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La mente può trovarsi in stati diversi , il sonno ,il sogno, la trance,l'ipnosi,l'attenzione fluttuante,
l'estasi,la preghiera,la meditazione,la creatività artistica e scientifica,
l'esplorazione dello spazio e degli abissi marini,l'agonismo sportivo.

Stati della mente pubblica lavori originali o già pubblicati con il consenso degli autori, interviste e recensioni di libri e promuove eventi culturali e scientifici.

MARCO MARGNELLI (1939 – 2005 ), IL PIU GRANDE NEUROFISIOLOGO ITALIANO DELL’ESTASI E DEGLI STATI DI COSCIENZA.

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STATI DELLA MENTE in occasione dell’ottavo anniversario della scomparsa di Marco Margnelli ripropone tre interviste curate da Mario Lorenzetti e pubblicate sui numeri 3 (dicembre 1996), 4 (aprile 1999) e 7 (giugno 2000) del Bollettino d'informazione Società Italiana Stati di Coscienza.


L.: Quando è nato il tuo interesse per gli stati di coscienza?

M: Per quanto curioso possa sembrare, ho un ricordo molto preciso sulla nascita di questo interesse. Un giorno stavo facendo delle fotocopie di alcuni testi sull’estasi, scritti da teologi e, mentre li leggevo qua e là, mi colpì il fatto che non veniva mai fatto cenno all’aspetto scientifico del fenomeno. Tutt’alpiù veniva affrontato il problema delle allucinazioni o della possibilità che gli estatici fossero degli schizofrenici, una trattazione abituale in questi scritti che mi ha spesso irritato, sia perché non è possibile restare fermi su un concetto per due secoli, quando il sapere scientifico è contemporaneamente evoluto in modo vertiginoso, sia perché tutti i teologi hanno sotto gli occhi un grande numero di biografie esemplari di mistici-estatici che si sono dimostrati tutto tranne che schizofrenici.
Ma quel giorno, mentre facevo le fotocopie, decisi che ne avevo abbastanza, che l’estasi era uno stato di coscienza e che sarebbe valsa la pena di dimostrarlo sperimentalmente. Allora avevo circa 35 anni e lavoravo come ricercatore in un istituto (Istituto di Fisiologia dei Centri Nervosi) del Consiglio Nazionale delle Ricerche e perciò avevo dimestichezza con il modo di pensare degli scienziati e con i metodi della ricerca scientifica. Mi scandalizzava che i teologi disquisissero di allucinazioni e di schizofrenia orecchiando le interpretazioni degli psichiatri e rimaneggiando luoghi comuni scientifici di autori che di mistica non ne sapevano nulla. Mi irritava il fatto che i teologi non utilizzassero i fatti concreti, e cioè la testistica psicodiagnostica (non si può, oggi, sostenere un sospetto di malattia mentale se non si sono fatti gli opportuni test) oppure il criterio epicritico sulle vite dei presunti allucinati/schizofrenici, e cioè il fatto che molti estatici erano/sono stati grandi imprenditori, acuti scrittori o politici formidabili, ciò che molto raramente accade agli ospiti dei manicomi.
Ma soprattutto mi irritava l’atteggiamento degli esperti dai quali i teologi orecchiavano le loro trattazioni, degli psichiatri o degli psicoanalisti che pontificavano paragoni e confronti tra deliri patologici ed esperienze estatiche, tra menti sane e menti malate senza mai avere visto un estatico da vicino o aver studiato una vera estasi. Di queste idiozie sono strapieni tutti i trattati di psichiatria e ho cercato invano, per anni, qualcuno che non si accodasse passivamente a questi luoghi comuni e avesse deciso di affrontare l’argomento in modo scientifico e non ideologico.
Insomma, il mio interesse per gli stati di coscienza è nato dalla rabbia, da una fotocopiatrice e dal fatto che ero un fisiologo e non uno psichiatra.

L : Galeotta fu la fotocopiatrice....ma se stavi fotocopiando materiali sull’estasi vuoi dire che te ne stavi già occupando.

M.: Hai ragione. Qualche anno prima, ero stato in India. C’ero andato per il Congresso Mondiale di Scienze Fisiologiche e cioè per motivi professionali, ma in realtà volevo anche incontrare qualche yogi di grande livello che mi mostrasse i prodigi fisiologici che, si diceva, sono capaci di realizzare queste persone: controllo dei battiti cardiaci, aspirazione attraverso l’ano di un catino d’acqua, aumento rapido e spettacolare della temperatura del corpo, capacità di ridurre il metabolismo come gli animali in ibernazione, controllo del dolore, e così via.
Dopo il Congresso, girai per un po’ a caso finché mi imbattei nel personaggio che cercavo. Era un giovane sui trent’anni, allegro e gentile, che mi fece vedere parte dei prodigi e che mi spiegò che non si trattava di miracoli ma solo del frutto di una ferrea disciplina di autocontrollo, il risultato di esercizi che vanno praticati con costanza per anni. Mi disse che con lo yoga si può arrivare a controllare tutto, corpo e mente ma che i veri prodigi si hanno quando si acquista il controllo del cervello. Era curioso di sapere perché fossi andato in India e quando gli confessai il mio vero scopo mi canzonò con grande divertimento, incapace di credere che avessi speso tanti soldi per cercare cose che avrei benissimo potuto cercare (e trovare) nel mio Paese. Gli spiegai che in Italia i monaci non usano praticare esercizi di autocontrollo, che la religione cristiana insegna a ignorare il corpo e prescrive obiettivi spirituali molto diversi da quelli dell’induismo. Mi rispose che non avevo cercato bene, che la disciplina e l’autocontrollo sono solo dei mezzi per arrivare ad altro e che l’argomento più importante da studiare era l’estasi, la vera chiave dei cambiamenti, la porta sul mistero e sull’altrove assoluto. Fu molto convincente, tanto che, tornato in Italia, cominciai a studiare l’estasi.
Cominciai a leggere storie di santi, biografie di estatici, trattati di teologia mistica, testimonianze, processi di canonizzazione e, ahimè, anche i manuali di psichiatria, i saggi degli psicologi della religione e i pochi lavori di ricerca pubblicati negli ultimi cent’anni. L’estasi emergeva potente, concreta, importante, ma tutti ne raccontavano solo dei pezzetti, frammenti sparsi che assomigliavano ad altro e non spiegavano nulla. L’estasi non aveva un’identità ben definita e proprio per questo tutti si sentivano autorizzati a paragonarla alle cose più assurde. Ai deliri schizofrenici, all’aura epilettica, all’orgasmo, alle crisi isteriche, alla trance ipnotica, al sogno, all’effetto di droghe, e così via - In realtà, tutti utilizzavano il paradigma psichiatrico e il modello di riferimento era la patologia. In estasi, palesemente, succedono cose diverse da quelle che caratterizzano lo stato di veglia e perciò non può essere altro che devianza, anomalia se non vera e propria malattia.

L.: Lavoravi per il CNR: vuoi dire che nel tuo Istituto si studiava l’estasi?

M.: Assolutamente No. Il mio era un hobby. Di giorno ero un fisiologo ortodosso, mi occupavo di vie di senso, della sostanza reticolare del tronco dell’encefalo, di talamo, di elettroencefalografia. Di notte studiavo la fisiologia del misticismo. All’inizio della carriera mi ero anche occupato di fisiologia del sonno, cioè di stati di coscienza e ho imparato cose che mi servono (moltissimo) ancora adesso. Anzi, la fisiologia del sonno era forse all’origine della mia convinzione che l’estasi non fosse patologia, ma solo un modo differente di funzionamento del cervello. Il sonno, infatti, è proprio questo, uno stato nel quale alcune parti del sistema nervoso centrale, diverse da quelle che strutturano lo stato di veglia, assumono il comando e le altre si subordinano ad esse, secondo una gerarchia e un’armonia del tutto peculiari.

L.: Ma i tuoi colleghi cosa ne pensavano?

M.: Mi guardavano strano. Per loro ero uno scienziato bambino. Un credulone che si faceva ancora affascinare dalle favole. Era un giudizio che mi pesava molto. Ancora adesso, quando vedo in televisione Carlo Rubbia o la Levi Montalcini mi chiedo se loro sono stati mai bambini.
Non so come abbia fatto Rubbia a dirigere il CERN di Ginevra, una struttura scientifica mostruosa e contemporaneamente sognare particelle subatomiche.
Della Levi Montalcini mi piace la fede in un’idea che ebbe fino dai primi passi. Appena laureata, lavorava a Torino con un embriologo di valore, un altro Levi. Con l’entrata in vigore delle leggi razziali furono cacciati dalla Università e la Montalcini continuò a lavorare a casa sua. Coltivava embrioni di pollo sul comò della camera da letto, studiando l’organogenesi del sistema nervoso centrale, alla caccia dei fattori di crescita che riuscì a isolare anni dopo. Incarna il mio ideale di scienziato romantico, per il quale conta più l’idea che l’opinione degli altri o la cattiveria umana. Però quando pensi controcorrente devi avere uno stomaco di ferro e un fegato d’acciaio.

L.: Torniamo alle fotocopie. Poco fa, hai detto che alcuni confondevano l’estasi con uno stato simile a quelli che si hanno con le droghe. Vuoi dirmi quanto gli stati di coscienza “chimici” hanno influenzato il tuo concetto di estasi?

M. : All’inizio, ovviamente, mi sembrava un accostamento ridicolo. Se c’è una categoria di persone che non usa neppure il caffè, è la categoria dei mistici cattolici. Ma poi, con la scoperta delle endorfine, ho dovuto arrendermi all’ipotesi che gli stati modificati di coscienza possano derivare anche da sostanze autoprodotte nel cervello. Oggi si sa che tutte le sostanze psicoattive debbono i loro effetti alla somiglianza chimica che hanno con mediatori sinaptici del tutto fisiologici.
È una certezza raggiunta proprio studiando i meccanismi d’azione delle droghe, ma non si è potuto andare più in là perché il governo degli Stati Uniti ha vietato su scala mondiale questo tipo di studi già da un paio di decenni. Del resto io non ho una cultura neurochimica sufficiente per valutare a fondo l’argomento, anche se un’idea ce l’avrei.
Anni fa ho pensato di iniettare del naloxone durante un’estasi. Non l’ho ancora potuto fare, ma certamente se me ne si presentasse l’occasione lo farei. In alternativa avevo pensato di iniettarlo durante una trance ipnotica nella quale fosse stata indotta un’analgesia suggestiva: qualcuno mi ha preceduto e pare che questo antagonista degli oppiacei (e quindi anche degli oppiacei endogeni) interrompa sia l’analgesia che lo stato di trance, dimostrando che sia nell’una che nell’altra il ruolo delle endorfine potrebbe essere cruciale. In ogni caso, nei rapporti tra estasi mistica e droghe endogene, ho buone ragioni scientifiche per pretendere prove sperimentali concrete, altrimenti si finisce per ricadere nelle somiglianze, nei paragoni e nei modelli parapatologici.
Se non altro, finora nessuno ha avanzato l’ipotesi che le allucinazioni oniriche siano dovute a sostanze chimiche particolari e l’opinione corrente è che siano dovute al particolare modo nel quale sono sollecitate le vie visive durante lo stato REM.
I mediatori chimici restano gli stessi ma cambia il regista.

L.: Poco fa hai spesso alluso a paradigmi, a modelli, a schemi interpretativi. Puoi essere più preciso?

M. : Il paradigma è l’idea fondamentale attorno cui ruota tutto il pensiero riguardo a un certo argomento.
Nel caso degli stati modificati di coscienza, il paradigma potrebbe essere il “Cogito ergo sum” di Cartesio: tutti gli stati nei quali si “cogita” in modo diverso dal “normale” sono “anormali”. Posto che nel caso della coscienza non è ancora stata descritta e definita la normalità, questo paradigma si presta a radicalizzazioni esagerate, nel senso che per alcuni basta molto poco per emettere giudizio di devianza, per altri occorrono sintomi più complessi.
Così, per alcuni, la trance è patologia, per altri para-fisiologia. Per gli uni gli sciamani sono isterici o nevrotici socialmente accettati, per gli altri sono professionisti di un modo parallelo di pensare, e così via.
Oggi si è presa coscienza del fatto che manca una descrizione parametrica della coscienza “normale” e che occorrerebbe farlo in fretta. Anche il “modello” è l’idea di fondo con la quale si interpreta una determinata fenomenologia, però in una scala dimensionale minore rispetto al paradigma.
Conoscendo i vari ingredienti di una miscela si fa una ipotesi dei loro reciproci rapporti nel dar vita al fenomeno che si vuole spiegare. Nel caso degli stati modificati di coscienza, per esempio, è un “modello” l’ipotesi sistemica di Charles Tart. Per questo autore, infatti, i vari stati di coscienza risultano dai rapporti funzionali che in ciascuno di essi si stabiliscono tra un certo numero di ingredienti fondamentali: l’esterocezione, l’enterocezione, la memoria, l’inconscio, il senso di identità, il senso di spazio/tempo, la capacità di valutazione/decisione, l’output motorio, viscerale e ghiandolare.
Così, per esempio, l’attività esterocettiva e cioè il collegamento della vista, dell’udito, del tatto e degli altri sensi con l’ambiente può essere più o meno intensa da uno stato di coscienza all’altro. È intensa nella veglia, è quasi nulla nella trance. Gli stati vengono raggiunti con vari metodi, naturali e artificiali, volontari o involontari e rivelano una potenzialità di cambiamento prevedibile e parametrizzabile. Tart addirittura ha proposto delle rappresentazioni grafiche, su assi cartesiani (ancora Cartesio!), dei vari stati di coscienza.
Un altro modello è quello di Roland Fischer, la “cartografia degli stati interni” più nota e, oggi, in buona parte superata. Io mi sono servito abbondantemente di questo modello e se lo ritengo superato è solo perché mi ha permesso di immergermi nell’argomento e di raggiungere un’autonomia di pensiero che non avrei saputo sviluppare senza partire dalle ipotesi non dimostrate che conteneva.

L. : In quale misura la tua esperienza personale (se ne hai fatta) degli ASC[1] ti ha aiutato scientificamente?

M. : Come tanti, ho fatto varie esperienze chimiche. In India, in Messico, in Marocco. Ho una discreta dimestichezza con l’alcol e poiché durante molte di queste esperienze ho fatto musica (ero un suonatore di tromba) mi aveva molto incuriosito il rapporto tra creatività e stati modificati chimici. In questo la “mappa di Fischer” è rigorosamente esatta. A un certo punto la velocità dell’ideazione è talmente alta che l’unica possibilità espressiva è quella musicale. Ogni altro metodo espressivo (per esempio la scrittura) è troppo lento rispetto ai cambiamenti di pensiero, non sono mai stato in estasi, anche se l’ho studiata molto da vicino e con grande passione.
Ho fatto una lunga esperienza con lo stato ipnagogico e cioè a rimanere per lungo tempo nello stato di coscienza dell’addor-mentamento. Questa è un’esperienza entusiasmante, molto piacevole e discretamente misteriosa. È uno stato allucinatorio naturale nel quale, si dice, coesistono la coscienza della veglia e quella del sogno e perciò è facile “vedere” “udire” e “sentire” senza che, in realtà, accada nulla.
Quando ho cominciato a studiare l’ipnosi, mi sono fatto ipnotizzare e ho sperimentato la trance. Questa è stata un’esperienza molto importante: la condizione della trance merita assolutamente la massima attenzione scientifica. La trance è la “mamma” di molti ASC naturali e dovrebbe essere obbligatorio che chiunque parli di trance o di ASC si sia fatto ipnotizzare. Assai spesso sento degli “esperti” dissertare di ipnosi senza sapere, letteralmente, di cosa stanno parlando.



L. : Torniamo ai “modelli” degli stati di coscienza di cui parlavi l’altra volta.

M. : La parola modello è, ovviamente, di derivazione anglosassone e perciò la sua traduzione letterale dall’inglese non può contenere tutte le sfumature che ha nella lingua originale. In campo scientifico un modello è come un puzzle risolto: È la figura finale che emerge dall’accostamento l’una all’altra delle singole tessere e cioè un costrutto teorico che dà un senso a dei frammenti che di per sé vogliono dire poco o nulla.
Il metodo scientifico, dovendo dare la spiegazione di un fenomeno, dapprima lo frammenta e lo studia in piccoli pozzetti, in sottofenomeni, poi, quando crede di aver capito come funzionano i sottofenomeni, lo ricostruisce secondo uno schema che spieghi i rapporti dinamico/gerarchici che legano tra loro i singoli frammenti nel realizzare il fenomeno di partenza.
Io credo di essermi imbattuto per la prima volta con un modello scientifico al liceo, quando dovetti studiare “il modello dell’atomo” e mi fu presentato il “modello solare”, quello che descrive un atomo come un mini-sistema solare. Per arrivare a questa ricostruzione, i fisici hanno dovuto studiare i nuclei, gli elettroni. i positroni, i neutroni, e così via, nonché le forze che li tenevano uniti, in equilibrio tra loro. Alla fine uno di loro (non ricordo chi) ricostruì il tutto secondo il “modello solare”.
Nel caso degli stati di coscienza un modello del genere è quello di Charles Tart, che viene detto “modello sistemico”. Come ti dicevo l’altra volta, per Tart la coscienza può essere pensata come il “fenomeno” finale dell’interazione ordinata e razionale (secondo una razionalità tutta da capire, naturalmente) di una serie di “sottofenomeni” dotati di un buon grado di identità e di autonomia funzionali (per esempio, la memoria non è la percezione visiva e può funzionare anche senza l’ausilio della vista). Usando le parole di Tart “uno stato di coscienza è un sistema funzionale di sottosistemi”.
I “sottosistemi” sono ingredienti fissi del “sistema” e cioè sono sempre gli stessi in ogni stato di coscienza, ma in ognuno dei vari stati mutano i rapporti dinamici che li legano tra loro e muta l’importanza che un singolo sottosistema ha rispetto agli altri.
Sempre come ti dicevo l’altra volta, per Tart, i sottosistemi più importanti sono una decina: l’esterocezione (e cioè la sensorialità proveniente dall’esterno, come vista, udito, olfatto eccetera), l’enterocezione (e cioè la sensorialità proveniente dall’interno, dai visceri, dai muscoli, dai tendini, dalle ossa e così via), la memoria (e cioè l’archivio delle informazioni sia elementari, tipo, che so, il concetto di liscio o ruvido incontrato per la prima volta nella vita, che delle informazioni complesse e cioè già interpretate in senso esperienziale, tipo, che so, il significato di una tigre), l’inconscio (Tart dice: “proprio quello freudiano”, alludendo all’azione all’interno del “sistema” di elementi non direttamente percepiti, e perciò “inconsci”, che hanno a che fare con l’emozionalità, la motivazione, gli istinti e così via).
Il senso di identità (un sottosistema estremamente importante perché è quello che da un senso a tutta l’esperienza biografica, ma che è anche una funzione neuropsicologica che permette, per esempio, di dividere il mondo in due parti: esterna e interna; un sottosistema che rivela un punto d’incrocio sottilissimo tra strutture neurofisiologiche e loro simbolizzazione semantica. Insomma un sottosistema che meriterebbe una trattazione a parte), il senso di spazio/tempo, la capacità di valutazione/decisione (due sottosistemi che non richiedono spiegazioni particolari), l’output motorio/visce-rale (il sottosistema che rivela la Futilità biologica di uno stato di coscienza). Questi ingredienti, nei vari stati di coscienza, hanno un peso variabile e, di conseguenza un’influenza variabile sul risultato finale, sulla configurazione dell’intero sistema.
Come ho accennato la volta scorsa, Tart dice che misurando quantitativamente il grado di attivazione di ogni sottosistema, ogni stato di coscienza potrebbe essere rappresentato su assi cartesiani. Per esempio, nel sogno, l’attività esterocettiva è praticamente nulla e perciò le si darebbe, sull’asse delle x, un valore prossimo allo zero, mentre in stato di veglia può raggiungere il 100 per cento di attività.
Negli stessi due stati di coscienza, l’attività allucinatoria è al 100 per cento nel sogno, prossima allo zero in veglia. E così via si potrebbero costruire delle “mappe”, delle rappresentazioni grafiche di ogni stato di coscienza e delle sue varianti. È naturalmente una proposta molto affascinante, che fa intravedere una specie di “trigonometria” della coscienza, che tuttavia, per quanto ne so io, non ha promosso un grande entusiasmo e un nuovo filone di ricerche.
L’unico ricercatore che in qualche modo ha cercato di dare corpo alla proposta teorica di Tart è Ronald Pekala, che ha scritto diversi articoli e un libro sul modo di “misurare” la coscienza. È comunque un Autore che conosco poco e che non ha, per ora, prodotto un proprio “modello”.

L. : E tu, te ne sei servito nelle tue ricerche? 

M. : Non molto. Per varie ragioni, ma soprattutto perché io sono un neurofisiologo e uno psicofisiologo e Tart è invece uno psicologo, il che significa che lavoriamo a due livelli differenti, usando linguaggi e metodi sperimentali altrettanto differenti. Per sviluppare il modello di Tart bisognerebbe fare esperimenti di neuropsicologia e io non ne sono capace.
Un’altra possibilità metodologica sarebbe quella dei questionari, una tecnica di studio a me altrettanto sconosciuta. Per esempio, per “misurare” la memoria nel sogno, non vedo altra possibilità che l’uso di questionari. In pratica, io mi occupo dell’hardware e Tart del software.



L. : Quindi sei stato maggiormente guidato dal modello di Fischer?

M. : Esatto. Roland Fischer posso proprio considerarlo un mio “maestro”.
L’articolo fondamentale di Fischer mi fu segnalato da un amico americano nel 1972 o 73 che conosceva i miei interessi. Fu una folgorazione.
È un modello che collega tra loro informazioni neurofisiologiche, farmacologiche, patologiche e neuropsicologiche e perciò più completo di quello di Tart.
Fischer paragona il cervello a un computer: i sensi (o meglio i recettori sensoriali e cioè gli occhi, le orecchie, i corpuscoli di Pacini, le papille gustative e così via) sono come la tastiera che serve per immettere le informazioni nel sistema; la corteccia cerebrale è il microprocessore che elabora i dati; il corpo o le azioni che compie ad elaborazione avvenuta, sono i display periferici (il video, la stampante o qualunque ordigno comandato dal computer).
In stato di veglia rilassata, il processore lavora a bassa velocità: c’è un ottimo equilibrio tra il volume di informazioni sensoriali che vengono immesse nel sistema e la possibilità che ha il processore di elaborarle.
Ogni modificazione di questo equilibrio causa una modificazione dello stato di coscienza. Ovvero per cambiare lo stato di coscienza si può aumentare volontariamente il volume delle informazioni sensoriali (come, per esempio, mettendosi a ballare guidati da una musica violenta) oppure la velocità di elaborazione del processore (come avviene quando aumenta, per esempio, la pressione emozionale a riguardo di un determinato problema).
Analogamente, si possono indurre cambiamenti dello stato di coscienza riducendo il volume delle informazioni immesse nel sistema o abbassando progressivamente la velocità del processore (come si fa utilizzando le tecniche di meditazione orientale). Ne deriva che le modificazioni dello stato di coscienza possono essere autoindotte volontariamente, così come possono verificarsi senza che noi l’abbiamo deciso.
Le modificazioni dello stato di coscienza che possono derivare dall’aumento dell’input sensoriale e/o della velocità di elaborazione delle informazioni o dalle condizioni specularmente opposte, sono direttamente proporzionali all’intensità di questi elementi e alla durata alla quale il cervello vi è esposto (come dire che una danza al ritmo di potenti tamburi induce una trance solo dopo un ragionevole lasso di tempo e che la trance diventa sempre più profonda quanto più dura la danza).
Ne deriva una sequenza progressiva di “momenti” che possono essere individuati come stati di coscienza più o meno autonomi, che sono legati tra loro in modo che non si può entrare nello stato successivo se non si è transitati nello stato precedente. È la cosiddetta regola del "continuum" degli stati di coscienza, una regola preziosa perché permette di disegnare una "mappa dello spazio interno" e perciò permette ad un ricercatore di sapere cosa deve aspettarsi in un dato momento e ad un entronauta dove si trova mentre naviga
In realtà le mappe sono due: quella del continuum eccitatorio (che Fischer chiama di "attivazione ergotrofica" o, anche, continuum "percezione/allucinazione") e quella del continuum sedativo/inibi-torio (chiamata del "continuum di attivazione trofotrofica" o, anche, continuum "percezione/meditazione").
Muovendo dallo stato di veglia rilassata, nel quale, come si diceva, l'input sensoriale è in equilibrio con la velocità del processore, si può entrare in uno stato che viene detto "della routine giornaliera" e che, palesemente, corrisponde allo stato in cui ci si trova al mattino quando si inizia a lavorare.
Aumentando l'input sensoriale e/o la velocità di elaborazione dei dati, si entra in uno stato di "sensibilità", che potrebbe essere descritto come uno stato nel quale si presta molta attenzione alle informazioni ma si ha poco tempo per elaborarle/interpretarle.
Se l'attivazione procede, si transita in uno stato di "creatività" e cioè in una condizione nella quale la quantità di informazioni e la velocità di elaborazione sono tali da impedire un corretto confronto con "il modello interiore della realtà" e quindi le interpretazioni sono "creative", ovvero sempre più immaginarie che reali.
La pressione sensoriale, infatti, comincia a diventare fastidiosa e ad indurre una chiusura difensiva e cioè ad una interiorizzazione della coscienza, nel tentativo di rallentare l'attività di elaborazione.
Se ciò non è possibile e la pressione continua a salire, si entra in uno stato di "ansia" e poi in uno stato che Fischer ha infelicemente definito "di schizofrenia acuta", nel quale il "computer/cervello" entra in confusione e non riesce a ricevere e analizzare correttamente l'input sensoriale. Allora si entra in "catatonia" e il processore si blocca. A questo punto l'operazione di difesa, e cioè la chiusura.

L. : Se non sbaglio tu hai raccontato questa vicenda culturale in un articolo su Altrove.

                                                                       

M. : Esatto. Anche io, per vari anni, non ho capito questo punto della mappa di Fischer, anche se vi ho dato poca importanza perché l'attendibilità fisiologica e psicofisiologica della cartografia di Fischer che ho personalmente sottoposto a verifica sperimentale, è impeccabile.
Neanche quando ho scritto l'articolo per Altrove ho capito che se invece di scrivere "stato iperfrenico" si fosse scritto "stato di dissociazione janettiana" la mappa avrebbe riacquistato tutta la forza che aveva nel 1971, prima che le critiche la indebolissero.

L. : Hai detto che la mappa di Fischer è più completa perché riunisce e collega tra loro dati che provengono dalla neurofisiologia, dalla psicofisiologia, dalla farmacologia e dalla psichiatria. Puoi spiegarlo meglio?

M. : Prima di tutto i sistemi "ergotrofico" e "trofotrofico" corrispondono alle strutture nervose centrali dalle quali originano i sistemi simpatico e parasimpatico. Queste strutture, oltre che essere l'origine delle vie effettrici verso la periferia, funzionano anche come centraline di comando che regolano nel corpo l'attività degli organi innervati e regolati dal sistema simpatico.



Ne deriva che se si parla di "attivazione ergotrofica" in periferia si devono vedere i segni di un'attivazione ortosimpatica (tipo tachicardia, aumento del tono muscolare, aumento della frequenza respiratoria, e così via). Quindi la descrizione neurovegetativa del continuum di attivazione è precisa e può essere verificata sperimentalmente così come si deve poter fare per il continuum di rilassamento/disattivazione.
Tale verifica io l'ho fatta, per esempio, sull'estasi mistica. Fischer l'ha fatta per gli stati precedenti (non so fino a quale è arrivato) e, anzi, si potrebbe dire che ha costruito la mappa proprio in questo modo. Altri ricercatori, studiando la psicofisiologia degli stati di meditazione e il samadhi, hanno verificato l'esattezza del continuum meditazione/disattivazione.
È anche vero che le modificazioni sono proporzionali al grado di attivazione, come se fossero dose-dipendenti. Così, per esempio, l'attività elettroencefalografica diventa sempre più desincronizzata e variabile tanto più ci si inoltra nel continuum eccitatorio (questi dati provengono da ricerche cliniche di altri autori, e poiché sono coerenti col modello, da una parte sono stati utili a Fischer per costruirlo, dall'altra conferiscono razionalità a una serie di dati frammentari che, presi singolarmente, avevano un significato parziale).
Infine Fischer ha costruito direttamente, con esperimenti suoi, il continuum eccitatorio, usando la psilocibina e studiandone i suoi effetti sulla soglia per il gusto e la grafia.
La psilocibina, dunque, era la sostanza eccitatoria mediante la quale indurre chimicamente un aumento della velocità del processore e la valutazione della soglia per il gusto era l'indicatore psicofisiologico per dimostrare la progressiva modificazione della capacità di elaborare i dati sensoriali.
Fischer faceva bere ai soggetti sperimentali delle soluzioni in concentrazione crescente di zucchero e quindi dolci, oppure una serie crescente di soluzioni di chinino e quindi amare. In ogni stadio del viaggio sul continuum valutava a quale concentrazione i soggetti cominciavano ad avvertire il sapore dolce o amaro, dimostrando che mano a mano che aumenta l'attivazione occorre una soluzione più concentrata perché i soggetti ne possano identificare il sapore.
Lo studio della grafia dimostrava un cambiamento del rapporto tra sensazioni e risposta motoria, nel senso che la grafia tende a rimpicciolirsi sempre in modo direttamente proporzionale al grado di attivazione. Non credo che sia il caso di addentrarsi minuziosamente nei dettagli del modello, anche perché ho ricordi imprecisi sui test sperimentali che Fischer ha usato.
Quel che conta è che era un modello ampio, accurato, verificabile e ricco di basi neurofisiologiche e psicofisiologiche che mi ha guidato per anni.

L. : E adesso?

M. : Adesso l'ho consumato. Per dire la verità, dopo averlo scritto e riscritto a livello divulgativo in una lunga serie di articoli, attualmente il doverlo esporre un'ulteriore volta mi dà un po' di disgusto. L'ho superato perché ne ho scoperto i punti deboli e le carenze e perciò penso che oggi andrebbe corretto in più punti e completato in altri. Comunque, grazie ad esso, io mi sono avviato in un percorso di ricerca originale nel quale non ho più bisogno di mappe.
In pratica, ho scoperto che l'indicatore psicofisiologico più importate per studiare gli stati modificati di coscienza è la risposta di orientamento, un indicatore che Fischer non ha nemmeno preso in considerazione e perciò ho smesso di studiare Fischer e mi sono dedicato alla risposta di orientamento.
L. : Hai voglia di spiegare di cosa si tratta?
M. : Non oggi, perché il discorso è molto ampio e specialistico. Lo farò volentieri in un'altra occasione. Per oggi ti basti sapere che in estasi la risposta di orientamento scompare, confermando che il cervello è completamente isolato dalla realtà esterna, una circostanza che il modello ipotizzava ma che Fischer non poteva dimostrare.

L. : Il modello di Fischer ha influenzato gli altri studiosi degli stati di coscienza?

M. : Si, e direi anche molto.
Oltre a Ronald Pekala ne è stata influenzata per esempio Erika Bourguignon, un'antropologa/sociologa molto quotata, che ne parla lungamente in un libro sugli stati modificati di coscienza in ambito religioso. Devo dire che questa autrice, pur non avendo una cultura neurobiologica e psicologica specialistica, l'ha capita molto bene così come ha capito che può essere usata per interpretare gli stati modificati di coscienza che gli antropologi incontrano studiando i popoli, le loro pratiche religiose e la loro cultura.
In Italia, considerando lo scarso interesse degli ambienti accademici per gli stati modificati di coscienza, se ne è interessato Riccardo Venturini, dell'Università di Roma, che fece fare una tesi di laurea sull'argomento e fece poi pubblicare il lavoro in un librettino che conteneva l'unica traduzione italiana della cartografia di Fischer nella quale mi sia imbattuto. Se ne è interessato Pietro Fumarola, dell'Università di Lecce che, come la Bourguignon, ha intuito che può essere un buon strumento di lavoro per gli antropologi. Se ne è interessato Emilio Tiberi, dell'Universita di Verona, che studia i fenomeni NDE, ovvero gli stati di coscienza in prossimità della morte.

L. : Hai dimenticato Lapassade? 

M. : No, non l'ho dimenticato. In realtà George non ha, nei confronti degli stati modificati di coscienza, un approccio neurobiologico.
Ce l'ha piuttosto etnologico/antropologico/psicologico e perciò è più vicino a Tart che a Fischer. Di fatto, lo stato che più lo interessa è la transe (non trance, all'inglese, ma "transe", alla latina, da "transire", passare oltre) e a questo proposito ha lavorato in una direzione molto fertile. È lui che mi ha invitato ad approfondire più che potevo il concetto di dissociazione di Janet, dimostrandomi in più occasioni quanto fosse importante e in che modo permettesse di interpretare la fenomenologia antropologica della trance.
Proprio grazie a questo inquadramento si può superare la mappa di Fischer, completandone i grossi spazi vuoti (la trance si colloca alla fine dei due continua, potendo essere sia un'estasi che un samadhi.
La trance comincia nello "stato schizofrenico acuto" oppure all'apice della dissociazione depressiva che caratterizzerebbe il versante meditazione/disattivazione e si sviluppa nei gradini successivi approfondendosi fino a diventare un’esperienza estatica o samadhica.

L.: Quindi esiste un "modello di Lapassade"?

M. : No. Georges non ha ancora formalizzato le sue intuizioni in un vero e proprio modello, anche se potrebbe tentare di farlo.

L. : Ci sono altri modelli degli stati di coscienza che potrebbero indurre un avanzamento delle conoscenze in questo campo?

M. : Beh, c'è il modello dello stato di sogno di Hobson e McCarley che meriterebbe una certa attenzione. E poi c'è l'interpretazione della coscienza del tantrismo tibetano, la "dottrina della chiara luce" che per me è il "modello" più straordinario nel quale mi sia imbattuto. Ma di questi dovrò parlarti in un'altra occasione.

L. : L’ipnosi è dunque importante per capire la struttura della coscienza e di varie sue modificazioni.

M. : Ho spesso definito la trance ipnotica “la mamma” di tutti gli stati modificati della coscienza prima di tutto perché è una modificazione della coscienza che può essere indotta facilmente e perché è facilmente accessibile anche da soli e, quindi, è uno stato assolutamente naturale. In secondo luogo, perché la sua essenza sembra consistere in una inversione della dominanza emisferica (il termine psicologico che definisce meglio questa condizione, come dirò meglio tra poco, è “dissociazione”) e cioè in un cambiamento del software mentale, ovvero in un cambiamento del modo di funzionare della mente invece che del cervello.
Il sonno e il sogno, infatti, avvengono solo se cambia la neurofisiologia e cioè se i centri nervosi che attivano questi due stati entrano in funzione e, contemporaneamente quelli che mantenevano lo stato di veglia si mettono a riposo. Nell’ipnosi, invece, non sono necessari questi complessi cambiamenti, basta agire su alcune componenti dell’attività mentale e si ottiene lo stato di trance.

L : Che significa “una dissociazione assolutamente naturale”?

M. : Effettivamente “dissociazione” è un termine pericoloso e minaccioso. In realtà, nel significato originario che gli aveva dato il primo studioso che l’ha usato, Pierre Janet (un grande ipnotista e studioso della coscienza) alludeva a una condizione semplice e naturale che conosciamo tutti e che sperimentiamo continuamente nel corso della giornata: la possibilità/capacità che ha la nostra mente di fare contemporaneamente due cose.
Per esempio, quando guidiamo l’automobile e contempo-raneamente conversiamo con il passeggero che ci sta di fianco, la nostra mente è “dissociata” in due parti, l’una che compie automaticamente i gesti della guida e controlla la marcia del veicolo nel traffico, l’altra che segue tranquillamente la conversazione.
Quando stiamo camminando verso una qualunque meta, possiamo contemporaneamente leggere un libro o pensare intensamente ad una cosa qualunque: il “pilota automatico” ci porta in relativa autonomia là dove dovevamo andare senza richiedere un controllo minuzioso dei movimenti della marcia e la correttezza del percorso.
Quando parliamo al telefono e contemporaneamente tracciamo dei ghirigori su un foglio di carta, infine, la nostra mente è, di nuovo, dissociata in due parti che fanno due cose differenti.
Si tratta dunque di una condizione perfettamente naturale che è, anche, l’antefatto della trance. Basta, infatti, sviluppare e intensificare questa condizione per entrare in uno stato modificato di coscienza che viene definito trance.

L : Ho capito. Sembra che tu stia descrivendo una struttura della mente composta di due parti e che nelle condizioni che hai descritto, queste due parti si dividano dei compiti e si mettano a lavorare indipendentemente una dall’altra.
Questo, però, presuppone che abitualmente le due parti collaborino o, quanto meno, possano interessarsi contemporaneamente di una stessa cosa o, addirittura, che una delle due parti si accolli tutto il lavoro e l’altra se ne stia tranquilla a riposo.

M. : Esattamente. È un modo come un altro per descrivere la naturale consapevolezza che tutti noi abbiamo della struttura duale della nostra mente. Il dottor Jeckyll e mister Hyde. La mente conscia e la mente inconscia. L’Io e il Sé. E così via. Le due parti possono rapportarsi in tutte le condizioni che hai ipotizzato. Quella più abituale è proprio l’ultima, la situazione nella quale una (la parte razionale, il dottor Jeckyll) si accolla tutto il controllo della realtà e ricorre alle “opinioni” dell’altra parte (mister Hyde) solo in modesta misura.
Ci sono buone ragioni per pensare che la parte razionale corrisponda al pensiero dell’emisfero sinistro e l’altra a quello dell’emisfero destro o, quantomeno che questa sia la base neuropsicologica della dualità della mente.
Questa opinione è nata dallo studio delle persone nelle quali i due emisferi cerebrali erano stati separati chirurgicamente. In questi soggetti è stato dimostrato che le due metà del cervello pensano in modo diverso l’una dall’altra, che hanno due differenti modi di elaborare le informazioni, due contenuti di memoria specializzati in modo differente e, addirittura, che hanno due diverse personalità.
Credo che non occorra diffondersi a lungo su questa scoperta perché è stata oggetto di un’intensa divulgazione. Sta di fatto che nelle condizioni di coscienza ordinaria dello stato di veglia è l’emisfero sinistro che controlla la realtà (sarebbe meglio dire che interpreta la realtà), tanto è vero che i pazienti commissurotomizzati, quelli nei quali sono stati separati chirurgicamente i due emisferi, sembrano persone del tutto normali e solo con test molto raffinati si riesce a dimostrare l’esistenza di due menti parallele. Il predominio funzionale della metà sinistra del cervello viene chiamato “dominanza emisferica”.

L . : Quindi la dissociazione fisiologica che descrivevi prima corrisponde a una situazione nella quale un emisfero si incarica di fare una cosa e l’altro può farne un’altra, in una forma di tacita collaborazione.

M. : Esattamente. Nelle condizioni di modesta dissociazione che ho esemplificato ci si accorge chiaramente che vengono fatte due cose contemporaneamente, ma la collaborazione tra i due emisferi è continua. Come in una partita a ping pong le informazioni passano da destra a sinistra in modo che si utilizzino continuamente le abilità interpretative dei due emisferi. È quindi una collaborazione molto vivace, anche se poi il tiranno di sinistra interpreta, decide e agisce senza tenere troppo conto delle opinioni del suo fratello di destra.
L. : C’è una condizione della coscienza nella quale la dominanza si inverte?

M. : Certo: è il sogno, il sonno REM che però, come ti ho detto, corrisponde anche a un cambiamento della neurofisiologia cerebrale. In questa condizione il tiranno di sinistra viene messo a tacere di forza e non può fare altro che farsi invadere dalle fantasie, daipensieri e dalle interpretazioni del gemello destro.
Al risveglio, come suole fare, ricordando ciò che ha vissuto, lo interpreterà come un’irrealtà, un sogno e ne terrà poco conto. In un certo senso, mi piace pensare che durante la notte il cervello destro “prenda in giro” il dottor Jeckyll mandandogli delle informazioni assurde, paradossali e del tutto incoerenti con il suo modello di realtà, quasi come se volesse intaccare la sua ferrea razionalità, la sua ottusa rigidità e invitarlo a giocare al “come se”.

L. : Il fatto che per invertire la dominanza siano necessari dei cambiamenti nella neurofisiologia del cervello mi fa pensare che le due parti siano destinate a vivere molto più separate di quanto con la descrizione della dissociazione di Janet mi facevi immaginare. È così?

M. : No. Oggi si pensa che la trance sia un’inversione di dominanza che può verificarsi senza cambiamenti della neurofisiologia. E quando dico trance non parlo solo di quella ipnotica, ma di tutte le condizioni della coscienza che meritano questo nome. È per questo che ho detto che l’ipnosi è la madre di tutte le modificazioni della coscienza.

L. : Va bene. Ma allora cosa succede? Il sinistro smette di tiranneggiare e il destro può elaborare a suo modo le informazioni. E allora?

M. : È proprio qui la magia: quelle che vengono elaborate nel sogno sono informazioni allucinatorie perché il cervello nel sonno è isolato dalla realtà.
Quando il cervello si sveglia, è l’emisfero sinistro che “prende in giro” il destro, come se volesse fargli notare che la realtà era altrove e che lui si era comportato come al solito, da sognatore. Nel cambiamento di dominanza senza modificazioni della neurofisiologia sono le informazioni della realtà “reale” che vengono proposte al cervello destro per un’interpretazione alternativa a quella che fornirebbe la razionalità.

L. : Che tipo di elaborazione?

M. : Ma, per esempio, su base emozionale. Però non vorrei sviluppare troppo questo aspetto della trance che comunque è ovviamente molto interessante. Preferirei continuare a valutare l’importanza della struttura duale della mente per “capire” un po’ meglio la struttura della coscienza e il significato dei suoi stati modificati.
Per esempio, tu prima mi hai chiesto se esistono condizioni nelle quali si ha un’inversione di dominanza senza bisogno che cambi la neurofisiologia e io ti ho risposto che, in condizioni di veglia ciò corrisponde alla condizione della trance.
Adesso io ti chiedo di immaginare l’inverso e cioè che in condizioni di neurofisiologia modificata, nel sogno per l’esattezza, sia possibile che il cervello sinistro possa partecipare all’elaborazione delle avventure allucinatorie che sta fabbricando il cervello destro. Ebbene, questa condizione è possibile e si chiama “sogno lucido”.
È una condizione della coscienza molto importante. Può verificarsi spontaneamente, anche se è rara.
Voglio dire che ci sono persone che si accorgono, mentre sognano, che stanno sognando. Nella maggioranza dei casi, questi fortunati liquidano l’esperienza concludendo che hanno sognato che stavano sognando (il benedetto emisfero sinistro ha colpito ancora!) e non sanno invece che se sviluppassero questa capacità potrebbero andare incontro a un’evoluzione psicologica e spirituale che potrebbe cambiare la loro vita.
Gli orientali, e precisamente i tibetani, hanno elaborato un tipo di yoga, detto lo yoga del sogno, che serve proprio per sviluppare il sogno lucido e ritengono questa pratica la chiave fondamentale per raggiungere la consapevolezza esperienziale (e cioè provata su se stessi e non letta in un libro) della struttura della nostra mente/coscienza.
Nella psicologia occidentale (accademica) la possibilità del sogno lucido era schizzinosamente negata fino a un paio di decenni or sono. Si riteneva, appunto, che sognare lucido corrispondesse a sognare di stare sognando e che, quindi, non fosse possibile conservare accesa la coscienza della veglia durante il sogno.
Poi la genialità di un sognatore lucido spontaneo, Stephen La Berge, è riuscita a far accettare la realtà fenomenologica del sognare lucido anche alla psicologia sperimentale. Il fatto è che un sognatore lucido può dirigere i propri sogni a volontà: può interromperli, cambiarli, sceglierli, può decidere se parteciparvi attivamente, come protagonista, oppure assistervi passivamente come un semplice spettatore. Trasforma il proprio emisfero destro in una bellissima sala cinematografica e utilizza la mente del suo gemello sognatore per giocare a sua volta al “come se”.

L.: Stando così le cose, mi viene di pensare che il meccanismo della dominanza sia un elemento molto importante per quanto riguarda la struttura della coscienza. Ma in cosa consiste esattamente?

M. : Non si sa. Tutto ciò che abbiamo detto finora dimostra solo che esiste e che è graduato/graduabile ma che non si riesce a capire in cosa consista esattamente. Come si è visto, in alcune condizioni la sua potenza è completa, in altre lo è meno. Come una porta che può essere serrata o semiaperta. Forse sarebbe meglio dire un cancello, perché anche quando questo è completamente chiuso, qualcosa riesce a filtrare da una parte all’altra.
Ne è un esempio il ben noto fenomeno delle puerpere: in tutti i manuali sul sonno viene citato il fatto che le madri che hanno appena partorito possono dormire un sonno molto profondo senza essere svegliate da rumori anche molto intensi ma che si svegliano di colpo al minimo vagito del loro figlioletto. Come se una parte della coscienza fosse sempre in contatto con la realtà.
Ci sono prove, anche se per il momento sono difficili da accettare, che perfino durante la narcosi chirurgica una parte del cervello resta in contatto con la realtà e successivamente, in ipnosi, possa ricordare tutti i dettagli dell’intervento che hanno subito.
La stessa cosa è segnalata nell’estasi. In questa condizione, malgrado il cervello sia completamente insensibile e cioè non accolga gli stimoli ambientali, come se fosse completamente cieco, sordo, privo del tatto o della sensibilità al dolore, se una persona dotata di una sufficiente autorità spirituale, come per esempio il confessore, chiede all’estatico di tornare in sé, l’estasi cessa di colpo.
Un’altra condizione nella quale la dominanza si indebolisce è lo stato ipnagogico, e cioè il periodo di transizione dalla veglia al sonno. In quei magici momenti, avviene il passaggio delle consegne dal sinistro al destro e mentre il sinistro comincia a non prestare più attenzione alla realtà esterna, il destro comincia a fabbricare sogni, così che si hanno delle esperienze allucinatorie.

L. : Insomma è come se nella nostra mente ci sia una sentinella sempre sul chi vive!

M. : Proprio così: è stata chiamata “l’osservatore nascosto”, “il testimone” o anche “l?interprete”. La più convincente e anche più impressionante dimostrazione della sua esistenza l’ha data Ernst Hilgard, un altro grande studioso dell’ipnosi.
Un giorno, costui, dovendo dimostrare ad un gruppo di studenti la fenomenologia dell’ipnosi, indusse la sordità ipnotica (si può fare, per esempio, dicendo al soggetto in trance profonda: “Adesso conterò fino a tre e quando dirò tre non udrai più alcun suono, voce o rumore”) a un soggetto cieco dalla nascita (il soggetto che faceva parte del gruppo degli studenti che assistevano alla lezione era altamente suscettibile all’ipnosi ed era una “cavia” ideale per l’esperimento perché la sua cecità eliminava la possibilità che fingesse di non udire vedendo ciò che più avanti i compagni avrebbero fatto intorno a lui).
Una volta stabilita la sordità (compresa la possibilità di udire anche la voce dell’ipnotizzatore, con un comando separato, “Quando ti toccherò una spalla”), infatti, vennero sbattuti con violenza, vicino ad un orecchio dell’ipnotizzato, dei ciocchi di legno senza che questi mostrasse la benché minima reazione.
A questo punto uno studente chiese ad Hilgard se fosse possibile, comunque, che “una parte” della mente dell’ipnotizzato avesse avvertito i rumori. Allora Hilgard interrogò l’ipnotizzato dicendogli: “Tu sai che ci sono delle parti del tuo sistema nervoso che funzionano al di fuori della tua volontà. Per esempio quelle che comandano la respirazione o la circolazione del tuo sangue.
Ora, anche se tu sei temporaneamente sordo, può darsi che una parte della tua mente mi stia udendo e che abbia registrato il rumore che abbiamo fatto vicino al tuo orecchio. Se ciò è avvenuto, per favore, solleva il dito indice della mano destra per confermarmelo”.
Con sorpresa generale dei presenti, l’ipnotizzato sollevò il dito, ma contemporaneamente disse: “Per favore, professore, mi ridia l’udito così che mi spieghi cosa sta succedendo. Poco fa ho sentito il mio dito indice della mano destra sollevarsi da solo e vorrei sapere perché è successo”.
Allora Hilgard toccò la spalla del soggetto e chiese: “Puoi sentire la mia voce adesso?”. “Sì” rispose l’ipnotizzato “e vorrei sapere cosa è successo”. “Prima dimmi tu cosa ricordi” ribatté Hilgard. “Mi ricordo che lei mi ha detto che quando avrebbe contato fino a tre sarei diventato sordo e che quando mi avrebbe messo una mano sulla spalla sarei tornato ad udire normalmente. Dopo di che ha contato e tutto è diventato silenzioso e calmo. Poiché mi annoiavo un po’ a stare qui seduto nel silenzio mi sono messo a pensare all’esame di statistica che dovrò fare tra qualche giorno. A un certo punto ho sentito il mio dito che si alzava e le ho chiesto cosa stava succedendo”.
Allora Hilgard continuò: “Bene, adesso quando metterò una mano su un tuo avambraccio, entrerò in contatto con quella parte della tua mente che udiva la mia voce malgrado tu fossi sordo. Però quella parte della tua mente, alla quale mi sto rivolgendo già adesso, non saprà ciò che tu mi dirai e neppure che tu mi hai parlato finché, dopo l’ipnosi, io non le dirò che potrà ricordare tutto. Bene, adesso ti tocco l’avambraccio”. Dopo averlo fatto, Hilgard continuò: “Adesso ti ricordi quel che è successo mentre eri sordo?”
“Sì, mi ricordo che dopo che lei ha contato fino a tre e mi ha toccato la spalla per farmi perdere l’udito avete sbattuto dei ciocchi di legno vicino alle mie orecchie. Poi ricordo che uno dei miei compagni ha chiesto se non potesse essere possibile che una parte della mia mente, in realtà, udisse e mi ricordo che lei mi ha detto che se la stavo udendo avrei dovuto confermarlo alzando un dito”.
Allora Hilgard ritoccò l’avambraccio del soggetto riportandolo allo stato di trance originario e chiese ancora: “Per favore raccontami cosa è successo negli ultimi due minuti”. “Lei mi ha detto che quando mi avrebbe toccato l”avambraccio una parte della mia mente le avrebbe parlato. L’ho fatto?”
Hilgard rispose di sì e gli ripeté che quando l’avrebbe riportato allo stato di coscienza ordinaria si sarebbe ricordato tutto. Poi lo svegliò e gli disse: “Adesso puoi ricordare tutto” e il soggetto, in effetti, ebbe ricordo cosciente di ogni passo dell’esperimento.
Credo che non ci sia bisogno di commentare questa brillante dimostrazione: non solo la dualità della mente emerge con grande chiarezza, ma sono altrettanto palesi la destrutturazione della dominanza e l’attività dell’osservatore nascosto. Anzi, è proprio con questo esperimento fortuito che Hilgard ha scoperto questa “entità sentinella” e che l’ha chiamata “hidden observer”.

L. : Quindi l”osservatore nascosto sarebbe la vera coscienza?

M. : Credo proprio di sì: una scintilla di consapevolezza che non si spegne ne in ipnosi, ne in estasi, ne in narcosi ne, mi piace pensare, in prossimità della morte, come sembra succedere durante la NDE e, forse neppure nel coma.
I tibetani la chiamano “la chiara luce”.

L. : Allora è per questo che da anni vai dicendo e scrivendo che le sostanze psicoattive non potranno mai dare una vera estasi.

M. : Esatto. Qualunque esperienza tu possa fare durante un viaggio, avrai sempre la consapevolezza che sei sotto effetto di una sostanza chimica. Potrai intravedere o avere la sensazione che una divinità sia lì vicino ma ti rimarrà sempre il dubbio che non fosse che un’illusione chimica. So che molti non la pensano così e che giudicano questo punto di vista un puritanesimo moralista, ma io penso che c’è una bella differenza tra mangiare una mela e avere l’allucinazione di mangiarla!

L. Ne parleremo un’altra volta!

                                                  





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LEADERS, FOLLOWERS AND THE IMPENDING DESIRE TO DISCONNECT di Giovanni Savino

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I am not revealing anything new when I say that the World Wide Web order is divided between Leaders and Followers.
Many think of the Web as the most powerful culture equalizer and facilitator ever invented, permitting borderless communication amongst humans and a limitless, free of charge, exchange of data, hence translating into knowledge and cultural empowerment, in a truly “democratic” manner.

I beg to differ, to a fairly large extent.
It is no surprise to me that the WWW age we live in, whose reach and influence was unthinkable until a few years ago, follows in a pyramidal organization exactly the same concepts and structure as many other historical and socio-political columns of history, such as fascism, communism and capitalism.
There are leaders and there are followers, there are “influencers” and influenced.
This happens now with far less transparency and potentially far more dangerous consequences than in the past, partially due to the virtually limitless global reach of the medium.
For example, cultural and political propaganda finds a very conducive territory in the virtual world. Depending on someone’s resources (technical resources but, truly, financial ones – as it has always been the case, in history) it is now possible to “go viral” with any unchecked fact, or even worst, any “subjective dogma.”
Based on your reach and “clout” on the web, you can easily spread, worldwide, anything you want others to believe, more efficiently and widely than it was ever possible to do in the past. Depending on the level of your web power, you can also easily censor opponents, doing so without even letting them know who you really are. You can build a completely preposterous smear campaign against someone who might not even be aware of what is happening until the damage is done.
Indeed, the web can easily be used as a perfect platform to engage in antisocial activities, bearing little risk and consequences for the people behind such activities: slander, misinformation, petulant and nearly unstoppable spamming and much, much worst.
Occasionally we hear about teenagers, and even adults, who commit suicide after a barrage of insults, accusations or revelations, inundates their Facebook pages.
This is only the tip of the iceberg, and it gets fairly easily dismissed and forgotten along the constant stream of images and uncategorized information we receive everyday.
It is just one example of the many serious dangers of today’s quasi-evangelical endorsement of virtual lifestyle on all continents.
The main reasons I seriously worry about the present and future dangers of our “connected lifestyle” are three:
One is the mostly unchanged hierarchy and distribution of power that simply migrated its reach and arrogant despotism from the real to the digital world, creating a virtual duplicate of the same forces that ruled humanity throughout history, albeit with a much more easy reach to more people and an increased capability to periodically re-polish and to re-market neatly its façade.
Two is the total lack of an enforceable civility code. Unfortunately this also mirrors “real life”, as it happens in a world that, not only online, but also in the streets, seems to increasingly disregard civil behavior, polite debate and honesty, as the indispensable tools for peaceful human cohabitation and growth.
Thirdly, I worry about an increased loss of what in my youth was called “common sense” by the most fervent users of this technology.
I see this happening around me, in real life, everyday.
Mothers texting while their toddler walks undetected towards incoming traffic, entire families sitting around a dinner table where no one converses because they are busy texting or browsing their “smart” devices, travelers plugging up their ears with loud music while fiddling with the usual multitasking object in their hands.

The list could go on. It appears that there is a global ratio where “smart devices” already vastly outnumber the “smart usage” of such devices. Abuse of technology is not only dangerous; it clearly promotes anti-social behavior and the definitive demise of common sense.
But let’s analyze another worrying web life misconception: many of us engage in sharing common interests (such as art, photography etc.) on web agglomerates they refer to as “Online Communities”.
This always sounded a bit of an oxymoron to my ears. A real community is usually the antithesis of a corporation. Many if not all of the virtual places where people meet to share their common interest could not be further removed from my concept of “communal space”.
They are simply businesses: online businesses we patronize.
So, I ask myself: what fuels the naïve concept that anybody can use, free of charge or paying a small fee, the virtual business premises of Flickr or Facebook and expect to be heard, to raise their voice, when something happens on the site and they aren’t in agreement with it?
Ignorance might be an answer. Not only ignorance about how the web works,  but also about the very concept of business ethics (or lack thereof) in a capitalist society.
For instance I am certainly not an advocate for limitless spying by the NSA over millions of people all over the world, but I am always sincerely surprised when the harshest critics of this quite demented and overreaching US Government spying program volunteer their most private information (down to last minute GPS coordinates of the restaurant they are dining at) to Facebook, a private company, prone to drastically and draconically change their TOS every other week, with even less rules and obligations towards privacy than a Government spying agency should have.
I do feel there is stringent need to dominate technology as technology is already dominating us, while corporate greed on one side and the lack of farsightedness in most users on the other is allowing the problem run unchecked beyond the possibility of control and solution.
To conclude, I’ll say I am not at all against technological advances, but I am indeed against a careless, misinformed, unequivocal endorsement and misuse of all technology all the time.
There is no going back. The Internet is here to stay and that’s why I think we need to create an intelligent strategy to control it, not at a government or corporate level, but at a human level.  Such strategy is not in place, yet, nor is being taught in schools, nor is being regarded as indispensable.
Being slaves of a technology we never learned how to use properly can deprive us of our civil liberties, our freedom and, amongst many other things, of the uniqueness of our human and cultural identity.
What’s worst it will try to make us follow the same old leaders, or even new ones, with their old agendas, without giving us any personal, organic or even intuitive tools to validate, at least for ourselves, if they are worth following or not.

Respirazione Olotropica , guarigione e stati di coscienza di Mario Lorenzetti.

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Dalle scoperte scientifiche alla loro diffusione e divulgazione in ambito conoscitivo più diffuso spesso passa del tempo, è questo il caso, della ricerca clinica, della teoria, cartografia della mente umana e dell’inconscio di Stanislav Grof.





Psichiatra praghese e pioniere della ricerca sulla coscienza è oggi considerato uno dei massimi esperti mondiali della sperimentazione scientifica sugli stati non ordinari di coscienza e del loro utilizzo in campo terapeutico. La sua ricerca inizia a Praga nella cornice politico-culturale della Cecoslovacchia materialista degli anni cinquanta. Grof, allora giovane psichiatra di formazione freudiana, si trova a condurre un progetto di ricerca clinica all’Istituto di ricerca psichiatrica di Praga, finalizzato ad esplorare il potenziale terapeutico della psicoterapia LSD e successivamente, negli anni ’60, come responsabile del Centro di Ricerca Psichiatrica del Maryland a Baltimora negli USA di un progetto di terapia psichedelica, di accompagnamento di malati terminali di cancro. Grof era convinto che tale strumento avrebbe potuto potenziare e accelerare il processo terapeutico. Ma la ricerca da lui condotta lo porterà ben al di fuori del paradigma concettuale freudiano in una avventura intellettuale, scientifica, filosofica e spirituale, che lo vide tra i protagonisti di un punto di svolta nella psicologia contemporanea e di una nuova visione della terapia. Grof paragonerà in seguito l’impatto conoscitivo ed euristico che ebbe l’LSD nella ricerca psichiatrica paragonandolo alla ricerca sulla mente, come il telescopio era stato per l’infinitamente grande e il microscopio per l’infinitamente piccolo.


Negli anni ’70 Grof inizierà ad elaborare un nuovo setting non direttivo e non farmacologico: l’Holotropic Breathwork (Respirazione Olotropica) di cui parleremo più avanti.



I regni e le dimensioni dell’inconscio umano

L’induzione di stati non ordinari, favoriva in modo particolarmente significativo l’autoesplorazione, potenziando l’introspezione e riducendo le resistenze, favorendo, l’emergere di materiale inconscio e il rilascio emotivo era seguito da un processo di guarigione. Questa modalità terapeutica permetteva l’accesso a dimensioni esperienziali della psiche piuttosto sconosciute nella psicoterapia occidentale, per nulla nuove viceversa in altre culture e nella nostra antichità, dove l’utilizzo degli stati non ordinari di coscienza e dei riti di passaggio era utilizzata a scopo conoscitivo o di guarigione. L’altra stimolante sfida concettuale che Grof incontrò fu quella di catalogare e organizzare scientificamente il materiale relativo alle esperienze transbiografiche, che emergevano da questa ricerca, in un nuovo modello che superasse i limiti precedenti di una psicologia limitata all’ego, cioè di un inconscio personale-biografico.

Credevo di creare una nuova cartografia della mente umana. Tuttavia quando completai una mappa della coscienza che includeva diversi tipi e livelli di esperienze che avevo potuto osservare nelle sedute psichedeliche, mi accorsi che essa era nuova solo dal punto di vista della psichiatria occidentale. Compresi allora di avere riscoperto quello che Aldous Huxley ebbe a chiamare ‘filosofia perenne’…Mappe simili esistevano in varie culture da secoli o addirittura da millenni. (Grof 1995)

 

Le quattro matrici perinatali

Un ampio settore di materiale che emergeva dalle sessioni di terapia psichedelica era relativo all’esperienza della nascita, in questo settore dell’inconscio erano registrati, esperienze positive, momenti di beatitudine estatica, elementi traumatici e serbatoi di energie irrisolte.

Le esperienze perinatali rappresentano il primo superamento delle esperienze biografiche,oltre l'io ordinario. Grof ne classifica quattro categorie generali.

La prima matrice, è quella dell’universo amniotico in cui, se la gravidanza non incontra problemi, il feto vive un’esperienza positiva di beatitudine simbiotica nel grembo materno. A questa fase sono collegate esperienze di estasi che Grof definisce oceanica, visioni di natura incontaminata, paradisi e domini celesti.

La seconda matrice, l’impossibilità di uscita, è rappresentata dall’esperienza del feto durante le contrazioni dell’utero mentre la cervice è ancora chiusa. In questa fase, che è normalmente la più dolorosa e difficile, viene interrotto il precedente equilibrio, il feto subisce una forte compressione. Chi rivive questa esperienza sperimenta l’oppressione senza vedere via d’uscita e fame, infatti durante le contrazioni uterine viene ad interrompersi l’afflusso del sangue, che rappresenta il nutrimento e l’ossigenazione del feto. A questa fase della nascita sono associate sensazioni di angoscia, depressione, colpa. La seconda matrice è archetipalmente collegata a visioni dell’inferno, di campi di sterminio e di prigionia, ai miti di Sisifo e Prometeo ecc, si sperimenta una sensazione di impotenza totale e qualsiasi cosa viene vista nel suo aspetto negativo. La depressione unipolare può avere anche quest'origine.

La terza matrice, la lotta di morte e rinascita, corrisponde allo scorrimento nel canale della nascita che consegue alle contrazioni uterine in seguito alla dilatazione della cervice, anche ad essa è associata una grande quantità di dolore. Il feto, infatti, durante il parto vive un’importante esperienza di compressione attraverso l’apparato riproduttivo femminile. Grandi quantità di energie, aggressività e rabbia vengono accumulate in questa fase senza che possano essere scaricate.

La quarta matrice, l’esperienza di morte e rinascita, è collegata all’ultima fase di questo processo: l’uscita, essa conclude il difficile e doloroso passaggio precedente attraverso il canale del parto, fino all’esplosiva liberazione in cui si viene alla luce. Spesso, quando si rivive la nascita, questo momento è molto realistico e corrisponde, confermando i resoconti, agli interventi ostetrici e ai ricordi materni.

L’effetto terapeutico del rivivere la propria nascita è estremamente importante: la ragione per cui l’intero processo viene denominato morte-rinascita, è dovuto al fatto che essa non è solamente un rivivere il processo originale. Il feto è completamente prigioniero e non ha modo di esprimere emotivamente la grande sofferenza sperimentata: compressione, soffocamento, ansia per il passaggio di stato dall’universo amniotico ad una dimensione sconosciuta. Si formano così grandi serbatoi di energia emotiva, costellazioni di blocchi somatici non hanno opportunità di venire scaricati, risolti e psicologicamente assimilati. Tutto ciò farà parte di una strutturazione psichica e corporea in cui il nostro rapporto con il mondo sarà pesantemente condizionato. Esprimere e lasciare fluire queste emozioni e questi traumi fisici, permette ad essi di perdere la loro forza e in un certo senso di morire. Rivivere questo tipo di esperienza è di grande valore trasformatore.



Le esperienze transpersonali

Nella cartografia di Grof l’esperienza della nascita costituisce l’interfaccia tra le esperienze biografiche e quelle transpersonali. Se già accedere a, o rivivere quelle collegate alla propria nascita è insolito per la nostra mente ordinaria, ancora più altra è la dimensione transpersonale. Questa comprende un ventaglio diversificato di esperienze, che hanno in comune il fatto di uscire da quella dimensione che Alan Watts definì come: “Io incapsulato nella pelle”, cioè dei confini convenzionali dell’organismo, di quelli consueti di tempo e spazio. A queste appartengono esperienze fortemente risanatrici, guaritrici e conoscitive in una modalità lontana dalla percezione abituale del mondo.

Così come attraverso gli stati non ordinari si può ripercorrere a ritroso il percorso dalla coscienza ordinaria attraverso la storia biografica e quella perinatale, è possibile sperimentare regressioni nel tempo storico, avere esperienze filogenetiche, di identificazione con animali, con vegetali, con la materia inanimata, emersione di sequenze mitologiche o archetipi dell’inconscio collettivo o esperienze che Jung definì “psicoidi”. Possono anche emergere memorie di vite precedenti, in rilievo è sempre il loro aspetto direttamente esperienziale e il loro grande potenziale guaritivo.



Nelle forme estreme la coscienza individuale sembra abbracciare la totalità dell’esistenza e identificarsi con la mente universale. L’ultima di tutte le esperienze appare essere il Vuoto, il misterioso vuoto primordiale, il nulla che contiene ogni esistenza in forma germinale. (Grof 1978)



I sistemi di esperienza condensata COEX

I sistemi COEX sono dei raggruppamenti di esperienze avvenute in momenti diversi nella vita di una persona, hanno per comune denominatore una carica emotiva analoga, essi tendono a rafforzarsi e a ripetersi non come frammenti isolati ma a raggrupparsi in strati di memorie, “costellazioni” complesse, emotivamente cariche, permeate da una tematica che le associa e, in una certa misura, ne aumenta l’impatto rappresentando un “asse focale” nella vita di un individuo. I COEX inoltre non sono solo limitati agli accadimenti della storia personale, ma si collegano strettamente alle esperienze perinatali, che ne rappresentano anche la radice e possono essere connessi agli strati transpersonali della psiche, quali inconscio collettivo, memorie filogenetiche e di vite precedenti. Grof classifica due grandi tipologie di COEX, quelle determinate da esperienze problematiche, negative e dolorose e quelle viceversa di tipo positivo. A seconda del periodo della vita di un individuo, o del percorso e processo personale, possono presentarsi aspetti diversi di COEX positivi o negativi, fino a quando il materiale inconscio che li costituisce non è stato adeguatamente elaborato e risolto.

E’ possibile sperimentare una sincronicità tra gli avvenimenti esterni e il nostro mondo interiore, sia una corrispondenza esterna che risvegli un particolare COEX personale, sia viceversa: ricreare nel mondo esterno temi base personali e viceversa cioè una sorta di duplice relazione tra mondo esterno e COEX.

Un COEX “negativo” può essere anche spiegato come ripetute e successive ritraumatizzationi lungo una linea comune. Ci si avvicina alla concezione di Karma dell’Indo-buddhismo.

Alla luce della teoria e della cartografia di Grof appare evidente che la soluzione di molte problematiche non può fermarsi ad un lavoro limitato alla sola parte biografica della psiche.



Emersione del sintomo e guaritore interiore

La sperimentazione condotta, gli permise di notare a Grof come l’emersione e la piena manifestazione ed espressione dei più disparati sintomi, permettesse risultati terapeutici superiori a quanto lui avesse mai visto in precedenza.

E il loro emergere alla coscienza, tradizionalmente considerato come un segno di malattia mentale, può in realtà rappresentare uno sforzo radicale dell’organismo per liberarsi degli effetti di vari traumi, per agevolare il proprio organismo e guarire se stesso. (Grof 95)

Qualcosa di simile alla concezione omeopatica in cui il sintomo è una manifestazione della guarigione piuttosto che della malattia, il contrario di quanto lui (psichiatra) avesse appreso dalla psichiatria accademica, dove spesso il sintomo (e con esso il processo di autoguarigione) è spesso trattato con farmaci che ne bloccano l’evoluzione.

Per Grof esiste una tendenza naturale in ogni essere umano che conduce alla guarigione psicosomatica. Questo Inner Healer/Guaritore Interiore ha modo di manifestarsi negli stati non ordinari di coscienza, ed è centrale nel pensiero e nella pratica di Grof, nella Respirazione Olotropica come nlla definizione stessa di emergenza spirituale.

Le emergenze spirituali

Coerentemente al principio che il sintomo è spesso un tentativo di autoguarigione, e per distinguere questi processi, a volte intensi, dalle psicosi, in disaccordo con la psichiatria convenzionale, che classifica spesso come psicotiche anche le esperienze mistiche, Stanislav e Christina Grof hanno coniato il termine emergenza spirituale. Questo termine gioca con il doppio significato della parola emergenza, che indica nello stesso tempo crisi ed opportunità/manifestazione. Rappresenta quegli stati spontanei, in cui la coscienza può accedere a materiale inconscio, attraverso i quali si generano esperienze di con un grande potenziale di autoguarigione. A differenza della nostra, altre culture hanno apprezzato le crisi di trasformazione e le hanno ampiamente utilizzate.

“Se adeguatamente comprese e trattate come stadi difficili di un processo evolutivo naturale, le emergenze spirituali possono condurre a una guarigione emotiva e psicosomatica, produrre profondi e positivi cambiamenti nella personalità e risolvere molti problemi esistenziali”. (Grof 1995).

Molte crisi, che chiamiano emergenze spirituali, possono essere spinte nel recinto delle psicopatologie, ma, potrebbero avere altri sviluppi, se adeguatamente accompagnate.

Analogamente a ciò che si può sperimentare nelle esperienze di Respirazione Olotropica, le emergenze spirituali comprendono temi biografici, perinatali o transpersonali. Ma mentre in un’esperienza di Respirazione Olotropica il processo viene gestito, nei casi più intensi di un’emergenza spirituale è , a volte, incontrollato. Il tipo di sostegno che necessita richiede tempi più lunghi, un aiuto, che può essere, anche articolato nelle ventiquattro ore, che sostituisca l’ospedalizzazione e di un luogo o di un centro idoneo, un atteggiamento di chi accompagna analogo a quello che si ha durante i seminari di Respirazione Olotropica, di fiducia e sostegno nel processo, che favorisca la piena espressione del sintomo e il completo scarico emozionale e dei blocchi corporei che si manifestano.

Il SEN Spiritual Emergence Network è un progetto di centri e reti di supporto nel territorio che adottino queste modalità di cura nell’ambito delle crisi di emergenza sottraendole al recinto della psicopatologia.

Per Grof inoltre molti casi di dipendenza possono essere una forma di emergenza spirituale, una tensione spirituale distorta e non riconosciuta, che viene spesso oscurata dalla natura distruttiva ed autodistruttiva del disturbo.



Psicologia transpersonale e cambiamento di paradigma

La psicologia transpersonale, detta anche quarta forza, dopo la psicoanalisi freudiana, il comportamentismo e la psicologia umanistica nasce negli anni ’60 ad opera di Abraham Maslow, Stanislav Grof, Anthony Sutich e James Fadiman. Essa si occupa di ampliare il campo di ricerca tradizionale della psicologia, della psichiatria e della psicoterapia, oltre quelli normalmente considerati dell’io e della persona integrandolo con la sperimentazione di quegli stati di coscienza transbiografici, non ordinari e mistici, continuando il lavoro dei precursori Jung e Assagioli.

Essa si pone inoltre come interlocutore in ambito psicologico rispetto a quegli altri campi di ricerca scientifica che operano nel superamento del paradigma newtoniano cartesiano. La psicologia transpersonale si pone anche come interlocutore nei confronti della spiritualità e delle vie spirituali tradizionali a quel cuore dell’esperienza mistica che Aldous Huxley chiamò Filosofia Perenne.



La Respirazione Olotropica

È il metodo creato da Grof negli anni '70 dopo l'ondata proibizionista e isterica contro gli psichedelici che impedì di continuarne la ricerca scientifica, psichiatrica e psicoterapeutica. Olotropico deriva dal greco e significa "procedere verso la totalità." La Respirazione Olotropica prende origine dalle scoperte scientifiche di Grof ed è un metodo contemporaneo per sperimentare in modo protetto stati non ordinari di coscienza e lasciar emergere dimensioni interiori normalmente non accessibili al fine di conoscere e guarire. È un metodo non direttivo di connessione al nostro Guaritore Interiore, energia universale che è in ciascuno di noi. Una sorta d'intelligenza e saggezza del corpo, che si manifesta nell'esperienza olotropica attraverso l’emersione spontanea di ciò che in quella fase possiede la maggiore importanza psicodinamica ed è maggiormente disponibile ad un’elaborazione, facilitando una sorta di autoguarigione.



Qualche cosa di estremamente fondamentale e primordiale nello psichismo umano, qualche cosa che trascende le razze, le culture e i tempi, una sorta di Spirito Primordiale che collega l'uomo alla totalità dell'universo. (S. Grof).



Questa energia di guarigione e di trasformazione era già conosciuta con altri nomi, in numerose culture ancestrali. Tra queste alcune utilizzano il respiro, l'iperventilazione, per indurre stati di trance sciamanici come i San (Bushmen), certe tradizioni siberiane, nel misticismo sufi e nel pranayama. Grof chiama olotropici questi stati di coscienza, che ci permettono di accedere alla conoscenza del nostro essere profondo, al di là dei limiti dell'ego.

La tecnica si rivolge ai differenti livelli di ciascuno di noi, fisico, emozionale spirituale. Copre le dimensioni biografiche, perinatali e transpersonali.

La tecnica è praticata soprattutto in gruppo, coricati su un materasso con gli occhi chiusi si è invitati a concentrarsi su una respirazione profonda e veloce. Musiche evocative accompagnano e sostengono l'esperienza aiutando ad approfondirla. Un body work focalizzato può aggiungersi, ma è uno strumento opzionale. Un elemento supplementare del processo comprende il disegno (mandala). Le sessioni sono precedute e seguite, in un clima di rispetto, da momenti di condivisione verbale che rappresentano un ulteriore strumento di integrazione dell'esperienza.

L'approccio è empatico e non giudicante. Il facilitatore accoglie le esperienze, a volte intense, che le persone possono sperimentare. Il sintomo e la sua manifestazione è qui considerato come una manifestazione del processo di guarigione e non della malattia. Le problematiche psico/somatiche sembrano attingere nei serbatoi profondi delle energie represse e la liberazione di queste energie gioca un ruolo fondamentale nel lavoro olotropico e nel processo di diventare profondamente noi stessi.

Il fatto di portare “il non ordinario” nella nostra cultura e società, ha un valore che sfortunatamente è ancora ben lontano da essere realizzato. Per esempio rispetto alla distinzione tra psicosi ed emergenze spirituali.

Quando riusciremo a realizzare centri di cura per queste ultime, in cui si possa accompagnare l'evoluzione del processo senza sopprimerlo, come una crisi o un momento di trasformazione e passaggio, come avviene in altre culture?

Per fare questo sono necessari psichiatri (e non solo) di mente aperta, che condividano questa impostazione, siano interessati ad ipotesi e a percorsi di questo tipo e siano disposti ad entrare in rete e in collaborazione.



Il lavoro olotropico offre una profonda possibilità di essere o riconnettersi nella corrente della vita, della trasformazione e del cambiamento del nostro modo di essere. È un processo di morte e rinascita e una apertura del cuore. È anche un'avventura nella coscienza che può diventare un autentico processo iniziatico.

Mario Lorenzetti  
facilitatore certificato in respirazione olotropica e psicologia transpersonale al Grof Transpersonal Training