto di eutanasia. L'eutanasia - letteralmente buona morte (dal greco ευθανασία, composta da ευ-, bene e θανατος, morte) - è la pratica che consiste nel procurare la morte nel modo più indolore, rapido e incruento possibile a un essere umano (o ad un animale) affetto da una malattia inguaribile ed allo scopo di porre fine alla sua sofferenza. Nel pensiero filosofico antico, invece, essa indicava - in genere - una morte serena e consapevolmente accettata come naturale chiusura della vita (eventualmente autoinflitta).La"buona morte"era la morte che compete all’uomo che ha condotto la sua vita senza prevaricazioni e senza eccessi, attenendosi alla giusta misura (kata metron). Rispetto al significato proprio del termine, l'eutanasia è volontaria, ossia esplicitamente richiesta - se del caso, più di una volta e in momenti differenti - e autorizzata dalla persona malata; Rispetto alle modalità di attuazione, si parla di eutanasia attiva qualora la morte sia provocata in maniera diretta - ad esempio con la somministrazione di sostanze tossiche - ed eutanasia passiva qualora la morte sopraggiunga in via indiretta, generalmente a seguito della sospensione delle cure indispensabili a tenere in vita il malato; nel caso non vi sia intervento diretto di terzi si parla di suicidio assistito, forma di eutanasia che può essere definita indiretta in quanto consiste nel fornire alla persona richiedente i mezzi e le competenze necessarie a terminare la propria vita nel modo più indolore possibile. Oggi la parola significa "morte anticipata" rispetto alle residue risorse dell’organismo, grazie alle possibilità rese disponibili dalla tecnica. E siccome la tecnica è in continuo avanzamento, sempre più difficile sarà distinguere il dovere di cura dall’accanimento terapeutico. La tecnica infatti ha creato un tempo intermedio tra la vita e la morte, dove una vita organica si protrae o in assenza di una vita cognitiva o in conflitto con la capacità di sopportazione del paziente, che in questo caso chiede di essere aiutato a morire. Di eutanasia si può parlare solo in questo secondo caso in cui si asseconda la libera volontà espressa da un malato di porre fine alla sua esistenza, quando si verificano alcune condizioni che per lui la rendono insopportabile. Non si deve invece parlare di eutanasia a proposito, ad esempio, della dolorosa vicenda di persone la cui sopravvivenza è garantita solo dall’alimentazione, dall’aerazione e dall’idratazione somministrate dalle macchine. In casi simili la divisione dei pareri non dovrebbe assumere toni accesi che giungono a qualificare difensori della vita gli uni e cultori della morte gli altri, perché a promuovere gli opposti pareri è lo stesso sentimento di pietà per il paziente, è lo stesso amore che fa ritenere meglio una soluzione all’altra. La contrapposizione, spesso violenta che non vuol comprendere le ragioni dell’altro, attesta più una difesa della propria appartenenza fideistica o ideologica, che un vero interesse per la condizione di chi si trova in quello stato intermedio tra la vita e la morte, dove la decisione è estremamente difficile, ma non impossibile, se appena rivisitiamo la nozione di "morte" connettendola strettamente alla nozione di "vita", che, come ognuno percepisce, è decisamente più alta, più ricca, più mia, di quanto non sia la nozione di organismo su cui la scienza medica esercita la sua giurisdizione.(Galimberti) 2. Il concetto di vita. Il problema dell’eutanasia è qui. La morte mi riguarda o riguarda solo il mio organismo? Questo pensiero che accompagna la vita di noi tutti, che limita la nostra progettualità, che ci fa compiere certe scelte a una certa età e non a un’età più avanzata, questo pensiero della fine dei nostri giorni che coinvolge aspettative e speranze, progetti e rimpianti, affetti e stili di vita, è una faccenda da affidare alle sorti della materia di cui siamo fatti, o è una faccenda su cui anche noi possiamo intervenire, proprio perché coinvolge quel che siamo e non tanto quello di cui siamo fatti? Quando ci dovessimo emancipare da questo grossolano materialismo che, cadenzando la vita sulle sorti della materia, ci espropria di quel che la vita ha significato per noi, dello stile che le abbiamo dato, dell’impronta che le abbiamo conferito, per consegnarci irrimediabilmente a quell’evento non nostro che è la morte organica, anche la decisione se prolungare o meno la vita del nostro organismo risulterebbe più facile. Del resto tanta incertezza e tante discussioni intorno alla morte assistita, chiesta, invocata e talvolta accordata, quando il paziente è vivo solo per le leggi biologiche dell’organismo, in quella notte buia della coscienza che non attende più nessuna alba, dipende dal fatto che è incerto il nostro concetto di "vita", che oscilla paurosamente tra la vita anonima dell’organismo e quella personalizzata dell’individuo che, nelle residue possibilità biologiche del suo organismo, non riconosce alcuna immagine di sé. 3. La sorte dell’organismo e la sorte dell’individuo. Che cos’è, infatti, la vita? La semplice animazione della materia, come pare di poter dire per certe esistenze tenute appunto "in vita" dalla strumentazione tecnologica? O il rispetto dell’individuo, della sua coscienza, della sua deliberazione valore indiscusso della cultura laica, che lo ha assunto a principio della sua organizzazione sociale? Il problema dell’eutanasia non mette in gioco il valore della "vita" che prolifera ovunque, ma il valore dell’"individuo" che, in certe condizioni può non ritenersi più degno di sé, e può quindi sentirsi in diritto di decidere di por fine a un’esistenza in cui altro non riconosce che un puro processo biologico, il quale, grazie all’assistenza tecnica, procede nella sua anonima irreversibilità. Sarebbe augurabile che la morte perdesse quel suo tratto di estraneità che inevitabilmente possiede quando è affidata alle sorti biologiche dell’organismo, e diventasse qualcosa di familiare con la vita, qualcosa che non chiude come un evento estraneo amori e amicizie, ma si fa accompagnare dagli amori e dalle amicizie per cui e con cui siamo vissuti. Questa è la morte "umana" che va assolutamente distinta dalla morte "biologica" che al limite non ci riguarda. Paiono esistere oggi una morte cerebrale, frutto di una convenzione scientifico- sociale ed una morte affettiva-emotiva oltreche una morte biologica. La morte cerebrale è una morte sociale non biologica,(...)non è una percezione dell'intuito o del buon senso(...),non è ovvia(...),anticipa la morte somatica ? La nozione illuminista del corpo come proprietà esclusiva dell'individuo(...)è ancora valida? Il corpo puo essere percepito morto nel senso medico sociale mentre non è percepito morto nel senso affettivo e simbolico..Vi sono solo due stati organici: vivo o morto...? 4. La tolleranza del dolore. Ma proprio qui, quando il problema sembra, se non risolto, almeno meglio impostato, deve raccogliersi la nostra attenzione e forse spostarsi dal problema dell’eutanasia al problema dei margini d’esistenza che la nostra cultura contempla come margini "dignitosi", e considerare se quei margini nella nostra società non si sono troppo ristretti come effetto della rimozione metodica del dolore. Sopprimendo con troppa leggerezza l’esperienza del dolore, disimpariamo a trattarlo, e, quando si presenta, non disponiamo di altro linguaggio che quello dell'azione. E questo anche quando non si è in coma o in condizioni simili. 5. La libertà individuale di pensiero e di coscienza Secondo U. Galimberti ,"(...) nel suo ciclo crudele e innocente di vita e di morte, alla natura i singoli individui interessano solo in quanto riproduttivi. Le loro biografie, le loro storie, i loro progetti, i loro sogni, il senso che essi cercano nel breve tragitto della loro esistenza, alla natura non interessano proprio nulla perchè, come vuole l'immagine di Goethe: “Nel vortice della sua danza sfrenata la natura si lascia andare con noi, finché siamo stanchi e le cadiamo dalle braccia. La vita è la sua invenzione più bella e la morte è il suo artificio per avere molta vita. Sembra che abbia puntato tutto sull'individualità, eppure niente le importa degli individui”. Non è chi non vede, infatti, che la vita e gli interessi dell'individuo non coincidono sempre e in ogni caso con la vita e l'interesse della specie. Non è una faccenda di egoismo, quindi una faccenda morale. È il segno di una contraddizione insanabile tra la vita della natura e la vita dell'uomo che, a differenza dell'animale, non coincide perfettamente con l'ordine naturale. L'aborto, che gli animali non praticano, è uno dei segni evidenti di questa non coincidenza".(Galimberti) Due sono i fondamentali insegnamenti di Kant al riguardo : “La morale è fatta per l'uomo, non l'uomo per la morale ”.Un tempo, infatti, la natura era considerata immutabile .Oggi è considerata in ogni suo aspetto modificabile attraverso i progressi della scienza e della tecnica . Il secondo dettato che Kant pone alla base della morale laica e recita: “L'uomo va trattato sempre come un fine e mai come un mezzo”. Questi due principi difficilmente contestabili possono per ispirare un'etica laica, come deve essere quella dello Stato se vuol essere rispettoso di tutte le opinioni e le credenze . Forse il compito dello Stato non è costruire la "città ideale", ma ridurre il più possibile il male nella "città reale". 6. Testamento biologico, diritto/dovere di conoscere la verità sulla prognosi: domande aperte E’ sempre necessario informare il paziente della inguaribilità della propria malattia? (dare o non dare tale informazione può essere determinante per la richiesta di eutanasia); ho visto ed assistito come medico molti morire serenamente nella illusione di guarigione: era giusto toglier loro questa illusione? Io penso di no. Chi deve decidere l’entità delle sofferenze ? La risposta può essere che solo il diretto interessato può richiedere che si interrompa la sua vita ?. Ma cosa accade se non lo possa fare? Che ne sappiamo delle sofferenze di un cerebroleso in coma per incidente stradale? Chi chiederà per un paziente psichiatrico o interdetto? E’ più grave la sofferenza fisica o psicologica: un depresso grave soffre meno di un malato terminale?" Spesso si fa riferimento, per risolvere il problema della decisione, al cosiddetto "testamento biologico", ovvero un atto nel quale il soggetto, in pieno salute e benessere, dà disposizione di "staccare la spina" in circostanza di coma irreversibile o comunque in fase terminale di malattia che non permetta più la lucidità mentale per decidere. Ma anche qui le domande non mancano: E’ valido oggi ciò che è stato scritto anni prima? Quando una situazione è veramente senza speranza? (sono pochi ma non pochissimi i casi di pazienti risvegliatisi dopo anni di coma ritenuto irreversibile). Ancora domande: cosa sappiamo della vita, del sentire, delle sensazioni, durante uno stato di coma (naturalmente non con EEG piatto)? Il fatto di non serbarne ricordo non significa poi molto. E’ facile porre delle domande, molto più difficile è dare delle risposte. Il problema non si pone nemmeno per chi, medico o paziente, ha una visione "sacrale" della vita e segue una etica religiosa: il paziente accetterà le sue sofferenze e le dedicherà alla maggior gloria di Dio. Per chi una tale visione non ha il problema fondamentale è quello della assoluta certezza del consenso, a prescindere dal già rammentato testamento biologico che, ripeto, presta il fianco a molte obiezioni: occorre in altre parole la sicurezza che interrompere la vita (in modo attivo o passivo poco importa: non mi pare ci siano molte differenze) sia il volontario porre fine alle sofferenze del paziente e non di chi gli sta intorno o la fine di un peso per la società o la struttura sanitaria; problema questo tutt’altro che teorico in questi tempi nei quali l’efficienza della Sanità sembra essere divenuta direttamente proporzionale alla quantità di risparmio. 7. Morte simbolica e Rinascita La morte non è nemica e non rappresenta la fine in termini simbolici, poichè piuttosto si lega alla simbologia della terra e quindi della vita : è un rito di passaggio ma anche di rivelazione della vita e di introduzione ad un un diverso e più pregnante senso della vita attraverso una possibile Rinascita. Questo concetto è ben riassunto nel detto latino "Putrescat ut resurgat": è necessario che muoia e affronti la putrefazione, la trasformazione alchemico-materica-spirituale perchè sia possibile il cambiamento, la trasformazione. Forse il peggior modo di prepararsi alla propria morte è quello di ignorarla. Sono i pensieri e le opere di tutti i giorni che portano sereni alla meta. Interpretando e vivendo intensamente questo modo di essere e di agire, con azioni improntate sull’amore per tutto e tutti, non solo si contribuisce alla felicità altrui, ma si prepara sé stessi, nel migliore dei modi, alla propria morte. Vivere e morire secondo il detto «chi più ama, più vive», sicuramente rende la vita più felice e la morte meno triste. BIBLIOGRAFIA Umberto Galimberti La scienza e il sacro davanti l’eutanasia “la Repubblica”, 15 dicembre 2006 Umberto Galimberti Il confine della vita davanti alla legge “la Repubblica”, 25 aprile 2002 Umberto Galimberti Discutere di buona morte senza bandiere ideologiche ,“la Repubblica”, 25 settembre 2006 Umberto Veronesi " Il diritto di morire" (Milano, 2005) W.R.Bion Seminari Tavistock, 2005.