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Review della Letteratura sul "Sentimento Oceanico " - Ozeanisches Gefühl- a cura di Guglielmo Campione









e vanno gli uomini ad ammirare le vette dei monti, ed i grandi flutti del mare, ed il lungo corso dei fiumi, e l'immensità dell'Oceano, ed il volgere degli astri e si dimenticano di se medesimi.

 ( Sant'Agostino )


" Non ci si può sottrarre all'impressione che gli uomini di solito misurino con falsi metri, che aspirino al potere, al successo, alla ricchezza e ammirino queste cose negli altri, ma sottovalutino i veri valori della vita. Pure, nel formulare un qualsiasi giudizio generale di questo tipo, si corre il rischio di dimenticare la varietà del mondo umano e della vita della psiche. Vi sono taluni uomini a cui i contemporanei non negano l'ammirazione benché la loro grandezza poggi su doti e realizzazioni che sono completamente estranee agli scopi e agli ideali della massa. Potremmo facilmente essere indotti a credere che solo una minoranza, alla fin fine, apprezza questi grandi uomini, mentre la gran maggioranza non se ne cura affatto. Ma la cosa potrebbe non risultare così semplice, grazie alle discrepanze tra i pensieri e le azioni degli uomini e alla diversità dei desideri che li muovono. Uno di questi uomini eccezionali, per lettera, si definisce mio amico. Gli avevo mandato il mio piccolo scritto che tratta della religione alla stregua di un'illusione, ed egli mi rispose di concordare in pieno con il mio giudizio sulla religione, ma di dolersi che non avessi giustamente apprezzato la fonte autentica della religiosità. Essa consisterebbe in un particolare sentimento che, quanto a lui, non lo abbandonerebbe mai, che troverebbe attestato da molti altri e che supporrebbe presente in milioni di uomini, ossia in un sentimento che vorrebbe chiamare senso della "eternità", un senso come di qualcosa di illimitato, di sconfinato, per così dire di "oceanico". Tale sentimento sarebbe un fatto puramente soggettivo, non un articolo di fede; non comporterebbe alcuna garanzia d'immortalità personale, ma sarebbe la fonte di quell'energia religiosa che viene captata, immessa in particolari canali, e indubbiamente anche esaurita, dalle varie chiese e sistemi religiosi. Soltanto sulla base di questo sentimento oceanico potremmo chiamarci religiosi, anche rifiutando ogni fede e ogni illusione. Le opinioni espresse dal mio stimato amico, che personalmente ha esaltato una volta in una poesia la magia delle illusioni, mi hanno causato non lievi difficoltà. Per quel che mi riguarda, non riesco a scoprire in me questo sentimento "oceanico". Non è facile trattare scientificamente i sentimenti. Si può tentare di descriverne gli indizi fisiologici. Dove ciò non è possibile - e temo che anche il sentimento oceanico eluda una caratterizzazione siffatta - non resta da far altro che attenersi al contenuto rappresentativo che più immediatamente risulta associato al sentimento. Se ho ben compreso il mio amico, egli allude a ciò che un drammaturgo originale e piuttosto bizzarro offre al suo eroe come consolazione nella prospettiva della morte volontaria: "Fuori di questo mondo non possiamo cadere." Si tratta dunque di un sentimento di indissolubile legame, di immedesimazione con la totalità del mondo esterno. Potrei dire che per me ciò ha piuttosto il carattere di un'intuizione intellettuale, non certo priva di una sua risonanza emotiva, ma tale comunque da non dover risultare assente neanche da altri atti di pensiero di analoga portata. Per quanto riguarda la mia persona non potrei convincermi della natura primaria di un tale sentimento. Non per questo mi è però lecito negarne la presenza effettiva in altre persone. Occorre soltanto chiedersi se venga correttamente interpretato e se debba essere riconosciuto come fons et origo di tutti i bisogni religiosi. Non ho nulla da proporre che possa contribuire in modo decisivo alla soluzione di questo problema. L'idea che l'uomo debba avere conoscenza della propria connessione con il mondo circostante attraverso un sentimento immediato e fin dall'inizio orientato in tale direzione, appare così strana e si accorda così male con la struttura della nostra psicologia da legittimare il tentativo di una spiegazione psicoanalitica, ossia genetica, di tale sentimento. Possiamo quindi disporre della seguente linea di pensiero: Normalmente nulla è per noi più sicuro del senso di noi stessi, del nostro proprio Io. Questo Io ci appare autonomo, unitario, ben contrapposto a ogni altra cosa. Che tale apparenza sia fallace, che invece l'Io abbia verso l'interno, senza alcuna delimitazione netta, la propria continuazione in una entità psichica inconscia, che noi designiamo come Es, e per la quale esso funge per così dire da facciata, lo abbiamo per la prima volta appreso dalla ricerca psicoanalitica, da cui ci attendiamo molte altre informazioni circa il rapporto tra Io ed Es. Ma verso l'esterno almeno l'Io sembra mantenere linee di demarcazione chiare e nette. Solo in uno stato, in uno stato insolito, è vero, ma non tale da poter venire condannato come patologico, le cose vanno diversamente. Al culmine dell'innamoramento, il confine tra Io e oggetto minaccia di dissolversi. Contro ogni attestato dei sensi, l'innamorato afferma che Io e Tu sono una cosa sola, ed è pronto a comportarsi come se le cose stessero così".


(Sigmund Freud, Il disagio della civiltà)


 Tullio Carere Comes in un saggio dal titolo, "lo spitiro Laico " ha affontato l'argomento .

Il sentimento dell'infinito, inteso da Schleiermacher in avanti come la base della religiosità in quanto distinta dalla religione istituzionale, non è altro che la nostalgia della condizione infantile preedipica, quando il bambino non è ancora in grado di percepire un confine tra sé e la madre.

 Questa è la risposta che Freud diede a Rolland, che lo invitava a distinguere il "sentimento oceanico" dalla religione organizzata (il "sentimento oceanico" di Rolland equivaleva al sentimento dell'infinito di Schleiermacher e al senso del mistero di Bobbio).
Romain Rolland (1866-1944)  era un musicologo, romanziere, drammaturgo, saggista, mistico, pacifista, Premio Nobel per la letteratura nel 1915. Qui ci interessa in particolare la sua conoscenza della cultura indiana (biografia e frequentazione del Mahatma Gandhi, biografie di Ramakrishna e di Vivekananda, corrispondenza con Tagore), oltre quella, sterminata, dell'Occidente.

 Rolland era completamente d'accordo con il giudizio di Freud sulla religione organizzata: "un sistema di dottrine e promesse che da un lato spiega (al credente) gli enigmi del mondo con invidiabile completezza, dall'altro lo assicura che un'amorevole Provvidenza veglierà sulla sua vita e lo compenserà in una vita futura per ogni frustrazione che abbia patito in questa". Tutto ciò, diceva Freud, è "così clamorosamente infantile, così estraneo alla realtà, che a chiunque abbia un atteggiamento amichevole verso l'umanità non può non risultare penoso il pensiero che la grande maggioranza degli uomini non sarà mai capace di sollevarsi al di sopra di questa visione della vita". Rolland, il grande scrittore e mistico francese, concordava nel considerare illusoria e adolescenziale la visione propria della religione istituzionale, ma temeva che Freud buttasse per così dire il bambino con l'acqua del bagno. Il "bambino" da salvare, cioè il nucleo autentico del sentimento religioso, è il "sentimento oceanico", cioè l'esperienza mistica di unità con il mondo. Questo nucleo è vivo quando è viva l'esperienza dell'unità di tutte le cose, cioè nei mistici, mentre viene progressivamente svuotato e devitalizzato nelle religioni istituzionali, che non a caso vedono sempre con grande sospetto i mistici, anche quelli che si dichiarano fedeli all'insegnamento della chiesa.
I due uomini erano entrambi preoccupati del vuoto spirituale che si apriva con la crisi delle religioni tradizionali. Ma mentre per Rolland un'analisi razionale, come è la psicoanalisi, poteva e doveva avere solo un ruolo preliminare, per sgomberare il terreno dalle macerie della vecchia religione, e prepararlo a una nuova spiritualità, per Freud la psicoanalisi doveva prendere senz'altro, in tutto e per tutto, il posto lasciato libero dalla religione.

Che cosa possiamo pensare di questa pretesa freudiana? Certamente Freud non si lasciò intimidire dal senso del mistero. Per lui ogni mistero doveva essere demistificato: dov'era l'es deve venire l'io, dov'era l'inconscio deve venire la coscienza. E' il programma della scienza trionfante, che avanza portando luce e dissipando le tenebre dell'ignoranza e della superstizione. I limiti alla conoscenza, in questa prospettiva, sono solo temporanei e contingenti. Dateci tempo sufficiente, pensavano e tuttora pensano questi scienziati, e risolveremo tutti i misteri che affliggono l'uomo. Arriveremo a conoscere tutto ciò che vale la pena conoscere, e questa conoscenza ci servirà a risolvere tutti i problemi che gravano sull'esistenza dell'uomo. Ora, che la scienza abbia svelato molti misteri e risolto molti problemi, non c'è dubbio. Ma per quanto avanzi, la scienza non potrà mai superare il limite che le è proprio. Si tratta allora di stabilire se esistono delle questioni fondamentali per l'esistenza dell'uomo che si collocano precisamente oltre quel limite. Cerchiamo di chiarire questo punto.

Innanzitutto osserviamo che il tipo di conoscenza prodotta dalla scienza è la conoscenza degli oggetti, la conoscenza oggettiva, quella che può ottenere un soggetto che si pone davanti a un oggetto, e quindi presuppone la divisione soggetto/oggetto. La scienza per definizione non ha nulla da dire su ciò che precede o segue la divisione tra soggetto e oggetto, cioè su quella dimensione di unità di tutte le cose in cui anche soggetto e oggetto sono una cosa sola, cui si riferisce il "sentimento oceanico" di Rolland. Per definizione la scienza si occupa di oggetti finiti nel tempo, non ha nulla da dire sull'infinito e l'eterno cui si riferisce invece il "senso religioso" di Schleiermacher. Per definizione si occupa di oggetti misurabili, e quindi non ha nulla da dire sull'immensità che ci avvolge e che suscita la "religiosità" di Bobbio. Per definizione si occupa di oggetti conoscibili, e non ha nulla da dire sul mistero di cui si occupano i mistici, se non per demistificarlo. Di queste cose la scienza non si interessa, o se ne interessa solo per analizzarle, smontarle, dimostrarne l'inutilità o la patologia. E bisogna ammettere che su questo il punto di vista della scienza coincide in sostanza con quello dell'uomo comune, che dell'infinito, dell'eterno o dell'immenso non sa bene che farsene, sono nozioni estranee all'orizzonte dei suoi immediati interessi vitali.(...) Se è vero che il sentimento oceanico, o l'intuizione dell'unità originaria, corrispondono a un ritorno all'origine, quindi a un movimento regressivo, non è detto che la regressione sia necessariamente patologica. Consideriamo un fatto elementare come il sonno. Tutte le notti, quando andiamo a letto, simbolicamente ritorniamo nel grembo. Abbandoniamo il senso di realtà della coscienza diurna e sprofondiamo nel sogno, o ancora più giù, nel sonno profondo senza sogni, ma sicuramente ristoratore. E' comune l'esperienza di andare a dormire con un problema irrisolto, e svegliarsi con la soluzione. E' chiaro che la regressione del sonno corrisponde a uno sprofondare nell'inconscio di cui abbiamo assolutamente bisogno. Non si tratta di un fenomeno patologico, ma fisiologico. E' una regressione funzionale, perché il sonno ristora, rigenera, e persino ispira. L'inconscio dunque non è solo il serbatoio del rimosso: è anche la matrice cui dobbiamo continuamente riconnetterci per essere rigenerati e guariti, ispirati e guidati.

Qui c'è una specifica difficoltà di Freud. Il padre della psicoanalisi aveva una strana resistenza al riconoscimento della funzione positiva, risanativa, generativa dell'inconscio. Anche nel sogno vedeva quasi esclusivamente una funzione di soddisfazione allucinatoria dei desideri, e non riusciva a vedervi anche la funzione propositiva e progettuale che invece è stata riconosciuta dai tempi più antichi, e che anche molti psicoanalisti odierni in un modo o nell'altro riconoscono. Ci sono psicoanalisti, come Loewald e Bion, che hanno esplicitamente teorizzato questa funzione, mettendola al centro dei loro sistemi, senza per questo essere tacciati di eresia. Ma all'inizio della psicoanalisi, quando queste cose le dicevano Jung e Adler, non si poteva. Jung e Adler furono costretti ad andarsene e a fondare le loro scuole, troncando ogni rapporto con Freud. Come mai?

Dobbiamo considerare un'altra notevole contraddizione di Freud. Da un lato Freud era un critico implacabile della religione, dall'altro diede un impianto decisamente religioso all'istituzione psicoanalitica. Cioè fece della psicoanalisi una visione del mondo organizzata in un complesso di dottrine e di rituali cui i seguaci dovevano sottomettersi incondizionatamente, pena l'espulsione. Si comportò in altre parole non differentemente dai rappresentanti delle religioni organizzate, che emarginano o scomunicano tutti coloro che si allontanano dall'ortodossia. Freud naturalmente è già stato ampiamente psicoanalizzato per questa contraddizione, su cui non vale la pena soffermarsi, se non per notare che le cose oggi sono cambiate: all'interno dell'istituzione psicoanalitica ufficiale convivono posizioni teoriche molto diverse, gli steccati tra le diverse scuole si sono notevolmente abbassati o sono caduti, il clima dominante è decisamente pluralista. Parlare di inconscio generativo in ambito psicoanalitico non è più un anatema.
Ma se l'inconscio ha proprietà generative e progettuali, allora vuol dire che l'inconscio è affidabile, che è possibile affidarsi alla sua guida. Non parlo naturalmente di un affidamento cieco, ma di una fiducia critica, in cui le indicazioni che vengono dall'inconscio debbono essere sempre interpretate e sottoposte al vaglio critico della coscienza, in un rapporto dialettico tra coscienza e inconscio in cui la coscienza è ispirata e vitalizzata dall'inconscio, mentre l'inconscio è moderato e riportato continuamente al confronto di realtà dalla razionalità critica. Questo affidamento alla potenzialità ispirativa, rigenerativa, risanativa inconscia è certamente un tipo di fede, è la fede laica o filosofica, cioè una fede critica, in contrapposizione alla fede acritica, al "credo quia absurdum" della religione. Lo psicoanalista Bion ha coniato l'ormai celebre formula "F in O", dove F sta per faith, fede, e O sta per l'inconscio, o meglio ancora l'ignoto generativo. A chi lo accusava di avere reintrodotto la religione nella psicoanalisi, Bion rispondeva che la caratteristica della religione era precisamente quella di introdurre un dio o un diavolo in O, saturando uno spazio che dovrebbe rimanere insaturo - in altre parole, saturando il mistero di elementi positivi, costruendo una teologia positiva, riempiendo questo spazio con i contenuti dogmatici mediante i quali ogni religione tenta di impadronirsi del mistero in esclusiva. In questo senso si può dire che solo la fede laica è la fede rispettosa del mistero, cioè quella fede che si arresta alla soglia dell'inconoscibile senza cercare di penetrarlo con la conoscenza o con la credenza.(...)

olo la persona che non satura l'ignoto né con i precetti del catechismo, né con quelli della scienza, può mettersi seriamente in ascolto dei messaggi che incessantemente ci pervengono da oltre il confine di ciò che è noto, e cercare di interpretarli e decifrarli. Era questo che Rolland proponeva a Freud: una scienza mistica, cioè una scienza rispettosa del mistero, capace di accoglierlo senza ridurlo alle categorie del già noto, in modo che potesse nuovamente esercitare la sua funzione vivificante e risanativa sull'umanità, funzione a suo (e anche mio) parere largamente smarrita sia dalle religioni organizzate che dalle scienze positive. Ma Freud non poteva accettare la proposta di Rolland, perché il padre della psicoanalisi riassumeva nella sua persona entrambi gli atteggiamenti che, da opposte direzioni, cercano di impadronirsi del mistero, trasformandolo in oggetti di culto sacro o profano. Il suo infatti era da un lato un atteggiamento riduttivo, per cui il mistero, o il sentimento dell'infinito, non è "nient'altro che" un residuo nostalgico della relazione infantile con la madre; e dall'altro un atteggiamento chiesastico, che trasformò la psicoanalisi in qualcosa di molto vicino a una religione organizzata.

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 Salvatore Freni , ha molto puntualmente analizzato il dibattito Freud Roland anche dal punto di vista storico, utilizzando le lettere di Rolland Tratte dal libro di Parsons,LETTERE di Freud A ROLLAND edizione Bollati Boringhierie e le lettere di Freud  alla fidanzata e ad altri corrispondenti .

La questione del rapporto tra mistica e psicoanalisi nell'opera di Freud è legata al suo rapporto con Romain Rolland, a quell'epoca un personaggio straordinario, di 10 anni più giovane di Freud.

Tra i due si stabilì un legame di reciproca stima e ammirazione per tutta la vita, sia pur testimoniata da un relativamente scarso numero di lettere.

A Rolland, Freud deve la sua elaborazione del cosiddetto "sentimento oceanico". La metafora oceanica, l'oceano come simbolo dell'illimitato unico, dell'unità in cui le molteplicità si dissolvono e gli opposti coincidono, è molto diffusa in tutte le tradizioni mistiche per descrivere la scomparsa dei limiti dell'Io. Tra i mistici cristiani ricorre spesso l'espressione:"Io vivo nell'Oceano di Dio come un pesce nel mare". È probabile che Rolland abbia assunto questa espressione da Ramakrishna che per descrivere l'ineffabile utilizzava spesso la metafora della bambola di sale, misura della profondità dell'oceano: "non appena entrata nell'oceano, cominciò a fondersi. Allora chi è in grado di ritornare e dire la profondità dell'oceano?" (Kakar in Clèment e Kakar, 1993, p.98). Metafora esemplare di stato mistico unitivo o anche di mistica della natura o di misticismo dell'infinito?

Fu Freud ad avviare la relazione chiedendo a Edouard Monod-Herzen (9 febbraio 1923):"poiché Lei è amico di Romain Rolland, mi permetto di pregarLa di dirgli una parola di rispettosa venerazione da parte di uno che lui non conosce."

Vorrei tentare ora di riassumere il dibattito, che si accende tra questi due grandi personaggi, circa l'opportunità di considerare l'istanza mistica come espressione della natura umana più profonda, da distinguere dalla religione socialmente determinata e usata dalle istituzioni in modo inautentico (posizione di Romain Rolland) e la sua non sostanziale differenziazione rispetto alla credenza religiosa, quale espressione di nevrosi o di anelito regressivo dell'uomo all'unione narcisistica primaria al seno materno (posizione di Freud), per le conseguenze che avrà sulla successiva evoluzione del pensiero psicoanalitico in forma latente o manifesta.

La corrispondenza tra Freud e Rolland va da febbraio 1923 a maggio 1936, intervallata da scambi di libri e di auguri. Da subito si differenziano le parti: Rolland creatore di illusioni e credente in una religione laica fondata sull'amore per l'umanità, la natura, la pace, dichiaratamente laico rispetto alle religioni istituite. Aveva realizzato una condizione permanente di coscienza mistica dualistica che gli permetteva di mantenere un profondo stato di calma e di benessere interiore e al contempo l'intensità della sua straordinaria operosità nel mondo. Egli definisce Freud (22 febbraio 1923) "il Cristoforo Colombo di un nuovo continente dello spirito" e, ironicamente,dopo la lettera di Freud del 4 marzo 1923 gli invia il suo scritto Liluli con la dedica "a Freud il distruttore di illusioni". Freud, infatti, gli aveva scritto: "...il Suo nome è legato per noi alla più preziosa di tutte le belle illusioni, quella dell'estensione dell'amore a tutte le creature umane [...]ho effettivamente impiegato una gran parte del lavoro della mia vita (ho dieci anni più di Lei) a distruggere le illusioni mie e dell'umanità.[...]i miei scritti non possono essere quel che sono i suoi: consolazione e ristoro per chi li legge". In occasione del proprio 70º compleanno (29 gennaio 1926), in risposta agli auguri formulati poeticamente da Rolland gli scrive: "Uomo indimenticabile, a prezzo di quali fatiche e sofferenze, Ella è salito a un tale culmine di umanità!

Molti anni prima che ci vedessimo, La stimavo come artista e apostolo dell'amore per gli uomini. Anche io accettavo l'amore per gli uomini, non per motivi sentimentali o per un'esigenza ideale, bensì per ragioni disincantate, economiche, perché ho dovuto definirlo, data la natura dei nostri impulsi e dell'ambiente, indispensabile alla conservazione della specie umana, come la tecnica.

Quando poi, finalmente, feci la Sua conoscenza personale, fui sorpreso di scoprire che Ella sa stimare così altamente il vigore e l'energia e che in Lei è incarnata tanta forza di volontà".

È nella lettera del 5 dicembre 1927 che Rolland chiarisce la propria posizione rispetto a Freud, dopo la lettura di L'avvenire di un'illusione, che Freud gli aveva inviato.

Si dichiara d'accordo per l'analisi della religione, ma avrebbe voluto che Freud analizzasse il sentimento religioso spontaneo o, più esattamente, il sentire religioso, che è totalmente differente dalle religioni nel senso stretto del termine e molto più durevole...totalmente indipendente da ogni dogma, da ogni credo, da ogni organizzazione chiesastica, da ogni libro sacro... il semplice e diretto fatto del sentimento dell'eterno che può benissimo non essere eterno, ma semplicemente senza limiti percepibili, come oceano. Tale sensazione è certamente soggettiva, ma è condivisa da milioni di persone con milioni di sfumature individuali ed è possibile sottoporla ad analisi con esattezza approssimativa. È convinto che Freud la classificherà sotto le Nevrosi d'angoscia. Ma egli ne esalta il potere benefico e arricchente, ed è riscontrabile tra le anime religiose in Occidente, cristiane e non cristiane, come pure in Oriente. Sta per preparare la biografia di Ramakrishna e di Vivekananda. Egli stesso ha molta familiarità con questa sensazione ed ha trovato sempre in essa una sorgente di rinnovamento vitale. In tal senso può dirsi "religioso" e può vivere contemporaneamente la vita della ragione critica (che è priva di illusioni). Aggiunge che questo sentimento "oceanico" non ha niente a che fare con i suoi desideri. Ma il sentimento si impone alla sua coscienza come un fatto. Esso è un contatto. E avendo constatato che esso è presente in un gran numero di persone, ciò lo ha aiutato a comprendere che esso era la sorgente sotterranea della energia religiosa che, in seguito, è stata raccolta, canalizzata e prosciugata dalle Chiese, per dire che è all'interno delle Chiese che il vero sentimento religioso è meno disponibile.

Nel 1929 (14 luglio) Freud gli risponderà che il sentimento "oceanico" non gli aveva dato pace e che in un nuovo lavoro ( Il disagio della civiltà, 1929) cita il sentimento oceanico e tenta "di interpretarlo nel senso della nostra psicologia"; dice che il lavoro finisce col parlare di altre cose, felicità, civilizzazione, senso di colpa. Chiede il permesso di utilizzare il suo nome.

Rolland (17 luglio 1929) si dichiara onorato che il sentimento oceanico lo abbia stimolato a fare una nuova ricerca; dice di non essere certo di ricordare bene quello che aveva sostenuto, ma che in ogni caso non lo ritratta. Dice che è impegnato in un'opera in 3 volumi dedicata al misticismo indiano e che ha potuto appurare una forte sovrapposizione concettuale con l'occidente. Dice infine che Oriente ed Occidente sono le rive dello stesso fiume di pensiero e che in entrambe le rive ha potuto riconoscere lo stesso "fiume oceano"...

Freud ( 20 luglio 1929) lo ringrazia per il permesso accordato ma vuole accertarsi che sia consapevole di quanto ha scritto rimandandogli la lettera e però chiedendone la restituzione. Gli dice di non attendersi un apprezzamento del sentimento "oceanico", "tento semplicemente di dedurlo analiticamente, per così dire ne sgombro la mia strada.

In quali mondi, per me estranei, Lei non si muove! La mistica è per me qualcosa di precluso, come la musica. Non potrei immaginare di leggere tutto ciò che Lei, nella Sua lettera, dice di aver studiato. Come se ciò non bastasse, Lei invece può leggere nell'anima umana facendo meno fatica di noi...".

La risposta non tarda (24 luglio 1929)! Rolland dice che quanto aveva scritto corrisponde esattamente al suo pensiero attuale. Dice che difficilmente può credere che a Freud siano sconosciute mistica e musica. Perché "nulla di umano è ignoto a Lei". Pensa, invece, che egli diffida di esse, perché difende l'integrità della ragione critica, con cui controlla lo strumento. Egli, invece, fin dalla nascita, ha preso parte per entrambe le nature, critica e intuitiva, senza soffrire di alcun conflitto tra le loro opposte tendenze; perciò si può adattare ad "essere, credere e dubitare". È in questo che il musicista crea l'armonia tra forze rivali e nello stesso tempo trova in ciò la sua più grande gioia. Conclude citando, in greco, il grande mistico Eraclito : "l'armonia tra le forze opposte è quella che è la più bella".

La polemica si fa più aspra nella lettera del 19 gennaio 1930. Freud ringrazia Rolland per il dono della "Sua bifronte opera in tre volumi! (biografie di Ramakrishna e Vivekananda) Contrariamente ai miei calcoli, il mio libriccino "disagiato" l'ha preceduta di qualche settimana. Ora, sotto la Sua guida, cerco di penetrare nella giungla indiana, da cui fin qui mi hanno tenuto lontano l'amore ellenico per la misura- swjros?nh- la spassionatezza ebraica e il timore filisteo, secondo un certo dosaggio. Invero, avrei dovuto osare prima, perché le piante di questo terreno non dovevano restarmi estranee; per un certo tratto avevo scavato alle loro radici. Ma non è facile superare i limiti della propria natura.

Naturalmente, ho scoperto subito la parte per me più interessante del libro, l'inizio, dove Lei polemizza con noi razionalisti radicali. Ho tollerato bene che lì mi abbia chiamato "grand"; non posso prendermela per la Sua ironia, quando è unita a tanta amabilità. Mi permetta alcune osservazioni sulla critica della psicoanalisi: la distinzione tra "estroverso" e "introverso" deriva da C. G. Jung, che è, anche lui, un mistico e da lunghi anni non è più dei nostri. Non attribuiamo ad essa particolare valore, e sappiamo benissimo che gli uomini possono essere le due cose insieme, e anzi di regola lo sono. Inoltre: le nostre espressioni, come regressione, narcisismo, principio del piacere, sono di natura puramente descrittiva, e non comportano alcuna valutazione. Negli eventi psichici, le direzioni del decorso si alternano e spesso si combinano, in modo che, per esempio, anche la riflessione è un processo regressivo, senza per questo perdere di dignità e di importanza. Alla fine, anche per l'analisi, si produce una scala di valori, ma il suo fine è semplicemente l'armonia superiore dell'io, che deve adempiere il compito di mediare con successo tra le pretese della vita istintiva ( dell'es ) e quelle del mondo esterno, dunque tra realtà interna e esterna. A quanto pare, siamo molto distanti l'uno dall'altro nella valutazione dell'intuizione; i suoi mistici si affidano ad essa, per apprendere la soluzione dell'enigma del mondo; noi crediamo che essa non ci possa mostrare se non gli stimoli primitivi, vicini agli istinti, e anche posizioni molto preziose, se rettamente intese, per una embriologia della psiche, ma inservibili per un orientamento nel mondo esterno a noi estraneo. Se dovessimo incontrarci di nuovo personalmente in questa vita, sarebbe bello discuterne. Ma da lontano un saluto affettuoso è meglio della polemica. Ancora una cosa: non sono uno scettico assoluto. Di una cosa sono pienamente certo: che cioè oggi non possiamo sapere certe cose ".

Rolland (3 marzo 1931) insiste ancora appellandosi a "senza desiderio, senza speranza, e senza paura" e ai precetti "sii ciò che devi" "diventa ciò che puoi". E per il sentimento oceanico dice che ha ricevuto moltissime lettere da varie parti del mondo che confermerebbero tale sentimento; ritiene che bisogna tenere in conto queste forze invisibili; la loro esistenza non stabilisce la loro verità, ma solo la loro realtà.

Freud (maggio 1931) infine può "confessare che non ho mai sentito la misteriosa attrazione da uomo a uomo così vivamente come nel Suo caso, forse ciò è collegato in qualche modo alla consapevolezza di tutte le nostre diversità". E nel 1936, per onorare il 70° compleanno di Rolland, gli dedicherà la straordinaria e autorivelatrice lettera aperta sul proprio disturbo di memoria sull'Acropoli.

Rolland così gli risponde (8 febbraio 1936): "non riesco a esprimerLe quanto sono stato toccato dalla Sua partecipazione in occasione del mio compleanno. Di tutti i motivi di gratitudine che ho nei confronti di Stefan Zweig, non è certo il minore quello di averci fatto incontrare, perché fu da quell'incontro di 10 anni fa che nacque la nostra amicizia. Lei sa che rispetto io ho per l'uomo che ho ammirato per tanto tempo, il cui sguardo senza paura è capace di penetrare le profondità dell'abisso interiore. Sono felice e fiero di avere questa amicizia.

La risposta che Freud crede di dare a Rolland con Il disagio della civiltà (1929) non chiude il suo discorso interiore sulla questione del misticismo perché lo ritroviamo nel 1932 in Introduzione alla Psicoanalisi (Nuova serie di lezioni): "Ci è anche facile immaginare che certe pratiche mistiche possano riuscire a rovesciare i normali rapporti fra i singoli territori della psiche, così che, per esempio, la percezione sia in grado di cogliere eventi profondamente radicati nell'Io o nell'Es, che le sarebbero stati altrimenti inaccessibili. Che per questa via si possa giungere in possesso della sapienza suprema, da cui ci si aspetta la salvezza, è lecito dubitare. Tuttavia bisogna ammettere che gli sforzi terapeutici della psicoanalisi seguono una linea in parte analoga. La loro intenzione è in definitiva di rafforzare l'Io, di renderlo più indipendente dal Super-io, di ampliare il suo campo percettivo e perfezionare la sua organizzazione, così che possa annettersi nuove zone dell'Es. Dove era l'Es, deve subentrare l'Io. È un'opera di civiltà....."( Opere, vol. 11, p.190).

Nel 1936, come ho prima accennato, in Un disturbo della memoria sull'acropoli: lettera aperta a Romain Rolland (Opere, vol. 11, pp. 473-481), in modo curioso e per certi versi inquietante dedica a Rolland, coetaneo del fratello con cui aveva fatto il viaggio ad Atene, questa confessione privata di una accurata analisi di un episodio che comunque ha a che vedere con Fede-Fiducia, credulità/incredulità, piacere/dispiacere, potenza/impotenza, heimlich/unheimlich, sentimento di estraniazione, depersonalizzazione, doppia coscienza, scissione della personalità, cioè la fenomenologia del perturbante, dell'inquietante. Non mi importa in questo contesto l'interpretazione che Freud alla fine si dà in termini di conflitto e sentimenti di colpa nei confronti del padre o tutte le interpretazioni che possiamo darne noi; mi interessa sottolineare il gioco che si genera tra emozioni e pensiero, apertura della rimozione e tentativo di negazione con tutti gli effetti di creatività sia rispetto alla creazione di pensieri nuovi, sia, contestualmente, rispetto al suo interlocutore, cioè al transfert e all'interpretazione che di tali fenomeni darebbe Rolland; cosa che richiama alla mente il primo interlocutore-analista, Fliess. Rimando alla lettura di Fachinelli (1989) per un approfondimento dell'analisi di questo scritto di Freud e alle acute osservazioni che egli propone.

Resta il fatto che Freud rimase turbato per molti anni da questo episodio (il viaggio avvenne nel 1904) e che solo ora, retrospettivamente, in relazione a Rolland, può analizzare sia pure mettendo in atto vari meccanismi di difesa (razionalizzazione, intellettualizzazione, negazione ecc.) che, mentre negano, confermano la sensazione che la chiusura rispetto al sentimento oceanico continua a tormentarlo ancora dopo 10 anni dalla provocazione di Rolland.

Si potrebbe a questo punto pensare che ciò che gli è precluso non è la (M)istica e la (M)usica ma l'ingresso nel (M)aterno, nel femminile, in ciò che per Ramakrishna diventa la visione diretta della dea Kalì, l'eterno femminino, che per Freud rimase il continente nero.

Nel 1938 in Risultati, Idee, Problemi così scrive: "Mistica: l'oscura autopercezione del mondo che è al di fuori dell'Io, dell'Es"(Opere, vol. 11, p.566).

E che dire del breve ma folgorante scritto La negazione del 1925 ? (Opere, vol.10, p. 197-201). Sembra infatti un piccolo saggio della tradizione mistica della via negativa, che vede nell'atto della negazione la nascita del pensiero autentico. Questione su cui insisterà Lacan con Hyppolite, il traduttore in francese della Fenomenologia dello Spirito (1807) di Hegel (Lacan, Scritti, vol II, p.885; Il Seminario, libro I p.65).

Forse la psicoanalisi post-freudiana si apre alla mistica perché contemporaneamente si apre al femminile, all'oscurità, al vuoto, al negativo; e perché, sul piano epistemologico, fa un salto di paradigma: da quello di una psicologia unipersonale, a quello bi-pluri-personale, intersoggettivo, transpersonale, transgenerazionale, di campo gruppale, ecc.

Il dibattito Freud-Rolland sulla mistica è di notevole importanza perché ha conseguenze riscontrabili nel panorama psicoanalitico attuale e influenza il modo di pensare la psico(pato)logia e la sua interpretazione.

Infatti, da questo punto di vista, Parsons (1999) distingue 3 indirizzi di pensiero: classico, adattativo, trasformativo.

Il primo interpreta il sentimento mistico unitivo come espressione patologica di regressione; tale atteggiamento ha costituito motivo di discredito della psicoanalisi da parte dei cultori della mistica e della pratica della meditazione; l'indirizzo adattativo enfatizza la dimensione adattativa e di cura dell'esperienza mistica rispetto al processo di lutto e al dolore della perdita dell'oggetto; l'indirizzo trasformativo, appoggiandosi, come teorici di riferimento, a Bion, Lacan, Winnicott, Kohut, sta realizzando interessanti approcci trans-culturali (un impressionante incremento di studi e di pratiche meditative e psicoanalitiche integrate, soprattutto tra psicoanalisi e buddhismo) ed enfatizza l'aspetto creativo e generativo di capacità di simbolizzazione e dipensiero libero ed originale. Forse il lavoro di Aberbach (1987)va collocato a metà strada tra il modello adattativo e quello trasformativo; egli infatti propone di vedere il misticismo come una condizione bidirezionale: la sofferenza, la perdita, il lutto non risolto, portano a cercare l'esperienza mistica; questa, a sua volta fornisce una cornice di riferimento adeguata ad elaborare il lutto, riparare la perdita, superare il dolore e tornare alla vita. Nel modello trasformativo si insiste molto sull'aspetto creativo, generativo di pensieri e visioni del mondo nuovi, originali e liberi da conformismo o da assoggettamenti masochistici.



In un saggio dal titolo  FREUD E IL DR.BUDDHA è il neocognitivista MARK EPSTEIN ad analizzare il dibattito tra Freud e Rolland.

Dice Epstein " L' amico di Freud, lo scrittore e poeta francese Romain Rolland, era un devoto seguace di Ramakrishna e Vivekananda. Sotto la sua influenza, Freud descrisse il “sentimento oceanico” come una sensazione di unità illimitata e senza confini con l’universo, che ricerca la “restaurazione del narcisismo illimitato” e la “resurrezione dell’impotenza infantile”. In tal modo, il non-io viene identificato con lo stato infantile precedente allo sviluppo dell’ego, cioè con quello del neonato al seno che non distingue tra se stesso e la madre, ma è immerso in un’unione simbiotica e indifferenziata.
Tale formulazione è complicata dal fatto che in meditazione sono davvero accessibili simili sensazioni di armonia, unità e perdita dei confini dell’ego; ma non sono questi gli stati che definiscono la nozione di non-io. Quando le pratiche di concentrazione su un unico oggetto vengono portate avanti con una certa perseveranza, conducono inevitabilmente a seducenti sensazioni di rilassamento e serenità. Tuttavia, la specifica strategia attenzionale del buddismo non è la concentrazione, bensì la consapevolezza o pura attenzione: “La chiara e semplice consapevolezza di ciò che accade a noi e in noi negli istanti successivi della percezione”. È questa pratica che negli stati avanzati concentra l’attenzione sul concetto del sé, sull’esperienza dell’«io» nel meditatore, conducendo alla comprensione del non-io.
Ma gli interpreti psicoanalitici, e i meditatori ingenui che hanno seguito le loro orme, hanno preso in considerazione solo le pratiche di concentrazione. Freud fu influenzato dalle esperienze di Rolland con la meditazione hindu. In realtà, un altro importante analista, Franz Alexander, studiò negli anni venti i testi buddisti appena tradotti in tedesco, ma anche egli considerò solo i passaggi che descrivevano la concentrazione. “In questa condizione il monaco è simile a uno stagno”, egli scrive, “che si colma e si imbeve completamente da ogni lato di sensazioni gioiose e piacevoli derivanti dalla profondità dell’assorbimento; in tal modo, nemmeno la più piccola particella resta non impregnata... Nessun analista può descrivere in modo più adeguato la condizione del narcisismo… È la descrizione di una condizione che abbiamo ricostruito solo teoricamente, definendola «narcisismo»”. In anni più recenti, Herbert Benson, nel suo libro Relaxation Response, ha descritto la meditazione basandosi esclusivamente su resoconti di pratiche di concentrazione, e generazioni di meditatori hanno aspirato a dissolversi nello stagno di sensazioni estatiche che li avrebbe resi “tutt’uno” con l’universo o con il Vuoto. Ma il non-io non è un ritorno alle sensazioni dell’infanzia – un’esperienza di estasi indifferenziata o di fusione con la madre – anche se molte persone, quando cominciano a meditare, possono essere alla ricerca di una simile esperienza, e qualcuno potrebbe davvero imbattersi in qualcosa del genere.



In Italia recentemente Marta Segoviano in un lavoro su Narcisismo primario e gruppo dal titolo "Dal "sentimento oceanico" all'illusione gruppale  ha affrontato il nostro argomento.

La definizione bioniana del gruppo come un "insieme di individui nel medesimo stato di regressione" risulta apparentemente respinta dalla posteriore affermazione di René Kaës (1993) circa la singolarità della regressione di ogni Io impegnato in un gruppo. Dobbiamo allora considerare contradditori entrambe le domande o, come siamo inclini a pensare, l'una e l'altra si riferiscono a diversi livelli di analisi?
Considerando il livello in cui si gioca la più primitiva formazione psichica, quella che, cronologicamente e strutturalmente, precede la differenziazione tanto dell'Io come di ogni oggetto, incluso il gruppo come oggetto, vale a dire la competenza della proposta di Bion, dato che, riferendoci al primo narcisismo, la regressione sarebbe identica in tutti i soggetti rispetto all'attivazione della gruppalità primaria.
Sebbene paragoniamo questo stato al sentimento oceanico pensiamo che forse sarebbe meglio descriverlo come illusione oceanica, nella misura in cui l'espressione che l'accompagna non è universalmente uniforme: è diversa in ogni singolo soggetto nell'ambito della polarità piacere-dispiacere. Nell'intergioco fra queste espressioni e le risposte singolari che suscitano, compaiono le forze ed i mezzi capaci di produrre i primi movimenti tendenti all'organizzazione del gruppo. Pertanto la necessità e la possibilità di questa organizzazione contribuisce alle differenze di potenziale affettive d ideative, proprie di ogni soggettività e che sono suscitate dentro e dall'incontro di varie persone. E' in questo senso che non possiamo parlare di una regressione che sia uguale per tutti gli individui.
Ma cos'è il "gruppo" in questi primi momenti per ognuno? Il "gruppo" è ciò che l'Io ha perso per essere e che non rinuncerà mai a cercare di recuperare: è il uso punto di riferimento primario e costante che, paradossalmente, è indispensabile per essere.
Così, creare un gruppo, formare un gruppo è, innanzitutto, per ogni Io, essere un gruppo, far coincidere i confini dell'Io e del gruppo, senza interstizi, senza distanze.
Anche se nella realizzazione immaginaria di questa aspirazione si riconoscono nei diversi raggruppamenti diversi cambiamenti, esiste un fenomeno molto singolare che Didier Anzieu (op. cit.) ha descritto come "stato psichico particolare" che si esprime spontaneamente i frasi come: "stiamo bene insieme" , "formiamo un buon gruppo" e che ha chiamato illusione grippale, la cui modalità di funzionamento è analoga a quella dell'Io ideale.
L'espressione euforica che caratterizza questo fenomeno segnala un trionfo: l'illusione che l'Io e il gruppo coincidano e senza conflitti: essere allo stesso tempo uno e più di uno in funzione della supposta confluenza dei desideri che sono "unanimi" e non più volti al singolo. Ogni Io -ma non solo, non come nel sogno ma, adesso, insieme ad "altri"-, è, senza conflitti, un gruppo, perché vari Io, "unificati" per questo, coincidono nei loro confini con il gruppo che hanno autocreato. E, precisamente, si tratta delle condizioni dell'illusione gruppale: da un lato un'alleanza crea la sospensione delle distanze e la differenza che potrebbero impedire la l'unificazione; dall'altro lato è quest'alleanza che genera il gruppo come proprio. L'euforia celebra la creazione dell'oggetto (narcisista) gruppo, che porta con sé il distacco di quest'oggetto creato rispetto alla mente che lo ha anticipato; mette in evidenza la distruzione di un nuovo atto psichico creatore di tale oggetto, a favore di un'appropriazione che lo trasforma.






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Mario Talvacchia, ha parlato di sentimento oceanico nel suo saggio " La subitaneità, l’ineffabilità, l’indescrivibilità è caratteristica intrinseca dell’esperienza estatica."

Va ricordato anche che una certa fragilità psichica, un indebolimento temporaneo, una malattia, uno shock violento, una sorpresa, sono sempre condizioni che facilitano l’esperienza estatica, ma non  sufficienti a scatenare l’autentica esperienza estatica, caratterizzata soprattutto dalla beatitudine....


L’estasi è definita come: “uno stato psichico di svincolamento dalla realtà, d’entusiasmo fanatico e di commozione, misto a senso di rapimento, a volte accompagnato da visioni e da sensazioni uditive allucinatorie” (Vocabolario della Lingua Italiana, di Nicola Zingarelli, 12 ed., pag.641).
Il termine deriva dal greco ekstatis, che costella termini come spostamento, mutazione, deviazione. Sembra essere un turbamento della condizione esistente.
L’esperienza estatica nasce sempre dalla rottura con il tenore di vita quotidiana, con il decorso normale dei pensieri, con il legame all’ambiente e con la percezione spazio-temporale. Si tratta di una rivelazione di un modo di vita originale e diverso, una presa di coscienza di un mondo non più diviso. Il soggetto ha l’impressione che il funzionamento abituale della sua coscienza si alteri e che egli sperimenti un altro rapporto col mondo, con se stesso, col proprio corpo, con la propria identità.
Secondo la psicologia di Carl Gustav Jung, il fenomeno dell’estasi può essere visto secondo due aspetti: il primo indica l’estasi come, “uno stato intenso di piacere, durante il quale la coscienza, sotto l’influsso di un determinato complesso, regredisce a stati primitivi, sino a trovarsi con uno sguardo che avrebbe la possibilità di rappresentare in modo adeguato ciò che è impossibile per la coscienza stessa” (P. F. Pieri, Dizionario Junghiano, pag.272).

Secondo la psicologia analitica, l’io congiungendosi con il sé, raggiungerebbe un sentimento di vitalità e di rinnovamento. L’estasi rappresenterebbe un’esperienza significativa per la coscienza.
Nella seconda accezione, l’estasi, è vista come, “quel particolare turbamento della coscienza che porta al riconoscimento dei limiti, dei poteri conoscitivi della stessa coscienza. La condizione estatica può svolgere la funzione d’oltrepassamento dello stato psichico esistente” (P. F. Pieri, Dizionario Junghiano, pag.273).
Nell’estasi avviene l’abolizione delle distinzioni tra colui che vede e la cosa vista. Alcuni riti estatici rappresentano il rinnovamento della vita psichica. L’esperienza estatica non è un evento desiderato dall’io, poiché rappresenta una forma di sacrificio. L’esperienza estatica, secondo Jung, può comparire nei fenomeni di criptomnesia, nell’isteria, nel sonnambulismo e nella schizofrenia paranoide. Jung distingue anche l’estasi come evento indesiderato dalla coscienza e l’estasi come evento ricercato dalla coscienza e dall’intelletto, al fine di distruggere l’esistente per dimostrare ancora una volta la forza dell’io. Diverso è il discorso che riguarda Freud. Nei primi anni venti, pare sia stato Freud a cercare di entrare in rapporto con lo scrittore francese (premio nobel per la letteratura nel 1916) Romain Rolland. Da questo lungo carteggio venne l’abitudine di definire l’esperienza mistica come; sentimento oceanico o sensazione oceanica. Da quel momento in poi, prende il via una lunga e tortuosa serie di relazioni, caratterizzate da continui equivoci e malintesi, aventi per oggetto la mistica.


Si da il caso che l’espressione sentimento oceanico faccia scattare in Freud qualcosa di nuovo. Romain Rolland rimprovera a Freud di non capire che la sensazione oceanica, se può essere assimilata a un ritorno allo stato primario, intra-uterino, è anche un’espansione illimitata, positiva, cosciente di se stessa e che si accompagna ad un benessere supremo, irriducibile a qualsivoglia serenità infantile. Secondo Rolland, il sentimento oceanico sarebbe la fonte della vera religiosità. Dal canto suo, Freud scrive: “Per quel che mi riguarda, non riesco a scoprire in me questo sentimento oceanico” (S. Freud, Il Disagio della Civiltà, vol.10, pag.558).
Con ciò egli intende ricordare il carattere strettamente personale e soggettivo di tal esperienza, l’impossibilità di generalizzarla. Ma è chiaro che il sentimento oceanico non gli darà pace e nel Disagio della Civiltà tenterà di spiegarlo nei termini della sua psicologia. Si tratterà di un tentativo di toglierlo di mezzo, di sgombrarlo dalla sua strada.
In Risultati, idee, problemi, egli scrive: “Mistica: l’oscura autopercezione del mondo che è al di fuori dell’io, e dell’es” (Freud S., Risultati, Idee, Problemi, vol.11, pag. 566). Freud dichiara anche di poter raggiungere il sentimento oceanico solo come un’intuizione intellettuale. Egli crede che i soggetti esposti all’esperienza oceanica sarebbero coloro che, in funzione delle circostanze particolari della loro storia individuale, avrebbero preservato nel proprio intimo alcune tracce di quel solipsismo originario della coscienza infantile.


“Normalmente, nulla è per noi più sicuro del senso di noi stessi, del nostro proprio io…..verso l’esterno, almeno, l’io sembra mantenere linee di demarcazione chiare e nette. Solo in uno stato, in uno stato in verità eccezionale, ma non tale da poter essere stigmatizzato come patologico, le cose vanno diversamente. Al culmine dell’innamoramento, il confine tra io e oggetto minaccia di dissolversi” (S. Freud, Il Disagio della Civiltà, pag.559).
L’esperienza estatica è vista come un contatto con un mondo arcaico dell’esperienza che ignora ancora la distinzione fondamentale io-non io. Sembra che Freud abbia intravisto anche una specie di funzione svelante dell’esperienza mistica: “Ci è anche facile immaginare che certe pratiche mistiche possano riuscire a rovesciare i normali rapporti fra singoli territori della psiche, così che, per esempio, la percezione sia in grado di cogliere eventi profondamente radicati nell’io o nell’es, che le sarebbero stati altrimenti inaccessibili” (S. Freud, Introduzione alla Psicoanalisi, vol.11, pag.190).


In Un disturbo di memoria sull’Acropoli: lettera aperta a Romani Rolland, Freud, “sembra essersi affacciato per un attimo su un paesaggio mentale in cui i confini del reale e dell’irreale, del credibile e dell’incredibile perdono la loro nettezza; dove, di conseguenza, sorge il rischio di una perdita, sia pure parziale, dell’identità personale” (E. Fachinelli, La mente estatica, pag.147). Egli stesso parla di depersonalizzazione, nel momento in cui i confini personali si fanno incerti, e appare un senso di confusione-partecipazione con l’altro. L’annuncio di una gioia troppo forte è per lui motivo d’incredulità, troppo bello per essere vero.
Forse il sentimento di stupore provato sull’Acropoli è in qualche modo associato a qualcosa che tocca l’ambito precluso su cui Romani Rolland, con il suo disturbante sentimento oceanico, aveva attirato l’attenzione di Freud? L’esperienza estatica potrebbe essere una scoperta tardiva, di Freud, di una dimensione nascosta dell’es?

Questo polo pulsionale cieco, impersonale, potrebbe possedere una capacità di relazionarsi direttamente a se stesso? Lo stesso Freud aveva parlato d’autopercezione.

L’esperienza estatica è caratterizzata da una rottura improvvisa del corso ordinario dei pensieri, da una perdita di qualunque contatto efficace con l’ambiente circostante, angoscia, sensazione di essere catapultati in un tempo, uno spazio, un universo qualitativamente differenti, meraviglia. Caratteristico è il senso di rivelazione sconvolgente di una realtà di fronte alla quale il mondo sensibile e la realtà sociale non sono altro che ombre, associato alla consapevolezza che un unico slancio vitale, un ‘unica emozione eterna ci anima tutti allo stesso modo, da sempre e per sempre. La gioia mistica offre la possibilità dell’annullamento del pensiero, della riflessione, una vera liberazione dal concettuale accompagnata da una dilatazione infinita dello spazio e del tempo.

La subitaneità, l’ineffabilità, l’indescrivibilità è caratteristica intrinseca dell’esperienza estatica. Va ricordato anche che una certa fragilità psichica, un indebolimento temporaneo, una malattia, uno shock violento, una sorpresa, sono sempre condizioni che facilitano l’esperienza estatica, ma non  sufficienti a scatenare l’autentica esperienza estatica, caratterizzata soprattutto dalla beatitudine..


BIBLIOGRAFIA





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Janine Chasseguet Smirgel ,Le corps comme miroir du monde,

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Mark Epstein,Freud e il Dr. Buddha
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Psiche e techne: l'uomo nell'età della tecnica -
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