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La mente può trovarsi in stati diversi , il sonno ,il sogno, la trance,l'ipnosi,l'attenzione fluttuante,
l'estasi,la preghiera,la meditazione,la creatività artistica e scientifica,
l'esplorazione dello spazio e degli abissi marini,l'agonismo sportivo.

Stati della mente pubblica lavori originali o già pubblicati con il consenso degli autori, interviste e recensioni di libri e promuove eventi culturali e scientifici.

La sindrome da rientro al lavoro e scuola di Stella Morgese

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Andare dentro le parole, dare un senso interiore a quello che facciamo, o che ci fanno fare,  o che non ci lasciano fare, per una regola sociale consolidata innegabilmente utile: l’imparare. Un verbo  difficile da coniugare che si avvicenda nella staffetta  con l’insegnare  in un processo creativo di eredità nel solco di chi ci ha preceduti.
Non basta  l’innegabilmente utile, però,  a portare sul piano razionale di una gioiosa accettazione  lo sforzo, il dis-piacere, l’obbligo di imparare, il dovere di lavorare. Dunque, cosa  ci accade quando siamo “ costretti” ad imparare, a studiare, a tornare a lavoro dopo un periodo in cui la nostra naturale pulsione al piacere ha goduto di un permesso: le vacanze?
Pare che Dante abbia usato per primo il verbo imparare, nel significato di acquistare, procurare. Facilmente s’intuisce che imparare può equivalere ad acquistare conoscenza  attraverso il verbo ‘studiare’, per esempio. La parola studium in latino, in apparente contraddizione col senso attuale del termine legato a sentimenti  premonitori di fatica, di stress nel linguaggio dei tempi che corrono, significa amore di qualcosa, occupazione prediletta, addirittura desiderio. In realtà, sentiamo quanta distanza vi è tra l’antico significato e l’attuale percezione, che  invece fa  riferimento all’apprendimento scolastico dell’obbligo.
L’obbligo, si sa, non lascia scelta, ci priva della libertà di decidere  e  molto lontano appare il piacere di sapere, se non perfino inesistente  quando suona la campanella del ritorno tra i banchi. Studiare, apprendere, imparare ci porta per mano verso un cambiamento. Obbligo al cambiamento :due parole di grande sollecitazione emotiva. Immediata è la sofferenza di ciò che  viene sottratto: la libertà e la stasi,rassicurante e pigra immobilità, quest’ultima intesa come contrario del cambiamento che per il nostro sistema nervoso equivale ad un costoso dispendio energetico. L’apprendimento è un cambiamento, e noi amiamo ripetere per non correre rischi. Lavorare nello stile competitivo attuale porta con  se continui apprendimenti  e cambiamenti.
Eppure pare essere intrinseca  alla natura dell’uomo l’attitudine a conoscere:  così come è inevitabile che un bambino diventi un adulto, al pari dell’accrescimento fisico vi è una crescita cognitiva, che trova nel concetto di sopravvivenza una possibile ragione. Aver imparato a modellare una clava deve aver avuto  vantaggi nel procacciarsi il cibo o nel difendersi. Ciò ci riconduce inevitabilmente al concetto di piacere per sopravvivere, od alla sopravvivenza come piacere. Imparare a fabbricare un utensile conduceva al vantaggio di mangiare o di proteggersi, attività innegabilmente piacevoli e vantaggiose.
Inutile scomodare dotte citazioni per dire che l’uomo evita la sofferenza e tende al raggiungimento della massima quota possibile di piacere, mentre il concetto di felicità rimane un’ ambizione.
Serve alla sopravvivenza.
Ma la realtà esterna a quella spontanea ricerca è il limite al piacere. La relazione col mondo esterno non ci consente assoluta libertà di scelta, pertanto, presa coscienza che la società impone regole la cui inosservanza comporta rischi, non resta altro che il controllo dei moti pulsionali tesi al piacere, inibendoli o sublimandoli.
In questo secondo caso in qualche modo ci auto-inganniamo, cerchiamo una via di fuga, spostando l’obiettivo della pulsione istintiva su un oggetto tutto nostro, interiore, e che il mondo esterno non ci può vietare o censurare. Nel nostro caso ci sono due istanze contrastanti: l’obbligo, di imparare o di lavorare, ci sottrae nell’immediato la libertà, che equivale ad una sofferenza, contrapposto al piacere del lavoro intellettuale e non, che evidentemente ci rende indipendenti dal mondo esterno.  Quest’ultimo piacere non è facilmente percepibile, maggiormente ad uno studente cui sfugge il senso dell’obbligo, ed ad  una persona cui non siano adeguatamente attivati i sistemi  cerebrali di ricompensa.  Lo stress da ritorno può rappresentare una ‘sofferenza’ imposta dalla civiltà, che  baratta continuamente la spinta pulsionale istintiva , personale ed immediata, con la volontà generale di “incivilimento”, di crescita cognitiva o produttiva, che ci differenzia dalla nostra natura animale. Evidentemente questo risultato non è gratuito,  ha un prezzo.
Sindrome da ritorno a scuola o a lavoro, con le stesse valenze simboliche: agitazione, insonnia, ansia, senso di nausea fino al vomito, crampi addominali, emicrania, irritabilità,tristezza, tachicardia, stanchezza non sono altro  che  epifenomeno di un allarme, obbediente alla biochimica dello  stress. Il nostro corpo esegue ordini apparentemente irragionevoli per scappare o attaccare, una nota strategia per  allontanarsi dal pericolo o eliminare il pericolo sotto dettatura della paura, preziosa emozione. Tutto avviene al di qua della ragione. Un esempio per tutti: ci basti pensare alle figure che associamo a scuola od al lavoro,professori  giudicanti  o compagni competitivi e datori di lavoro esigenti o colleghi antipatici  che siamo costretti ad incontrare, nella rappresentazione mentale della perdita  della libertà di scelta di scappare o attaccare, così come le materie da studiare poco congeniali, una occupazione non prediletta.  Cambiamenti, adattamenti che creano allarme, paura. Non si può ignorare che la nostra natura è molto più antica della nostra civiltà ed il processo di adattamento a quest’ultima potrebbe non solo essere parziale, ma persino anti-biologico, innaturale.  Da dove arrivano, dunque, questi ordini che la “civiltà” stenta a riconoscere come appropriati,  etichettandoli come “disturbo” o ribellione? Darwin volle  dimostrare personalmente che la ragione potesse imporsi sull’istinto. Si sottopose egli stesso ad un esperimento poggiando la sua guancia contro la parete di  vetro che lo separava da una vipera dal morso velenoso. Era assolutamente deciso a non spostarsi di lì pur tenendo d’occhio la vipera che non tardò a sferrare il suo attacco al vetro mentre Charles balzò indietro vistosamente. Ammise: “Appena la vipera si lanciò contro il vetro, i miei propositi furono come spazzati via. Feci un balzo indietro ad una velocità prodigiosa. La mia volontà e la mia ragione furono impotenti contro l’immaginazione di un pericolo che non avevo mai sperimentato.”
Se avessimo potuto valutare i parametri  del suo corpo, lo avremmo visto impallidire, sudare freddo,con la frequenza cardiaca sicuramente aumentata, come il valore della pressione sanguigna e della glicemia, coi  muscoli fibrillanti, pervaso da una emozione che tutti saremmo d’accordo a chiamare paura. Organi ed apparati in azione per la nostra salvezza. Una  emozione che mette in discussione la sopravvivenza ed i piaceri ad essa legati dà segni fisici imponenti. Un concerto di “reazioni viscerali” a partenza verosimile da una piccola area a forma di mandorla nella parte anteriore del cervello chiamata amigdala. Segnali di cambiamento dei parametri fisici descritti vengono inviati con complesse connessioni tridimensionali  ai centri superiori ed inferiori dell’intero cervello, dove vengono mappati e dai quali riemerge una risposta che può essere a contenuto più o meno positivo o negativo: un passo avanti od un balzo indietro! Lo stile emozionale di ognuno e soprattutto il controllo esercitato dalla integrazione dei sette strati di neuroni della corteccia cerebrale consentono di porgere alla coscienza cosa sta accadendo nel mondo esterno. Charles Darwin ci avrebbe potuto fornire un elaborato cosciente  dei suoi sentimenti sull’accaduto e su quanto si fosse spaventato. Due circuiti in azione: uno breve, brevissimo, incontrollabile, automatico, immediato, salvavita, passante attraverso l’istinto di sopravvivenza, ineliminabile, impreciso, potremmo dire, per la precisione; l’altro lento, complesso, analitico, razionale, cortocircuitato dal primo, preciso ed utile, potremmo dire, per la precisione. La coscienza razionale alla luce dei fatti, appare un lusso, con tutto il peso che la parola coscienza porta con se. Darwin fece un balzo indietro. Se ci fosse dato di ascoltarci probabilmente faremmo un passo indietro sulla soglia della scuola o del luogo di lavoro. Il nostro cervello  lavora segretamente quotidianamente,  mettendo in scena  milioni di scelte razionali apparenti attimo per attimo. L’amigdala, per semplicità, ci terrà lontani dal fuoco,  in mille modi se ci siamo bruciati anche una sola volta. Se veniamo spinti nel fuoco il nostro corpo risponderà con un disturbo(fuga) o con la ribellione(attacco).
Non appaia esagerato questo discorrere: tornare a scuola o a lavoro non ci mette in pericolo di vita, ma sollecita evidentemente i valori  incancellabili cui essa è legata.
 Il piano razionale della gioiosa accettazione  non basta a bloccare il sistema di attivazione di difesa teso a proteggere ciò che istantaneamente appare molto più importante ai nostri sistemi collaudati in millenni di storia biologica della umanità. La ragione, evidentemente, si presenta con argomentazioni deboli, rispetto alla forza delle motivazioni portate dal paleo-cervello. Una motivazione forte potrebbe essere  il ritorno all’antico significato della parola studium,  una motivazione forte potrebbe essere  la riattivazione dei sistemi  cerebrali di ricompensa per il lavoro. Nessuna molecola esoterica da somministrare che intercetti  i sintomi della sindrome da stimolazione di antichissimi circuiti, tenendo ben presente che in  questi stessi circuiti incantati c’è tutta  la Divina Commedia, tanto per  non trascurare l’orgoglio del genio italiano, e tutto ciò che costituisce l’orgoglio della intera comunità umana.




Il cognitivismo interpersonale di Maria Beatrice Toro, Maria Concetta Ascrizzi,Tonino Cantelmi

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Riassunto

Sono descritti il pensiero e il modello teorico di riferimento di
Vittorio Guidano, soprattutto la sua concezione dell’individuo
e gli ulteriori sviluppi che ne conseguono; si propone, poi, una
riflessione sulla teoria di John Bowlby entro una lettura bidimensionale
dell’attaccamento. Vengono prese considerazione
le Organizzazioni di significato personale e le corrispettive dimensioni
psicologiche del Sé, ossia la inwardness/outwardness
e la field-dependence/field-independence. Nel tentativo di spostarci
da una visione centrata prevalentemente sul Sé al cognitivismo
interpersonale è stata fornita una nuova concezione
dell’individuo e della psicoterapia, rispettando il senso del pensiero
di Vittorio Guidano.

Parole chiave:

cognitivismo, costruttivismo post razionalista,
organizzazione di significato personale, attaccamento,
cognitivismo interpersonale, autostima.

Summary

Vittorio Guidano's thoughts and tehoric model has been considered,
in particular his conception of human being, the psychotherapeutic
intervention and the related tehoric development.
Also John Bowlbt's theory has been fitted in a bi-dimensional
view of attachment taking into account the personal
meaning organizations and the related psychologic dimension,
or the inwardness/outwardness and field-dependence/fieldindipendence.
In accordance with psychotherapy and Guidano's
theory, a new conception of the man has been created.
It represent an attempt of shifting from post razionalist constructivism
and personal cognitivism.

Key words: cognitivism, post razionalist constructivism,
personal meaning organization, attachment, interpersonal
cognitivism, self-esteem.

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Il nostro modello di riferimento, il cognitivismo interpersonale
(Cantelmi, 2008, Toro, 2009, Cantelmi, Toro, Lambiase,
2010), affonda le sue radici nel post-razionalismo sviluppato
da Vittorio Guidano (1987, 1991, 2007, 2008), sebbene
non si identifichi esattamente con esso, per il costante
confronto con la teoria interpersonale e con le nuove acquisizioni
scientifiche in campo cognitivo comportamentale
(Schema Therapy, ACT); tali acquisizioni, o “riscoperte”
vanno attualmente modificando alcuni aspetti importanti
della visione costruttivista, che, pure, manteniamo quale
cornice.Consideriamo, inoltre, indispensabile, il riferimento
alla teoria di Bowlby, in quanto meta teoria all’interno della
quale si possono collocare cognitivismo e teoria interpersonale.

Inquadramento teorico del modello post razionalista.

Vittorio Guidano, psichiatra italiano, è stato il fondatore del
cognitivismo post-razionalista, orientamento teorico originale
che si basa sui presupposti epistemologici del razionalismo
critico e dell’epistemologia evolutiva, introducendo,
nel panorama scientifico internazionale, una concezione
complessa, sistemico processuale, del Sé. Tale
teoria si situa all’interno del paradigma della complessità,
per cui l’organizzazione del sistema del Sé avviene entro
una progressione, che procede secondo livelli crescenti
di complessità. Per quanto riguarda il problema della conoscenza,
il post razionalismo afferma che il significato viene
costruito dalla mente sulla base del rapporto tra una
dimensione astratta, logico linguistica (il “Me”, per cui la
mente è già alla nascita predisposta)4 e una dimensione
“dell’accadere”, l’esperienza immediata, tacita ed emozionale
(l’ “Io”, anche questo già da sempre “dato”, quale
humus esperienziale nel quale l’organismo umano è “gettato”).
L’epistemologia guidaniana assume che il soggetto
sia sempre immerso nella prassi del vivere, che viene
continuamente articolata a livello logico linguistico; in questo senso, la mente è, di necessità, impegnata in una selezionee ordinamento di stimoli già intrinsecamente informativi;
il post razionalismo è, dunque, un costruttivismo
radicale.
Il soggetto è visto come “Costruttore di Significati”: non si
ammette che esistano informazioni disponibili al di fuori
della mente stessa: esistono, piuttosto, perturbazioni che
diventano informazioni nel momento in cui la mente le elabora.
L‘informazione è, dunque, un prodotto della mente,
ovvero un prodotto di elaborazione.
Nell’ontogenesi dell’individuo, allora, le emozioni rivestono
un ruolo primario, perché rappresentano la prima informazione
che si impone al sistema conoscitivo. Gli aspetti taciti
- emotivi guidano e orientano l’esperienza. In particolare,
per il cognitivismo interpersonale, come vedremo infra le
emozioni collegate alla dinamica dell’attaccamento-accudimento
assumono un ruolo centrale per la spiegazione dell’evoluzione
del Significato Personale di un individuo.
“Il post-razionalismo parte dalla necessità di andare al di
là della razionalità: questa non è una posizione irrazionalista
o spontaneista. Al contrario, credo che tutto quello che
è il tema del pensiero logico e razionale, in un contesto di
razionalismo classico, sia molto importante. La razionalità
è uno strumento molto efficace creato per l’uomo, è il
suo orgoglio evolutivo; ci permette di fare una serie di calcoli,
deduzioni e riflessioni che altri animali non possono
fare. Tuttavia, nei sistemi umani la razionalità non funziona
da sola, la razionalità funziona insieme all’emozionalità,
insieme alla sensorialità e a tutte le sensazioni della
corporeità. La razionalità è solo uno strumento che organizza,
regola e sviluppa queste dimensioni dell’esperienza,
e pertanto lavora sempre sui contenuti dell’emozionalità,
sui contenuti dell’affettività” (Guidano, 1999, 1).
Viene così trasmessa alla psicologia un’originale chiave
di lettura sull’ontologia dell’essere umano: Guidano concepisce
l’individuo come un essere unico e irripetibile, già
da sempre gettato nell’intersoggettività, portatore di una
propria Organizzazione di Significato Personale. Tale
concetto si riferisce al modo in cui l’individuo organizza le
perturbazioni che nascono dal suo ambiente intersoggettivo,
e le trasforma in informazioni significative, per il suo ordine
interno, dentro una cornice di coerenza. L’esperienza, nel
post razionalismo, avviene entro questa auto-organizzazione,
che nasce in un processo circolare – tra l’Io che sperimenta
e agisce (Io), e l’Io riflessivo (Me) che osserva e
valuta. La coerenza del senso di sé è data dalla continua
e reciproca interazione tra l’esperire e lo spiegare, tra il fare
l’esperienza e l’interpretare l’esperienza appena fatta, dall’analizzare,
valutare e autoriferirsi il continuo flusso nel tempo
di sensazioni, percezioni, immagini ed emozioni, riordinandole
ed integrandole sempre in maniera coerente con
il senso di sé.
L’Io, spiega Guidano, coincide con un livello di conoscenza
tacita di sé, mentre il Me implica un livello esplicito della
conoscenza di sé che si articola attraverso il linguaggio:
questo permette all’individuo di sviluppare un senso personale
sia come soggetto (Io) sia come oggetto (Me) che
ha come fine il raggiungimento di un significato articolato
che garantisca un senso di continuità e di unicità. La simultaneità
di questi elementi permette all’individuo di vivere
in modo esperienziale la propria soggettività:“Il sentirci
vivi e il continuo spiegarcelo è qualcosa che sembra
intrinseco alla natura umana: nel senso che è un requisito
che precede qualsiasi esperienza possibile. Le nostre
esperienze nella vita si organizzano seguendo questi due
livelli che operano contemporaneamente, cioè, l’esperienza
immediata e la sua spiegazione, il riordinamento che diamo
all’esperienza immediata”(Guidano, 2000, 41).
Nel corso dell’ontogenesi, dunque, l’articolazione del livello
tacito (comparsa di nuove emozioni, differenziazione
emotiva, reazioni motorie e comportamentali) interagisce
con lo sviluppo della dimensione linguistico-cognitiva. Questo
processo avviene nell’interagire con gli altri, a partire
dalle prime figure significative e conosce, come vedremo,
alcuni vincoli legati alla sopravvivenza dell’individuo.
Guidano ha individuato quattro principali organizzazioni
di significato personale (OSP), derivandole dalla combinazione
delle emozioni basilari (tristezza, rabbia, gioia, paura,
disgusto e sorpresa), sottolineando il fatto che sono soltanto
classificazioni teoriche, che si trovano in misura diversa
in ogni individuo e che servono all’osservatore (e in
particolare al terapeuta nella pratica clinica) per trovare una
cornice di senso entro la quale indirizzare un intervento
terapeutico. Le organizzazioni individuate sono:
• Organizzazione di significato personale depressiva: può
essere definita come la tendenza di un individuo a rispondere
agli eventi interpersonali di vita generalmente
con scetticismo o sfiducia, come conseguenza della
costruzione di significato di questi eventi in termini di
perdita, disillusione o insuccesso. Il significato personale
è qui centrato sul senso di solitudine ed è organizzato
in un circuito ricorrente di schemi emozionali
che oscillano tra lo scetticismo e la rabbia; successivamente,
l’ordinamento esplicito o cosciente si configura
in un’immagine negativa di sé e in un’attribuzione
di responsabilità interna, globale e stabile.
• Organizzazione di significato personale fobica: può essere
definita come la tendenza di un individuo a rispondere
agli eventi di vita generalmente oscillando
tra emozioni di curiosità e paura, come conseguenza
della costruzione di significato di questi eventi. Tutto
ciò che è nuovo è attraente, ma può esser visto come
pericoloso, e ciò porta l’individuo a valorizzare una percezione
di sé secondo caratteristiche di forza/debolezza
a seconda della propria ove prevalga una percezione
di se stesso come adeguato e sicuro in questo mondo,
il soggetto tende ad allontanarsi dalle figure di riferimento,
in un’ottica di autonomia e libertà. Ove prevalga
una percezione di sé debole, il soggetto si sentirà
incapace di affrontare il mondo senza una figura
protettiva “a portata di mano”.
• Organizzazione personale di significato personale ossessiva:
è caratterizzata fondamentalmente da emozioni
secondarie, di orgoglio e colpa, con l’elaborazione
di un senso di sé ambivalente e dicotomico, nel quale
l’esperienza immediata è vissuta in due dimensioni
simultanee orientate in senso antitetico: un’immagine
positiva di sé (orgoglio, sé buono) e una negativa.
Ciò porta l’emergere di pensieri, condotte e immagini
intrusive e persistenti vissute come estranee
da sé e che sono controllate ricercando la certezza attraverso
il dubbio sistematico.
• Organizzazione di significato personale tipo disturbi
alimentari psicogeni: è caratterizzata da emozioni di
orgoglio e vergogna, con un senso di sé vago, carente,
oscillante e indefinito, che si definisce soltanto quando
si ha la sensazione di corrispondere alle aspettative
degli altri.
 L’individuo con questa organizzazione ha un’esperienza immediata diffusa di sé, che può stabilizzare
solo attraverso criteri esterni che sono il giudizio
e le aspettative degli altri.
Per ciascuna Organizzazione di significato, è possibile una
serie di discrepanze tra i livelli dell’Io e del Me; ovvero di
“divergenze” fra l’esperienza immediata e la conoscenza
esplicita, che possono destabilizzare le modalità prevalenti
di autoorganizzazione del sistema, provocandone un irrigidimento
e una riduzione delle capacità di lettura consapevole
del proprio vissuto. Vittorio Guidano evidenzia
come nel lavoro psicoterapeutico sia importante comprendere
fino in fondo l’esperienza dell’individuo per poter
capire da dove si origina la dinamica di un suo possibile
scompenso e sottolinea come nella pratica clinica sia
richiesto un attento ascolto da parte del terapeuta verso
il paziente, onde evitare il rischio di cadere in una lettura
standardizzata e superficiale. L’aumento di comprensione
di sé da parte del paziente consiste nella scoperta delle
proprie modalità di funzionamento: si tratta di una comprensione
che nasce dalla particolare perturbazione dei
propri confini che è il rapporto terapeutico. Il terapeuta è,
infatti, perturbatore strategicamente orientato: mentre, tecnicamente,
favorisce la destabilizzazione del punto di vista
attuale del paziente, è attento ascoltatore delle oscillazioni
emotive che osserva nel paziente stesso, per poterle
utilizzare al fine di favorire l’aumento di consapevolezza
che nasce dall’autosservazione.
Una lettura bidimensionale dell’Attaccamento
L’essere umano vive un mondo intrinsecamente intersoggettivo
ed è dotato di abilità, silenti alla nascita, di comunicare
linguisticamente. La propensione a comunicare
si esprime, inizialmente, attraverso i comportamenti e
le emozioni del sistema motivazionale dell’attaccamento.
Il piccolo e il caregiver tendono a strutturare una reciprocità
emotiva e per l’infante, in particolare, la stessa autoregolazione
passa attraverso la prossimità e la comunicazione
con il caregiver. La capacità di sintonizzarsi su una
fonte di regolarità, quale è il caregiver, che interpreta i bisogni
e vi corrisponde (in modo più o meno adeguato, ma,
in ogni caso, sufficientemente responsivo da consentire
la sopravvivenza del piccolo), è il primo modo di dare ordine
al fluire dell’esperienza, sia in termini di ritmi fisiologici
che di stati emotivi. La prima organizzazione del Sé,
dunque, avviene entro schemi interpersonali ricorrenti, che
assumono diverse forme a seconda della modalità di Attaccamento
con i genitori. L’Io arriva a vedere se stesso
come un Me solo all’interno di tali scambi intersoggettivi,
entro cui giunge ad anticipare le possibili reazioni del caregiver:
ciò permette la riconoscibilità delle proprie azioni,
delle emozioni, atteggiamenti e immagine di sé. In particolare,
risultano di fondamentale rilievo per la conoscenza
di sé e per la sintesi dell’immagine dell’atro, le modalità
con cui il piccolo regola, o tenta di regolare, la distanza del
caregiver. Se la regolazione è efficace e reciproca, il bambino
sviluppa un attaccamento sicuro, se, invece, il caregiver
è imprevedibile o ambiguo, il bambino si attacca in
modo insicuro, secondo due direttrici diverse: l’attaccamento
evitante (A) e l’attaccamento resistente-coercitivo (C). Secondo
Patricia Crittenden si possono classificare diciannove
sottoconfigurazioni dell’attaccamento: quattro sicure,
otto coercitive, sei evitanti e una mista.
Per quanto concerne la teoria Cognitivo-Interpersonale,
scegliamo di leggere l’attaccamento entro uno schema bidimensionale,
laddove la dimensione sicurezza-insicurezza
è il primo asse (che si muove da un estremo sicuro a uno
insicuro), mentre nel secondo è rappresentata la “strategia”
per ottenere sicurezza. La strategia, a sua volta, può
essere prevalentemente autoregolativa (evitante) o eteroregolativa
(coercitiva), ma non c’è opposizione tra le due
strategie.
Sviluppi del modello post-razionalista
La variabile chiave che dà forma alla percezione di sé è
rappresentata dalla prevedibilità/imprevedibilità della figura
d’attaccamento: quando le risposte genitoriali sono prevedibili
– sia che siano gratificanti o frustranti - le emozioni
si susseguono con delle naturali ricorrenze, che consentono
presto al bambino di differenziare la propria interiorità,
riconoscendo l’occorrenza delle stesse configurazioni
psicofisiologiche. Non importa che si tratti di emozioni
positive o negative: se queste ricorrono in modo coerente,
il bambino tenderà a farvi affidamento, come predittori
di un certo comportamento del caregiver e come
“spie” delle proprie caratteristiche di amabilità/inamabilità.
Per un’analisi più attendibile del vissuto dell’individuo, Guidano,
ispirato dal filosofo francese Ricoeur, ricorre alla distinzione
tra due termini, “medesimezza” (sameness) e “ipseità”
(selfhood) (Mannino, 2010, 7). Il termine “medesimezza”
indica, secondo la teoria guidaniana, i tratti emotivi
ricorrenti, mentre l’“ipseità” (intesa in modi diversi da
vari fenomenologi) significa variabilità, ossia l’accadere momento
per momento non anticipabile a partire dal proprio
sentire. La prima, sameness dà al soggetto il senso di continuità;
la seconda dà senso dell’accadere. Il soggetto è
sempre lo stesso, ma, nel suo “accadere”, vive provando
sensazioni che lo fanno anche sentire continuamente diverso
dal suo senso di permanenza.Tale distinzione viene
utilizzata da Guidano per introdurre nel suo modello due
dimensioni psicologiche tra di loro correlate: la inwardness/
outwardness e la field-dependence/fieldindependence.

La dimensione inwardness/outwardness (vedi Figura 1,
asse verticale) si riferisce al tipo di rapporto che l’individuo
ha con se stesso, mentre la dimensione field-dependence/
field-independence è relativa al rapporto dell’individuo
con gli altri (vedi Figura 1, asse orizzontale). L’individuo
inward, il cui dominio emotivo è costituito da pattern
coerenti ricorrenti (gioia, paura, rabbia, disperazione),
discrimina più accuratamente i propri stati a partire dalla
componente viscerale e somatica. Fidandosi delle proprie
sensazioni, mette a fuoco la propria esperienza dall’interno
e definisce il proprio stato chiaramente. Le emozioni entrano
a far parte della sua definizione identitaria come aspetti
stabili, poco modificabili nella qualità. L’individuo outward,
invece, non ha a disposizione genitori prevedibili e non sviluppa
dei tratti emotivi ricorrenti. Per dare senso a ciò che
accade dovrà basarsi sull’esterno (l’altro o la situazione
contingente). Ciò lo porta a una modulazione dei propri vissuti
sulla base di codici esterni. Pertanto non si basa sulle
emozioni per riconoscere se stesso ma si rapporta a
standard esterni e ad emozioni “cognitive” come l’orgoglio,
la colpa, la vergogna e il disgusto. Inevitabilmente, un tale
individuo avrà maggiore difficoltà a demarcare i propri stati,
che risultano maggiormente vaghi o deboli, vuoi perché
dipendono dall’imprevedibile comportamento dell’altro
(e dunque devono poter essere velocemente convertiti dall’uno
all’altro a seconda di cosa stia accadendo nella mutevole
relazione con un genitore non in grado di validare
l’esperienza emotiva del figlio), vuoi per la loro intrinseca
ambiguità.
La dipendenza/indipendenza dal campo (il secondo asse)
è una misura psicologica che nasce come misurazione della
funzionalità percettiva. Lo psicologo Witkin mise a punto
una procedura consistente in un dispositivo girevole su
cui il soggetto veniva posto, secondo diverse inclinazioni,
avendo dinanzi al suo sguardo delle figure. In genere,
i field-independent riconoscevano il disegno nell’insieme,
da qualsiasi inclinazione si trovassero, facendo riferimento
all’asse corporeo; per i field-dependent, invece, che facevano
riferimento al disegno in quanto tale, la figura variava
ogni volta che variava la loro posizione. Per Guidano
a field-dependence e field-independence corrispondono
non solo stili percettivi diversi, ma, soprattutto stili cognitivi
ed emotivi diversi.
I field-dependent tendono a regolarsi sugli altri, dunque
possono risultare maggiormente abili in ciò che riguarda
l’interpersonalità. I campo indipendenti, invece, sono più
in grado di strutturare l’esperienza in base a se stessi, con
più spiccate capacità analitiche.
Vittorio Guidano, infine, al fine di fornire una migliore base
per una psicopatologia esplicativa e permettere una terapia
più efficace e versatile, aggiunge al suo modello una terza
dimensione: la diacronia/sincronia. Il concetto di Diacronia/
Sincronia nasce dalla necessità che l’individuo riconosca,
veda una continuità della propria esistenza (e in
definitiva dell’immagine di sé) nel corso del tempo e avverta
il bisogno di una unitarietà momento per momento
(Mannino, 2008, 5). L’introduzione di questa nuova dimensione
spiegherebbe ancora meglio il pensiero di Guidano
di non intendere la psicopatologia descrittiva e statica
come compare nei DSM, bensì intesa come evolutiva
e processuale, che si focalizzi sui processi di evoluzione
della coerenza interna dei significati dell’individuo, evitando
così di considerarlo un’entità fissa che si mantiene tale per
tutta la vita ed evitando ancora il rischio di incasellarlo in
un’etichetta diagnostica statica (Guidano, 1992, 194). Il merito
di Guidano è stato, dunque, quello di andare oltre gli
schemi, evidenziando come in psicoterapia si ha a che fare
con un individuo per natura complesso e sempre in divenire
e non con un’entità statica e fissa. Ha tentato in ultima
analisi di avvicinarsi alla mera complessità che caratterizza
l’essere umano.
Dal post-razionalismo al cognitivismo
interpersonale
La teoria e tutto il pensiero di Guidano hanno suscitato le
critiche di alcuni Autori (Lalla, 2008, 22-35; Mancini, 2009,
1-10) che, riportando fedelmente tutta la ricostruzione storica
del suo pensiero, definiscono con fermezza che la sua
è un’epistemologia “dura”, ossia “pesante”. Partendo da questa
considerazione, sarebbe nostro intento cercare di considerare
l’individuo come un sistema chiuso riguardo all’ontogenesi,
ma aperto a una moltitudine di sviluppi liberi.
La chiusura organizzazionale indica, nel modello Cognitivo
Interpersonale, un mero dato di ordine logico: affinché un
organismo possa mantenere la sua continuità nel tempo,
i suoi sottosistemi tendono a organizzarsi sempre allo stesso
modo. Ciò riguarda, soprattutto, l’assimilazione delle esperienze
alle regolarità su cui si è fondato il riconoscimento
significativo nel passato della propria storia, ma, per
quanto riguarda il futuro, consideriamo gli esseri umani in
grado di modificarsi indefinitamente, considerando anche
modifiche imponenti, purché ciò avvenga senza compromettere
l’unitarietà, la selfhood. L’autopoiesi del Sé, dunque,
è da noi considerata come una tendenza, una spinta
che ha lo scopo di mantenere stabile l’identità nel confine
del rapporto con gli altri, ma non riteniamo di condividere
un’epistemologia che oggettivizzi tale tendenza rendendola
una necessità “metafisica”. La tendenza a dare significato
secondo i medesimi processi funzionali, può essere
riconosciuta solamente a posteriori e non esclude altri
vincoli strutturali per il Sé, come, ad esempio, il mantenimento
di una sufficiente autostima. Anche per l’individuo,
infatti, accanto ai momenti di “scienza normale”5, esistono
i periodi di crisi e ristrutturazione, ove si generano non tanto
nuovi contenuti, ma si può verificare l’emergenza di nuovi
processi significanti. Ciò è teoreticamente possibile, se
non si intende l’autopoiesi come un attributo strutturale e
si intende l’attaccamento come un sistema bidimensionale,
come illustrato supra. Guidano, come menzionato nel
paragrafo precedente, arriva a concepire l’individuo come
un sistema cognitivo complesso in equilibrio dinamico che,
essendo aperto dal punto di vista strutturale, si organizza
autoreferenzialmente e tende a mantenere una coerenza
interna e una continuità del senso di sé attraverso la ricerca
attiva di un significato personale costante. Senza togliere
nulla al suo pensiero, il nostro obiettivo è quello di cercare
di capire come l’individuo può trovare una sua coerenza
interna anche prendendo in considerazione tutte le sue relazioni con il mondo, con gli altri e con la società in cui
vive. Consideriamo, allora, parzialmente meno vincolanti
le prime esperienze, tenendo conto del modello bidimensionale
dell’attaccamento, in cui pattern diversi di attaccamento
non si escludono a vicenda e non danno luogo
a itinerari già scritti.
È fondamentale per noi, poi, considerare la cultura, il contesto
dove l’individuo cresce e si forma come persona, ed
è giusto sottolineare come nella pratica clinica non per forza
occorre considerare la relazione di attaccamento
(punto di partenza nella teoria guidaniana) per poter comprendere
e aiutare un paziente, bensì tenere conto del suo
presente, del qui et ora e analizzare insieme che cosa lo
ha portato allo scompenso. le emozioni certamente sono
fondamentali e crediamo che rivestano un ruolo primario
nell’individuo, ma occorre anche soffermarsi sulle dimensioni
che fanno comunque parte dell’individuo:“Ricondurre
la psicopatologia dell’adulto a esperienze precoci
di attaccamento significa trascurare il complesso delle
influenze e delle loro interazioni che intervengono nel
corso di anni di sviluppo. Ad esempio è ben noto che la
presenza di disabilità cognitive e la crescita in ambienti
socioculturali svantaggiati aumenta l’incidenza della psicopatologia”
(Mancini, 2009, 9).
Per noi, il “complesso delle influenze” è da considerarsi determinante.
I quattro raggruppamenti di personalità, se riletti
attraverso le sei dimensioni, diventano - è questo il contributo
di Mannino6, che accogliamo - non un letto di Procuste,
ma degli “attrattori”.
Dimensioni di personalità e orientamenti
interpersonali
Prima di addentrarci nel complesso rapporto tra organizzazioni
di significato e interpersonalità, desideriamo introdurre,
come fece Guidano in un secondo momento della
sua evoluzione di pensiero, il concetto di Autostima. È
questo un concetto in se stesso interpersonalmente definito,
poiché l’autostima è un fatto sociale: l’immagine che
abbiamo di noi stessi percepita dagli altri.
Se si assume la prospettiva che il processo di autocoscienza
sia un processo autoreferenziale, nel quale è fondamentale
il riconoscimento di ricorrenze per dare significato
all’esperienza vissuta, la significazione implica
sempre un certo grado di appianamento di discrepanze,
connesso alla possibilità di dare senso. Quando ci rendiamo
conto di noi stessi, non utilizziamo, inoltre, processi volti,
semplicemente, alla ricerca della verità, ma, piuttosto, siamo
orientati all’identificazione di un’immagine di noi coerente,
stabile e caratterizzata da un livello di autostima che
ci permetta di accedere a una qualche forma di funzionamento
personale e intersoggettivo. In altre parole,
quando l’essere umano dà vita a un processo di autocoscienza,
sottopone se stesso a un autoinganno, per mantenere
coerenza e autostima sufficienti.
Secondo la prospettiva del cognitivismo interpersonale, possiamo
leggere le organizzazioni di significato tenendo in
considerazione alcune dimensioni per noi fondamentali.
Ciascuna OSP presenta delle caratteristiche specifiche,
a partire dal pattern di attaccamento prevalente (secondo
la prospettiva bidimensionale del sé). Dalla OSP derivano,
poi, un MOI specifico, oscillazioni emotive tipiche,
un determinato senso di amabilità di Sé un’autostima, uno
stile attributivo, un’immagine interiorizzata dell’Altro (come
fonte informativa più o meno attendibile e come partner
coinvolto nella relazione di attaccamento).
Cominciamo dall’OSP fobica. Secondo lo schema tri assiale
delle dimensioni del sé (inwardness/outwardness, field
dependence/independence, diacronia/sincronia) il fobico
definisce se stesso secondo modalità ove prevale la sameness,
dunque il senso di continuità e di alta definizione
di Sé; egli fa affidamento prevalentemente sul proprio
sentire per decodificare le situazioni (modalità inward), l’atteggiamento
verso gli altri è caratteristico della field-dependence
(la vicinanza/lontananza dell’altro è, quindi, una
variabile per lui altamente significativa). Il pattern di attaccamento
è di tipo coercitivo (C1 a C8 secondo la classificazione
di Crittenden). Il senso di Sé è variabile: all’emozione
della curiosità (che si esprime come tendenza
all’esplorazione e valorizzazione semantica del polo “libertà”,
con voglia di autonomia e insofferenza verso i legami
stringenti) corrisponde una percezione per cui l’Altro
può esser visto come una possibile limitazione della
motivazione esplorativa. Quando l’oscillazione si ferma sul
polo della paura, l’immagine di Sé mostra una persona debole;
vi è, di conseguenza, un atteggiamento di ricerca di
conforto e di dipendenza dall’altro il quale si troverà a svolgere
un ruolo di protezione nei suoi confronti; il fobico, a
seconda della situazione, attiva, dunque, l’emozione della
paura e della curiosità oscillando così tra il senso di libertà
e il senso di “sprotezione”.
Nell’organizzazione depressiva (dal punto di vista dimensionale
collocata sul quadrante inward, field-independence)
è presente un modello di attaccamento evitante
inibito o accudente (A1, A2, A3), laddove il senso del Sé
(caratterizzato da un senso di inamabilità) si definisce come
autonomo e capace quando l’emozionalità si sintonizza sul
registro della rabbia (l’Altro è percepito come assente,
ma prevale il senso di autosufficienza). Quando la spinta
propulsiva della rabbia si attenua, entrano in gioco le emozioni
della tristezza e della disperazione. Qui la percezione
di Sé, con una coloritura di fondo ancora una volta di inamabilità,
non è più attivo, ma passivo, ed il senso di solitudine
prende la forma di una condanna dolorosa; l’atteggiamento
interpersonale è evitante inibito, oppure accudente,
per cui l’Altro, sentito come affettivamente caro,
ma ineluttabilmente lontano, viene avvicinato mediante una
strategia in cui la prossimità si ottiene al prezzo del sacrificio
dei propri bisogni, con una concentrazione sui bisogni dell’altro.
L’organizzazione DAP si pone sul quadrante outward, fielddependence,
con un modello di attaccamento misto
compulsivo compiacente con componente coercitiva
(A/C, A4/C); il senso del Sé è vincente quando prevale l’orgoglio,
mentre è passivo-perdente quando prevale la vergogna
e quindi l’Altro diventa più percepibile di sé; l’oscillazione
emotiva di base è così fra orgoglio e colpa e l’interpersonalità
è declinata secondo il modello ricerca di conferme
vs paura dell’intrusività L’ossessivo si colloca sul versante outward, field independence,
che presenta un modello di attaccamento compulsivamente
accudente con componente coercitiva (A/C,
A3/C); prevalgono comportamenti definiti come “intransitivi”
dal punto di vista interpersonale, cioè orientati verso
se stessi, al fine di modificare il mondo interno, più duttile
del mondo delle relazioni. Quando il senso del Sé è positivo,
l’Altro è partner di un dialogo in cui il soggetto si presenta
rigido sulle sue posizioni. Quando il senso di sé è
più passivo e negativo l’Altro (inteso come persona o come
alterità impersonale) risulta essere, come nel DAP, più attendibile
di sé, così l’oscillazione emotiva di base è fra dignità
e colpa.
Come si vede, dunque, approfondendo il modello post razionalista
in senso interpersonale, si sottolinea qualcosa
che è già insito nel concetto di Modello Operativo Interno
secondo Bowlby, laddove la percezione di sé non è separabile
dalla percezione dell’Altro e orienta l’atteggiamento
relazionale in modo caratteristico per ciascuno stile di personalità.
Tale visione della persona impronta l’agire terapeutico
in modo da informarne procedure e strategie, alla
luce del funzionamento e dell’incontro di due modi di esserci,
quello del terapeuta e quello del paziente, che entrano
in dialogo in una relazione finalizzata alla cura della
persona.

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