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La mente può trovarsi in stati diversi , il sonno ,il sogno, la trance,l'ipnosi,l'attenzione fluttuante,
l'estasi,la preghiera,la meditazione,la creatività artistica e scientifica,
l'esplorazione dello spazio e degli abissi marini,l'agonismo sportivo.

Stati della mente pubblica lavori originali o già pubblicati con il consenso degli autori, interviste e recensioni di libri e promuove eventi culturali e scientifici.

LA DIPENDENZA DA INTERNET E LE DIPENDENZE SESSUALI di Guglielmo Campione

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I termini dipendenza, abuso o addiction sono stati finora utilizzati con riferimento a sostanze chimiche, ma ormai sempre più spesso si ritrovano nella letteratura scientifica riferimenti alle cosiddette "nuove dipendenze".

Le nuove tecnologie hanno rivoluzionato l'economia, il nostro modo di lavorare, di studiare, di pensare ma si sono sviluppate anche delle vere e proprie patologie legate ad un uso problematico di Internet e dei suoi servizi: lo shopping compulsivo in Rete, il gioco d'azzardo, il trading on-line (giocare in Borsa attraverso Internet), la chat dipendenza e le relazioni nate in Rete, i Cybersesso dipendenti e l"information overloading addiction", la dipendenza da informazioni.

In alcuni casi il web può, non diversamente da quel che accade nelle altre condotte patologiche da dipendenza, giungere a diventare il fulcro della vita di una persona tanto da oscurare completamente la sua vita privata e relazionale e influenzare negativamente il suo rendimento lavorativo.

Come in tutte le dipendenze patologiche è, dunque, sempre importante, per un clinico, valutare le difficoltà di relazione, le convinzioni patogene e disadattive, le situazioni sociali carenti e le concomitanti psicopatologie più frequenti come il disturbo ossessivo e i disturbi dell’umore.

Secondo Maslow alcuni servizi come le chat, le mailing list, e i newsgroup facilitano il contatto interpersonale, il riconoscimento sociale, il senso d'appartenenza e l'autorealizzazione.

Il web è diventato con il passare del tempo sia un contenitore d’informazioni e materiale, nel quale ricercare, in un ambiente protetto da anonimato, stimoli ed emozioni sia un luogo d’accesso a relazioni amichevoli, sentimentali o sessuali per la ricerca di materiale sessuale e di contatti personali a scopo sessuale e per praticare il cybersex o per organizzare incontri.

Da questo punto di vista il web si presenta come un contenitore emotivo, come luogo neutro ideale per la proiezione di pulsioni e la produzione di fantasie e come occasione per sperimentare nuovi comportamenti.

In realtà spesso non vi è ricerca di relazioni oggettuali vere e proprie ma di relazioni opportunistiche con soggetti che, per le proprie caratteristiche di personalità, calamitano e favoriscono la scarica di bisogni pulsionali poco elaborati.

Secondo la Young chi soffre di Internet addiction disorder(IAD) non frequenta la rete per necessità o per svago, ma risponde ad un impulso incontenibile di usare Internet per il maggior tempo possibile, con l'inevitabile compromissione della propria sfera socio-affettivo-lavorativa.

La durata interminabile dei collegamenti è, infatti, una caratteristica immancabile di questa dipendenza, mentre le altre attività e gli altri rapporti passano gradualmente in secondo piano, fin quasi a scomparire dal panorama quotidiano ed affettivo dell'Internet-dipendente.

L'impossibilità a collegarsi, evento comune a chi naviga (rete intasata, virus, server temporaneamente sospeso, ecc.), è vissuto con un disagio profondo, un senso di privazione e di angoscia che può culminare in vere e proprie crisi d'astinenza

I fattori di rischio per lo sviluppo della IAD sono:


soggetti compresi fra i 15 e i 40 anni,


difficoltà comunicative legate a problemi psicologici, psichiatrici, emarginazione, problemi familiari e relazionali;

'elevato grado di informatizzazione negli ambienti lavorativi.


lavori notturni e isolati


l'isolamento geografico


Le fasi cliniche del disturbo consistono in:

a) una fase iniziale, caratterizzata da attenzione ossessiva per la posta elettronica, focalizzazione ideo-affettiva sui temi inerenti il web;

b) una fase tossicofila, con progressivo incremento del tempo di permanenza in Rete e sensazione di malessere quando non si è collegati, collegamenti in ore notturne con perdita di sonno;

c) una fase finale tossicomanica caratterizzata da collegamenti così prolungati da compromettere la vita personale, sociale e professionale.


RICERCHE ITALIANE

Cantelmi precisa di aver avuto l’opportunità di esaminare, dal 1996 al 2000, solo sei pazienti rete-dipendenti (4 maschi e 2 femmine), giovani adulti di livello culturale medio-alto.

I soggetti rientrano nella fascia d’età considerata a rischio per l’insorgenza della dipendenza da Internet (tra i 30 e i 35 anni).

Tutti i pazienti, che utilizzano Internet da più di sei mesi, riferiscono di passare molte ore settimanali in rete (fino a 50), lamentando apatia, ansia, irrequietezza e anedonia off-line, nonché una marcata compromissione della vita relazionale, scarso interesse per le relazioni interpersonali e diminuito rendimento professionale. Cantelmi (2000) ha proposto la classificazione di due tipi di “retomani”: gli IA (internet addiction) con pregressa patologia, rappresentati da pazienti con disturbi nell’area affettiva o con tratti ossessivo compulsivi e gli IA senza pregressa psicopatologia nei quali lo sviluppo della sindrome da internet dipendenza dà valore all’ipotesi secondo la quale il rischio psicopatologico dell’uso della rete deriva dalle stesse caratteristiche tecniche della comunicazione telematica, che consentirebbero al soggetto di vivere una condizione di onnipotenza .(Varaschini A.2002).

In Italia V.Caretti ha introdotto il termine di trance dissociativa da videoterminale: e’ un importante fenomeno dissociativo che si manifesta con depersonalizzazione, diffusione dell'identità, esperienze sensoriali bizzarre, che accosta le condotte on-line alle psicosi.

Esso si verifica durante o dopo un lungo collegamento in rete e consiste in un’alterazione temporanea dello stato di coscienza, e/o in una sostituzione del senso abituale dell'identità personale con un'identità alternativa.

Si ritiene che essa possa essere il risultato di una condizione difensiva che nasce da una pregressa psicopatologia, per esempio una fobia sociale; l'esposizione protratta agli stimoli innumerevoli della rete può, in alcuni casi, fungere da stressor aggiuntivo in soggetti predisposti.

La psicanalisi e le relazioni virtuali.

Devo in parte questo excursus alla consultazione dell’interessante tesi di laurea in psicologia di Alessandra Maraschini “La dipendenza da Internet: un approccio psicodinamico”.(15)

Molti autori hanno sottolineato la somiglianza del web al mondo onirico: molte persone, infatti, sono attratte dagli ambienti virtuali che, come i sogni, soddisfano il bisogno di evasione, incoraggiando modalità di pensiero inconsce, tipiche del processo primario.

Questi utenti possono inoltre utilizzare il cyberspazio per sperimentare identità diverse attraverso la messa in scena della propria maschera (ad esempio nelle chat, traendo vantaggio da un contesto facilitante e deresponsabilizzante e da una modalità di accesso on-off al luogo esperienziale della rete.

“In termini psicanalitici, il computer e il cyber spazio ( introdotto da W.Gibson in “Neuromancer”), secondo Suler (1996) possono diventare una sorta di spazio transizionale che si configura come un’estensione del mondo intrapsichico della persona e può essere sperimentato come un’area intermedia tra il sè e l’altro. Leggendo sul loro schermo il testo di un e-mail si può avere la sensazione che la nostra mente si fonda o confonda con quella dell’autore, in uno spazio psicologico che diventa un’estensione della nostra mente conscia e inconscia. Winnicott (1951) coniò il termine di spazio transizionale e oggetto transizionale per descrivere l’area intermedia di esperienza fra il sé e l’altro, fra il dito da succhiare dei primissimi mesi e l’orsacchiotto del periodo successivo, fra l’erotismo orale e il vero e proprio rapporto oggettuale.Un oggetto transizionale è contemporaneamente concreto e fantasmatico, creando un’esperienza intermedia tra esterno e interno. Il bisogno dell’oggetto transizionale si manifesta in momenti di frustrazione, quando l’impatto con la realtà è troppo forte. Esso ri-presentifica, nei momenti di assenza, la presenza della madre, in una dimensione di controllo e dominio dell’oggetto che il simbolo rende possibile. E’ un sostituto materno che consola e protegge nell’assenza.(15).

Il cyberspazio transizionale è accessibile ad ogni ora, controllabile in ogni momento.

Il desiderio di controllo dell’interiore attraverso il controllo sull’esteriore è molto facilitato in internet (Turkle 1984). La relazione virtuale così super-controllabile può fornire l’illusione di specchiarsi vedendo il proprio io ideale nell’altro. La relazione viene usata come mezzo di conferma narcisistica. Come per il Freud di ”Introduzione al narcisismo” è possibile amare l’altro in quanto egli rappresenta ciò che siamo stati, ciò che non siamo mai stati ma avremmo voluto essere, ciò che potremmo essere in futuro. Secondo Balint (1968) il bisogno compulsivo di un rapporto armonioso con l’ambiente è da ritenersi primario e fondamentale. Se questo bisogno non viene soddisfatto si produce una mancanza di cui il narcisismo, come sforzo per rendersi indipendente dal mondo frustrante, è una delle espressioni difensive.

Il web rappresenta un occasione o una serie di occasioni narcisistiche: ci si può presentare come si vorrebbe essere o si vorrebbe essere visti dagli altri, permettendo di fuggire dal contatto reale e dalla valutazione reale tanto temuta perché frustrante e non controllabile.

Si capisce perché allora il tema dell’identità è così importante in questo discorso. La sperimentazione di diverse identità (identità multiple) anche sessuali (gender swapping, in prevalenza uomini ) è una delle potenzialità della rete che può generare addiction. La Young riporta a questo proposito alcune testimonianze paradigmatiche: ”Il web è l’unico posto in cui la mia opinione valga qualcosa e mi sento importante. Di giorno sono un marito affettuoso ed un lavoratore coscienzioso ma di notte premendo un tasto, mi trasformo nel bastardo più aggressivo che lei possa immaginare. E nessuno sa che sono io a fare questo. Penso che questo mi impedisca di andare realmente a fare male agli altri, ad esempio, picchiare mia moglie. Sono spaventato per questo ed ho bisogno di aiuto”.(15).

Pravettoni (2002) ha cercato di distinguere tre tipologie di persone che si rivolgono al web:

chi usa la rete come mezzo per incontrare un altro che, in un interazione dialettica gli permetta di superare un momento di disagio. Gli altri utenti cioè fanno da “ terapeuti”mentre lo spazio della rete diventa una specie di spazio sicuro in cui parlare o piangere ed elaborare.
chi usa la rete per inscenare continuamente e compulsivamente i propri problemi senza alcuna elaborazione avendo trovato un posto sicuro e degli interlocutori disponibiliad ascoltarlo. Questo trend è da ritenersi precursore di dipendenza.
Chi usa la rete come specchio per vedere la propria immagine più chiaramente. Questo ricorda il metodo autobiografico e la funzione terapeutica della scrittura ed il web assomiglia alla carta: l’individuo cerca di rimettere in ordine le proprie idee e riorganizzare il proprio sé.(15).

Ancora una volta viene sottolineata dai clinici la valenza narcisistica di queste relazioni, il loro uso strumentale e seduttivo dell’altro. Il desiderio di sedurre o manipolare può essere considerato come il modo per attenuare la propria disistima profonda. Se si riesce a convincere l’altro, anche se con l‘artificio della maschera e dell’identità fittizia, vorrà dire che si può dominarlo, controllarlo, producendo un valore che diventa per l’altro desiderabile e incrementando in tal modo la propria percezione di competenza nel soddisfare i propri bisogni.

Se- durre, dal latino condurre a sé, significa legare l’altro a sé e soddisfare i propri bisogni sociali e sessuali. In genere si tratta di persone che faticano nell’interazione vis a vis, nell’intimità, per eccessivi timori sulla propria immagine corporea e sessuale. L’intimità, infatti, si raggiunge quando si supera il confine della parte più segreta di noi, quando si permette all’altro di violare questo confine. Per far questo è necessario che l’altro non intimorisca, non appaia minaccioso in qualche modo. In rete si può appare invece meno minacciosi soprattutto perché si ha a disposizione un linguaggio tutto verbale, interpretabile, meno denso, che lascia più spazio ai movimenti difensivi, alla polisemia, all’ambivalenza.

“Il web può diventare quindi un rifugio. A tal proposito ricordiamo che già Fonagy e Target (2001 avevano parlato di mentalizzazione di luoghi mentali. Steiner (1993) li ha definiti rifugi della mente (“…il rifugio funziona come una zona della mente in cui non si deve affrontare la realtà, in cui le fantasie e l’onnipotenza possono esistere senza controllo e qualunque cosa è permessa. E’ spesso questa caratteristica che costituisce l’attrattiva del rifugio per il paziente, o di solito comporta l’utilizzazione di meccanismi perversi e psicotici…”).(15).

I rifugi della mente si possono intendere come luoghi mentali ossessivo compulsivi o riti magici in cui ci si ritira quando la realtà è insopportabile, in cui si automedica l’io danneggiato per un lutto o per una perdita dolorosa. La perdita non elaborata comporta angoscia, dolore e quella costante sensazione di pericolo che Bion definì terrore senza nome”.(15).

Il concetto di luogo mentale fa appunto pensare a Bion quando parla della madre come oggetto contenitore esterno in grado di accogliere e rendere pensabili gli stati mentali primitivi, i dati grezzi dell’esperienza, sperimentati come angosciosi e dolorosi in quanto privi di significato e proiettati all’esterno tramite l’identificazione proiettiva: i cosiddetti elementi beta.

…Tale funzione materna viene definita da Bion “Reverie” o funzione alfa e corrisponde a quello stato di calma ricettività che accoglie i sentimenti caotici del bambino e gli da significato, calmando quindi dolore e angoscia. Come dice Fonagy, cioè, ”… il cogito ergo sum cartesiano non può più funzionare come modello psicodinamico della nascita del sé. Il costrutto dovrebbe essere invece: la mamma pensa a me come a qualcuno che pensa e dunque io esisto come essere pensante”.Citando Hegel della “Fenomenologia dello spirito” Fonagy fa notare che è solo attraverso la conoscenza della mente dell’altro che il bambino sviluppa il pieno possesso della natura degli stati mentali. Ed è quindi anche vero che, come dice la Main, l’incapacità a comprendere la natura meramente rappresentazionale del pensiero proprio e di quello degli altri rende il bambino ( le persone) vulnerabili dinanzi a comportamenti poco coerenti. Non sono cioè in grado di trascendere l’immediata esperienza e di arrivare a comprende la differenza tra esperienza immediata e lo stato mentale sottostante. E’ come se costoro prendessero tutto alla lettera e non fossero in grado di andare oltre (metacognizione).Questo li espone a ritenere gli stati rabbiosi del genitore come dovuti alla propria cattiveria e non allo stato mentale della madre. I bambini borderline possono cioè essere figli di genitori borderline.

“Secondo V.Caretti i rifugi della mente servono a neutralizzare e controllare l’angoscia di morte e l’aggressività di tipo primitivo, ma in quei soggetti in cui le problematiche collegate alla distruttività sono particolarmente disturbanti, il rifugio mentale può giungere a dominare la psiche dando luogo ad una patologia che va dal ritiro dal mondo oggettuale, alle attività autoerotiche, all’aggressività contro sé stessi (anoressia e tossicomania) fino ai disturbi dissociativi (trance dissociativa da videoterminale)”.(15).
Comunicando su internet gli utenti regrediscono.
I segni fondamentali di questa regressione, secondo Holland (1995) sono il flamming (comportamento maleducato e compulsivo, con espressioni crude e insulti, il sexual harassment, la straordinaria generosità, tutti fenomeni disinibitori e regressivi.(15).
Holland sottolinea anche come le caratteristiche del setting psicanalitico assomigliano per certi versi alla comunicazione on line: si parla ad una persona che non vediamo ma che pure è presente dal quale si riceve brevi risposte”.(15)
Questo tipo di pazienti che altrimenti difficilmente ricorrerebbero all’aiuto di uno specialista possono essere forse quanto meno agganciati più facilmente attraverso il contatto on-line, utilizzando Internet come un’occasione propedeutica ad una dimensione di vero incontro e dunque, proprio per questo, veramente terapeutica.


LE DIPENDENZE SESSUALI

Il concetto di sex addiction, in quanto tale, è stato coniato nel 1983 da Patrick Carnes.

E’ lecito chiedersi se quest’ennesima etichetta diagnostica corrisponde ad un esclusivo bisogno nosografico di medicalizzare il comportamento sessuale o se davvero rappresenta un progresso nella comprensione del fenomeno.

Il disturbo compare per la prima volta nel 1991 nel DSM III r, tra i disturbi non altrimenti specificati come“ disagio collegato a modalita di conquiste sessuali ripetute o ad altre forme di dipendenza sessuale non parafilica che comportano una successione di persone che esistono solo per essere usate come oggetti”.

Nel 1996 –DAM IV- viene eliminata la dizione dipendenza sessuale e si trova un riferimento nei disturbi sessuali n.a.s ad un “disagio connesso a quadro di ripetute relazioni sessuali con una successione di partner vissuti dal soggetto come cose da usare”.

Attualmente il dibattito scientifico verte su 2 possibili ambiti: dipendenze patologiche (A.Goodman), disturbi impulsivi /disturbi ossessivo compulsivi(Hollander, Cloninger), teoria psicanalitica della compulsione (secondo cui ogni comportamento usato per produrre gratificazione e fuggire da stati interni di angoscia può diventare compulsivo e diventare un disturbo da dipendenza ) e della perversione. In “ Onanismo come possibile forma di dipendenza “( “Trattamento psichico” 1889-1892) Freud fa riferimento alla terapia ipnotica che "...non è utilizzabile soltanto in tutti gli stati nervosi e nei disturbi insorti per’immaginazione', nonché nel divezzamento da abitudini morbose (alcolismo, morfinomania, aberrazione sessuale).

Otto Fenichel (The psychoanalitic Theory of Neurosis -1945) le cataloga come secondo tipo di "nevrosi impulsiva" quello delle "tossicomanie senza droghe".

In un saggio postumo, Ferenczi, afferma che "non si può considerare guarito un alcolista che si è potuto allontanare temporaneamente dalla sua dipendenza nefasta con la disintossicazione e con la suggestione. La disintossicazione deve essere completata con un lavoro psicoanalitico che svela e neutralizza i veri momenti psichici del bisogno compulsivo delle droghe. Capita spesso nel corso di un'analisi di osservare che queste abitudini servivano a mascherare una vita sessuale amorosa disturbata" (Ferenczi, 1927-1933).

Secondo Goodman ci sono sensibili differenze tra dipendenze e fenomeni compulsivi.

Le dipendenze patologiche sono caratterizzate da: attività sessuale come attività di ricerca del piacere e riduzione del disagio, attività sessuale egosintonica (impulsiva ?) e risposta ai farmaci antidepressivi simile a quella nella depressione.

Le compulsioni sono caratterizzati da attività sessuale come attività di difesa (non finalizzata al piacere ma alla riduzione di ansia e depressione), attività sessuale egodistonica, risposta agli antidepressivi diversa a quella nella depressione, e sono legati a fenomeni di eccessività.

Secondo questo autore i criteri per disturbi da dipendenza sono:

1. Frequente espressione del comportamento per un lungo periodo di tempo, maggiore di quanto comunemente inteso.

2. Persistente desiderio di esprimere il comportamento con uno o piu sforzi inefficaci di controllarlo o ridurlo

3. Molto tempo speso in attività necessarie al comportamento o per riprendersi dai suoi effetti

4. Frequenti preoccupazioni per il comportamento e le attività preparatorie

5. Frequente ingaggio nel comportamento nonostante le scadenze lavorative, accademiche, domestiche o sociali

6. Abbandono dei doveri sociali, lavorativi, ricreazionali a causa del comportamento

7. Continuazione del comportamento a dispetto del sapere di avere persistenti e ricorrenti problemi sociali, finanziari, psicologici o fisici causati o esacerbati dal comportamento

8. Bisogno di aumentare l’intensità del comportamento per ottenere l’effetto desiderato o diminuiti effetti con comportamenti della stessa o maggiore intensità

9. Incapacità di rilassarsi e irritabilità se non è possibile agire il comportamento

10. Almeno 3 criteri per fare diagnosi e alcuni sintomi del disturbo devono durare da almeno 1 mese o verificati ripetutamente per un piu lungo periodo

Secondo Carnes il dipendente da sesso instaura una relazione distorta in grado di modificargli l’umore con le cose o le persone. Egli progressivamente passa attraverso fasi nelle quali si ritira dagli amici, la famiglia, il lavoro, la vita segreta diventa piu reale di quella pubblica, sebbene per questa doppia identità sperimenti potenti sentimenti di vergogna. I d.s hanno perso il controllo sulla loro capacita di dire no, sulla loro abilita di scegliere. Il comportamento sex e’ parte di un ciclo di pensieri, sentimenti ed azioni che non possono piu controllare. Invece di gustare il sesso come fonte di piacere il d.s. ha imparato a relazionarsi al sesso per confortarsi dal dolore, prendersi cura di se’, rilassarsi dallo stress.

Contrariamente all’amore, l’ossessionante malattia trasforma il sesso nella relazione primaria o nei propri bisogni per i quali tutto il resto viene sacrificato.

L’euforia dura tanto quanto il rituale sessuale. Mentre per i tossicodipendenti, infatti, l’euforia svanisce lentamente il d.s. si sente inebetito, triste, in colpa, subito dopo l’atto.

Si sentono impostori, truffatori, impostori e codardi ma non abbastanza per smettere anzi questa situazione depressiva riaccende il bisogno dell’euforia e del sollievo.

Il sesso quindi non e’ al centro della dipendenza. L’uso del sesso è funzionale alla fuga dalla solitudine, dal senso di colpa, dalla paura, dalla vera intimità, dall’insicurezza riguardo la propria identità.

Spesso i partners dei pazienti presentano sintomi fisici (sintomi da stress come cefalea, mal di schiena, insonnia, perdita d’energia, disturbi gastrointestinali multipli, depressione, dipendenza da tranquillanti, spese compulsive). Per mascherare sensazioni dolorose, molte/i codipendenti passano a comportamenti bulimici, dipendenza da tranquillanti, superlavoro, superpulizie in casa.

Secondo Carnes le caratteristiche principali delle d.s sono:

• pattern di comportamenti fuori controllo

• gravi conseguenze dovute ai comportamenti

• incapacità di smettere nonostante le gravi conseguenze

• persistente perseguimento di comportamenti autodistruttivi

• crescente desiderio e sforzo di controllare i comportamenti

• ossessione sex. e fantasie come prime strategie di adattamento.

• incremento dell’attività

• gravi cambiamenti dell’umore dovuti ad attività sex.

• smodato aumento di tempo speso nella ricerca di sex. o per riprendersi da esse

• trascuratezza nei confronti di attività sociali, lavorative ecc.

• piacere

• dipendenza fisica

• craving

• astinenza

• compulsione

• segretezza

• cambiamento di personalità

• contraddizione delle proprie convinzioni etiche

ESEMPI DI SEXUAL ADDICTION

1. Fantasie sessuali: dimenticare impegni per fantasie sessuali e o masturbazione compulsiva

2. Attivita di seduzione: adulteri eterosessuali o omosessuali), flirt e comportamenti seduttivi

3. Sesso Anonimo: per una sola notte

4. Pagare per il sesso prostitute, chiamate telefoniche a pagamento.

5. Commerciare in sesso: droghe o soldi per sesso.

6. Sesso Voyeuristico: essere clienti abituali di librerie per adulti o spettacoli di

   spogliarello, guardare dalle finestre delle case.

 Avere collezioni di foto porno a casa o al lavoro.

  Sesso esibizionistico esporsi in luoghi pubblici o in casa o in macchina, spogliarsi, vestire abiti   succinti

8. Sesso Intrusivo: toccare altri senza permesso, usando posizioni di potere lavrativo e religioso

per sfruttare sessualmente altre persone, stupro

9. Scambi dolorosi: causare o ricevere dolore per aumentare il piacere sessuale

10. Sesso con oggetti: masturbarsi con oggetti, scambiarsi indumenti, usare feticci per rituali

sessuali, fare sesso con animali

11. Sesso pedofilo: forzare bimbi ad attività sessuali, guardare foto porno di bimbi


LE COMORBIDITÀ.

La dipendenza sessuale è spesso accompagnata da altre dipendenze.

La comprensione di ciò è importante perché la dipendenza sessuale contribuisce in modo significativo all’epidemia aids e perché gli sforzi per controllare questa dipendenza sono spesso problematici per situazioni coesistenti.

Un recente studio su 823 omosessuali o bisessuali che cercavano una cura di primo livello mostra come il 64 % era coinvolto in storie di comportamenti sessuali rischiosi nonostante questi soggetti sapessero dei rischi e del modo di prevenirli.

Paragonati con il gruppo dei pazienti dediti a sesso sicuro, gli uomini che erano coinvolti con attivita sessuali rischiose avevano più partners, usavano più droghe e sentivano di avere meno controllo sulle attività sessuali.

È difficile comunque che vi siano grandi cambiamenti a livello comportamentale a meno che viene affrontata la questione della natura compulsiva del comportamento sessuale e del poliabuso di droghe in modo più diretto.

La dipendenza sessuale spesso coesiste con quella da sostanze ed è frequentemente una causa negletta di ricaduta.

Questo è particolarmente vero per la cocaina.

In uno studio circa il 70 % dei cocainomani in trattamento ambulatoriale era stato diagnosticato come sex addict.

Molti pazienti erano intrappolati in un meccanismo di reciproca ricaduta in cui il comportamento sessuale compulsivo precipitava la ricaduta nell’uso di cocaina e viceversa. In uno studio anonimo su 75 sex addict ricoverati 29 (39%) erano anche affetti da dipendenza da sostanze,
28 (38%) erano alcolisti, 24 (32%) avevano disturbi alimentari, 10 (13%) erano affetti da uso compulsivo dello spendere denaro, 4 (5%) erano giocatori compulsivi.

Solo il 13 (17%) credeva di non avere altre dipendenze.


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Varaschini A. La Dipendenza da Internet : un approccio psicodinamico, Tesi di Laurea in psicologia, Università di Torino 2002.



















Piu pillole e meno pensieri di Niels Peter Nielsen

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STATI DELLA MENTE vuole ricordare con questo suo celebre saggio, la figura di Niels Peter Nielsen, medico psichiatra e psicoanalista S.P.I e docente IIPG a Milano , che abbiamo avuto la fortuna di conoscere come Maestro e collega, autore dei celebri Libri L'UNIVERSO MENTALE NAZISTA ,  I COLORI DELL'ODIO , RORSCHACH A NORIMBERGA.








La ricerca di un medicamento, che tolga al paziente l’onere di affrontare le proprie difficoltà affidandosi ad agenti chimici ritenuti onnipotenti, è una prassi che accomuna coloro che aspirano a superare un disagio esistenziale.

Stress è una parola invisa agli psicoanalisti, una parola fuorviante e onnicomprensiva che nel tempo ha assunto il carattere di uno stereotipo comprendente un coacervo di concetti non sempre univoci. Il termine viene ad esempio impiegato sia in riferimento allo stimolo (stressor) sia alla risposta dell’organismo che cerca di adattarsi allo stimolo.

Il termine stress, dall’inglese pressione, sollecitazione – mutuato dal gergo delle fabbriche negli anni della rivoluzione industriale inglese dove faceva riferimento alla resistenza delle strutture metalliche all’applicazione di forze esterne (Costa, 2003) – rimanda alla facoltà di migliorare le capacità prestazionali del soggetto. La parola, entrata nel linguaggio comune, è usualmente associata a vissuti d’ansia e di tensione muscolare per sovraccarico di stimoli oltre che a sensazioni di affaticamento generale e di sfinimento ammantandosi in genere di connotati negativi, che rinviano a una situazione di pericolo per la salute psicofisica o per la stessa vita.

Secondo la dizione originale di Hans Selye (1936) lo stress rappresenta una reazione aspecifica dell’organismo a qualsiasi stimolo interno o esterno di tale intensità e durata da innescare meccanismi di adattamento o riadattamento capaci di stabilire l’omeostasi. La rivisitazione del concetto ha portato a una sua ridefinizione. Lo stress, considerato una risposta integrata dell’organismo a modificazioni operate su di esso, risulta funzionale alla sopravvivenza; uno stato di tensione psicofisica dell’organismo nello sforzo di adattamento a una nuova situazione (Farné, 1999). Esso non è quindi di per sé una reazione negativa in quanto può fornire le energie necessarie ad affrontare in modo adeguato le richieste di sollecitazione psicofisica grazie all’attivazione di una risposta multimediale nei vari assi neuroendocrini che consente di migliorare la prestazione dell’individuo.

L’assenza dei meccanismi di stress è di fatto incompatibile con la vita. Selye ha più volte ribadito che «l’assenza di stress equivale alla morte». Anche se da tempo si cerca di accreditarlo come malattia sociale, lo stress (eustress) non è correlabile a una patologia. Solo quando le richieste ambientali superano le reali capacità di coping dell’individuo, la discrepanza tra lo stimolo e la risposta (distress), può causare nel soggetto una sensazione di stanchezza e una maggiore vulnerabilità allo sviluppo delle malattie. Elemento fondamentale della nostra esistenza, sovente lo stress viene erroneamente confuso con gli stati ansiosi nosograficamente riferibili invece all’attacco di panico, all’ansia generalizzata o a un disturbo da stress post traumatico. Manifestazioni patologiche note la cui descrizione è ben circoscritta dal DSM IV (ndr, Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali IV) e il cui trattamento si avvale di elettive tecniche psicologiche e di farmaci specifici.

Nella comune accezione non specialistica lo stress è andato via via assumendo anche il senso di un diffuso malessere, di una sensazione di crollo imminente, di un profondo disagio più che di una specifica malattia.

Maria, una giovane studentessa di architettura, aveva richiesto un’analisi per affrontare una sensazione di incapacità, attribuita a uno "stress generalizzato" che in realtà mascherava una vera e propria crisi di identità. All’inizio dell’analisi, prendendo a prestito il termine dall’esame di Scienze delle costruzioni, aveva paragonato lo stress, che le procurava la sensazione di un imminente schiacciamento e stritolamento della mente, al "punto critico di esercizio" oltre il quale esiste un ragionevole pericolo di crollo dell’intera struttura veicolando a livello clinico l’importanza di intenderlo come un segnale utile e significativo.

La nozione di segnale rinvia a quella adottata da Freud nel 1925 quando abbandonò gran parte delle ipotesi precedenti sull’ansia. Segnale, azionato esclusivamente dall’Io, che presupponeva la mobilitazione di una certa quantità di energia a difesa della persona e che anticipava in un certo senso il concetto di stress. Quest’ultimo può essere infatti considerato anche una forma di segnale, che se perdura nel tempo e se rimane inascoltato si può trasformare in un serio problema di salute.

Matteo, manager molto impegnato, mi fece telefonare dalla sua segretaria perché non trovava il tempo necessario per farlo di persona. Presentatosi all’appuntamento con 15 minuti di ritardo manifestò immediatamente il fastidio di dover «perdere del tempo prezioso» per doversi sottoporre a un’"intervista" magari anche inutile. Nel breve tragitto che aveva fatto per recarsi nel mio studio aveva fantasticato che avrei potuto limitarmi a consigliare alla sua segretaria un farmaco altamente efficace. Avevo di fronte un uomo distinto, energico, pragmatico, apparentemente molto sicuro di sé, altero, che lasciava però trasparire una difficile quanto occultata richiesta di aiuto.

Aveva iniziato il colloquio senza "perdere tempo" affermando che si era deciso a contattarmi solo perché uno dei suoi clienti più importanti gli aveva suggerito il mio nominativo. L’amico navigando in Internet, aveva letto un’intervista che avevo rilasciato pochi mesi prima e che era stata pubblicata sul web nella rubrica "I grandi specialisti" e solo questo lo aveva convinto, ma lo ero veramente? A prima vista non gli sembravo all’altezza della situazione, non indossavo neanche la giacca e la cravatta! Ma se era vero potevo prescrivere subito, senza indugi, il miglior farmaco presente sulla piazza che lo potesse ricaricare perché con frequenza sempre maggiore si sentiva superstressato e nel contempo esausto e non riusciva più a seguire i mille impegni che si era creato.

Matteo esigeva qualcosa di rapido ed efficace per non avvertire un profondo senso di vuoto che provava appena rallentava il ritmo delle sue febbrili attività. Lo stress da una parte lo sosteneva nello sforzo ma temeva di doversi fermare, forse paventava un infarto. «Chi si ferma è perduto» aveva quasi sibilato fra i denti. Il mio tentativo di fermarlo un momento invitandolo a riflettere sulle cause del suo disagio lo aveva irritato: non voleva "pillole di saggezza" quelle le lasciava volentieri ai filosofi, lui pretendeva una soluzione concreta. Il tempo scandiva la vita di Matteo che ne appariva schiavo, ma il tempo risultava forse l’unico scopo-emozione che gli era concesso di vivere.

Inevitabilmente parlare di stress vuol dire parlare di tempo. L’individuo si sente costretto dall’attuale tipo di società a essere sempre più veloce per non perdere il passo. La capacità riflessiva viene posizionata nel tempo passato quasi come una modalità obsoleta che non può soddisfare le richieste e le necessità del presente. "Veloce, sempre più veloce" è il motto di una certa vita moderna che tende a divaricare sempre di più i tempi interni rispetto a quelli reali.

Benché sia un fatto innegabile che questa frenesia di arrivare presto e ovunque si sia fatta pressante non possiamo trascurare il fatto che esistono anche i tempi interni, che per loro essenza sono invece dilatati e rallentati. Il tempo della maturazione e della crescita necessita ad esempio di un lungo periodo fisiologico adeguato al raggiungimento dell’obiettivo di ogni singolo soggetto. I tempi mentali possiedono una loro peculiarità e non sono uguali per tutti.



Esiste una sostanziale discronia fra il dentro e il fuori. La celerità e la lentezza scandiscono i tempi dell’interiorità umana. La rapidità del pensiero sostiene un suo peculiare piacere, una sua ebbrezza, che richiama l’eccitazione della velocità fisica, la ponderatezza soddisfa invece la profondità e la riflessione. L’esistenza insegna con tempi propri, lunghi e inattesi, mentre gli aspetti creativi sembrano sprigionarsi da forze proprie, indipendenti da prolungati e faticosi apprendistati. La capacità di fare scelte meditate e riflessive, la saggezza e la virtù sono qualità che arrivano al termine di un lungo processo maturativo. Faticoso percorso durante il quale la vita ha sempre qualcosa da insegnare. La velocità del pensiero e delle emozioni, la freschezza e l’immediatezza con cui vediamo le cose sotto una nuova luce, con cui ci si aprono nuovi orizzonti, indicano invece aspetti dell’interiorità, in cui predomina la capacità di librarsi nella novità.

Su questa antinomia temporale si iscrivono le differenti culture che sostengono le diverse scelte terapeutiche. Bion (1992) ad esempio era solito sostenere che i farmaci sono i sostituti impiegati da coloro che non possono aspettare. Il farmaco è infatti sempre più impiegato come surrogato di interventi più approfonditi e strutturali se è vero che nel 1998, secondo il riscontro di Farmaindustria, sono state consumate 136 milioni di confezioni di psicofarmaci, di cui 99 milioni di ipnotici e benzodiazepine e 26 milioni di antidepressivi con un aumento annuo di oltre 1,5%.

Ancorati al farmaco

L’inadeguato impiego della nozione di stress così come viene usualmente esperita dai pazienti che il più delle volte lo considerano solo l’espressione sintomatologica di una malattia, tende ad allearsi con quelle resistenze che cercano di impedire la comprensione profonda del disagio psichico che sovente avviano una forma collusiva e patogena del rapporto medico-paziente. Se quest’ultimo rimane ancorato al farmaco in modo meccanico, senza divenire mediatore simbolico ed emotivo né oggetto concreto di relazione, può esercitare una forma di resistenza verso l’approccio psicologico aumentando difese e distanze che danno l’idea di "proteggere" la coppia medico paziente dall’analisi della sofferenza. E così vengono somministrate sempre più pillole.

«Assumere un medicamento è un modo apparentemente molto più rapido di curarsi del chiedersi perché si stia male. Però è altrettanto vero che con una pillola non si arriva a sciogliere il nodo che c’è dietro un problema. Paradossalmente un intervento di tipo psicologico, con dei colloqui che possono durare mesi e anni, possono raggiungere un risultato prima di quanto possano fare interi bidoni di pillole» (Argentieri, 1998).

La resistenza e il rifiuto a concedersi del tempo per analizzare le cause del disagio vengono razionalizzate. Matteo, nel lasciare ai filosofi l’analisi delle motivazioni e dei perché, aveva ad esempio cercato di teorizzare la scissione fra l’agire e il pensare, considerando la prima come un atto terapeutico, la seconda come sterile materiale di speculazione accademica.

La terapia farmacologica può tuttavia risultare preziosa nella cura dell’individuo stressato purché il medicamento non venga vissuto esclusivamente come farmaco-sostanza chimica operante asetticamente ma come un utile strumento inserito nel contesto della relazione terapeutica. In certe situazioni in cui il soggetto è troppo pressato dagli eventi esterni il farmaco può infatti diventare un vero e proprio mediatore relazionale, unico presidio in grado di agevolare l’accettazione di una figura terapeutica. Proponendo il farmaco come mezzo ausiliario viene offerta al paziente una medicina come pegno di un patto di collaborazione avviando le premesse per un’alleanza terapeutica. Ad esempio accettando di prescrivere un farmaco a Matteo mi ero collocato in un punto mobile d’intersezione tra il fare e l’accogliere in una relazione di complementarietà che teneva conto delle sue aspettative; il risultato fu che alcune settimane dopo Matteo mi ricontattò e questa volta personalmente.

La fretta, la verbalizzazione del rifiuto a programmare una terapia psicologica perché non si ha il tempo necessario, perché è troppo lunga, e non si può attendere sollecitano peraltro l’ascolto analitico. Come afferma Simona Argentieri (1998): «coloro che dichiarano di non avere tempo sono invece gli individui che necessiterebbero tempi di intervento dilatati, proprio perché, in questo rincorrere continuamente i loro problemi, in questo tentativo di fare dei cortocircuiti, più che delle operazioni autenticamente brevi, finiscono per passare tutta la loro vita soltanto a rincorrere i loro problemi, a curarsi, senza mai andare al dunque. Bisogna diffidare di coloro che hanno fretta, perché spesso sono le persone che in questo modo il tempo lo perdono davvero».

Un’originale scatoletta

Carlo un giovane di successo, stimato nel suo ambiente professionale inerente l’area dell’elettronica mi aveva contattato per una "verifica" del suo funzionamento mentale. Si sentiva talmente stressato che non era più in grado di proseguire le sue attività senza un aiuto "sia pure circoscritto". Aveva subito estratto con malcelata soddisfazione un portapillole alquanto originale da lui stesso ideato che aveva riciclato e scorporato da un avveniristico congegno elettronico. Era un contenitore di forma rotonda con uno spazio sferico centrale e una serie di comparti esagonali dentro i quali in bella mostra erano perfettamente ordinate una serie di pillole estraibili premendo delle micro levette. Mentre fantasticavo l’oggetto come una specie di tamburo di rivoltella fui sorpreso nel sentire la voce di Carlo che, quasi gridando, mi si rivolgeva con un «vede quante pillole mi sparo giù in un giorno» mettendomi sull’avviso, sia pure inconsapevolmente, della presenza di un sottostante nucleo autolesivo.

In effetti Carlo assumeva ben sette tipi di farmaci nell’arco della giornata: due tipi di vitamine, un integratore, un antidepressivo, un ansiolitico, un ipnoinduttore, un farmaco per abbassare il tasso del colesterolo e un donatore di metili, alcuni dei quali anche più volte al giorno. Potevo aiutarlo trovando un superfarmaco. Era oberato dal lavoro, dai pensieri e dalle preoccupazioni.

Desiderava avere meno pensieri o meglio togliersi il pensiero che lo affliggeva una volta per tutte. Sua madre aveva sentito al telegiornale che negli Stati Uniti stava per essere impiegato un farmaco specifico contro lo stress. Lo conoscevo? Era importabile? Gli sembrava una richiesta chiara e semplice. Carlo semplificava la sua richiesta ai minimi termini senza volersi soffermare sulle motivazioni del suo disagio, sul significato del suo stile di vita che per sua stessa ammissione gli toglieva la possibilità di poter vivere un’esistenza "minimamente normale".

Non avendo notizia di un farmaco mirabolante e specifico per l’individuo stressato cercai ugualmente di accogliere la domanda di Carlo suggerendo un modulatore dell’umore che, attraverso una prescrizione condivisa, potesse alimentare le aspettative del paziente riducendo lo stato di malessere. Poiché un farmaco non è assunto solo per via corporea ma lo è anche nella fantasia è importante trovare la molecola che sia in grado di permettere una trasformazione dell’attesa terapeutica, un medicamento che possa diventare un veicolo comunicativo, una sorta di farmaco-ponte in grado di attivare un’alleanza terapeutica (Nielsen, 1998).

La prescrizione non è mai neutra. Prescrivere un farmaco è, secondo il noto aforisma, prescrivere sé stesso. Suggerire la pillola "giusta" al momento giusto può rappresentare l’avvio di una relazione terapeutica invece che scandirne la fine.

Se invece l’unica entità presa in considerazione è il sintomo, nel caso dello stress, vago e con un alone semantico assai ampio, trascurando i conflitti latenti e la loro possibile decodificazione, l’impiego del farmaco è riduttivo e facilita la non elaborazione e, di conseguenza, la non risoluzione delle problematiche sottese allo stesso sintomo. Il rischio che ne segue è che l’uso del farmaco si trasformi in abuso, non più simbolo di un’alleanza terapeutica ma veicolo sostitutivo che tende a impedire la relazione con sé stesso e con l’altro.

La prescrizione affrettata e non adeguatamente ponderata, agita unicamente sul versante dell’anestesia momentanea della sofferenza, impedisce al farmaco di essere quel trait d’union che collega l’entità malattia con l’entità salute. Se l’unico scopo è quello di allontanare il sintomo senza nemmeno interrogarlo, il medicamento tende a offuscare le dinamiche interne e collude con la speranza di poterle affrontare attraverso una futura "pillola universale", esito finale di una onnipotente tecnica farmaceutica, specifica proiezione della propria onnipotenza mancata.

Il farmaco si sostituisce al pensiero e l’azione farmacoterapica diviene una sindrome che coopera a modificare la struttura mentale: la farmacoterapia invece che curare diviene essa stessa una nuova patologia mentale.

Uno dei rischi più elevati nell’impiego automatico e stereotipo dei farmaci è la paralisi del pensiero. Sappiamo che la terapia farmacologica tende infatti a guarire attraverso una negativizzazione dei conflitti che porta all’eliminazione del livello d’angoscia. Angoscia-segnale che se rimane nel seno della tollerabilità diviene uno dei più potenti motori verso la ricerca delle motivazioni profonde del disagio vissuto. Se invece prevale l’uso del farmaco solo come "silenziatore" delle turbolenze interne si rischia di avviarsi, come si evince dalle esemplificazioni cliniche, verso una sorta di paralisi della vita psichica che trasforma pian piano l’individuo in un automa "senza pensieri".



Una  dizione popolare

Se la richiesta di aiuto, sia pure indirizzata semplicemente verso uno psicofarmaco, può essere interpretata come una ricerca di maggior benessere vitale, come un movimento verso un progetto trasformativo della qualità di vita, essa si colloca a una più attenta disamina proprio sul versante opposto, quello conservativo.

Una delle espressioni che più frequentemente vengono poste dal paziente "stressato" è la richiesta di un rimedio atto a riportarlo allo stato precedente. Domanda che sollecita l’idea del ricostituire un passato benessere e a volte induce il medico alla prescrizione di quei farmaci "ricostituenti", che sono stati l’asse portante della terapia del cosiddetto "esaurimento nervoso". Aderire letteralmente a questo tipo di richiesta significa aderire a un progetto conservativo confermando o veicolando l’idea di uno stato di mancanza da ricostituire.

L’inadeguato impiego del termine stress, trasformato nella "metafora dello stress" ha in un certo senso sostituito la popolare dizione di "esaurimento nervoso" con il vantaggio di avergli assegnato una veste linguistica internazionale che per di più la esenta da un diretto riferimento al sistema nervoso.

Nella loro oppositività "esaurimento nervoso" e "stress" sembrano convergere verso alcuni punti comuni. L’ultima delle tre fasi di risposta allo stress (dopo la reazione di allarme in cui l’organismo si attiva per affrontare nelle migliori condizioni possibili lo stimolo, e la fase di resistenza atta a contrastare la situazione stressante) si esaurisce proprio nella cosiddetta fase di esaurimento caratterizzata da un abbassamento delle difese immunitarie generali che rende l’individuo più vulnerabile alle malattie.

Lo sforzo prolungato e intenso dell’adattamento allo stress porta anche a un progressivo indebolimento e all’esaurimento delle facoltà psicofisiche. Oltre a manifestazioni quali ansia, stanchezza, irritabilità, aggressività e ripercussioni a livello somatico, le cause di stress che si accumulano quotidianamente, si manifestano pure nella tendenza a chiudersi in sé stessi come se l’energia vitale fosse esaurita.

La dicotomia "esaurimento nervoso-stress" si organizza su di una traiettoria che dal troppo pieno porta al troppo vuoto congiungendosi nella sensazione dell’impossibilità, dell’incapacità e dell’impotenza. Troppi stimoli o troppo pochi stimoli rimandano a un tentativo di difesa dai contenuti inquietanti della psiche che devono rimanere occultati sia a livello sociale sia a quello individuale.

Negare l’umano limite

A lungo andare la "metafora dello stress" tende a trasformarsi in una vera e propria modalità esistenziale che si allea con quella parte di sé che cerca di evitare la comprensione profonda del proprio malessere. Sotto il grande ombrello del termine stress è possibile reperire un’incapacità a esperire la vita, la tentazione di un vivere senza aver mai vissuto, o forse una difesa contro l’inquietante dell’inconscio che bussa prepotentemente. Ma la "metafora dello stress" è ben accettata sia dalla gente comune sia da molti specialisti perché lima l’angoscia di morte che viene negata o banalizzata secondo lo stile della ben nota pubblicità che invitava a «bere una pillola-Cynar contro il logorio-stress della vita moderna».

Non fermandosi mai, "correndo dietro al tempo" si cerca attraverso il costo di una vita sempre più stressata di negare l’umana finitezza. È uno stile di vita spesso sostenuto e alimentato dall’assunzione di una quantità sempre maggiore di pillole, fomentato da una sottostante fantasia di immortalità, che sostiene l’illusione di poter fermare almeno temporaneamente il tempo che passa.

Viene da chiedersi se l’uomo stressato, pur lamentandosene, non impieghi la "metafora dello stress" anche per alimentare il sogno che la sua iperattività frenetica possa fare da scudo al sottostante terrore della quiete confusa con la stasi e la morte.

La modalità delle richieste come quelle espresse da Matteo e da Carlo che enfatizzano l’impellente necessità che vengano eliminati stress e pensieri allertano invece l’ascolto dello psicoanalista, alimentano la sua riflessione e avviano le sue capacità di pensiero contro l’attacco al pensiero offrendo al paziente una collaborazione che sia pure attraverso un mediatore farmacologico aiuti il paziente a riacquisire la sua capacità di "pensare i suoi pensieri".

Stress, più pillole meno pensieri è un’equazione che annulla la persona ed esautora la mente. Nulla di meglio delle parole espresse da André Green possono riassumere il pericolo della eccessiva semplificazione: «Quando vedete passare un’idea semplice, tirate fuori la pistola e uccidetela, altrimenti se procedete con le idee semplici, saranno loro a uccidervi. Mai semplificazioni. Sempre complessità, sempre questioni».




BIBLIOGRAFIA

· Argentieri S., Anime sotto stress, in "Il Grillo", Roma 1998.

· Bion W.R., 1992, Pensieri, Armando, Roma 1996.

· Costa A., Stress? Sì, grazie!, in "Neurologia.net." 2003.

· Farné M., Lo stress, Il Mulino, Bologna 1999.

· Freud S., 1925, Inibizione, sintomo ed angoscia, in "Opere" vol. 10, Boringhieri, Torino 1976.

· Green A., Seminari romani, Borla, Roma 1995.

· Nielsen N.P., Pillole o parole? Relazione verbale e rapporto psicofarmacologico, Raffaello Cortina, Milano 1998.

· Selye H., A Syndrome Produced by Diverse Nocuous Agents, in "Nature", n. 138, pp. 32-33, 1936.




Niels Peter Nielsen 

Medico, specialista in psichiatra e in psicologia clinica, psicoanalista dell'IPA e della Società Psicoanalitica Italiana. Ha operato nelle istituzioni come responsabile di strutture consultoriali e primario psichiatra. 
Docente della Scuola Italiana di Psicoanalisi di Gruppo (IIPG), è stato anche autore di numerosi saggi e di alcuni volumi tra cui ricordiamo I colori dell'odioL'universo mentale nazista , L'atto di passaggio (1992), A favore di una certa anormalità (1993), Pillole o parole. Relazione verbale e rapporto psicofarmacologico (1998).
E'scomparso nel 2010.

Pathous Pothos, il Dolore e la scrittura .di Mariano Grossi

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La vita dell’uomo è scansione di emozioni imprescindibili. Non è vero che esistono solo determinate creature capaci di percepirle. Tutti gli esseri umani hanno un vibrato interiore chimicamente attingibile da ciò che ci tocca: dolore, gioia, amarezza, rimpianto, felicità, euforia, strazio, rimorso, vergogna. 
Ci sono creature che vogliono silenziare queste sensazioni.

Emozione viene dal latino e-moveo, qualcosa che viene dall’esterno e scuote il corpo umano che è psiche e carne; l’emozione è capace di mischiare l’uno e l’altro nello scuotimento! 
Io ho voluto ad un certo punto della mia vita non silenziare mai più le mie emozioni ed ho cominciato a scriverle; col tempo e col sostrato classico ho scoperto di essere in grado di poter mettere in rima queste sensazioni e mi son reso conto che questa possibilità mi rendeva felice per il gusto di se stessa; non mi è mai interessato quali premi nei concorsi letterari riuscissi ad attingere, non mi rendevo dipendente dal giudizio altrui (anche se sono entusiasta quando vedo gli altri che leggono i miei versi piangere o ridere assieme a me): mi preme che il Padreterno, la qeia moira che mi ispira, non cessi mai, perché proprio di ispirazione sovrannaturale si tratta; è un Essere Superiore quello che fa scattare questa individualità ed io prego che non mi abbandoni mai fino all’ultimo respiro della mia vita, perché possa permettermi di lenire un attimo il mio dolore, di plasmare nel ricordo il dolore degli altri. 
Mi piace in tal senso testimoniare questa sensazione con poesie dedicate ai militari pugliesi morti in Operazioni Fuori Area; la vita mi ha portato ad assistere le loro famiglie al momento delle esequie di Stato; se il legame che ne è nato può essere corroborato da ciò che ho scritto, il mio compito su questa terra è parzialmente assolto, poiché essi sanno che dietro il numero del mio cellulare c’è la voce di un essere umano il cui cuore batte all’unisono con loro e che non si dimenticherà mai di loro!
Questo libro vuole essere un piccolo monumento, un’opera che custodisca nella memoria e faccia continuare a vivere un giovane eroe caduto mentre era impegnato in una Missione di Pace in Afghanistan”; così Maria Grazia Mellone nella sua introduzione allo splendido libro “Da Crispiano a Kabul in memoria di uno dei virgulti pugliesi morti fuori area. Scientemente o inconsapevolmente l’autrice si sintonizza con le parole di Pindaro:
 “Non sono un facitore di statue, ma ciò che esce dal mio stilo vola di bocca in bocca nei simposii
Una sorta di ammonizione mobile (monumentum era in origine monimentum) che raggiunge anche chi è lontano dal luogo del dolore, a differenza della statua che va visitata per esser nota.
É questa la funzione magicamente lenitrice dello scrivere, sia esso in versi che in prosa; la capacità di una facile eterea sintonia che fa da collante tra gli esseri disposti all’ascolto. Ne ho sentito infinitamente vivo il bisogno per spegnere in me l’assuefazione al dolore: ho diretto 28 cerimonie funebri di militari della mia terra caduti in servizio da quando sono Capo Sezione Affari Generali e Presidio dell’Ente presso cui ho prestato servizio. Sarebbe stato molto facile diventare come un chirurgo troppo avvezzo al bisturi per intridersi della sofferenza del paziente, sarebbe stato agevole diventare il becchino di turno ed ho corso questo rischio. 
La poesia e la capacità di immedesimarmi in quelle madri ed in quei padri, in quelle fidanzate, in quelle spose mi hanno salvato, perché ad ognuno di loro son riuscito a donare dei versi che avranno un misero valore letterario, ma mi han già ripagato col bonus inestinguibile dell’amicizia di quelle  famiglie!
La mamma di un giovane alpino di Sannicandro di Bari ripeteva come un automa quel giorno: “Che cosa mi hai fatto, Signore? Mi hai tolto la vita! Avevo pregato tanto perché proteggessi non mio figlio, ma tutti i colleghi di mio figlio: mi hai presa in parola!”, ed i brividi scuotevano il mio corpo, pensando a Dario, mio figlio coetaneo di quell’alpino. “Sei volato lassù in Cielo dalla cima del sentiero/ sopra il monte di una terra cui non fosti mai straniero…”; nel consegnare a quella madre l’esordio della poesia dedicata al figlio, sentii la necessità di non sentirmi straniero a quel dolore, perché l’estraneità ad esso è una medicina troppo palliativa e sintomatica: esso è un  male ciclico  e recidivante, ci tocca tutti anularmente e forse solo questa intima convinzione può darcene attenuazione  nell’atto di esserne aggraffati 
(“Su quale figlio, quando solo spirerò,/gemere, urlare ed imprecare io potrò?/Per quali lontananze sbraitare ed inveire,/se poi saran le stesse che a te feci patire?)
La metabolizzazione del lutto non è purtroppo uniforme e qualche tempo dopo la mamma di un Sergente morto sulla linea di tiro in Irak, mi disse: “La mia vita non conta più nulla: vado avanti grazie a sedativi ed a psicofarmaci, da quando mio figlio mi ha lasciata!”. Il ragazzo era tra l’altro di una prorompenza e bellezza fisica sconvolgenti e rimasi a meditare sulla veridicità dei famosi versi di Totò: “A morte sai cher’è? E’ ‘na livella…”: penso sia difficile acquisire questa cognizione, poiché ognuno di noi si abbarbica ai falsi idoli della bellezza, della forza, della cultura, di tutto ciò che è etimologicamente fisico senza comprenderne appieno la valenza puramente transeunte. La fine di tale fisicità ci rende attoniti, specie quando ci tocca, poiché tanti di noi aborriscono inscriversi nell’idea della mortalità.
Al di là della reazione individuale e soggettiva al lutto ho trovato in tutte le famiglie una  dignità ed un orgoglio dell’appartenenza alla Forza Armata  di quei virgulti ingiustamente persi che mi ha stupito; perché nasconderlo? Certi decessi possono generare risentimento e rabbia, si pensi all’impossibilità di vedere l’ultimo volto del figlio o dello sposo giunto già avvolto nel tricolore a bordo di un velivolo da terra straniera, l’angoscia dell’attesa spesso protratta per giorni! Eppure mai ho registrato paratie e diffrazioni da quella che era la scelta del proprio caro, quasi in una convinzione intima di non arrecare duplice morte a lui, dissentendone dalle predilezioni d’arruolamento. E questo soprattutto nella vicenda più amara del giovane pilota barese, la cui opzione per la carriera aeronautica davvero ha risuonato come sinistro presagio ultimativo alla luce di quel che avrebbe potuto essere  (grande danzatore classico) ed invece non é stato (“…e riponesti col magone tutti i sogni nel cassetto/ volando giù a Pozzuoli per diventar cadetto”). Il Ministro della Difesa formulò queste parole: “Mi inginocchio davanti alla dignità ed al dolore di queste famiglie!”. Non potrebbe essere diversamente, poiché solamente un atto di simbolico e sottomesso rispetto può testimoniare l’adesione totale dell’animo a certi strazi, che non sono compensabili da alcuna speciale elargizione alle famiglie ovvero equi indennizzi e pensioni privilegiate! 
Fuori di retorica, spero che una riga di un mio scritto abbia potuto lenire per un attimo il dramma di questa gente, rischiarando il ricordo di un tempo irrimediabilmente ed inopinatamente perduto.
L’eziogenesi del poetare è comunque la voce del dolore che chiede di uscire, in quanto generatore di riflessione e di meditazione; in questo credo di non esser lontano dalla elaborazione intellettuale fatta dall’amico Riccardo Maria Gradassi quando conia il termine di meditazionismo letterario”; la riflessione sul dolore lo riplasma, perché frutto ed al tempo stesso foriero di un’attenzione all’evento algico stesso; si badi bene infatti che meditor è un frequentativo-intensivo  di medeor, derivato dal greco mhdomai che significa “aver cura di”,radice alla  base della parola principe del fine terapeutico, medicus, il curatore, il guaritore

Mi piace pertanto pensare alla poesia come terapia della sofferenza, proprio in quanto frutto di una meditazione, di un’attenzione intima su di esso.

Come si snodano i sentimenti ed in che modalità trovano essi via di espressione?

 Credo che non ci sia una modalità precostituita; ne è prova il fatto che da un po’ di tempo riesco a poetare in vernacolo, come in lingua italiana, come in inglese ed anche con qualche squarcio di ispanismo. 

Date all’uomo una base cognitiva tecnica letteraria e, se il suo cuore sta in ascolto, egli solleverà il mondo delle sensazioni. 
Le lingue classiche possono costituire un sostrato estremamente d’ausilio in questa costruzione. 
Ci sono titoli di componimenti che in greco o in latino trovano una dolcezza ed una musicalità che la lingua italiana non può fornire. 
Mi ritengo per questo un uomo fortunato, poiché vedo che la capacità di far rime, figlia della competenza lessicale e ritmica, non è esercizio comune a molti giovani d’oggi. Anch’essa spero non mi abbandoni mai!
La sofferenza e l’angoscia che spesso mi ha generato la vita sociale  e politica oramai deprivata in Italia di ogni valore e validità hanno lo stesso valore della poesia più straziante in ricordo di mamma e papà! Infine ci sono gli altri affetti, quelli più segreti e nascosti, ma che danno un turbamento interiore ancora più forte. Ci sono stati momenti in cui per ragioni di salute le parole erano andate via da me: la gioia per il loro ritorno è qui testimoniata:

 “Rhmata (Parole)  

Perse vi credevo,
 come le cose più care al mondo
 invece siete tornate a me 
come una moglie
come dei figli
 come un’amante!

Anche a voi,
 come a loro,
 grazie, parole!

La cieca fedeltà, 
dolce,
 tutto ripara! 

D’ogni torto ripaga!”.
Direttamente correlato al discorso della solidarietà umana generatrice di condivisione di dolore riplasmato in versi è il fenomeno del superamento degli odi e delle incomprensioni quotidiane; sono entrambi origine di frizioni e di fratture nell’interscambio della esistenze quotidiane. A me son costati  una vera frattura nelle ossa della mia faccia; a Newcastle, in un bellissimo pomeriggio inglese, due hooligans mi han fracassato uno zigomo levandomi permanentemente l’apofisi del processo coronoide della mandibola destra. Mi chiesi che significato avesse tanto odio gratuito forse geneticamente xenofobo; ma un mese dopo l’evento, discutendone con un sacerdote, mentre ero ancora in ospedale alla vigilia del secondo intervento restauratore, scoprii di aver completamente metabolizzato il rancore; non serve odiare chi ci ha fatto del male, non travalica il dato oggettivo generatore della sofferenza, non é risolutivo; molte cose avvengono nella nostra vita perché ognuno si porta dentro una storia che separa ed allontana il concetto di umanità e solidarietà reciproca; l’essenziale è dopo ogni frattura aver voglia di rimettere il collante tra uomo e uomo!

Com’è duro misurare degli umani quello spazio
che reciproci li sfiora, che non dà alla carne strazio!
Può riempirsi di un collante che faciliti il contatto,
 che lo renda soave e molle, generando dolce impatto;
 molto scomodo è soffiarlo con il mantice del cuore:
 comprensione, tolleranza, dure molle dell’amore.
Ben più agevole è vedere quello spazio congelato
da un ventaccio ostile, secco, che lo fa duro e ghiacciato; 
i contatti son pungenti, lo sfiorarsi è fastidioso, 
ogni sguardo, seppur dolce, si trasformerà in odioso.
Proprio quello m’ha impattato in un maggio a fine mese
per le strade solatie dentro un pomeriggio inglese;
in quei cubi raffreddati da un puntiglio assurdo e stolto
sono andate ad affondare tutte le ossa del mio volto.
Ma il mio cuore è ancora pieno del collante generoso,
i polmoni soffieranno vento dolce assai odoroso!

Il dolore ci investe direttamente e lo sforzo del superamento non si materializza soltanto nella solidarietà a chi soffre come noi o in vece nostra; quello ha un prezzo fin troppo scontato; il problema è dar solidarietà a chi spesso ci fa soffrire o darne a posteriori a coloro cui abbiamo dato sofferenza; può sembrare un approccio gratuitamente e cristianamente a buon mercato, ma io credo fortemente, sulla base della mia esperienza diretta o mediata, che sia l’unica soluzione per superare i rimorsi ed i rimpianti; non è detto che la rielaborazione del male nei versi costituisca una risoluzione ultimativa ai problemi vissuti, ma per lo meno essa cristallizza agli occhi dell’interlocutore e del protagonista di quell’attrito la capacità rimeditativa (ancora con il buon Riccardo Maria Gradassi) e l’afflato terapeutico per il superamento dell’incomprensione (“Ci ho pensato! Non avevi tutti i torti all’epoca!”); non è lontano dal vero  Friedrich Nietzsche quando asserisce che Alcuni restano fermi su un’opinione perché immaginano di esserci arrivati autonomamente, altri perché l’hanno appresa a fatica e sono fieri di averla capita: sia gli uni che gli altri, pertanto, non cambiano opinione per vanità”

riconsiderare il torto subito ovvero quello fatto, è sempre innesco di comprensione ed agevola i legami futuri e gli approcci con altre persone o con le stesse;

Le rime mi hanno aiutato sovente in questo sforzo iatrogeno, puntando ad obiettivi plurimi e disparati nell’ambito dei destinatari del torto o dell’incomprensione;

Alla compagna della vita:

Quanto tempo non so, quercia della mia vita,
ma oggi riabbracciandoti, tenendoti le dita,
posso solo gridarti che non son più fuscello,
non sono ancora tronco, ma spunta l’alberello
e a lui ti appoggerai come ti si conviene,
a lui ricambierai tutte quelle tue pene,
ed il travaso lento di tutti i tuoi pensieri
varrà come estinzione del debito di ieri!

Un’amante:

Il male che t’ho fatto con la separazione
l’ho letto nei tuoi occhi là sotto quel balcone.
Lo sguardo che lanciasti, sorpreso, trafelato,
parlava ed imprecava: “Era ora! Sei tornato!”
Sì, amore! Son tornato e adesso posso dire
le cose ch’eran dentro: riesco a farle uscire!

Ai figli:

Spero che un giorno il tempo mi consenta
veder l’ angoscia andarsene via lenta,
lasciando il posto ad un amore più sincero,
facendo subentrare un padre, un genitore vero!

Il dolore non va compresso, esso va analizzato e metabolizzato perché non sfoci nella disperazione; sovente esso non può esser elaborato nè trovare una soluzione nel rapporto dualistico con coloro che scientemente o inconsapevolmente l’hanno generato, spesso questa rielaborazione e superamento si realizza quando è oramai troppo tardi e la morte, il distacco permanente hanno lasciato uno iato incolmabile; ma io son convinto che la spiritualità che permea l’essenza di ogni creatura possa permettere un identico contatto tra i due poli ormai distanti e sotto differenti entità esistenziali, ancora un volta la poesia può essere il mastice, il trait d’union.

A un amico perduto:

Ninny, come contraccambiare l’affetto buono e schivo
che tu fisicizzasti in un abbraccio e in un aperitivo?
Come potrò spiegarti in via diretta il valor delle mie assenze?
Come poter saldare del cuore e del cervello le pendenze?



Al Padre:


Morire, padre, non t’ho visto,


assente ero dal tuo letto mesto;


prossimo a te geograficamente,


distante l’animo infinitamente!


Su quale figlio, quando solo spirerò,


gemere, urlare ed imprecare io potrò?


Per quali lontananze sbraitare ed inveire,


se poi saran le stesse che a te feci patire?
 Angosciosamente ciclica,

           
 terribilmente circolare 


la vita nostra
                        
al fine è reso ciò che s’ebbe a dare!
                                                             Ma forse questo,
                                                                consolazione e linimento

                                                      addurre allo strazio della carne mia

                                                                     quel di’ potrà,
                                                          e la mia mente
                                                     d’un tratto separandosi dal corpo 
                                                       
                                                      “adesso, ciò che desti tu ricevi!” 
                                                            
                                                                      griderà

Alla Madre:

e, vedrai, madre, che, forse, dentro quelle plaghe nuove
capiremo quegli sbagli, ci diremo il quando e il dove
noi sbagliammo, proveremo finalmente nel calor di quella fiamma
a spezzar ora per sempre, or per allora quel terribile diaframma
che ci tenne separati,  quando tu presente e viva
mi vedesti ormai impotente scivolare alla deriva!

Non si resti indifferenti al dolore

É questo il messaggio che mi son dato e che spero di trasmettere a chi avrà voglia di leggermi; è l’indifferenza, cugina dell’intolleranza, che genera l’isolamento reciproco e la solitudine cosmica di cui sembra intriso l’uomo odierno; e l’avvento della multimedialità, ben lungi da cementare e superare questa vita monadica, fornisce  all’uomo un ulteriore schermo che egli  ha paura di infrangere; conoscersi e comunicare in maniera mediata costituisce l’impronta indelebile del mutismo interiore.

Il dolore va vissuto immediatamente in senso etimologico, penetrandone i gangli più intimi e più repellenti: San Francesco d’Assisi ne comprese l’essenzialità baciando un lebbroso o mostrando comprensione per i lupi famelici che infestavano la periferia del borgo natio; la leggenda nata attorno, le rime, i versi che ne rendono imperitura la memoria cosa altro sono se non  l’afflato espressivo del superamento del dolore, dell’incomprensione, dell’isolamento?
Provateci, ragazzi! Può essere una soluzione! Per chi scrive lo è stata.




Mariano Grossi :

Bari il 18.07.1955

Già Ufficiale dell’Esercito, laureato in Lettere Classiche presso l' Università di Bari è autore di un articolo sull’“Esordio del Mimiamo VI di Eronda” pubblicato nel 1984 sulla rivista specialistica “Rheinisches Museum für Classischen Philologie”.

Numerose le partecipazioni a concorsi letterari con poesie in lingua italiana e vernacolo, con premi in tre edizioni del Concorso Letterario Internazionale “Città di AVELLINO” (“Fede di madre”,“Impalpabile abbraccio”, “U tiimb d l cerase”).

E’ stato recensito in riviste specialistiche quali ”Imperial” e “Avanguardia” ed alcune sue poesie hanno trovato spazio nelle antologie “Fiori e Amori” e “Le Stagioni” della Casa Editrice “Barbieri” di Manduria (Ta).

Critico letterario e redattore di Art Litteram .