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L'ANGOLO DEL GIALLO a cura di Pietro de Palma : Paul Halter: L'omicidio di Atlantide

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Paul Halter: L'omicidio di Atlantide (Le Géant de Pierre, 1998) - trad. Igor Longo - 
I Classici del Giallo Mondadori, N° 1087 del 2005







Le Géant de Pierre (L’omicidio di Atlantide), quando fu pubblicato, determinò un piccolo giallo. Diciamo un giallo in famiglia. Allora ero molto da vicino a Igor Longo, che in quel tempo era uno dei consulenti editoriali Mondadori più seguiti. Mi ricordo che Igor era rimasto contrariato dal fatto che il romanzo fosse uscito in autunno, mentre lui aveva caldeggiato che uscisse d’estate. Perché? Perché nella geografia del poliziesco, ci sono romanzi che è meglio escano d’estate ed altri in inverno: di solito i romanzi più complessi, più drammatici si inseriscono (o si inserivano) nella programmazione autunnale-invernale, mentre quelli più leggeri venivano pubblicati d’estate.
Tra i romanzi di Halter, questo è uno dei più leggeri (ma leggeri non significa che non siano drammatici. E questo è drammatico. Anzi è tragico. Al pari delle tragedie greche. In cui non c’è mai una possibilità di redenzione). E quindi Igor si aspettava che fosse proposto in estate, e come tale avrebbe potuto avere degli ottimi riscontri di vendita. Invece fu proposto in autunno inoltrato, e a sentire le notizie che arrivarono, ebbe un flop di vendite. La conseguenza fu che a partire da questo romanzo, la proposizione degli Halter in edicola, cominciò a latitare, con sommo rincrescimento innanzitutto di Igor ( che su Halter, Doherty, Abbot e altri francesi aveva fondato in gran parte la propria fortuna ), poi mio, e poi di tutti gli halteriani italiani.
La conseguenza ulteriore fu che dopo un po’ di tempo che non uscivano romanzi di Halter inviai due email alla redazione, lamentando una scarsa attenzione nei confronti dei mystery transalpini. A quei tempi, coloro che scrivevano alla redazione erano pochi, e quindi inevitabilmente una missiva di contestazione faceva un certo effetto. Io addirittura ne inviai anche una seconda, dopo un po’. Figurarsi l'effetto che fece!


Tempo fa Paul mi inviò delle sue foto, ed una mi disse era stata scattata durante un suo viaggio a Creta. Forse in occasione della scrittura di questo romanzo, forse in altra occasione. Fatto sta che Paul è molto sensibile ai viaggi, e sovente proprio dalle località che visita trae spunti per i suoi lavori narrativi.
Il romanzo ha per oggetto Creta, e in genere i vulcani, e si sviluppa su due piani paralleli, come talora accade con le storie di Paul: una nel presente, un’altra nel passato. Che poi inevitabilmente si incrociano determinando varie situazioni. 
Il protagonista, Patrick Marais, si è invaghito di Nanno, la bella figlia ed erede di un ricco armatore, che non può avere figli.
Insieme stanno visitando le pendici di un vulcano attivo in America, quando un’improvvisa eruzione, li divide. Patrick e Nanno corrono per mettersi in salvo. Patrick però si accorge solo dopo essersi fermato dell’assenza della moglie, che nella migliore delle ipotesi potrebbe essersi salvata, nella peggiore morta. La denuncia viene fatta alle autorità che cominciano a sospettare di Patrick, pensando ad un uxoricidio, ipotesi che cade quando la guida racconta come le vicende si sono svolte. Poi quando un corpo carbonizzato, con addosso degli effetti personali che il marito riconosce essere quelli della moglie, viene trovato, Patrick si ritrova erede di una cospicua fortuna.
Comincia a fare una vita dispendiosa, a girare il mondo. Anni dopo la morte della moglie, sulla riva del mare, incontra un gruppo di hippies, tra cui un giovane, Guy, ed una donna Helène Garnier. E’ soprattutto lei ad interessarlo, e ben presto se ne innamora. La ragazza dovrebbe essere spensierata, ma invece talora si intristisce: ben presto Patrick, anche informato da Guy, capisce che in lei vivono due esperienze di vita diverse, appartenenti a due periodi temporali differenti: uno è nel presente, quello che vive anche Patrick, l’altro è nel passato. In quest’ altra dimensione temporale, lei è la figlia più giovane di Amintore, il re di un’isola felice, sui cui grava però imminente sempre la catastrofe: il Gigante di pietra, il vulcano che si erge nell’isola, potrebbe risvegliarsi, e quando ciò è accaduto nel passato, gli eventi sono stati luttuosi.
Passano i giorni, e il legame tra lui e Helène si rafforza: i due vanno a vivere assieme, in una villa che l’erede ha acquistato. Helène è preda delle sue allucinazioni, e questo accade spesso quando assume droghe oppure beve cocktail; quando è in questi stati quasi onirici, Patrick scopre che anche il riflesso del fuoco, o la visione di un’eruzione, possono accentuare in lei lo stato catartico. E per questo fa in modo che lei cada spesso in questi stati allucinatori, in quanto sempre più pensa che lei possa aiutarlo nelle sue ricerche. Marais è preda delle sue ricerche ambiziose: sogna di trovare Atlantide, ed è sempre più convinto che l’Atlantide di Platone non si trovasse in Oceano Atlantico ma nel Mar Mediterraneo, e che l’eruzione che determinò l’affondamento del continente, sia quella avvenuta intorno al sedicesimo secolo avanti Cristo, che determinò l’affondamento di Thera e la fine di Creta.
Cosa c’entra Helène? Patrick è convinto che Helène sia la reincarnazione di Cleo, la figlia di un re di Thera, oppure che comunque riviva come un déjà-vu esperienze di vita passata che apparentemente non sono sue, e che possa aiutarlo ad individuare il punto dove si inabissò gran parte dell’isola.
Helène rivive il dramma di Cleto, e della morte di sua figlia, sacrificata al vulcano, il Gigante di pietra dopo che Maleus , il sacerdote dell’isola, che voleva sposarla per divenire re, abbia vaticinato la necessità del sacrificio . Ma quando il vulcano continua a manifestare la sua ira, il vecchio re Amintore lo accusa di aver strumentalizzato l’ira del vulcano per togliere un ostacolo al trono. E così si arriva ad una sfida: Maleus rimarrà chiuso nella sua stanza, e se Poseidone vorrà vendicare Amintore, egli morirà; ma se rimarrà in vita, sarà Amintore ad abbandonare il trono. L’indomani, tuttavia, Maleus viene ritrovato ucciso mediante un tritone di bronzo nella stanza chiusa dall’interno mentre all’esterno le guardie non hanno notato alcuno avvicinarsi. Poter capire come è un enigma, tanto più che la stanza era chiusa dall’interno per mezzo di un chiavistello posto all’interno della pesante porta di cipresso, e per terra vi erano i pezzi di un disco di terracotta e anche un pugnale di bronzo senza elsa non usato però per uccidere, e dalla lama assolutamente pulita.
L’assassinio ricordato da Helène nei suoi sogni, diventa un modo come un altro per individuare nella città riportata alla luce da una missione archeologica, sull’isola di Thera, proprio il luogo del sogno di Helène: Atlantide. Del resto, proprio un oggetto ritrovato nel corso degli scavi, si rivela essere estremamente simile al disco in terracotta che, nel sogno, era stato ritrovato accanto al cadavere di Maleus , rotto in mille pezzi.
Helène e Guy per di più sembrano vedere nella porzione di mare vicino a Thera, delle luci. In un primo tempo Patrick pensa che siano pazzi, ma poi anche lui assiste a questo fenomeno, e si convince dell’esistenza di una base marina atlantidea. Un bel giorno durante un’immersione Guy, senza che qualcuno possa essersi avvicinato, viene trafitto da un tritone di bronzo al petto: è Hèlene che ne riscontra le condizioni disperate e poco dopo per poter continuare le ricerche senza le indagini della polizia, il cadavere viene deposto in una grotta. Ma quando l’indomani lì si recano per zavorrarlo in mare, non lo trovano più. Successivamente Heléne scompare e ricompare due giorni dopo solo per dire di averlo trovato in un’altra grotta, vivo e vegeto anche se dolorante al collo: nella grotta vi è una misteriosa porta antica di bronzo. Patrick eccitato si avventura nel mare accanto alla sua donna, fino ad arrivare ad una grotta dove trovano Guy, ma morto da tre giorni.
Nel buio della grotta Patrick sarà vittima di un assassino, che lo lascerà con una prospettiva di vita assai ridotta, in quella grotta ricavata nelle rocce della costa. Si salverà?
Atipico romanzo giallo, non c’è una vera e propria indagine della polizia, perchè detective è lo stesso Patrick Marais, archeologo rampante: indaga sia sull’assassinio impossibile di Guy, avvenuto a pochi metri da lui, sia su un delitto in una Camera Chiusa avvenuto in una dimensione temporale lontana.

Lui è in un certo senso un detective. Poi ce n’è un altro più nascosto: il prete missionario Pierre Roussel
Dei due delitti, il primo è di Christiana memoria: chi abbia letto tutti i romanzi della Christie, non esiterà a capire da quale romanzo di Agatha, Halter abbia tratto le basi per l’assassinio di Guy. Tuttavia il secondo delitto, che poi in termini di tempo, è il primo, quello avvenuto in un lontano tempo nell’isola di Thera, viene spiegato con un ragionamento e con una soluzione assolutamente originali, che testimoniano l’inventiva di Halter nel suo campo narrativo.
Vi sono, è bene dirlo altre tre morti: una casuale, utilizzata per uno scambio di identità, un’altra voluta, ma il cui peso morale sarà la molla di tutto il dramma; e infine un suicidio. 
La vittima? Patrick, certamente, che però è a sua volta il mandante di un’altra morte, così come chi lo condanna a morte di inedia, e ne è quindi il carnefice, è stato a sua volta una sua vittima nel passato.
E la morte nel passato, quella da cui origina tutto da un parallelismo è collegata a quella di Scilla, nel racconto di Helène. 
Patrick capisce finalmente la macchinazione di cui è stato oggetto, solo quando è nella grotta, in compagnia dei cadaveri di Guy (vecchio di qualche giorno) e di Helène (vecchio di qualche minuto).
Nel romanzo, parecchi sono gli spunti che lo collegano ad altri della produzione di Paul:
innanzitutto il tema onnipresente della pazzia, della lucida follia, della vendetta che va oltre il normale; poi, quello della vittima che è a sua volta responsabile di un’altra morte nel passato: come Patrick, anche altri personaggi di altri romanzi: il protagonista di La Lettre qui tue, per esempio; poi il soggetto vittima del Fato: chi di spada ferisce, di spada perisce, sembra riecheggiare in Halter.
Il romanzo è innanzitutto un romanzo di avventura, che mischia il romanzo storico con il thriller e con il mystery. Per l’ambientazione, per gli spunti e il soggetto storico – archeologico, il teatro delle vicende nelle isole greche, sicuramente questo romanzo se fosse stato pubblicato in estate sarebbe stato un successo.
E’ piacevole da leggere, e proprio per il tema, sembra svolgersi come una favola, raccontando una storia che non si capisce fino a che punto sia un romanzo poliziesco; poi ad un certo punto, accadono tanti avvenimenti, comincia il dramma e si capisce che tante piccole cose, raccontate prima innocentemente, hanno importanza perla comprensione della vicenda.
Chi ha visto molti anni fa il film, The House of Games, di David Mamet, idealmente lo collegherà alla trama di questo fantastico romanzo di Paul Halter: una fiaba cattiva, ma di una cattiveria senza confini, in cui tutti gli attori, sembrano dire nel momento in cui si esprimono, cose che hanno una doppia valenza. Quello che dice per es. il prete missionario Pierre Roussel ha una valenza straordinaria: “Uccidere qualcuno per interesse, per migliorare la propria vita”. E rivolgendosi a Helène aggiunge: “Sono delitti veramente ignobili, signorina Garnier. E a volte la legge non riesce a punirli…”.Queste due frasi sono l’essenza del romanzo, perché rivelano la chiave che apre la serratura della macchinazione. Se Patrick nel momento in cui Roussel la afferma, prendesse quella verità e la comparasse con quanto accadutogli nel passato, potrebbe anche prendere in esame che Roussel abbia sondato il suo animo e abbia visto in fondo al cuore suo, e a quello anche di altre persone, un male antico. Lo stesso Roussel, dopo la morte di Guy, riferendosi a due persone del dramma, dirà: “Mi stupisco sempre come alcuni di noi siano in grado di passare sul cadavere di parenti e amici. Conosco persone piacevoli come lei e la sua amica, che si sono rivelati degli spregevoli assassini”.
Roussel è quindi la voce del Fato, che inchioda chiunque abbia fatto un’azione indegna alle proprie responsabilità, magari ripagandolo della stessa moneta, sotto altra forma. Roussel è il vero detective, che sulla base della propria esperienza di vita vissuta, sa andare in fondo al cuore degli uomini e vedere il male nascosto: egli prima che l’ultimo rigo dell’ultima pagina del romanzo sia stato scritto e le ultime verità siano state rivelate, vede e riconosce chi è assassino. In certo Roussel qui è quello che è Dieudonne in La nuit du loup, il racconto capolavoro di Halter.
E rivela anche lo spirito cattolico tradizionalista di Halter, che non riesce a dimenticare come anche la morte di un innocente, un bambino appena concepito, sia pur sempre un assassinio anche se mascherato. 

Pietro De Palma

COVID 19 FAKE NEWS di Armando Ciriello

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I 127 medici morti non sono né eroi né masochisti, ma professionisti non tutelati. 

Lo stato ha dichiarato, non oggi, ma negli ultimi decenni, la caduta del patto sociale, motivo per il quale un cittadino sacrifica parte del proprio narcisismo per un bene più prezioso, il bene collettivo.
Lo storico Marc Bloch specificò nel suo libro La Guerra e le false notizie che “una falsa notizia è solo apparentemente fortuita, o meglio, tutto ciò che vi è di fortuito è l’incidente iniziale che fa scattare l’immaginazione; ma questo procedimento ha luogo solo perché le immaginazioni sono già preparate e in silenzioso fermento”.
In questi giorni si assiste all’impietoso dibattito da parte di giornalisti, politici, autorità, all’interno di Talk-Show televisivi infinitamente noiosi, sulla necessità di appurare le notizie, cercando di distinguere il vero dal falso. Il tutto avviene con il tono dell’indignazione da parte di un socialismo antropomorfico che elicita il pensiero dell’Uomo, la cui radice semantica è riconducibile “all’ anathron ha opope”, che significa colui che riesamina ciò che ha visto!
Mai come oggi sembra più attuale “Il Cratilo” di Platone, dove i personaggi, Cratilo ed Ermogene, discutono sapientemente su come si possa appurare il vero dal falso, a partire dai nomi. Non è una disquisizione filosofica e linguistica, ma riguarda il rapporto tra l’ontologico e l’epistemico, ossia un rapporto tra verità e realtà: come la verità, che si traduce in un discorso linguistico (Logos), si debba poter attenere ad un Come, una condizione umana caratterizzata dall’oscillazione tra sostanzialismo e convenzione sociale.
Socrate riteneva che il nome non fosse solo un dato concreto e variabile, in senso eracliteo, ma che fosse il rappresentante di una significazione sostanziale; per Aristotele, invece le cose e le immagini sono universalmente trascendentali, mentre le espressioni foniche, le parole, sono soggettive.
Tale riquadro filosofico e linguistico fa da premessa ad alcuni concetti in cui il discernimento del vero e del falso non può essere inteso come un esercizio assoluto, pena la caduta in ideologie fanatiche.
La citazione di Marc Bloch presuppone che non vi siano manipolazioni fatte ad hoc e proposte coscientemente per orientare l’opinione pubblica, perché, in tal caso, si tratterebbe di un vecchio reato depenalizzato: il Plagio.
Ma lo scrittore si rifà ad un implicito culturale che può fornire un substrato su cui s’innesca il procedimento della falsità fino alle sue estreme conseguenze. Un tempo in psicopatologia era noto che gli schizofrenici fossero dei “puri”, cioè incapaci di mentire, benché le loro paramnesie deliranti mostrassero costruzioni assolutamente fuori dal Common Sens.
Eppure in ogni discorso schizofrenico c’è un fondo di verità negata.
La fabbrica delle Fake News ha bisogno di un terreno di “cultura”, e non di coltura, essendo per sua natura composta non da microrganismi, ma da falsificazioni, che devono essere incubate e poi sguinzagliate iperbolicamente alla velocità dei Social, quasi quanto il Covid-19.
Ritengo criminoso l’atto della costruzione e circolazione di informazioni costruite ed elaborate ad hoc, ma non meno irresponsabile la costruzione di un sociale che fa da terreno d’incubazione per il loro sviluppo e la loro libera circolazione.
Cercherò di approfondire quali siano i collegamenti tra i fenomeni doxici-ideologici e le false notizie. 
Ritengo che queste ultime facciano parte di una comunicazione distorta, e rientrino in fenomeni di massa non solo appannaggio dei Social, ma di una socialità che silenziosamente orienta, inganna confor-mistica-mente e distilla nella popolazione  credenze, gradimenti e vantaggi a favore di chi ha e detiene, o vuole rinforzare posizioni ideologiche, o addirittura ottenere consenso tra i cittadini.
Condivido pienamente le parole dello scrittore Marc Bloch quando dice che le immaginazioni sono già preparate e in silenzioso fermento affinché il procedimento abbia luogo.
La dis-criminazione del vero dal falso è un tema di natura filosofica, e porta alla mia mente la memoria di letture giovanili quali i “Dialoghi Platonici”, il “Cratilo”, il  “Menone”, il “Teteeto”, in cui la complessità del discernimento è sottoposta alla metodologia della confutazione, affinché l’arte maieutica della levatrice possa lasciar venire alla luce la Verità.
Oggi è improponibile una riflessione ponderata, pensata, e condivisa pubblicamente: basti pensare come il servizio pubblico e privato mass-mediatico, per lo più, si serva di “urlatori televisivi” sostenuti da credenze e profitti di agenzie, tali da spersonalizzare quella radice umana, che, a differenza degli animali, dovrebbe costituirci come quelli che riesaminano ciò che hanno visto! Viviamo invece in una sorta di massiccia tele-dipendenza della morte, che viene resa all’opinione pubblica come fatto di cronaca, come una sorta di “guerra in diretta”, che molto ricorda le manipolazioni televisive della guerra in Kuwait, con l’unico scopo di produrre una tolleranza e una desensibilizzazione innanzi alla fine della nostra vita. Essa diventa oggi una questione legata a se una persona è morta per Covid o con il Covid, perdendo totalmente di vista i limiti, i confini della nostra esistenza.
Mai come oggi siamo affetti da gravi disturbi della percezione della realtà.
Ritengo che la socialità odierna da almeno mezzo secolo, a partire dal 68’ in poi, sia entrata in una iperbolica discesa, una caduta dei valori sociali, culturali, politici, meritocratici, implementando quello che un grande filosofo ed etnologo, Ernesto de Martino, già nel 1965 segnalava  in un celebre libro, che non poté pubblicare per la sua incipiente dipartita: “La Fine del Mondo – Contributo all’analisi delle apocalissi culturali”.  In questo testo viene segnalata l’urgenza di una trasformazione del nostro costume ed orientamento culturale, quello di percepire l’altrui esistenza attraverso la presunta superiorità “Etnocentrica”,  verso una evoluzione “Critica” che rendesse possibile un passaggio storico: dal confronto delle culture alla cultura del confronto.
Monito rimasto inascoltato, e nessuno di noi può non riconoscere la reale e cocente denuncia di De Martino a distanza di 55 anni dalla  sua morte.
L’Asia, l’Africa, i paesi che abbiamo ritenuto essere inferiori alle nostre tecnologie e capacità di controllo onnipotente, per varie ragioni hanno determinato una crisi dell’Occidente che solo la Seconda Guerra Mondiale è stata capace di produrre. Certo, la pandemia del Covid-19  non ha avuto precedenti a causa della nostra cecità intellettuale, cosi come il cambiamento climatico, e sarà un evento le cui conseguenze potranno decretare un’estinzione di quell’essere che è “colui che riesamina ciò che ha visto!”.
Nonostante siano stati registrati nell’ultimo ventennio fenomeni epidemici rilevanti, legati prima alla Sars-Cov (2002), alla Mers-Cov (2012) e all’Influenza Aviaria, il mondo scientifico pare aver sottovalutato il rischio connesso ad ulteriori manifestazioni pandemiche. Non solo non si è fatto nulla per fronteggiare tali evenienze, ma addirittura l’OMS e tutto il mondo sanitario occidentale è stato impoverito di strumenti, risorse e possibili presidi operativi di verifica, in termini di Prevenzione. Non si tratta dunque di una guerra batteriologica di tipo complottistico, ma di una nostra cecità assoluta sulla fragilità umana e sulle vere necessità che dovrebbero essere affrontate, sempre che lo scotoma di un sistema post-consumistico feudatario mondiale possa essere non più considerato Il paradigma economico e sociale di cui abbiamo bisogno per vivere.
Passando dalle pandemie ai fenomeni storici, quante verità attendono da oltre 70 anni di essere finalmente resi fatti pubblici? L’assassinio di J. Kennedy, 

Moro, magistrati come Falcone e Borsellino, e mille altri che hanno offerto la loro vita per causa di servizio. Già, per causa di Servizio offrono la loro vita… Su questo la Psicoanalisi sostiene che si tratta di un disturbo legato al Masochismo Morale, ben curabile con una cura adeguata. Beh, i fatti di oggi ci dicono il contrario: i 77 medici morti non sono né eroi e né masochisti, ma professionisti non tutelati. Lo stato ha dichiarato, non oggi, ma negli ultimi decenni, la caduta del patto sociale, motivo per il quale un cittadino sacrifica parte del proprio narcisismo per un bene più prezioso, il bene collettivo.  René Kaes in Istituzione e Istituzioni ha segnalato come il funzionamento sociale è basato sul patto denegativo, il cui venir meno può rendere plausibile lo sgretolamento dello spirito di coesione del gruppo, del popolo, di uno Stato.
Ritorno a Socrate, dall’apologia che ne fa Platone, potremmo dire che anche egli è morto per causa di servizio. Certo, se avesse accettato e dichiarato la propria empietà avrebbe avuta salva la vita. Ma la verità sarebbe stata per sempre condannata al silenzio.
Speriamo che i tanti sacrifici, di cui la storia ci dà testimonianza, di persone famose, ma anche di tutti quelli che non lo sono stati, ma che silenziosamente hanno dato prova del proprio senso civico, rendano possibile che il prezzo pagato oggi sia non un debito con la  Comunità Europea, tra l’altro mai esistita se non come organismo mercenario-affaristico per i più abbienti,  ma un “credito” con le nostre classi dirigenti, che hanno trasformato la Sanità Italiana da una “fuoriserie”, una Ferrari, ad un’auto d’epoca il cui telaio è stato impoverito nel corso degli anni: prima è stato privato di tappezzeria, poi degli specchietti retrovisori, certo il motore è rimasto eccezionale, ma senza albero di trasmissione…Grazie a tutti coloro che hanno dato prova e testimonianza di volere riesaminare ciò che hanno visto, unica strada per scongiurare la falsità!



Armando Ciriello, Medico Psichiatra, Psicoterapeuta IIPG.

Riflessioni intorno e grazie a Covid-19 alias Sars/Cov 2 di Claudio Crialesi

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Una premessa quasi una sintesi

La presenza del virus fa convivere strettamente paura & ansia. Se siamo adusi a distinguerle per caratterizzare la seconda (una paura senza oggetto reale, un simbolo personale) ora siamo in presenza di un evento reale imprevedibile e incontrollabile come ogni realtà, ma impalpabile e insidioso, punto di appoggio per angosce persecutorie e depressive.

La globalizzazione ha rivelato un lato oscuro e difese collettive, l'angoscia per l'estraneo, hanno rivelato la loro insufficienza. Vulnerabilità e mortalità, come un ritorno del rimosso, hanno invaso il campo emotivo, soggettivo e dei gruppi, con un effetto di riverbero e amplificazione. Una crisi della rappresentazione grandiosa dell'individuo post-moderno e iper-tecnologico.

La medicina e i suoi operatori hanno svelato un non-detto. La cura, come pratica empirica, nono-stante il supporto delle tecnologie medicali, non può aggirare le emozioni correlate al prendersi cura. Il procedere scientifico viene scandito da: esperienza, tentativi ed errori, cautela nel giungere a conclusioni. Stati mentali ansiogeni per un ambiente culturale pervaso da semplificazione, onnipotenza, eclissi dell'autorevolezza.

Il management politico-amministrativo chiede lumi alla scienza, ma non può dissimulare una necessità etica: responsabilità e scelta. L'umanità costretta ad incontrare sé stessa...
Se si moltiplicavano le descrizioni di un'ipertrofia dell'individuo sedotto dal discorso del capitalismo, ora ritroviamo persone denudate e deprivate di abitudini. Uno spazio possibile di pensiero o il vuoto angosciante che prelude a noia o altri affanni.

Entra in campo un altro gruppo specializzato, entro la società, quello degli psicoterapeuti e psicologi ora sedotti, ora arruolati se non entusiasti volontari. Professionisti ai quali l'immaginario sociale chiede di disinnescare lo “stress” (ansia, depressione), di neutralizzare il dolore mentale circolante.
Non basta rispondere con un rifiuto superficiale, ma occorre rendere pubblico quali risposte siano possibili. La psicologia che si occupa di persone con problemi (detta psicologia clinica) è per sua natura artigianale: lavora nel tempo necessario per apprendere dall'esperienza. 
Il ricorso a strumenti che godano di affidabilità (p.es. mindfulness o tecniche comportamentali) non può fare a meno della motivazione soggettiva o dell'accettare un percorso, seppur limitato, per acquisire delle competenze. 

Gli psichiatri vengono sollecitati in modo ambiguo, da un lato la rispettabilità che deriva dall'esser medici li rende autorevoli presso il gruppo dei colleghi e in ambiti sociali, dall'altro lato inducono diffidenza per occuparsi, in modo privilegiato, di persone con disturbi mentali.
Medici-psichiatri e psicologi sono investiti da attese-pretese con il pericolo di rendere opaco il confine sottile, ma dirimente, tra conoscere e risolvere un problema o eliminarlo. Nel primo caso la personalità si sviluppa e fortifica, nel secondo si perpetua l'incapacità a tollerare il dolore (W.R. Bion).
Resta appannaggio di tali sotto-gruppi specializzati sopportare richieste ambigue, intimamente contraddittorie. Si dovrà testimoniare con stoica trasparenza la capacità di offrire un aiuto a partire da una richiesta, una domanda, che sarà indagata insieme a chi l'ha posta.





§ 1    Sguardo psicosociale

La diffusione della produzione di merci, dei consumi e degli stili di vita ha disegnato una geografia dell'omologazione. Convivono l'emancipazione di intere popolazioni e una moltitudine di esclusi.
Economia, finanza, costruzione di infrastrutture sono intimamente associate alla tecnica come alla misurazione e riproducibilità. La potenza dispiegata dall'uomo ha indossato l'abito di una volontà di potenza che ha condotto a mutare i mezzi in fini alienati dalla necessità. La presunzione di potersi affidare a procedure e adempimenti ha invaso l'ambiente culturale e individuale. 

Il virus “Covid-19” ha in modo inatteso (traumatogeno ?) mostrato gli inconvenienti dell'inter-dipendenza planetaria. 
La paura dell'altro, se portatore di pericolo realistico, è stata una reazione iniziale quanto irriflessiva. Basti ricordare gli episodi, isolati, ma inquietanti, di ostilità o aperta aggressione nei confronti di cinesi residenti in Italia da molti anni. In seguito la stessa penisola italiana è divenuta oggetto di sospetto e repulsione quando pareva l'unico paese europeo avvicinato dal contagio (ricordiamo che virus in latino è traducibile come veleno!).
La xenofobia, col suo retaggio ancestrale, è stata dissolta da confini ormai porosi ad ogni presun-zione di controllo. Altra frustrazione per un pensiero semplificante alla ricerca di linee guida e protocolli da applicare. Veri esorcismi al cospetto di una realtà mai addomesticabile né resa muta servitrice.

Le misure intraprese dall'establìshment tecnico-politico hanno indotto una revisione del legame con l'autorità. Un oscuramento delle libertà individuali e il ritorno prepotente di decisioni verticistiche con riverberi ambigui nella tripartizione dei poteri statuali.
Una sorta di esperimento naturale. Esser costretti a maneggiare un evento inatteso e malsano ha reso omaggio alle necessità della biopolitica (M. Foucault). Si potevano percorrere sentieri alternativi ? In nome della libertà personale inviolabile si poteva o doveva lasciar libero corso alla diffusione del contagio con relativi decessi? Saremmo in grado di accettare questa prospettiva ?

Le misure di contenimento hanno uniformato comportamenti e livellato differenze, come se i cittadini fossero sollecitati ad esser “figli” e tra loro affratellati rispetto a chi si trovi a svolgere un ruolo genitoriale (legislatori). La modificazione delle consuetudini (lavoro, scuola, tempo libero) ha costretto a perdere abitudini che organizzavano l'esistenza. Il domicilio tornato spazio privilegiato di vita in quanto raccomandato anzi prescritto.
Non possiamo prevedere se o quanto l'evento malattia indurrà cambiamenti duraturi nelle condotte nonostante il parere di presunti esperti. 
Cerchiamo perimetri di riferimento e visioni rassicuranti... Una possibilità evolutiva risiede nell'accettare l'esposizione al divenire e alle sue incertezze senza disperante fatalismo.

§  2   Sguardo psicodinamico 

La psicoanalisi e la psicologia dinamica ci invitano a pensare emozioni che mettono alla prova la capacità di risposta ad un ammalarsi insidioso, disarmante. Come si trasmette ? Attraverso l'aria ? Per areosol diffuso dal nostro respirare e parlare ? Col contatto fisico ? Attraverso superfici non igienizzate ? Una morte per insufficienza respiratoria anzi per soffocamento...
L'emblema dell'angoscia: dal vagito al “gridasti soffoco” di Ungaretti. Siamo sicuri di trovarci al cospetto di un ospite sconosciuto? 
Si tratta solo di morire... Il suo diniego ha fallito e passeggia per le strade del pianeta il reale della morte.



Il contatto somatico, la relazione interpersonale come veicoli del negativo sollecitano l'angoscia e la colpa.
Essere aggrediti dal virus (persecutorietà), perdere sé stessi e le persone care (lutto o depressione), percepire l'altro con sospetto e ricorrere al controllo meticoloso, a restrizioni severe (ossessività fobica), cagionare morte (distruttività e colpa).
Il virus come minaccia incombente di dolore. Una forza distruttiva e disgregatrice dei legami (l'isolamento, la quarantena). Potente emblema anti-eros.

La turbolenza indotta da questi stati mentali sarà più o meno gestibile a partire dall'equilibrio 
interno raggiunto da ogni soggetto. La sua posizione esistenziale rispetto all'auto-stima, alla gestione dell'incertezza, al rapporto con aspetti distruttivi di sé e al grado di soddisfazione ricavata dai propri legami (intimità, tenerezza, genitalità).

La famiglia come gruppo primario può assumere il ruolo di appartenenza capace di alleviare le fatiche dell'individuo. Un nuovo tempo da condividere e nuove azioni da inventare (il clan). Sappiamo che può altresì esser luogo di patimento e invalidazione. Ambiguità, ambivalenze, conflitti prima sopiti, grazie alla loro dislocazione nella prassi quotidiana (le abitudini), possono riemergere e chiedere nuove sublimazioni.

La casa nella sua fisicità compendia vissuti stratificati. Il focolare, luogo riconoscibile e rassicu-rante, luogo atavico che protegge dai nemici, può assumere i connotati di una restaurata caverna per l'animale-uomo. La cultura come strumento di adattamento dissotterra retaggi primordiali, mentre la natura del virus fa risuonare il mondo interno (affiliazione, cura dei consanguinei, angosce primitive).

Dal vertice gruppale possiamo tentare di rendere pensabile la complessità nella quale siamo immersi. Nel piccolo gruppo sono noti i fenomeni di diffusione trans-personale e risonanza emotiva. Possiamo immaginare cosa possa accadere in gruppi sempre più vasti sino a comprendere un'intera nazione o più paesi costretti a trovare un modo per interagire. Il ruolo dell'establìshment si è rivelato insostituibile e non a caso, pur presenti delle infrazioni isolate, non si sono al momento verificate ribellioni plateali e organizzate. 
Il vertice tecnico-amministrativo-politico sta ricoprendo il ruolo di “capo” di una moltitudine (Freud di “Psicologia delle masse e analisi dell'Io”) che ha riconosciuto e legittimato tale posizione e allo stesso tempo validato un'identificazione tra ogni cittadino in vista del reciproco interesse (la sopravvivenza).

Alcuni professionisti della relazione d'aiuto (medici e infermieri) li possiamo considerare un gruppo specializzato all'interno della struttura sociale. Gruppo deputato a maneggiare emozioni incande-scenti per contrastare la malattia e scongiurare la morte. Comprensibile sia un gruppo sollecitato da potenti movimenti affettivi interni ed esterni. 
Il sociale più ampio attende risposte, l'esonero dai patimenti, l'etica professionale incontra il limite personale (umana fatica) e quello professionale. Si procede per tentativi ed errori, ragionando sulle strategie, per rendere replicabili le cure. Frustrazioni o delusioni possono affaticare il soggetto o diffondersi nel gruppo (traumi cumulativi?). Utile che la struttura sociale sia e resti benevola  nei confronti di chi incontra il contagio e non solo quello reale, ma anche quello emotivo.

Nella loro pratica medici e infermieri devono trattenere nel preconscio il senso umano del loro operare per proteggere un io professionale (efficienza). Questo spazio potrà divenire amorevole consapevolezza verso il malato che depura sentimenti di colpa, con  l'accettazione del limite oppure esser silenziato o rimosso. Giungono notizie furtive, dal non-detto relativo al decidere chi potrà esser curato e chi no, al funzionamento solidale dei gruppi di lavoro
A questi professionisti dobbiamo affidarci (asimmetria e dipendenza) grazie a loro sperimentiamo la fiducia. La gratitudine può circolare e rendere possibile una bonifica dei territori angoscianti e mortiferi prima dipinti a tinte espressioniste. 
Fiducia e speranza vanno protette e a questa esigenza risponde la necessità di contare guariti e dimessi dagli ospedali e non solo contagiati e deceduti. 

Una psicologia clinica che non si limiti a imitare la tecnica non potrà che offrire un “ascolto empatico”. 
Empatico come radicale capacità di decentrarsi da ogni pregiudizio o diagnosi per avvicinare l'altro-da-sé e raggiungere una nuda vita.
L'ascolto non si esaurisce nell'efficienza dell'udito, ma implica lasciare che nascano parole per rendere esplicito quanto non ancora espresso (capacità negativa e tolleranza del vuoto di Bion). 

Si potranno anche proporre strumenti per addomesticare ansia o tristezza o colpa, ricorrendo a pratiche legate all'evidenza empirica, ma se si vuol credere, e far credere, che psicologi e psicoterapeuti possano applicare algoritmi di cura siamo nella propaganda. 
Solo la prassi dell'incontro renderà comprensibile le esigenze personali, solo in un legame intersoggettivo transiteranno apprendimenti duraturi (le identificazioni del linguaggio psicoana-litico).

§  3   Setting e nuovi media    

I dispositivi informatici rendono possibile quanto prima impossibile e fantascientifico. Parlarsi, guardarsi, sentirsi vicini seppur lontani, condividere immagini e filmati, poter lavorare (smart work at home).
Ancora incerto se sapremo governare il valore d'uso di tali mezzi o rimanere sedotti dal loro volto onnipotente, perseguendo relazioni quantitative più che qualitative. Dispositivi veicolo di una potenza priva di saggezza e del feticcio della merce, ora si offrono come amabili servitori delle nostre necessità (lavoro, condivisione, contatto).

Con tali strumenti (internet, smartphone, e-mail) già da tempo si confrontano i professionisti  psichiatri, psicologi, psicoterapeuti. Dei mediatori che permettono di mantenere o avviare relazioni d'aiuto che ai tempi del coronavirus sono ostacolate. Un nuovo setting che merita qualche riflessione.

Le coordinate temporali (momento e durata dell'incontro) possono esser mantenute salvaguardando la funzione regolatrice del setting (la falsificazione degli aspetti processuali seguendo F. Codignola). Lo scenario percettivo può mutare: le sedute o i colloqui avvengono nello studio o ambulatorio del professionista oppure nell'abitazione ? Il paziente ha un luogo che gli permette di proteggere la riservatezza ? E' costretto o sceglie di cambiare ambiente fisico dell'incontro ? Nel lavoro di gruppo quali peculiarità o raccomandazioni ?

Il paziente mantiene la responsabilità di scegliere se aderire o meno alla proposta di un incontro in-remoto, può esser invitato ad impegnarsi nel mantenere o procurarsi e proteggere le coordinate spazio-temporali del setting. Fenomeni che potranno essere illuminati dall'indagare analitico e preziosa opportunità per entrare in contatto con aree mentali del paziente. Possiamo pensare ad un'iper-stimolazione percettiva dell'analista o psicoterapeuta nel divenire spettatore dei luoghi abitati dai suoi pazienti al confronto dell'ingresso di una persona nello suo spazio professionale.
Eppure anche questa evenienza non può essere etichettata come un accidente che contamini la possibilità di coglierne le intenzioni inconsapevoli.

Dalle testimonianza dei colleghi sembra emergere che l'accettazione serena dei collegamenti in-remoto, da parte del professionista, permetta di preservare l'assetto analitico e non alteri il valore del percorso di cura. A partire dal setting interiore (coordinate concettuali, formazione, capacità riflessiva) diverrà degno di attenzione ogni fenomeno relativo alla scena entro la quale è situato il paziente. Eppure restano dei quesiti. 

La fisicità dell'incontro viene sostituita da una rappresentazione e in questa sorta di veloce traduzione perdiamo qualcosa ? Se sì cosa ? Quanto perduto è irrimediabile ? O dobbiamo semplicemente accettarne la specificità ? Il flusso di identificazioni proiettive che rendono vivo e terapeutico il lavoro resta immutato ? La mimica, il tono della voce hanno la possibilità di esser catturate dalla videocamera, ma possono sollecitare teatralità o inibizioni ?

Resta il dato inoppugnabile del desiderio e disponibilità da parte di terapeuti e pazienti a non interrompere un legame sentito importante, utile, indispensabile (dal lato del paziente) e confermante il ruolo professionale (dal lato del terapeuta). Solo il dialogo franco e duraturo tra i colleghi permetterà di costruire utili congetture.

Importante precisare che il tema del setting è particolarmente caro alla tradizione psicoanalitica per l'utilizzo della relazione terapeutica, con i suoi riflessi transferali, mentre per gli indirizzi che privilegiano una soluzione al problema del paziente l'uso dei media elettronici è stato già sperimentato e dibattuto.


dr. Claudio Crialesi
Psicologo-Psicoterapeuta
crialesiclaudio@gmail.com