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La mente può trovarsi in stati diversi , il sonno ,il sogno, la trance,l'ipnosi,l'attenzione fluttuante,
l'estasi,la preghiera,la meditazione,la creatività artistica e scientifica,
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Respirazione Olotropica , guarigione e stati di coscienza di Mario Lorenzetti.

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Dalle scoperte scientifiche alla loro diffusione e divulgazione in ambito conoscitivo più diffuso spesso passa del tempo, è questo il caso, della ricerca clinica, della teoria, cartografia della mente umana e dell’inconscio di Stanislav Grof.





Psichiatra praghese e pioniere della ricerca sulla coscienza è oggi considerato uno dei massimi esperti mondiali della sperimentazione scientifica sugli stati non ordinari di coscienza e del loro utilizzo in campo terapeutico. La sua ricerca inizia a Praga nella cornice politico-culturale della Cecoslovacchia materialista degli anni cinquanta. Grof, allora giovane psichiatra di formazione freudiana, si trova a condurre un progetto di ricerca clinica all’Istituto di ricerca psichiatrica di Praga, finalizzato ad esplorare il potenziale terapeutico della psicoterapia LSD e successivamente, negli anni ’60, come responsabile del Centro di Ricerca Psichiatrica del Maryland a Baltimora negli USA di un progetto di terapia psichedelica, di accompagnamento di malati terminali di cancro. Grof era convinto che tale strumento avrebbe potuto potenziare e accelerare il processo terapeutico. Ma la ricerca da lui condotta lo porterà ben al di fuori del paradigma concettuale freudiano in una avventura intellettuale, scientifica, filosofica e spirituale, che lo vide tra i protagonisti di un punto di svolta nella psicologia contemporanea e di una nuova visione della terapia. Grof paragonerà in seguito l’impatto conoscitivo ed euristico che ebbe l’LSD nella ricerca psichiatrica paragonandolo alla ricerca sulla mente, come il telescopio era stato per l’infinitamente grande e il microscopio per l’infinitamente piccolo.


Negli anni ’70 Grof inizierà ad elaborare un nuovo setting non direttivo e non farmacologico: l’Holotropic Breathwork (Respirazione Olotropica) di cui parleremo più avanti.



I regni e le dimensioni dell’inconscio umano

L’induzione di stati non ordinari, favoriva in modo particolarmente significativo l’autoesplorazione, potenziando l’introspezione e riducendo le resistenze, favorendo, l’emergere di materiale inconscio e il rilascio emotivo era seguito da un processo di guarigione. Questa modalità terapeutica permetteva l’accesso a dimensioni esperienziali della psiche piuttosto sconosciute nella psicoterapia occidentale, per nulla nuove viceversa in altre culture e nella nostra antichità, dove l’utilizzo degli stati non ordinari di coscienza e dei riti di passaggio era utilizzata a scopo conoscitivo o di guarigione. L’altra stimolante sfida concettuale che Grof incontrò fu quella di catalogare e organizzare scientificamente il materiale relativo alle esperienze transbiografiche, che emergevano da questa ricerca, in un nuovo modello che superasse i limiti precedenti di una psicologia limitata all’ego, cioè di un inconscio personale-biografico.

Credevo di creare una nuova cartografia della mente umana. Tuttavia quando completai una mappa della coscienza che includeva diversi tipi e livelli di esperienze che avevo potuto osservare nelle sedute psichedeliche, mi accorsi che essa era nuova solo dal punto di vista della psichiatria occidentale. Compresi allora di avere riscoperto quello che Aldous Huxley ebbe a chiamare ‘filosofia perenne’…Mappe simili esistevano in varie culture da secoli o addirittura da millenni. (Grof 1995)

 

Le quattro matrici perinatali

Un ampio settore di materiale che emergeva dalle sessioni di terapia psichedelica era relativo all’esperienza della nascita, in questo settore dell’inconscio erano registrati, esperienze positive, momenti di beatitudine estatica, elementi traumatici e serbatoi di energie irrisolte.

Le esperienze perinatali rappresentano il primo superamento delle esperienze biografiche,oltre l'io ordinario. Grof ne classifica quattro categorie generali.

La prima matrice, è quella dell’universo amniotico in cui, se la gravidanza non incontra problemi, il feto vive un’esperienza positiva di beatitudine simbiotica nel grembo materno. A questa fase sono collegate esperienze di estasi che Grof definisce oceanica, visioni di natura incontaminata, paradisi e domini celesti.

La seconda matrice, l’impossibilità di uscita, è rappresentata dall’esperienza del feto durante le contrazioni dell’utero mentre la cervice è ancora chiusa. In questa fase, che è normalmente la più dolorosa e difficile, viene interrotto il precedente equilibrio, il feto subisce una forte compressione. Chi rivive questa esperienza sperimenta l’oppressione senza vedere via d’uscita e fame, infatti durante le contrazioni uterine viene ad interrompersi l’afflusso del sangue, che rappresenta il nutrimento e l’ossigenazione del feto. A questa fase della nascita sono associate sensazioni di angoscia, depressione, colpa. La seconda matrice è archetipalmente collegata a visioni dell’inferno, di campi di sterminio e di prigionia, ai miti di Sisifo e Prometeo ecc, si sperimenta una sensazione di impotenza totale e qualsiasi cosa viene vista nel suo aspetto negativo. La depressione unipolare può avere anche quest'origine.

La terza matrice, la lotta di morte e rinascita, corrisponde allo scorrimento nel canale della nascita che consegue alle contrazioni uterine in seguito alla dilatazione della cervice, anche ad essa è associata una grande quantità di dolore. Il feto, infatti, durante il parto vive un’importante esperienza di compressione attraverso l’apparato riproduttivo femminile. Grandi quantità di energie, aggressività e rabbia vengono accumulate in questa fase senza che possano essere scaricate.

La quarta matrice, l’esperienza di morte e rinascita, è collegata all’ultima fase di questo processo: l’uscita, essa conclude il difficile e doloroso passaggio precedente attraverso il canale del parto, fino all’esplosiva liberazione in cui si viene alla luce. Spesso, quando si rivive la nascita, questo momento è molto realistico e corrisponde, confermando i resoconti, agli interventi ostetrici e ai ricordi materni.

L’effetto terapeutico del rivivere la propria nascita è estremamente importante: la ragione per cui l’intero processo viene denominato morte-rinascita, è dovuto al fatto che essa non è solamente un rivivere il processo originale. Il feto è completamente prigioniero e non ha modo di esprimere emotivamente la grande sofferenza sperimentata: compressione, soffocamento, ansia per il passaggio di stato dall’universo amniotico ad una dimensione sconosciuta. Si formano così grandi serbatoi di energia emotiva, costellazioni di blocchi somatici non hanno opportunità di venire scaricati, risolti e psicologicamente assimilati. Tutto ciò farà parte di una strutturazione psichica e corporea in cui il nostro rapporto con il mondo sarà pesantemente condizionato. Esprimere e lasciare fluire queste emozioni e questi traumi fisici, permette ad essi di perdere la loro forza e in un certo senso di morire. Rivivere questo tipo di esperienza è di grande valore trasformatore.



Le esperienze transpersonali

Nella cartografia di Grof l’esperienza della nascita costituisce l’interfaccia tra le esperienze biografiche e quelle transpersonali. Se già accedere a, o rivivere quelle collegate alla propria nascita è insolito per la nostra mente ordinaria, ancora più altra è la dimensione transpersonale. Questa comprende un ventaglio diversificato di esperienze, che hanno in comune il fatto di uscire da quella dimensione che Alan Watts definì come: “Io incapsulato nella pelle”, cioè dei confini convenzionali dell’organismo, di quelli consueti di tempo e spazio. A queste appartengono esperienze fortemente risanatrici, guaritrici e conoscitive in una modalità lontana dalla percezione abituale del mondo.

Così come attraverso gli stati non ordinari si può ripercorrere a ritroso il percorso dalla coscienza ordinaria attraverso la storia biografica e quella perinatale, è possibile sperimentare regressioni nel tempo storico, avere esperienze filogenetiche, di identificazione con animali, con vegetali, con la materia inanimata, emersione di sequenze mitologiche o archetipi dell’inconscio collettivo o esperienze che Jung definì “psicoidi”. Possono anche emergere memorie di vite precedenti, in rilievo è sempre il loro aspetto direttamente esperienziale e il loro grande potenziale guaritivo.



Nelle forme estreme la coscienza individuale sembra abbracciare la totalità dell’esistenza e identificarsi con la mente universale. L’ultima di tutte le esperienze appare essere il Vuoto, il misterioso vuoto primordiale, il nulla che contiene ogni esistenza in forma germinale. (Grof 1978)



I sistemi di esperienza condensata COEX

I sistemi COEX sono dei raggruppamenti di esperienze avvenute in momenti diversi nella vita di una persona, hanno per comune denominatore una carica emotiva analoga, essi tendono a rafforzarsi e a ripetersi non come frammenti isolati ma a raggrupparsi in strati di memorie, “costellazioni” complesse, emotivamente cariche, permeate da una tematica che le associa e, in una certa misura, ne aumenta l’impatto rappresentando un “asse focale” nella vita di un individuo. I COEX inoltre non sono solo limitati agli accadimenti della storia personale, ma si collegano strettamente alle esperienze perinatali, che ne rappresentano anche la radice e possono essere connessi agli strati transpersonali della psiche, quali inconscio collettivo, memorie filogenetiche e di vite precedenti. Grof classifica due grandi tipologie di COEX, quelle determinate da esperienze problematiche, negative e dolorose e quelle viceversa di tipo positivo. A seconda del periodo della vita di un individuo, o del percorso e processo personale, possono presentarsi aspetti diversi di COEX positivi o negativi, fino a quando il materiale inconscio che li costituisce non è stato adeguatamente elaborato e risolto.

E’ possibile sperimentare una sincronicità tra gli avvenimenti esterni e il nostro mondo interiore, sia una corrispondenza esterna che risvegli un particolare COEX personale, sia viceversa: ricreare nel mondo esterno temi base personali e viceversa cioè una sorta di duplice relazione tra mondo esterno e COEX.

Un COEX “negativo” può essere anche spiegato come ripetute e successive ritraumatizzationi lungo una linea comune. Ci si avvicina alla concezione di Karma dell’Indo-buddhismo.

Alla luce della teoria e della cartografia di Grof appare evidente che la soluzione di molte problematiche non può fermarsi ad un lavoro limitato alla sola parte biografica della psiche.



Emersione del sintomo e guaritore interiore

La sperimentazione condotta, gli permise di notare a Grof come l’emersione e la piena manifestazione ed espressione dei più disparati sintomi, permettesse risultati terapeutici superiori a quanto lui avesse mai visto in precedenza.

E il loro emergere alla coscienza, tradizionalmente considerato come un segno di malattia mentale, può in realtà rappresentare uno sforzo radicale dell’organismo per liberarsi degli effetti di vari traumi, per agevolare il proprio organismo e guarire se stesso. (Grof 95)

Qualcosa di simile alla concezione omeopatica in cui il sintomo è una manifestazione della guarigione piuttosto che della malattia, il contrario di quanto lui (psichiatra) avesse appreso dalla psichiatria accademica, dove spesso il sintomo (e con esso il processo di autoguarigione) è spesso trattato con farmaci che ne bloccano l’evoluzione.

Per Grof esiste una tendenza naturale in ogni essere umano che conduce alla guarigione psicosomatica. Questo Inner Healer/Guaritore Interiore ha modo di manifestarsi negli stati non ordinari di coscienza, ed è centrale nel pensiero e nella pratica di Grof, nella Respirazione Olotropica come nlla definizione stessa di emergenza spirituale.

Le emergenze spirituali

Coerentemente al principio che il sintomo è spesso un tentativo di autoguarigione, e per distinguere questi processi, a volte intensi, dalle psicosi, in disaccordo con la psichiatria convenzionale, che classifica spesso come psicotiche anche le esperienze mistiche, Stanislav e Christina Grof hanno coniato il termine emergenza spirituale. Questo termine gioca con il doppio significato della parola emergenza, che indica nello stesso tempo crisi ed opportunità/manifestazione. Rappresenta quegli stati spontanei, in cui la coscienza può accedere a materiale inconscio, attraverso i quali si generano esperienze di con un grande potenziale di autoguarigione. A differenza della nostra, altre culture hanno apprezzato le crisi di trasformazione e le hanno ampiamente utilizzate.

“Se adeguatamente comprese e trattate come stadi difficili di un processo evolutivo naturale, le emergenze spirituali possono condurre a una guarigione emotiva e psicosomatica, produrre profondi e positivi cambiamenti nella personalità e risolvere molti problemi esistenziali”. (Grof 1995).

Molte crisi, che chiamiano emergenze spirituali, possono essere spinte nel recinto delle psicopatologie, ma, potrebbero avere altri sviluppi, se adeguatamente accompagnate.

Analogamente a ciò che si può sperimentare nelle esperienze di Respirazione Olotropica, le emergenze spirituali comprendono temi biografici, perinatali o transpersonali. Ma mentre in un’esperienza di Respirazione Olotropica il processo viene gestito, nei casi più intensi di un’emergenza spirituale è , a volte, incontrollato. Il tipo di sostegno che necessita richiede tempi più lunghi, un aiuto, che può essere, anche articolato nelle ventiquattro ore, che sostituisca l’ospedalizzazione e di un luogo o di un centro idoneo, un atteggiamento di chi accompagna analogo a quello che si ha durante i seminari di Respirazione Olotropica, di fiducia e sostegno nel processo, che favorisca la piena espressione del sintomo e il completo scarico emozionale e dei blocchi corporei che si manifestano.

Il SEN Spiritual Emergence Network è un progetto di centri e reti di supporto nel territorio che adottino queste modalità di cura nell’ambito delle crisi di emergenza sottraendole al recinto della psicopatologia.

Per Grof inoltre molti casi di dipendenza possono essere una forma di emergenza spirituale, una tensione spirituale distorta e non riconosciuta, che viene spesso oscurata dalla natura distruttiva ed autodistruttiva del disturbo.



Psicologia transpersonale e cambiamento di paradigma

La psicologia transpersonale, detta anche quarta forza, dopo la psicoanalisi freudiana, il comportamentismo e la psicologia umanistica nasce negli anni ’60 ad opera di Abraham Maslow, Stanislav Grof, Anthony Sutich e James Fadiman. Essa si occupa di ampliare il campo di ricerca tradizionale della psicologia, della psichiatria e della psicoterapia, oltre quelli normalmente considerati dell’io e della persona integrandolo con la sperimentazione di quegli stati di coscienza transbiografici, non ordinari e mistici, continuando il lavoro dei precursori Jung e Assagioli.

Essa si pone inoltre come interlocutore in ambito psicologico rispetto a quegli altri campi di ricerca scientifica che operano nel superamento del paradigma newtoniano cartesiano. La psicologia transpersonale si pone anche come interlocutore nei confronti della spiritualità e delle vie spirituali tradizionali a quel cuore dell’esperienza mistica che Aldous Huxley chiamò Filosofia Perenne.



La Respirazione Olotropica

È il metodo creato da Grof negli anni '70 dopo l'ondata proibizionista e isterica contro gli psichedelici che impedì di continuarne la ricerca scientifica, psichiatrica e psicoterapeutica. Olotropico deriva dal greco e significa "procedere verso la totalità." La Respirazione Olotropica prende origine dalle scoperte scientifiche di Grof ed è un metodo contemporaneo per sperimentare in modo protetto stati non ordinari di coscienza e lasciar emergere dimensioni interiori normalmente non accessibili al fine di conoscere e guarire. È un metodo non direttivo di connessione al nostro Guaritore Interiore, energia universale che è in ciascuno di noi. Una sorta d'intelligenza e saggezza del corpo, che si manifesta nell'esperienza olotropica attraverso l’emersione spontanea di ciò che in quella fase possiede la maggiore importanza psicodinamica ed è maggiormente disponibile ad un’elaborazione, facilitando una sorta di autoguarigione.



Qualche cosa di estremamente fondamentale e primordiale nello psichismo umano, qualche cosa che trascende le razze, le culture e i tempi, una sorta di Spirito Primordiale che collega l'uomo alla totalità dell'universo. (S. Grof).



Questa energia di guarigione e di trasformazione era già conosciuta con altri nomi, in numerose culture ancestrali. Tra queste alcune utilizzano il respiro, l'iperventilazione, per indurre stati di trance sciamanici come i San (Bushmen), certe tradizioni siberiane, nel misticismo sufi e nel pranayama. Grof chiama olotropici questi stati di coscienza, che ci permettono di accedere alla conoscenza del nostro essere profondo, al di là dei limiti dell'ego.

La tecnica si rivolge ai differenti livelli di ciascuno di noi, fisico, emozionale spirituale. Copre le dimensioni biografiche, perinatali e transpersonali.

La tecnica è praticata soprattutto in gruppo, coricati su un materasso con gli occhi chiusi si è invitati a concentrarsi su una respirazione profonda e veloce. Musiche evocative accompagnano e sostengono l'esperienza aiutando ad approfondirla. Un body work focalizzato può aggiungersi, ma è uno strumento opzionale. Un elemento supplementare del processo comprende il disegno (mandala). Le sessioni sono precedute e seguite, in un clima di rispetto, da momenti di condivisione verbale che rappresentano un ulteriore strumento di integrazione dell'esperienza.

L'approccio è empatico e non giudicante. Il facilitatore accoglie le esperienze, a volte intense, che le persone possono sperimentare. Il sintomo e la sua manifestazione è qui considerato come una manifestazione del processo di guarigione e non della malattia. Le problematiche psico/somatiche sembrano attingere nei serbatoi profondi delle energie represse e la liberazione di queste energie gioca un ruolo fondamentale nel lavoro olotropico e nel processo di diventare profondamente noi stessi.

Il fatto di portare “il non ordinario” nella nostra cultura e società, ha un valore che sfortunatamente è ancora ben lontano da essere realizzato. Per esempio rispetto alla distinzione tra psicosi ed emergenze spirituali.

Quando riusciremo a realizzare centri di cura per queste ultime, in cui si possa accompagnare l'evoluzione del processo senza sopprimerlo, come una crisi o un momento di trasformazione e passaggio, come avviene in altre culture?

Per fare questo sono necessari psichiatri (e non solo) di mente aperta, che condividano questa impostazione, siano interessati ad ipotesi e a percorsi di questo tipo e siano disposti ad entrare in rete e in collaborazione.



Il lavoro olotropico offre una profonda possibilità di essere o riconnettersi nella corrente della vita, della trasformazione e del cambiamento del nostro modo di essere. È un processo di morte e rinascita e una apertura del cuore. È anche un'avventura nella coscienza che può diventare un autentico processo iniziatico.

Mario Lorenzetti  
facilitatore certificato in respirazione olotropica e psicologia transpersonale al Grof Transpersonal Training




PSICOANALISI DEI GRUPPI: IL SILENZIO EMERGENTE di Leonardo Montecchi

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Perchè temere di ciò che è multiplo

Se con un filo tu fai cento nodi,

il filo è sempre un filo


Gialal al Din Rumi



Pensiamo ad un inizio: persone che arrivano , sistemano le sedie in circolo, qualcuno controllala finestra, la apre, dice

“cambiamo un po' l'aria” qualcun altro dice “ chiudi che sento freddo”

c'è chi si saluta e chi non guarda in faccia nessuno,uno scarta una caramella e la mette in bocca, un altra sospira e guarda l'orologio. Si siedono, sono seduti uno dice: “il compito del gruppo è......”

Quella proposizione funziona come il cenno d'inizio del direttore di una orchestra, la fase di accordamento degli strumenti è finita. Ora si inizia.

Ecco che appare il silenzio.

In quel silenzio emergono,nei singoli partecipanti dei pensieri, che non trovano la via per diventare parole.

“ io questa volta non inizio, basta, aspetto che sia un altro.... “vorrei dire qualcosa ma le mie cose non interessano a nessuno” “ mi vergogno a parlare e se poi divento rosso? Ma cosa stiamo a fare qui'? era meglio se oggi andavo al mercato. “guarda quanto tempo e nessuno parla, cosa sarà successo? Che ansia sto silenzio non lo sopporto più...Che qualcuno parli per favore...e parlate no.

Perchè lui non parla? Che cosa aspetta?





E così via, in quel silenzio c'è un brusio implicito che aspetta il momento per esplicitarsi.

I vari personaggi dei gruppi interni degli integranti animano la scena latente del gruppo esterno, si apre uno spazio immaginario che è delimitato dal silenzio.

In fatti quel silenzio che circoscrive le persone che sono qui ed ora con me definisce l'esistenza di un gruppo, di questo gruppo. Il silenzio discrimina il tempo fra un “prima che il gruppo inizi” e “L'inizio” infatti può capitare che sia apra la porta e qualcuno arrivi e dica “è già iniziato il gruppo?”Il silenzio si presenta come un induttore della gruppalità.

Nel momento del silenzio lo stato di coscienza del singolo comincia a dissociarsi, appaiono brandelli di ricordi di gruppi precedenti , gli oggetti collocati nello spazio i rumori esterni,piccoli dettagli come un indumento di un integrante, i capelli di un altro, il colore delle unghie ,le scarpe e le calze emergono pian piano come dalla nebbia e definiscono lo spazio immaginario legato all'esistenza di quel gruppo. Il silenzio emerge come la soglia fra un dentro ed un fuori e circoscrive uno spazio intimo in cui compaiono, le tracce di eventi occorsi in un tempo precedente. E' singolare che le tracce compaiano solamente quando si è istituita l'intimità e nello stesso tempo l'intimità si costituisce se appaiono le tracce.

Su tutto questo domina il silenzio inteso come assenza di parola, ma come si vede, l'assenza di parola non significa assenza di comunicazione.

Anzi, questo silenzio ci mostra come la parola, il dialogo, l'interlocuzione, sia un caso particolare della comunicazione .

Il silenzio in questo caso evidenzia che il gruppo operativo e' il contenuto di un contenitore,e questo contenitore e' quello che Bleger chiama un non-processo.

Certo, ci sono gruppi che non iniziano con un silenzio, continuano indiscriminatamente la loro conversazione da piazza o da bar,non avvertono una discontinuità, quello che ero prima sono dopo,anzi non c' e' nemmeno un prima ed un dopo.

In questo caso la differenza e' marcata dal silenzio del coordinatore che istituisce una asimmetria nel gruppo. " perche' non parla?" ma chi si crede di essere? Perche' non ci spiega niente?

Di nuovo e' il silenzio che ci fa capire che la situazione non e' una situazione ordinaria, " figurati quanti incontri di gruppo ho fatto,questo e' come quelli...." Invece no. Il silenzio emerge come il vuoto, un vuoto che richiama il nulla, un nulla pero' che fa emergere l'esistenza del gruppo, la sua esistenza concreta.

Questo passaggio funziona come lo spazio vuoto di cui parla Peter Brook a proposito dello spazio del teatro, bisogna creare uno spazio vuoto perche' si possa mettere in scena un dramma.

E così anche perche' possa emergere la gruppalita' c' e' la necessita' che siano istituite delle variabili indipendenti, che Jose Bleger chiama costanti, nel suo articolo su psicanalisi dell'inquadramento psicoanalitico.

Queste variabili indipendenti,sono silenziose,costituiscono gli elementi dell'inquadramento o setting. Sono la parte istituita della istituzione gruppale.

L'istituito in questo caso e' silenzioso,ma il silenzio non significa la non esistenza,anzi.

Tempo fa, nella discussione di un disegno sperimentale, il mio professore di farmacologia mi disse: "ricordati che lo zero e' un numero"Gia',così il silenzio non e' niente e' qualcosa. A questo proposito e' chiarissimo l'esempio che fa Bleger.

Una mamma sta in cucina e prepara il pranzo, un bambino sta in una altra stanza e gioca non c' e' nessuna conversazione fra loro. C' e' il silenzio. Possiamo sentire i rumori della cucina, qualche rumore attutito che proviene da fuori.

Ad un certo punto la mamma scopre che le manca un ingrediente,apre la porta ed esce. Il bambino sente la porta che si apre immagina la mamma che esce e si mette a piangere.

Una scena silenziosa che fa emergere il " contenitore muto" che fa

da sfondo al vincolo fra la mamma ed il bambino, e' questo contenitore muto che permette ai partecipanti di un gruppo operativo di dissociarsi dalla vita quotidiana per entrare nella gruppalita' .

Parliamo di variabili indipendenti perche' se lo spazio ed il tempo fossero dipendenti dal processo gruppale potrebbero prodursi situazioni di questo tipo: " oggi ci vediamo al parco, no a me piace di piu' qui al bar... Oppure, " oggi non c' e' piu ' niente da dire, finiamo qui, ci vediamo la prossima volta..."

Così il " contenitore muto" non potrebbe costituirsi come discriminazione fra un dentro ed un fuori, non si produce l'intimità necessaria perche' emerga l'immaginazione gruppale di quel gruppo specifico.

Il contenitore muto,l'inquadramento,il setting sono la condizione per cui si costituisce un processo gruppale. Il contenitore corrisponde a quell'apparato per pensare i pensieri di cui parla Bion e se la sua costruzione e' difettosa anche i pensieri non possono essere pensati e rimangono emozioni che non si trasformano in concetti.

Lo spazio e il tempo sono due elementi di questo sfondo istituzionale,ma ci sono anche i ruoli e le funzioni.

Anche qui il silenzio marca il ruolo del coordinatore ed ancora di piu' quello dell'osservatore, gli altri ruoli del dramma gruppale sono l'informatore, il leader del progresso, il leader del sabotaggio,il capro espiatorio.

Sono sei personaggi, come il padre la madre,la figliastra,la bambina il giovinetto ed il figlio del dramma di Pirandello e cercano un autore delle loro storie.

E' qui, entra in campo un altro elemento silenzioso, l'autore del gruppo:

Il compito.

Nel classico articolo del 1964 di Pichon Riviere e di Armando Bauleo

"la nozione di compito in psichiatria" viene analizzato questo elemento che fonda il gruppo, e' questo concetto astratto che convoca gli integranti che nella misura in cui riusciranno a superare gli ostacoli affettivi e cognitivi transiteranno da una fase di pre-compito a quella del compito e forse a quella di progetto in un continuo avanti e indietro,senza che si raggiungano mai tappe definitive.

Questo lavoro mostrerà come il compito sia, in ultima analisi la costruzione e la progettazione della propria vita come un romanzo di cui siamo gli autori come ci diceva Massimo Bonfantini in un recente seminario.

Quindi il silenzio marca gli elementi del setting gruppale e' la istituzione muta che permette che si sviluppi un processo gruppale.

Ho già descritto il silenzio del coordinatore, ma voglio ritornare su questo tema perche' spesso il coordinatore viene confuso con il

padrone del gruppo. Infatti spesso sento dire il gruppo di *** come se quel gruppo fosse di sua proprietà. Questa confusione e' generata anche dall'idea che il discorso del coordinatore sia il discorso del padrone,così come lo chiama Lacan, il coordinatore non comanda, non e' il leader del gruppo, non e' il padrone della parola e dei significati, ma soprattutto la comunicazione ed i vincoli multipli che costituiscono il gruppo come soggetto collettivo non sono esclusivamente linguaggio verbale,discorso,logos . L'inconscio se e' strutturato come un linguaggio non e' solo verbale.Il discorso, il logos, non e' il centro del vincolo,e' importante uscire da questo logo centrismo,come lo definiva Derrida.

Infatti il coordinatore tace, sta in silenzio, questo tacere connota il suo ruolo.

Nella scorsa primavera gli studenti del quarto anno della scuola hanno sperimentato la coordinazione di un gruppo di ricerca del laboratorio della scuola. Dopo una supervisione con un docente della scuola hanno portato gli emergenti di questa esperienza nella riunione plenaria dei ricercatori.

Gli emergenti di una esperienza si sono caratterizzati per il silenzio del coordinatore. Per una ora e mezza il coordinatore non ha detto nulla.

Abbiamo definito questa esperienza l'afasia del coordinatore. Come e' noto Freud all'inizio della psicanalisi si era occupato di afasie ed aveva individuato afasie isteriche:





"alla paralisi degli arti va aggiunta l'afasia isterica o meglio il mutismo isterico, consistente nella incapacità di emettere un qualsiasi suono articolato........" Freud isteria 1888





Ma in questo caso, l' afasia, segnalava al gruppo l'esistenza del setting,marcava la differenza con un incontro ordinario,senza coordinamento, e il coordinatore,con il suo silenzio evidenziava la precarietà del setting, e dunque la difficoltà di pensare i pensieri di quel gruppo.





Il silenzio non e' solo l'emergente iniziale di un gruppo,può manifestarsi

dopo una discussione, uno scambio particolarmente accanito, ad un certo punto un integrante fra una affermazione del tipo:





" .....e così me ne sono andato come tutti gli altri giorni..."





Poi rimane sospeso e non parla. A questo punto cade un silenzio inaspettato.

Ognuno pensa per conto suo,si guardano negli occhi ma vedono una altra scena, si lasciano andare alla deriva,vagano protetti dal setting che funziona come un tappeto volante da cui sono portati in viaggio,o come una zattera che li sta salvando dal naufragio.

Il silenzio e' piacevole,non c'e' ansia, hanno imparato a lasciarsi andare,non temono l'irruzione di qualcuno dall'esterno che li richiama ai loro doveri.

La dissociazione dalla vita quotidiana e' in atto. L'illusione gruppale di cui parla Anzieu si manifesta in tutta la sua potenza, le variabili indipendenti funzionano come la pelle del gruppo,l'interno e' perfettamente discriminato dall'esterno.

Questo silenzio segnala un senso di appartenenza del gruppo ma e' evidentemente una resistenza al compito,la pertinenza si abbassa e L'illusione che il compito si possa affrontare magicamente,senza fatica,

Si diffonde fra gli astanti.

Qualcuno pero' interrompe la magia, non sempre e' una parola o una proposizione,può non essere un enunciato,può essere un evento che si presenta come interprete della situazione.

La suoneria di un cellulare che non era stato spento,l'apertura di una finestra per un colpo di vento,i rintocchi della torre campanaria funzionano come un risveglio dall'illusione silenziosa .

Qualcuno dice:

" ci stanno cercando...."

ritorna prepotentemente il fuori come minaccioso come pressione sulla illusione gruppale, come richiamo all'ordine.

"Di cosa stavamo parlando?" e cercano faticosamente di rientrare nella situazione che precedeva il silenzio.

" tu dicevi questo e lui ti ha risposto quello...." Così appare l'angelo sterminatore ripreso da Bunuel nel film omonimo.

Si ricostruisce minuziosamente la situazione precedente,senza per altro riuscirci, qualcuno ricorda il motivo per cui sono li.

"non so che cosa state facendo voi ma io ho provato a fare quello che ci siamo detti....."

Di nuovo riprendono gli interrogativi,le pressioni interne la rabbia e la commozione, i dialoghi si dirigono piu' precisamente sul compito.

Si sentono disillusi, ma sanno che qualcosa possono fare.

Così continuano e poi, quando il gruppo finisce gli integranti se ne vanno ognuno per conto suo.

Il gruppo scompare per poi riapparire alla seduta successiva. Fra una seduta e l'altra c'e' il silenzio, che e' il silenzio del non esistere o meglio dell'esistere in una altra dimensione,il gruppo si frantuma nelle singolarità che lo compongono,ma non si estingue, tornerà a manifestarsi nel tal giorno alla tale ora nel tal luogo, fino a che non finirà ma poi sorgeranno altri gruppi che riprenderanno il compito di costruire la propria esistenza.

Parlo in automobile con il mio amico Massimo, stiamo andando a Conegliano Veneto a trovare Armando che sta molto male, Massimo mi dice che quando si spegne la voce,anche la voce che senti dentro di te, nel silenzio,dopo un po' non si sente piu'.

Si sente un vuoto attraversato dal vento e in quel vuoto, quel bel vuoto ognuno di noi prova a confabulare come ho cercato di fare oggi per fare emergere delle voci nel silenzio profondo.





Bibliografia.

Armando Bauleo. Psicoanalisi e gruppalita'. Borsa

Jose' Bleger Simbiosi e ambiguità. Ed. lauretana

Jose' Bleger. Psicoigene e psicologia istituzionale. Ed Lauretana

Sigmund Freud. Opere. Boringhieri

Peter Brook. Lo spazio vuoto Bulzoni Editore

Pichon Riviere. Il processo gruppale. Lauretana





Filmografia





Luis Bunuel. L'angelo sterminatore

ANALISI DI GRUPPO E APPRENDIMENTO di CLAUDIO CRIALESI

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Introduzione

Possiamo considerare l’esperienza analitica di gruppo un modo per prendersi cura della sofferenza soggettiva tramite degli apprendimenti.
Le trasformazioni utilizzano l’osservazione e l’interazione. Sono guidate dal desiderio e mirano ad ampliare la consapevolezza.
Nella reciprocità dei partecipanti troviamo la circolazione paritetica di competenze conoscitive. Nell’a-simmetria (il setting e l’analista) abbiamo il confronto con la dipendenza, i vincoli e l’autorità promotrice; aspetti che riproducono le origini dei transfert.
Nell’incontrarsi ognuno per l’altro rende praticabili delle esperienze. Dalla propagazione rapida di atmosfere irriflessive (Bion 1961), all’empatia, alla condivisione con differenziazione dei vissuti. Dal dialogo e pensiero pre-conscio (analogico) al pensare lineare (razionale) orientato alla verifica e scelta delle opzioni (F. Corrao). Tanto più un gruppo è capace di transitare da una posizione all’altra, tanto più acquisisce mobilità affettiva e i suoi membri hanno imparato a percepire, tollerare e conoscere desideri, idee, sentimenti.

L’alternarsi di sintonia/riconoscimento e momenti nei quali viene “disturbato” lo stile personale di essere nel gruppo allena a muoversi tra ristoro narcisistico e relazione oggettuale.

Restano diverse incognite: i fenomeni extra-analitici. Tessuto dell’esperienza di gruppo eppure non descrivibili, in dettaglio, per l’impatto sul processo analitico.

Poter apprendere presuppone: tollerare il dolore mentale; ricavare un piacere da conoscenza ed esplorazione; capacità riflessiva; fiducia e sicurezza in se stessi.

Ostacoli all’apprendimento sono: specifiche disabilità; intolleranza verso frustrazioni, senso di vuoto e incompletezza; prevalere di un pensiero irrealistico (fantasia di eliminare problemi e non affrontarli sino all’odio per la realtà); competizione; invidia; idealizzazioni abnormi (quando eccessive e pervasive).

LA SEDUTA DI GRUPPO "LIVE"


Per rendere visibile la trasformazione di senso  che puo verificarsi nelle terapie psicoanalitiche di gruppo presento una porzione di seduta in cui risalta particolarmente la qualità polifonica del lavoro di gruppo .

“Adesso mi è venuta la fissazione, sono tornato a sciare, che bello, non è facile trovare le persone, sono andato con tre amici, abbiamo sciato tutto il giorno
E’ bello sciare anche a mio marito piace, anche a me, però dopo l’incidente dello scorso anno, vi ricordate, ho preferito quest’anno stare a riposo, la scorsa settimana mio marito è andato a sciare con un amico pensavo fossi tu…
E’ bello andare in montagna, mi piacerebbe andare dove fanno il campionato del mondo, c’ero stato con la mia ex, anche se chissà tornare lì
Io ricordo il Cervino, prendi la cabinovia sei su e trovi una striscia gialla, è il confine, sei in Svizzera
Scusate io… anche se forse rovino l’atmosfera, volevo parlare di una cosa che mi sta a cuore, ho avuto una specie di attacco di panico, non vorrei che riprendessero uno l’ho avuto a Dicembre, l’attacco di panico ha dei fattori scatenanti, io non prendo più farmaci e non voglio riprenderli… la mia fidanzata mi ha mandato un messaggio adesso non riferisco tutto… alla fine c’era scritto ti amo, lo aveva detto altre volte, ma scritto mai, una volta parlavamo, lei sa che vengo qui, mi aveva chiesto se parlavo di lei in gruppo, come se volesse dire che non le voglio bene se non parlo di lei qui, io invece ci penso a lei mi manca, poi insisteva mi è venuta paura di non amarla, mi sono sentito male, io ci tengo a lei, ma lei mi stressa; prima non uscivo di casa, solo il lavoro e il computer, non sono abituato a stare in due
Bisognerebbe sapere cosa significa amore
(Tutti si voltano verso l’analista come uno stormo di uccelli in volo)
Già ma come possiamo parlare d’amore? Prendiamo un vocabolario? Sembra ci sia un coinvolgimento che fa paura
Per me non esiste la definizione di amore, è una sensazione, mi ricordo Luisa eravamo a casa mia, abbiamo fatto l’amore e lei mi ha detto ti amo, io mi sono sentito… mi sono irrigidito, lo senti se l’altro lo dice veramente
Siamo sempre lì è come una ruota, avevamo già parlato dell’amore che può far paura
Cosa si può pensare di quello che sembra già detto…
Meglio stare fermi, sarà che io ho avuto una sola esperienza, la fidanzata che poi è diventata mia moglie
E’ da un po’ che una mia collega mi stuzzica, ci prendiamo in giro
Com’è la collega?
E’ molto bella però siamo così diversi, l’altro giorno mi prende sotto-braccio e mi fa e non ti irrigidire, ecco in quei momenti vorrei essere più forte
Io quando sto insieme a una donna mi sento onnipotente e poi penso alle altre
Ecco questa potrebbe essere la tua definizione di amore, dal tuo punto di vista "




CONSIDERAZIONI TEORICHE E CLINICHE
           
         Ancora non so se l’individuo nel gruppo parli sempre e comunque per il collettivo, è certo però che generi un problema: cosa fare del suo discorso.

F. Corrao (1981c, 1995b) ha indicato come il pensiero multiplo e discontinuo del gruppo e la delega regressiva di parti di sé costituiscano il presupposto di esperienze trasformative. Ogni persona è per l’altro un “oggetto” (in senso percettivo, cognitivo e psicoanalitico) e parimenti “soggetto”. R. Kaes (1993) indica come più soggetti si incontrino e congiungano, in modo imprevedibile, le loro strutture mentali (Es, Io, Super-Io). Ciò che risulta inconscio in una persona può o potrebbe essere il pre-conscio o la consapevolezza di un altro. Le funzioni di comprensione e interpretazione sono distribuite e scambiate tra i membri del gruppo e alimentano un dinamismo non lineare in grado di generare mutamenti nel sistema e nelle sue componenti. Il primato di ciò che appare: persone concrete in interazione. Quanto mostrato nel frammento di seduta iniziale.
La cura nel gruppo analitico può essere considerata l’aspirazione a modificare il malessere soggettivo o condotte dis-funzionali e la si può correlare a percorsi d’apprendimento. Tale termine, in psicologia generale, indica: una modificazione duratura e stabile delle condotte a seguito di un’esperienza (Anolli & Legrenzi 2006). Possiamo pensare alle inibizioni o reazioni irriflessive o ai comportamenti ripetitivi dei pazienti. Lo studioso del pensiero Johnson-Laird (1993) ha precisato che per apprendimento si debba intendere anche: imparare a pensare a qualcosa in modo diverso o trattare cose diverse come parti di una stessa categoria. Nel lessico algido del cognitivismo cogliamo echi familiari. Quando parliamo di “spazio mentale”, di capacità a convivere con ambivalenze e conflitti. Quando evochiamo la ricostruzione narrativa della propria storia e la comprensione di desideri, angosce e modelli relazionali.
Si possono distinguere tre forme d’apprendimento (Anolli & Legrenzi 2006): associativo (consolidamento di legami tra eventi prima non collegati); cognitivo (costruzione di modelli mentali; insight; ricerca attiva di conoscenze); sociale (imprinting, osservazione, interazione).
Il gruppo analitico può essere considerato un dispositivo che attraverso l’interazione cerca  soluzioni ai problemi vitali di ogni partecipante. In questo ambiente l’apprendimento non è appropriazione di procedure o memorizzazione d’istruzioni, ma immersione in un frammento di vita. Ogni seduta si presenta come enigmatica; nessuno può sottrarsi alle afferenze, neanche il proprio o altrui silenzio mette al riparo dal sentire. La dotazione biologica ci costringe a percepire l’ambiente esterno e interno, poco importa esserne saltuariamente consapevoli. Nel tempo gli incontri di gruppo diventeranno un luogo riconosciuto, isomorfo alle modalità con cui ognuno avvicina se stesso e gli altri, nel succedersi delle sedute si sperimenterà anche l’imprevedibile. Essere presente al gruppo (dato fenomenico), sentirsene membro e impegnarsi nel dialogo (dato psicologico) delimita un sistema nel quale ognuno per l’altro sarà osservatore e partecipante. Tale decentramento, sottolineato da più studiosi (Corrao, Kaes, Rouchy) è l’agente di possibili modificazioni .
Il riferimento alla psicologia generale ha un limite: suggerisce “come” possano avvenire degli apprendimenti. Ma cosa li sostiene? Il desiderio. Le persone cercano un cambiamento e nella domanda rivolta prima al professionista e poi al gruppo confermano una speranza. Con la capacità di far posto all’estraneo, allo sconosciuto compagno di viaggio, si potrà con fatica o inaspettata leggerezza, de-costruire idee e convinzioni cristallizzate. Il desiderio, la motivazione soggettiva, rimanda alla responsabilità. Il desiderio incontra ciò che vi resiste (il setting, gli altri) e si dovranno operare scelte e negoziare nuovi equilibri con l’estraneo interiore.
Non potendo ricorrere a procedure o all’iterazione d’esperienze precedenti si dovrà scoprire, passo dopo passo, come affrontare i problemi emotivi e conoscitivi. Tale esperienza implica un rischio: convivere con l’incertezza del divenire e del molteplice. Viene sollecitata la “creatività”, dover ristrutturare i termini di un problema per trovare nuove risposte. Si ricorre all’esplorazione e alla curiosità per attingere al pre-conscio e utilizzare le intuizioni (F. Corrao, R. Kaes).
La psicologia accademica descrive dei meccanismi, ma non definisce cosa si voglia o debba apprendere. L’atteggiamento analitico implica una scelta preliminare: ogni evento sarà considerato testimone (simbolo) di configurazioni inconsce diventate o rese mute (attraverso i meccanismi detti difensivi). Il collettivo dovrebbe avvicinare gli scenari inconsapevoli: è questo lo “sconosciuto” al quale dare asilo e cittadinanza.
Nel gruppo il lavoro di comprensione agisce attraverso due assi. Uno trasversale fondato sulla reciprocità: gli scambi comunicativi tra i vari membri. L’altro verticale relativo alla posizione a-simmetrica dell’analista (S. Erba 1995). Prima di ogni fantasia e insieme a questa l’analista è una sorta di “legislatore” e “progenitore”. Incontra i singoli in uno o più colloqui preliminari, propone il dispositivo gruppale, presenta le regole del setting. Si farà in seguito testimone di una comunicazione che vuol sospendere ogni giudizio e perseguire la conoscenza attraverso la circolazione del sentire-pensare. Tali direttrici definiscono un campo pluri-personale entro il quale ognuno per l’altro incarna il distanziamento della consapevolezza e la presenza emotiva (positiva o negativa). Se il gruppo è capace di generare conoscenze (il gruppo di lavoro di Bion; la funzione gamma di Corrao) ciò non avviene in modo automatico e autonomo. Il ruolo dell’analista è ancora centrale e per gli investimenti illusori che attrae e per imitazione del suo modo di stare nel gruppo.
Eppure ci sono dei resti non addomesticati dai concetti analitici. Nel perseguire astinenza e neutralità l’analista di gruppo è sovente disarmato verso la non-neutralità dei partecipanti. Non mi riferisco a grossolane violazioni del dispositivo, ma ad una serie di scambi extra-analitici tra i partecipanti: valutazioni, reazioni immediate, esortazioni, consigli ecc. L’analista non interviene in modo pedagogico, altrimenti potrebbe alimentare l’idea che sappia in anticipo come procedere, può sottolineare come si sta avvicinando un problema o un’atmosfera, nulla di più. Non sappiamo in dettaglio quale ruolo giochino tali transazioni nei processi d’apprendimento, possiamo però cogliere in modo vivido come contribuiscano al tono emotivo di un dialogo e all’esperienza di sentirsi capiti o non capiti.
Seduta dopo seduta i nuovi punti di vista incontrano delle strutture collettive e personali: la storia di quel gruppo, le tradizioni individuali, il sedimentarsi delle risposte emotive. Si realizza una tensione tra processi di assimilazione e accomodamento (J. Piaget). La posta in gioco è preziosa: la ricerca di un “vero” che sembra utile e promettente (Bion 1966, 1970), ma tale ricerca incontra ostacoli e miraggi.
G. Bateson (1966, 1971) definiva come apprendimento 3 una modificazione dell’atteggiamento mentale; una flessibilità nel saper meglio utilizzare delle competenze o gestire dei limiti e non l’acquisizione di abilità o conoscenze mai possedute. Quanto sovente accade alle persone dopo una buona esperienza analitica. Lo considerava un lavoro mentale anti-economico e di non facile realizzazione. Le mappe della realtà (interna ed esterna) sono costruite con generalizzazioni soggettive di esperienze e tendono a convalidarsi e consolidarsi per la capacità di rendere comprensibile e semplificata una realtà multiforme: gli “apprendimenti 2” di cui un tipico esempio è il transfert. Bion (1962 pagg. 132/133) scriveva: “la personalità astrae dall’esperienza tutti gli elementi giudicati ricorrenti e forma da questi un modello il quale pur conservando qualcosa dell’esperienza originaria è abbastanza flessibile da potersi adattare ad esperienze nuove e tuttavia ritenute analoghe alle prime”. Diviene un problema la personalità che ha perduto flessibilità nel confronto con inaspettate esigenze vitali, ovvero sia stata poco capace di organizzare le esperienze pregresse.
Trasformare, per quanto possibile, la prospettiva con cui pensiamo-sentiamo noi stessi, e gli altri, cioè la vita, espone al dilemma desiderio-paura. “Saper fare” e “sapere” non sono proprietà immateriali, come molti pensano prima di un’esperienza analitica, bensì funzioni e disposizioni della persona.


BIBLIOGRAFIA


Anolli L. & Legrenzi P. (2006) Psicologia generale ed. Il Mulino, Bologna 2006
Bateson G. (1966, 1971) Le categorie logiche dell’apprendimento e della comunicazione
                               trad. ital. in Verso un’ecologia della mente (1972) ed. Adelphi, Milano
                               1989 9° ediz.
Bion W. R.   (1961) Esperienze nei gruppi trad. ital.  ed. Armando, Roma 1980 4° rist.
                    (1962) Apprendere dall’esperienza trad. ital.  ed. Armando, Roma 1994 5° rist.
                    (1966) Il cambiamento catastrofico trad. ital. ed. Loescher, Torino 1981
                    (1970) Attenzione e interpretazione trad. ital.  ed. Armando, Roma 1996 4°rist.
Corrao F.     (1981c) Struttura poliadica e funzione gamma in “Orme” vol.2 ed. R. Cortina,
                                  Milano 1998
                    (1995b) Ti Koinon: per una metateoria generale del gruppo a funzione
                                  analitica in ibid.
Erba S.        (1995)  Domanda e Risposta Il Ruolo Terapeutico edit. Milano 1995
Kaes R.       (1993) Il gruppo e il soggetto del gruppo trad. ital.  ed Borla, Roma 1994
Johnson-Laird N. P. (1993) La mente e il computer trad. ital.  ed. Il Mulino, Bologna 1997

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Adolescente: chi sei?” di Stella Morgese

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Adolescente: chi sei?” di Stella Morgese


Ho un amico musicista. Raccontava: “Usciamo a notte alta da una serata. Per noi, la mia band, una notte di lavoro in un piccolo teatro della periferia urbana. Gli occhi stanchi, certo, e con gli strumenti in spalla e poca voglia di parlare, ci incamminiamo nella penombra verso un parcheggio di terra rossa, desolato, piatto come le nuvole rasate in autunno, pesanti sulle nostre teste . Schiamazzi e musica da lontano, anzi, ossessive percussioni tradotte ritmicamente da uno squarcio luminoso puntato verso il cielo, ad infastidire un antico silenzioso buio.
Occhi stanchi, ma ancora svegli per guardare.
 Uno sciame di ragazzi barcolla verso di noi, in un movimento disomogeneo ed indeciso. Spintoni e voci appannate dall’alcool che in una folata ci investe, penetrante. No, non tutti. C’è chi tiene contegno, lucido, e guida gli altri. Lo sguardo  basso per non incrociare quello della generazione assente ‘per lavoro ’, noi, che per caso  incrocia  loro quella notte dopo avergli dato vita, lì, in un parcheggio desolato.
 Occhi stanchi, ma ancora svegli per guardare.
Una ragazza, in netta minoranza nel genere, non propriamente altera come un’ape regina, sembra lì lì per perdere l’equilibrio. Ride e piange insieme in un lamento di parole biascicato sulle labbra verniciate di bordeaux. Un cuore, un piccolo cuore nero pende da un chiodo che le trafigge un lobo. Le ginocchia le si piegano ad ogni passo, quasi si avverte un tintinnio di articolazioni ossute, velate di nylon maculato. Poi dice qualcosa di più chiaro: chiede al gruppo di rallentare il passo ed in un gesto inatteso, si accoccola all’improvviso lì davanti a tutti, per ‘mingere’. Fa la pipì. Più di uno tra i ragazzi prontamente abbozza un ancestrale istinto, una spinta impressa al bacino, senza cuore, lì davanti a tutti.
Lei piange, si divincola: ha cuore, lì davanti a tutti.”

 Che effetto ci fa?


Adolescenza.


L’adolescenza è considerata un complesso ed ampio  processo evolutivo che traghetta l’individuo  dall’infanzia alla vita adulta...
Durante la sua fase iniziale, detta più precisamente pubertà , si assiste allo sviluppo dei caratteri sessuali primari e secondari ed al “growth spurt”, ovvero una improvvisa accelerazione della crescita con cui si raggiunge la statura definitiva. Pertanto, essa può essere intesa come quella parte della adolescenza in cui si verifica la maturazione fisica…
Questa fase dura  dai 10 ai 18 anni di età…
L’avvio di questo complesso processo è dovuto alla secrezione ipotalamica del fattore di rilascio delle gonadotropine(GnRH) in modalità pulsatile, determinando la secrezione degli ormoni luteinizzante(LH) e follicolo-stimolante(FSH) da parte delle cellule gonadotrope dell’adenoipofisi.
Cosa faccia scattare questo passaggio rimane nell’ambito del prodigio. Non si sa molto, e molto ancora vi sarà da comprendere in futuro.

Eppure è sotto gli occhi di tutti.
Che effetto ci fa?

Un linguaggio  anatomico e biochimico asettico che sfugge nel significante e nel significato, estraneo nel segno e nel suo misterioso oggetto.
Ci riconosciamo in questo micro-mondo di organi e molecole? Che effetto ci fa? Discorso da tecnici.

L’adolescenza propriamente detta, fa riferimento ad un concetto più ampio di adattamento psicologico e comportamentale dell’individuo che lo condurrà  al raggiungimento della completa autonomia psichica e lavorativa…
E’ il tempo in cui l’individuo  si ‘mentalizza’, ossia, comincia a ‘pensarsi’ come portatore di pulsioni che affiorano dal suo corpo. Corpo e mente si inviano  messaggi  l’un l’altro in un dialogo tanto affascinante quanto inquietante. Compito impegnativo è separarsi dall’ immagine corporea infantile, più quieta e silenziosa, per ricollocarla nei panni di un corpo sessuato e tumultuoso, sconosciuto e pericoloso, fuori governo. Il corpo, la parte più appariscente della intera trasformazione, viene investito durante l’adolescenza di esasperate valenze affettive e relazionali,  e di volta in volta si valorizza o si svalorizza, si veste o si traveste in accordo coi propri rimandi  psichici.
Tuttavia, la propria immagine non è solo quella corporea, così ampiamente rimaneggiata dall’esuberante concerto ormonale puberale, ma a quella vi si affianca una nuova immagine sociale, mediata dalla veste corporea debuttante, che ricerca autonomia dalla famiglia  confondendosi nel gruppo dei pari. Quante volte ci saremo sentiti dire: “ Come sei diventato grande!”, essendo il giudizio espressione della statura raggiunta in centimetri, e traslato per magia sul piano sociale senza alcuna ritualizzazione del passaggio  che rimane, soprattutto nel contesto contemporaneo, sfumato e malcerto.
Insomma, l’immagine corporea e sociale che ci viene ‘imposta’  dalla ineluttabile crescita ci catapulta nell’ignoto dato  scontatamente per conosciuto.  Chi non ci è passato ? Si affrontano, così , spinte ambivalenti tra il desiderio della scoperta e la paura che essa incute, la voglia di autonomia e la nostalgia dei punti fermi affettivi.
L’angoscia, probabilmente carica di ‘spine’ culturali, è affrontata con un ritiro in difesa nel gruppo di appartenenza(il branco) nel quale si cerca di entrare, o con attaccamento a nuove figure di riferimento: un professore carismatico, nella più romantica delle circostanze, un mito dello spettacolo nel quale identificarsi, un campione delle sport al quale ispirarsi, uno chef in tv da emulare,  il grande amore  da cui dipendere.
Il corpo e la mente evolvono in una dimensione francamente sessuata fino a stabilire l’identità definitiva.
Questo stretto passaggio può costare caro.
 Il processo evolutivo della propria identità sessuata  può interrompersi bruscamente e si può innescare pericolosamente il rifiuto del corpo sessualmente maturo e di ciò che esso reca con se, percepito come portatore di bisogni inaccettabili e capricciosi da cui difendersi, con conseguenze durature quanto la stessa vita. Il rifiuto si può esprimere in molti modi, spesso camuffati, irriconoscibili. Il passaggio cerca vie non decodificate e purtroppo attualmente auto-gestite, in generale con aggressioni proprio verso il corpo( il piercing, per fare un esempio), prove di coraggio(“…e guidare come un pazzo a fari spenti nella notte per vedere se poi è tanto difficile morire…”), fino agli estremi francamente temibili come il suicidio, atto estremo di potere distruttivo sul proprio corpo. Nelle forme di auto-mutilazione si possono riconoscere l’anoressia, la bulimia, la tossicodipendenza.  L’aggressività può essere etero-diretta con la violenza verso i propri genitori, verso l’altro, o verso le cose con gli atti di teppismo. Una modalità di espressione del malessere  oscura e poco comprensibile ad uno sguardo superficiale.
La ‘libido’  che prorompe si esprime a tutto tondo, coinvolgendo ogni aspetto della propria carta di identità personale.
 Non c’è nulla che riguardi la persona che non  riecheggi nell’ambito della sessualità, non c’è nulla che accada nella sessualità che non riecheggi nella psiche della persona. Le complesse implicazioni cerebrali di aspetti cardine della funzione riproduttiva e sessuale spiegano la grande variabilità delle possibili ripercussioni del vissuto adolescenziale sulla sessualità di ogni individuo, energia vitale che rimarrà centrale nella vita di tutti.

No, non è sotto gli occhi di tutti.
Ci riconosciamo in questo inconfessato mondo?  Che effetto ci fa?

L’adolescenza dà i numeri.

L’adolescente è detto tale  perchè deve imparare a vivere. Adolescens: che si sta nutrendo, ossia non totalmente nutrito. Per i Romani questo periodo si concludeva intorno ai 25 anni. Oggi può perdurare fino ai 35 anni, se pensiamo alla completa autonomia del proprio sostentamento economico.
In questo periodo della vita il numero delle sinapsi, cioè delle connessioni tra le cellule nervose del nostro cervello è molto alto, ma ancora in via di progressivo sviluppo. Ciò significa che  anche da un punto di vista anatomico non sono perfettamente conclusi i processi maturativi della corteccia pre-frontale. E’ questa la  sede  in cui arrivano continue informazioni dalle cosiddette aree associative sensoriali che ci permettono di recepire,integrare, elaborare, coordinare, filtrare  le informazioni del mondo esterno fino all’emergere di  concetti cui segue la ‘creazione’ di una azione. E’ ciò che chiamiamo intelligenza. Per semplificare: memoria, linguaggio,pianificazione, esperienza, conoscenza, analisi e sintesi sono un complesso elaborato di queste connessioni. Un sistema ancora immaturo, anche nei suoi connotati biologici. E’ molto probabile che a causa di ciò la percezione del reale nell’adolescente sia  ancora incerta e sfumi  rischiosamente verso l’ideale, nel proprio mondo intrapersonale.  Esempio di dimensione ‘trasognata’ ideale  è la musica, di cui tutti abbiamo esperienza emotiva e che durante l’adolescenza è sentitamente vissuta.

In una recente indagine italiana gli adolescenti pongono al primo posto la salute nel concetto di benessere personale, seguito dall’auto stima e dal sostegno  familiare. Non si rilevano differenze significative tra maschi e femmine  ad eccezione che per la voce “Essere apprezzati per quello che si è”:  pare essere più importante per le ragazze che per i ragazzi. Gli interlocutori preferiti per argomenti ‘sensibili’ sono la madre e gli amici. Il dialogo declina di circa un decimo all’anno dai 14 ai 18 anni ed in percentuale i maschi sono meno comunicativi delle femmine. Con la madre si parla di problematiche legate al corpo, il peso e l’alimentazione per esempio, difficoltà scolastiche e progettualità futura. Con gli amici si parla di sentimenti e sessualità. Il padre raramente è un interlocutore costante e se lo diventa, accade prevalentemente per i maschi sui temi della salute e della progettualità . I docenti  sono al terzo posto per i ragazzi come  punto di riferimento sui temi che stanno loro a cuore. Il 10% degli adolescenti ammette di avere relazioni in chat.   Oltre il 55% degli adolescenti riferisce frequentazione di siti espliciti su sessualità. Questo comportamento è correlato a maggior numero di partner, abuso di alcool e droghe, modelli irrealistici sulla sessualità. Tra i desideri delle ragazze è molto rappresentato il bisogno di parlare di sessualità con la madre e piacerebbe molto loro riuscire a parlare col partner dell’aspetto fisico.  I maschi desidererebbero molto avere come interlocutori figure sanitarie sulle loro problematiche psicologiche, ma riesce a farlo solo un quarto degli intervistati a causa di due grossi ostacoli: l’imbarazzo e il timore della mancanza di privacy. Temi scottanti come malattie sessualmente trasmesse, disturbi  del comportamento alimentare  e tossicodipendenza hanno un interlocutore unico: internet.
L’educazione sessuale ha come fonte principale la comunicazione e la trasmissione dei saperi tra pari, auto-gestita.
Il 70% delle ragazze ed il 50% dei ragazzi ammette la propria difficoltà a comprendere i propri bisogni e la direzione dei propri desideri. L’80% delle ragazze ed il 68% dei ragazzi non riesce ad esprimerli.

 E’ solo il numero delle sinapsi neuronali prefrontali  che non consente sufficiente assertività?

Il gruppo sociale degli adulti è in cerca di numeri per riempire i vuoti legati al suo silenzio, alla sua  assenza ‘per lavoro ’ . Il gruppo sociale degli adulti, ‘ i nutriti’ nella etimologia della parola, deve accompagnare l’individuo più giovane fino alla totale maturazione della corteccia prefrontale nell’interesse dei suoi adolescenti e non contro di loro, affinchè il periodo più fragile  in tema di competenze nella valutazione dei rischi e delle scelte, possa essere arginato da  sponde sicure.

Con gli  occhi aperti.

Che effetto ci fa?

Il Mito di Fetonte e l’Adolescenza.


 Elio, Sole Splendente, dalla conoscenza e dalla forza divine, cocchiere insuperabile di una pesante auriga tirata da cavalli impetuosi alitanti fiamme, ebbe un figlio dalla ninfa Climene: Fetonte. Suo prediletto, allevato da sua sorella Aurora, era ritenuto esser figlio di lei. Il fanciullo salì al nobile rango per esser stato rapito da Afrodite in persona che lo volle come custode della sua casa. Ma Fetonte nobile lo era di nascita e, stufo dello scherno dei suoi compagni che lo accusavano di pavoneggiarsi di ciò che non era, si rivolse a sua madre Climene, come racconta Ovidio, perché ella gli desse la prova  che Elio fosse davvero suo padre. Climene lo inviò da suo padre perché fosse proprio lui a dargli certezze.  Fetonte si mise in cammino verso il Palazzo del Sole e, una volta giunto, scorse suo padre Elio seduto su un trono di smeraldo, circondato dal Giorno , dal Mese , dall’Anno, dal Secolo e da un lato e dall’altro vi erano le Ore. La luce era talmente abbagliante che l’audace giovane dovette arrestarsi sulla soglia della sala del trono. Il padre con gentilezza gli chiese come mai fosse venuto a trovarlo. Fetonte: “Oh padre mio! Elio! Luce del mondo! Concedimi, o padre mio, di dimostrare a tutti in qualche modo che sono veramente tuo figlio.” Elio si tolse la corona splendente dal capo e così il giovane Fetonte potè avvicinarsi per abbracciarlo. Elio generosamente giurò che avrebbe soddisfatto il suo desiderio. Una promessa avventata, visto che Fetonte venne ben presto al dunque e chiese di poter guidare per un giorno intero l’auriga dai cavalli alati di suo padre. Una richiesta azzardata.
“Nella tua ignoranza,” disse Elio “tu chiedi una cosa che non può essere concessa neppure agli dei. Tutti gli dei possono fare quello che vogliono, eppure nessuno, salvo me, può salire sul mio carro di fuoco, neppure Zeus.” Tira e molla, Elio non potette rimangiarsi la parola data e Fetonte non si tirò indietro dal suo intento, nonostante i mille avvertimenti: “Non usare la frusta”, “Tieni ben strette le redini”, “Non spronare i cavalli”, “Volta a sinistra…. e volta a destra….e segui i solchi delle mie ruote…non troppo vicino alla Terra…non troppo vicino al Cielo…”. “Ecco, prendi le redini!” Fetonte saltò sul carro e partì. Un carico troppo leggero per quei possenti cavalli, il carro cominciò a vibrare e Fetonte spaventato da quella terribile macchina di fuoco allentò ben presto le redini, avvicinandosi troppo al cielo, fece evaporare tutte le nuvole, la terra prese fuoco e tutte le città furono ridotte in cenere. Zeus, dio degli dei, insofferente alla audacia dei giovani che cercavano di dare l’assalto al cielo, lanciò uno dei suoi fulmini uccidendo Fetonte che ricadde sulla terra come una stella cadente.
Fetonte, figlio del Sole, rappresenta lo spirito dell’adolescenza che ‘brucia’ le tappe nello stretto passaggio dall’ infanzia all’età adulta inventando propri riti di iniziazione, ignorando i tempi scanditi  dalle lancette sul quadrante della trasformazione, la saggezza nel ticchettio delle ore, dei giorni, dei  mesi, degli anni, maturata nei secoli come cultura.

Questa, in breve, l’adolescenza post-puberale, ma esiste una forma di adolescenza ‘pre-senile’, dal vello brizzolato, fino a forme perpetue. Essa ha caratteristiche speculari rispetto alla adolescenza propriamente detta, frutto dell’età conquistata che reinventa continuamente futuro. Ma questo è un altro argomento.

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INTERVISTA ALLA DR.STELLA MORGESE , GINECOLOGA ,SESSUOLOGA , ESPERTA IN ADOLESCENZA.

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Il 20 novembre di ogni anno viene celebrata la Giornata Internazionale sui diritti del fanciullo, approvata dall’ONU il 20 novembre 1989 a New York e ratificata dall’Italia con legge 176/1991.

In occasione della Giornata Internazionale dei Diritti dell'Infanzia e dell'Adolescenza 2013, STATI DELLA MENTE ospita un’intervista  alla dr.ssa Stella Morgese Medico ginecologa e sessuologa collaboratrice del Blog
e un suo nuovo articolo sull’Adolescenza.


Intervista a cura di Guglielmo Campione,
Editor di STATI DELLA MENTE .

Ci racconta le sue origini ?

Sono nata sotto un raggio policromo all'alba dei giorni del solleone nella adorata Terra di Federico, la mia terra la Puglia, a Terlizzi.
Ho sempre avuto una  volontà incessante di cercare, di ricercare, di seguire tutto ciò che attrae la mia attenzione. Sono curiosa ed inquieta, neanche i giorni più bui del disincanto sono mai riusciti a spegnere quel raggio guida che mi ha portata fuori dagli schemi, verso l'appuntamento più importante: il gusto di essere me stessa.

Come ha scelto di diventare medico e ginecologa ?

Il pericoloso desiderio di andare all'origine si incarnò molto tempo fa in un uomo dall'accento partenopeo su cui i miei occhi sgranati di bambina alzarono lo sguardo. Quell'uomo studiava le donne nella cui pelvi vi è l'origine: il mio chiodo fisso. Folgorazione lungo la strada ancora acerba  e poi sofferta, mi spinse a preparare il cammino del metodo prima col liceo scientifico frequentato a Ruvo e poi con gli studi di medicina condotti all’università di Bari.
Ottenni la laurea col massimo dei voti, ma non era affatto sufficiente. Non bastava a dare risposte, non quelle attese. La specializzazione in ostetricia e ginecologia dette risposte più vicine all’origine, ma dure già durante l'attesa per potervi accedere: un mondo di rango dal sangue blu ed il mio era solo rosso di passione. L'unica spinta forte era la mia tenacia che mi portò comunque alla pergamena con lode.  Non bastava ancora: per due anni frequentai l'università di Teramo per un master in biotecnologie della riproduzione umana nel micro mondo dei magici gameti e poi ancora due anni di nuovo all'università di Bari per il master di sessuologia presso l'istituto di psichiatria nel mondo emozionale dell'incontro tra gameti. Due lodi incorniciate da arabeschi vegetali sulla parete alle spalle della mia scrivania.
Entrare con gli ultrasuoni nel silenzio madreperlaceo dell'amnios, nella bolla del liquido cosmico: l'ho fatto in punta di piedi con ore ed ore di osservazione di pelvi gravide di cuccioli della specie umana e corsi di perfezionamento su e giù per l'Italia. Mi soffermo già da qualche anno, per due volte all’anno, sulle dolci colline toscane dove, in una delle più antiche università italiane, a Firenze, frequento corsi di perfezionamento in ginecologia dell’ infanzia e della adolescenza, proprio l’incipit della storia di una donna, ecco: l’origine ancora una volta. Una origine misconosciuta direi, trascurata, molto sottovalutata per il percorso di benessere psico-fisico olistico, così come sarebbe auspicabile che fosse per chiunque. Non è  facile andare a cercare l’essenza che abita ogni singola persona. Ancora un po’ più difficile è trovare la ‘femmina’ custodita o sepolta in ogni singola donna. Quella femminilità è stata una bambina e poi una adolescente ed il suo percorso non è in pezzi né anatomici né cronologici ma un dialogo continuo al ritmo di un tamburello genetico che scandisce i tempi  nella danza della vita, eterna in se stessa, così come io la vedo nel mondo sensibile. Quel dialogo intestino di alchimie ormonali da sempre m’incanta e mi seduce, così via via son salita dalla pelvi  su su fino al cervello, approdando a letture di neuroscienze e psicanalisi,  prima in autonomia e poi in  studi strutturati di  un percorso formale che mi auguro di poter condurre fino al termine. Studiare mi piace tantissimo ed è l'attività più libera che vi possa essere, non ha frontiere. 
Quel pericoloso desiderio di andare verso l’origine mi ha guidata lungo una via tortuosa, a tratti impervia e faticosa, persino incomprensibile, e che mi si è chiarita strada facendo.

 Quali sono secondo Lei gli aspetti topici della sua professione ?

 Ci sono almeno due aspetti che credo possano tratteggiare il temperamento di molti medici: la tenacia, e ne serve parecchia per molti versi, ed un sentimento salvifico nella lotta al dolore, fisico o psichico che sia. Mi riconosco.
 Il dolore è ciò che mi spaventa di più e non la morte.
 La morte la considero un evento al pari della nascita. Entrambe ricche di mistero e trascendenza. Ho visto il dolore, vero, lavorando in pronto soccorso per tre anni circa. Una esperienza che non dimenticherò mai. C’è una notte di guardia incancellabile che appartiene a quel periodo e che porto con me come bagaglio umano. Il dolore da parto è il dolore che può rendere una donna fiera di averlo provato, la rende madre. E’ il dolore a lieto fine della gravidanza che in se non è una malattia.  Questa è la parte del mio lavoro che nutre.
C’è una parte del mio lavoro che stride e duole: tempi e modi coniugati al maschile molto lontani dai miei verbi coniugati tutti al femminile, e non smetterò mai di coniugarli perchè sono gli unici tempi e modi che mi permettono di essere me stessa: una persona, una donna, una madre, un medico col camice rosa al di là  di visti e notifiche e numeri di protocollo e permessi ed autorizzazioni per esserlo.


 Come nasce il suo interesse per l’Adolescenza ?

Credo che l’incipit, l’origine di una storia può fare di un libro, la nostra esistenza, un capolavoro. E’ per questo che oggi vorrei poter dare un piccolo contributo in ambito preventivo proprio alla adolescenza, ai ragazzi, incipit della storia riproduttiva e sessuale che tanto peso ha nella narrazione dell’intero libro, la vita intera della persona nel suo insieme. Intervenire prima, all’origine, significa far in modo che quella persona non diventi ‘paziente’, sostantivo già intriso del concetto di malattia.
Vorrei essere loro accanto con qualche piccola competenza in più rispetto ad una madre quale io stessa sono e  grazie ad una professione meravigliosa che ha aiutato me stessa a conoscermi ed a riconoscermi, a pormi domande provando a dare risposte, tirando fuori sensibilità proprio nella dimensione a me più congeniale. Una gran bella esperienza in questa direzione l’ho condotta tre anni fa con servizio di volontariato per un progetto partito dall’università di Padova e poi esteso su tutto il territorio nazionale da una ONLUS internazionale. Ho incontrato circa quattromila ragazzi ed è stato uno scambio culturale esaltante. 

Non mi sento rappresentata da un curriculum convenzionale. Uscire dagli schemi lavorativi classici del mio lavoro ha significato riconciliarmi con me stessa, col ritmo biologico della mia appartenenza di genere. Ciò è stato conquista nel mio curriculum personale. Sto inseguendo risposte più che la carriera, mi appassiono alle molecole più che al prestigio ed ai riconoscimenti, che hanno un grande valore, senza dubbio, e la mia generazione di medici ne ha avuti pochissimi. Essi richiedono  grossi sacrifici sul piano della vita privata, e nella organizzazione sociale attuale le donne son costrette a scegliere, perchè il prezzo da pagare non venga spalmato sui propri cari. Un velo di rammarico su ciò che gli americani definiscono work-life-balance vissuto sulla pelle. Ma si diluisce immediatamente nelle acque colorate di tempere e pastelli con cui mi diverto a scarabocchiare il bianco.

Cosa le piace ?

Mi piace l’immagine nel click che colpisce le mie retine. Mi piace fotografare il tanto piccolo: insetti, granelli di sabbia o minuscole conchiglie, il muschio sulla pietra, la rugiada sulle spine; oppure il tanto grande: le cattedrali, i fulmini, il cielo e le albe, e vorrei poter raggiungere l’alba boreale. Mi piacciono i chiaro-scuri, gli scatti in movimento dei tessuti leggeri in una gonna.
 Mi piace tutto ciò che l’uomo sa produrre nell’arte. Mi piacciono le forme sinuose e morbide come il senso della femminilità, mi piace il ritmo come il battito del cuore, il tamburello, la frenesia della frequenza cardiaca fetale, esito acustico del prodotto del concepimento in un giro di Pizzica. Mi piacciono i boschi, l’alba sul mare, la luce delle stelle.
Adoro. Adoro i profumi fioriti intensi, le note penetranti di bulbose e rose, delle spezie che mi piacerebbe riportare a casa di ritorno da lunghi viaggi intercontinentali ancora chiusi nel cassetto. Coltivo bulbi da me stessa dai fiori coloratissimi, ma i fiori bianchi sono i miei preferiti.
Odio. Odio, si, odio le menzogne e di converso amo, si, amo la verità, una.
Amo il mondo degli animali. Considero il mio cane parte della famiglia.
Invidio le persone calme e tranquille. La scrittura mi rende come loro. Scrivo, per me stessa.
Evito gli indifferenti.
Poco diplomatica per alcuni, non ipocrita per altri, vera per pochi.

Rimango incantata a guardare le candele accese, la translucenza delle cera calda , la fiamma che si allunga ed ascende. E’ interiore.

Ha una sua citazione preferita ?

Si. La mia citazione preferita: "Essere se stessi significa essere esiliati da molti altri,compiacere le altrui richieste ci esilia da noi stessi. La scelta è tutta qui e non permette compromessi".
Il pericoloso gusto di essere me stessa, di andare verso l’origine, la mia.