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La mente può trovarsi in stati diversi , il sonno ,il sogno, la trance,l'ipnosi,l'attenzione fluttuante,
l'estasi,la preghiera,la meditazione,la creatività artistica e scientifica,
l'esplorazione dello spazio e degli abissi marini,l'agonismo sportivo.

Stati della mente pubblica lavori originali o già pubblicati con il consenso degli autori, interviste e recensioni di libri e promuove eventi culturali e scientifici.

FAKE NEWS di Armando Ciriello

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I 127 medici morti non sono né eroi né masochisti, ma professionisti non tutelati. 

Lo stato ha dichiarato, non oggi, ma negli ultimi decenni, la caduta del patto sociale, motivo per il quale un cittadino sacrifica parte del proprio narcisismo per un bene più prezioso, il bene collettivo.
Lo storico Marc Bloch specificò nel suo libro La Guerra e le false notizie che “una falsa notizia è solo apparentemente fortuita, o meglio, tutto ciò che vi è di fortuito è l’incidente iniziale che fa scattare l’immaginazione; ma questo procedimento ha luogo solo perché le immaginazioni sono già preparate e in silenzioso fermento”.
In questi giorni si assiste all’impietoso dibattito da parte di giornalisti, politici, autorità, all’interno di Talk-Show televisivi infinitamente noiosi, sulla necessità di appurare le notizie, cercando di distinguere il vero dal falso. Il tutto avviene con il tono dell’indignazione da parte di un socialismo antropomorfico che elicita il pensiero dell’Uomo, la cui radice semantica è riconducibile “all’ anathron ha opope”, che significa colui che riesamina ciò che ha visto!
Mai come oggi sembra più attuale “Il Cratilo” di Platone, dove i personaggi, Cratilo ed Ermogene, discutono sapientemente su come si possa appurare il vero dal falso, a partire dai nomi. Non è una disquisizione filosofica e linguistica, ma riguarda il rapporto tra l’ontologico e l’epistemico, ossia un rapporto tra verità e realtà: come la verità, che si traduce in un discorso linguistico (Logos), si debba poter attenere ad un Come, una condizione umana caratterizzata dall’oscillazione tra sostanzialismo e convenzione sociale.
Socrate riteneva che il nome non fosse solo un dato concreto e variabile, in senso eracliteo, ma che fosse il rappresentante di una significazione sostanziale; per Aristotele, invece le cose e le immagini sono universalmente trascendentali, mentre le espressioni foniche, le parole, sono soggettive.
Tale riquadro filosofico e linguistico fa da premessa ad alcuni concetti in cui il discernimento del vero e del falso non può essere inteso come un esercizio assoluto, pena la caduta in ideologie fanatiche.
La citazione di Marc Bloch presuppone che non vi siano manipolazioni fatte ad hoc e proposte coscientemente per orientare l’opinione pubblica, perché, in tal caso, si tratterebbe di un vecchio reato depenalizzato: il Plagio.
Ma lo scrittore si rifà ad un implicito culturale che può fornire un substrato su cui s’innesca il procedimento della falsità fino alle sue estreme conseguenze. Un tempo in psicopatologia era noto che gli schizofrenici fossero dei “puri”, cioè incapaci di mentire, benché le loro paramnesie deliranti mostrassero costruzioni assolutamente fuori dal Common Sens.
Eppure in ogni discorso schizofrenico c’è un fondo di verità negata.
La fabbrica delle Fake News ha bisogno di un terreno di “cultura”, e non di coltura, essendo per sua natura composta non da microrganismi, ma da falsificazioni, che devono essere incubate e poi sguinzagliate iperbolicamente alla velocità dei Social, quasi quanto il Covid-19.
Ritengo criminoso l’atto della costruzione e circolazione di informazioni costruite ed elaborate ad hoc, ma non meno irresponsabile la costruzione di un sociale che fa da terreno d’incubazione per il loro sviluppo e la loro libera circolazione.
Cercherò di approfondire quali siano i collegamenti tra i fenomeni doxici-ideologici e le false notizie. 
Ritengo che queste ultime facciano parte di una comunicazione distorta, e rientrino in fenomeni di massa non solo appannaggio dei Social, ma di una socialità che silenziosamente orienta, inganna confor-mistica-mente e distilla nella popolazione  credenze, gradimenti e vantaggi a favore di chi ha e detiene, o vuole rinforzare posizioni ideologiche, o addirittura ottenere consenso tra i cittadini.
Condivido pienamente le parole dello scrittore Marc Bloch quando dice che le immaginazioni sono già preparate e in silenzioso fermento affinché il procedimento abbia luogo.
La dis-criminazione del vero dal falso è un tema di natura filosofica, e porta alla mia mente la memoria di letture giovanili quali i “Dialoghi Platonici”, il “Cratilo”, il  “Menone”, il “Teteeto”, in cui la complessità del discernimento è sottoposta alla metodologia della confutazione, affinché l’arte maieutica della levatrice possa lasciar venire alla luce la Verità.
Oggi è improponibile una riflessione ponderata, pensata, e condivisa pubblicamente: basti pensare come il servizio pubblico e privato mass-mediatico, per lo più, si serva di “urlatori televisivi” sostenuti da credenze e profitti di agenzie, tali da spersonalizzare quella radice umana, che, a differenza degli animali, dovrebbe costituirci come quelli che riesaminano ciò che hanno visto! Viviamo invece in una sorta di massiccia tele-dipendenza della morte, che viene resa all’opinione pubblica come fatto di cronaca, come una sorta di “guerra in diretta”, che molto ricorda le manipolazioni televisive della guerra in Kuwait, con l’unico scopo di produrre una tolleranza e una desensibilizzazione innanzi alla fine della nostra vita. Essa diventa oggi una questione legata a se una persona è morta per Covid o con il Covid, perdendo totalmente di vista i limiti, i confini della nostra esistenza.
Mai come oggi siamo affetti da gravi disturbi della percezione della realtà.
Ritengo che la socialità odierna da almeno mezzo secolo, a partire dal 68’ in poi, sia entrata in una iperbolica discesa, una caduta dei valori sociali, culturali, politici, meritocratici, implementando quello che un grande filosofo ed etnologo, Ernesto de Martino, già nel 1965 segnalava  in un celebre libro, che non poté pubblicare per la sua incipiente dipartita: “La Fine del Mondo – Contributo all’analisi delle apocalissi culturali”.  In questo testo viene segnalata l’urgenza di una trasformazione del nostro costume ed orientamento culturale, quello di percepire l’altrui esistenza attraverso la presunta superiorità “Etnocentrica”,  verso una evoluzione “Critica” che rendesse possibile un passaggio storico: dal confronto delle culture alla cultura del confronto.
Monito rimasto inascoltato, e nessuno di noi può non riconoscere la reale e cocente denuncia di De Martino a distanza di 55 anni dalla  sua morte.
L’Asia, l’Africa, i paesi che abbiamo ritenuto essere inferiori alle nostre tecnologie e capacità di controllo onnipotente, per varie ragioni hanno determinato una crisi dell’Occidente che solo la Seconda Guerra Mondiale è stata capace di produrre. Certo, la pandemia del Covid-19  non ha avuto precedenti a causa della nostra cecità intellettuale, cosi come il cambiamento climatico, e sarà un evento le cui conseguenze potranno decretare un’estinzione di quell’essere che è “colui che riesamina ciò che ha visto!”.
Nonostante siano stati registrati nell’ultimo ventennio fenomeni epidemici rilevanti, legati prima alla Sars-Cov (2002), alla Mers-Cov (2012) e all’Influenza Aviaria, il mondo scientifico pare aver sottovalutato il rischio connesso ad ulteriori manifestazioni pandemiche. Non solo non si è fatto nulla per fronteggiare tali evenienze, ma addirittura l’OMS e tutto il mondo sanitario occidentale è stato impoverito di strumenti, risorse e possibili presidi operativi di verifica, in termini di Prevenzione. Non si tratta dunque di una guerra batteriologica di tipo complottistico, ma di una nostra cecità assoluta sulla fragilità umana e sulle vere necessità che dovrebbero essere affrontate, sempre che lo scotoma di un sistema post-consumistico feudatario mondiale possa essere non più considerato Il paradigma economico e sociale di cui abbiamo bisogno per vivere.
Passando dalle pandemie ai fenomeni storici, quante verità attendono da oltre 70 anni di essere finalmente resi fatti pubblici? L’assassinio di J. Kennedy, 

Moro, magistrati come Falcone e Borsellino, e mille altri che hanno offerto la loro vita per causa di servizio. Già, per causa di Servizio offrono la loro vita… Su questo la Psicoanalisi sostiene che si tratta di un disturbo legato al Masochismo Morale, ben curabile con una cura adeguata. Beh, i fatti di oggi ci dicono il contrario: i 77 medici morti non sono né eroi e né masochisti, ma professionisti non tutelati. Lo stato ha dichiarato, non oggi, ma negli ultimi decenni, la caduta del patto sociale, motivo per il quale un cittadino sacrifica parte del proprio narcisismo per un bene più prezioso, il bene collettivo.  René Kaes in Istituzione e Istituzioni ha segnalato come il funzionamento sociale è basato sul patto denegativo, il cui venir meno può rendere plausibile lo sgretolamento dello spirito di coesione del gruppo, del popolo, di uno Stato.
Ritorno a Socrate, dall’apologia che ne fa Platone, potremmo dire che anche egli è morto per causa di servizio. Certo, se avesse accettato e dichiarato la propria empietà avrebbe avuta salva la vita. Ma la verità sarebbe stata per sempre condannata al silenzio.
Speriamo che i tanti sacrifici, di cui la storia ci dà testimonianza, di persone famose, ma anche di tutti quelli che non lo sono stati, ma che silenziosamente hanno dato prova del proprio senso civico, rendano possibile che il prezzo pagato oggi sia non un debito con la  Comunità Europea, tra l’altro mai esistita se non come organismo mercenario-affaristico per i più abbienti,  ma un “credito” con le nostre classi dirigenti, che hanno trasformato la Sanità Italiana da una “fuoriserie”, una Ferrari, ad un’auto d’epoca il cui telaio è stato impoverito nel corso degli anni: prima è stato privato di tappezzeria, poi degli specchietti retrovisori, certo il motore è rimasto eccezionale, ma senza albero di trasmissione…Grazie a tutti coloro che hanno dato prova e testimonianza di volere riesaminare ciò che hanno visto, unica strada per scongiurare la falsità!



Armando Ciriello, Medico Psichiatra, Psicoterapeuta IIPG.

Riflessioni intorno e grazie a Covid-19 alias Sars/Cov 2 di Claudio Crialesi

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Una premessa quasi una sintesi

La presenza del virus fa convivere strettamente paura & ansia. Se siamo adusi a distinguerle per caratterizzare la seconda (una paura senza oggetto reale, un simbolo personale) ora siamo in presenza di un evento reale imprevedibile e incontrollabile come ogni realtà, ma impalpabile e insidioso, punto di appoggio per angosce persecutorie e depressive.

La globalizzazione ha rivelato un lato oscuro e difese collettive, l'angoscia per l'estraneo, hanno rivelato la loro insufficienza. Vulnerabilità e mortalità, come un ritorno del rimosso, hanno invaso il campo emotivo, soggettivo e dei gruppi, con un effetto di riverbero e amplificazione. Una crisi della rappresentazione grandiosa dell'individuo post-moderno e iper-tecnologico.

La medicina e i suoi operatori hanno svelato un non-detto. La cura, come pratica empirica, nono-stante il supporto delle tecnologie medicali, non può aggirare le emozioni correlate al prendersi cura. Il procedere scientifico viene scandito da: esperienza, tentativi ed errori, cautela nel giungere a conclusioni. Stati mentali ansiogeni per un ambiente culturale pervaso da semplificazione, onnipotenza, eclissi dell'autorevolezza.

Il management politico-amministrativo chiede lumi alla scienza, ma non può dissimulare una necessità etica: responsabilità e scelta. L'umanità costretta ad incontrare sé stessa...
Se si moltiplicavano le descrizioni di un'ipertrofia dell'individuo sedotto dal discorso del capitalismo, ora ritroviamo persone denudate e deprivate di abitudini. Uno spazio possibile di pensiero o il vuoto angosciante che prelude a noia o altri affanni.

Entra in campo un altro gruppo specializzato, entro la società, quello degli psicoterapeuti e psicologi ora sedotti, ora arruolati se non entusiasti volontari. Professionisti ai quali l'immaginario sociale chiede di disinnescare lo “stress” (ansia, depressione), di neutralizzare il dolore mentale circolante.
Non basta rispondere con un rifiuto superficiale, ma occorre rendere pubblico quali risposte siano possibili. La psicologia che si occupa di persone con problemi (detta psicologia clinica) è per sua natura artigianale: lavora nel tempo necessario per apprendere dall'esperienza. 
Il ricorso a strumenti che godano di affidabilità (p.es. mindfulness o tecniche comportamentali) non può fare a meno della motivazione soggettiva o dell'accettare un percorso, seppur limitato, per acquisire delle competenze. 

Gli psichiatri vengono sollecitati in modo ambiguo, da un lato la rispettabilità che deriva dall'esser medici li rende autorevoli presso il gruppo dei colleghi e in ambiti sociali, dall'altro lato inducono diffidenza per occuparsi, in modo privilegiato, di persone con disturbi mentali.
Medici-psichiatri e psicologi sono investiti da attese-pretese con il pericolo di rendere opaco il confine sottile, ma dirimente, tra conoscere e risolvere un problema o eliminarlo. Nel primo caso la personalità si sviluppa e fortifica, nel secondo si perpetua l'incapacità a tollerare il dolore (W.R. Bion).
Resta appannaggio di tali sotto-gruppi specializzati sopportare richieste ambigue, intimamente contraddittorie. Si dovrà testimoniare con stoica trasparenza la capacità di offrire un aiuto a partire da una richiesta, una domanda, che sarà indagata insieme a chi l'ha posta.





§ 1    Sguardo psicosociale

La diffusione della produzione di merci, dei consumi e degli stili di vita ha disegnato una geografia dell'omologazione. Convivono l'emancipazione di intere popolazioni e una moltitudine di esclusi.
Economia, finanza, costruzione di infrastrutture sono intimamente associate alla tecnica come alla misurazione e riproducibilità. La potenza dispiegata dall'uomo ha indossato l'abito di una volontà di potenza che ha condotto a mutare i mezzi in fini alienati dalla necessità. La presunzione di potersi affidare a procedure e adempimenti ha invaso l'ambiente culturale e individuale. 

Il virus “Covid-19” ha in modo inatteso (traumatogeno ?) mostrato gli inconvenienti dell'inter-dipendenza planetaria. 
La paura dell'altro, se portatore di pericolo realistico, è stata una reazione iniziale quanto irriflessiva. Basti ricordare gli episodi, isolati, ma inquietanti, di ostilità o aperta aggressione nei confronti di cinesi residenti in Italia da molti anni. In seguito la stessa penisola italiana è divenuta oggetto di sospetto e repulsione quando pareva l'unico paese europeo avvicinato dal contagio (ricordiamo che virus in latino è traducibile come veleno!).
La xenofobia, col suo retaggio ancestrale, è stata dissolta da confini ormai porosi ad ogni presun-zione di controllo. Altra frustrazione per un pensiero semplificante alla ricerca di linee guida e protocolli da applicare. Veri esorcismi al cospetto di una realtà mai addomesticabile né resa muta servitrice.

Le misure intraprese dall'establìshment tecnico-politico hanno indotto una revisione del legame con l'autorità. Un oscuramento delle libertà individuali e il ritorno prepotente di decisioni verticistiche con riverberi ambigui nella tripartizione dei poteri statuali.
Una sorta di esperimento naturale. Esser costretti a maneggiare un evento inatteso e malsano ha reso omaggio alle necessità della biopolitica (M. Foucault). Si potevano percorrere sentieri alternativi ? In nome della libertà personale inviolabile si poteva o doveva lasciar libero corso alla diffusione del contagio con relativi decessi? Saremmo in grado di accettare questa prospettiva ?

Le misure di contenimento hanno uniformato comportamenti e livellato differenze, come se i cittadini fossero sollecitati ad esser “figli” e tra loro affratellati rispetto a chi si trovi a svolgere un ruolo genitoriale (legislatori). La modificazione delle consuetudini (lavoro, scuola, tempo libero) ha costretto a perdere abitudini che organizzavano l'esistenza. Il domicilio tornato spazio privilegiato di vita in quanto raccomandato anzi prescritto.
Non possiamo prevedere se o quanto l'evento malattia indurrà cambiamenti duraturi nelle condotte nonostante il parere di presunti esperti. 
Cerchiamo perimetri di riferimento e visioni rassicuranti... Una possibilità evolutiva risiede nell'accettare l'esposizione al divenire e alle sue incertezze senza disperante fatalismo.

§  2   Sguardo psicodinamico 

La psicoanalisi e la psicologia dinamica ci invitano a pensare emozioni che mettono alla prova la capacità di risposta ad un ammalarsi insidioso, disarmante. Come si trasmette ? Attraverso l'aria ? Per areosol diffuso dal nostro respirare e parlare ? Col contatto fisico ? Attraverso superfici non igienizzate ? Una morte per insufficienza respiratoria anzi per soffocamento...
L'emblema dell'angoscia: dal vagito al “gridasti soffoco” di Ungaretti. Siamo sicuri di trovarci al cospetto di un ospite sconosciuto? 
Si tratta solo di morire... Il suo diniego ha fallito e passeggia per le strade del pianeta il reale della morte.



Il contatto somatico, la relazione interpersonale come veicoli del negativo sollecitano l'angoscia e la colpa.
Essere aggrediti dal virus (persecutorietà), perdere sé stessi e le persone care (lutto o depressione), percepire l'altro con sospetto e ricorrere al controllo meticoloso, a restrizioni severe (ossessività fobica), cagionare morte (distruttività e colpa).
Il virus come minaccia incombente di dolore. Una forza distruttiva e disgregatrice dei legami (l'isolamento, la quarantena). Potente emblema anti-eros.

La turbolenza indotta da questi stati mentali sarà più o meno gestibile a partire dall'equilibrio 
interno raggiunto da ogni soggetto. La sua posizione esistenziale rispetto all'auto-stima, alla gestione dell'incertezza, al rapporto con aspetti distruttivi di sé e al grado di soddisfazione ricavata dai propri legami (intimità, tenerezza, genitalità).

La famiglia come gruppo primario può assumere il ruolo di appartenenza capace di alleviare le fatiche dell'individuo. Un nuovo tempo da condividere e nuove azioni da inventare (il clan). Sappiamo che può altresì esser luogo di patimento e invalidazione. Ambiguità, ambivalenze, conflitti prima sopiti, grazie alla loro dislocazione nella prassi quotidiana (le abitudini), possono riemergere e chiedere nuove sublimazioni.

La casa nella sua fisicità compendia vissuti stratificati. Il focolare, luogo riconoscibile e rassicu-rante, luogo atavico che protegge dai nemici, può assumere i connotati di una restaurata caverna per l'animale-uomo. La cultura come strumento di adattamento dissotterra retaggi primordiali, mentre la natura del virus fa risuonare il mondo interno (affiliazione, cura dei consanguinei, angosce primitive).

Dal vertice gruppale possiamo tentare di rendere pensabile la complessità nella quale siamo immersi. Nel piccolo gruppo sono noti i fenomeni di diffusione trans-personale e risonanza emotiva. Possiamo immaginare cosa possa accadere in gruppi sempre più vasti sino a comprendere un'intera nazione o più paesi costretti a trovare un modo per interagire. Il ruolo dell'establìshment si è rivelato insostituibile e non a caso, pur presenti delle infrazioni isolate, non si sono al momento verificate ribellioni plateali e organizzate. 
Il vertice tecnico-amministrativo-politico sta ricoprendo il ruolo di “capo” di una moltitudine (Freud di “Psicologia delle masse e analisi dell'Io”) che ha riconosciuto e legittimato tale posizione e allo stesso tempo validato un'identificazione tra ogni cittadino in vista del reciproco interesse (la sopravvivenza).

Alcuni professionisti della relazione d'aiuto (medici e infermieri) li possiamo considerare un gruppo specializzato all'interno della struttura sociale. Gruppo deputato a maneggiare emozioni incande-scenti per contrastare la malattia e scongiurare la morte. Comprensibile sia un gruppo sollecitato da potenti movimenti affettivi interni ed esterni. 
Il sociale più ampio attende risposte, l'esonero dai patimenti, l'etica professionale incontra il limite personale (umana fatica) e quello professionale. Si procede per tentativi ed errori, ragionando sulle strategie, per rendere replicabili le cure. Frustrazioni o delusioni possono affaticare il soggetto o diffondersi nel gruppo (traumi cumulativi?). Utile che la struttura sociale sia e resti benevola  nei confronti di chi incontra il contagio e non solo quello reale, ma anche quello emotivo.

Nella loro pratica medici e infermieri devono trattenere nel preconscio il senso umano del loro operare per proteggere un io professionale (efficienza). Questo spazio potrà divenire amorevole consapevolezza verso il malato che depura sentimenti di colpa, con  l'accettazione del limite oppure esser silenziato o rimosso. Giungono notizie furtive, dal non-detto relativo al decidere chi potrà esser curato e chi no, al funzionamento solidale dei gruppi di lavoro
A questi professionisti dobbiamo affidarci (asimmetria e dipendenza) grazie a loro sperimentiamo la fiducia. La gratitudine può circolare e rendere possibile una bonifica dei territori angoscianti e mortiferi prima dipinti a tinte espressioniste. 
Fiducia e speranza vanno protette e a questa esigenza risponde la necessità di contare guariti e dimessi dagli ospedali e non solo contagiati e deceduti. 

Una psicologia clinica che non si limiti a imitare la tecnica non potrà che offrire un “ascolto empatico”. 
Empatico come radicale capacità di decentrarsi da ogni pregiudizio o diagnosi per avvicinare l'altro-da-sé e raggiungere una nuda vita.
L'ascolto non si esaurisce nell'efficienza dell'udito, ma implica lasciare che nascano parole per rendere esplicito quanto non ancora espresso (capacità negativa e tolleranza del vuoto di Bion). 

Si potranno anche proporre strumenti per addomesticare ansia o tristezza o colpa, ricorrendo a pratiche legate all'evidenza empirica, ma se si vuol credere, e far credere, che psicologi e psicoterapeuti possano applicare algoritmi di cura siamo nella propaganda. 
Solo la prassi dell'incontro renderà comprensibile le esigenze personali, solo in un legame intersoggettivo transiteranno apprendimenti duraturi (le identificazioni del linguaggio psicoana-litico).

§  3   Setting e nuovi media    

I dispositivi informatici rendono possibile quanto prima impossibile e fantascientifico. Parlarsi, guardarsi, sentirsi vicini seppur lontani, condividere immagini e filmati, poter lavorare (smart work at home).
Ancora incerto se sapremo governare il valore d'uso di tali mezzi o rimanere sedotti dal loro volto onnipotente, perseguendo relazioni quantitative più che qualitative. Dispositivi veicolo di una potenza priva di saggezza e del feticcio della merce, ora si offrono come amabili servitori delle nostre necessità (lavoro, condivisione, contatto).

Con tali strumenti (internet, smartphone, e-mail) già da tempo si confrontano i professionisti  psichiatri, psicologi, psicoterapeuti. Dei mediatori che permettono di mantenere o avviare relazioni d'aiuto che ai tempi del coronavirus sono ostacolate. Un nuovo setting che merita qualche riflessione.

Le coordinate temporali (momento e durata dell'incontro) possono esser mantenute salvaguardando la funzione regolatrice del setting (la falsificazione degli aspetti processuali seguendo F. Codignola). Lo scenario percettivo può mutare: le sedute o i colloqui avvengono nello studio o ambulatorio del professionista oppure nell'abitazione ? Il paziente ha un luogo che gli permette di proteggere la riservatezza ? E' costretto o sceglie di cambiare ambiente fisico dell'incontro ? Nel lavoro di gruppo quali peculiarità o raccomandazioni ?

Il paziente mantiene la responsabilità di scegliere se aderire o meno alla proposta di un incontro in-remoto, può esser invitato ad impegnarsi nel mantenere o procurarsi e proteggere le coordinate spazio-temporali del setting. Fenomeni che potranno essere illuminati dall'indagare analitico e preziosa opportunità per entrare in contatto con aree mentali del paziente. Possiamo pensare ad un'iper-stimolazione percettiva dell'analista o psicoterapeuta nel divenire spettatore dei luoghi abitati dai suoi pazienti al confronto dell'ingresso di una persona nello suo spazio professionale.
Eppure anche questa evenienza non può essere etichettata come un accidente che contamini la possibilità di coglierne le intenzioni inconsapevoli.

Dalle testimonianza dei colleghi sembra emergere che l'accettazione serena dei collegamenti in-remoto, da parte del professionista, permetta di preservare l'assetto analitico e non alteri il valore del percorso di cura. A partire dal setting interiore (coordinate concettuali, formazione, capacità riflessiva) diverrà degno di attenzione ogni fenomeno relativo alla scena entro la quale è situato il paziente. Eppure restano dei quesiti. 

La fisicità dell'incontro viene sostituita da una rappresentazione e in questa sorta di veloce traduzione perdiamo qualcosa ? Se sì cosa ? Quanto perduto è irrimediabile ? O dobbiamo semplicemente accettarne la specificità ? Il flusso di identificazioni proiettive che rendono vivo e terapeutico il lavoro resta immutato ? La mimica, il tono della voce hanno la possibilità di esser catturate dalla videocamera, ma possono sollecitare teatralità o inibizioni ?

Resta il dato inoppugnabile del desiderio e disponibilità da parte di terapeuti e pazienti a non interrompere un legame sentito importante, utile, indispensabile (dal lato del paziente) e confermante il ruolo professionale (dal lato del terapeuta). Solo il dialogo franco e duraturo tra i colleghi permetterà di costruire utili congetture.

Importante precisare che il tema del setting è particolarmente caro alla tradizione psicoanalitica per l'utilizzo della relazione terapeutica, con i suoi riflessi transferali, mentre per gli indirizzi che privilegiano una soluzione al problema del paziente l'uso dei media elettronici è stato già sperimentato e dibattuto.


dr. Claudio Crialesi
Psicologo-Psicoterapeuta
crialesiclaudio@gmail.com












Recensione del giallo MOSAICO A TESSERE DI SANGUE a cura di Pietro De Palma.

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Il romanzo non l'ho trovato sewmplicemente in libreria ma ho dovuto prenotarlo. Sto parlando di un romanzo di Stefano Di Marino, pubblicato circa cinque anni fa, che mi ha confermato l'autore ora è fuori dalle stampe, giacchè gli sono tornati indietro i diritti. Pare che quindi io sia stato uno degli ultimo se non l'ultimo a beccare una delle rimanenze di magazzino.

MOSAICO A TESSERE DI SANGUE, è un thriller ad alta tensione, spasmodico talora, francamente uno dei più bei romanzi letti negli ultimi anni. Lontanto anni luce dalle pesantezze nordiche per cui tanti impazziscono, è la riprova che quando vuoi trovare una cosa ben fatta non è necessario fare per forza molta strada.

Il protagonista è un poliziotto, Franco Belli, che ha arrestato una serial killer e l'ha consegnata alle patrie galere: solo che Moira Rachelli, la mantide assassina, grazie a dei compiacenti giudizi di persone interpellate, periti ed un criminologo soprattutto, Malter, è stata internata nel manicomio criminale di Aversa. Intanto però qualcuno gambizza Belli. E qualche tempo dopo, la pazza assassina fugge via dal manicomio dopo aver mazzato medico e suora, in tempo però per essere ammazzata a sua volta con un fucile cal.12 scaricato in piena faccia. Tutti sicuri che sia morta? Sì. Ma...la faccia è andata. Il DNA l'hanno confrontato con i rilievi contenuti nelle cartelle cliniche, ma i rilievi possono anche alterarsi. Insomma, permane un dubbio: potrebbe essere lei , come pure il contrario.

Fatto sta che la pratica è archiviata, e tale sarebbe rimasta se tempo dopo qualcuno non avesse cominciato a fare fuori tutta una serie di personaggi legati all'assassina. Infatti, radunati chissà come, tutti quanti in un albergo sul litorale di Latina, in un periodo morto della stagione, quando l'estate volge al termine, Franco ritrova Malter, e prima ancora Corrado Larcher, il solo tra gli uomini ammazzati da Moira che si fosse salvato dalla camera delle torture a cui Moira l'aveva destinato, accompagnato da una tizia in disintossicazione. Ma tra i convenuti ci sono anche Roberta e Michela due lesbiche che sembrerebbero essere capitate là per caso: ed invece poi si sa che Roberta era stata infermiera all'Ospedale Psichiatrico ed era stata intima di Moira. Poi c'è Rossana, la direttrice dell'albergo, anche lei legata a Moira da un quadro esposto, un grande occhio, dipinto guardando Moira. E il personale dell'albergo, Martina (la receptionist), Fabrizio (il barman), e Zelio (Il factotum).

La prima ad essere fatta fuori è l'amica di Corrado, in una notte di burrasca, sgozzata.

L'amica di Franco, Valeria Rinaldi, criminologa, psicoterapeuta e consulente della polizia, gli suggerisce di andarsene. Ma lui vuole scoprire perchè tutti quelli che hanno avuto a che fare con Moira siano lì accanto a lui, capitato per caso.E così non accetta il consiglio e rimane. Anche perchè la bella Rossana, a diferenza di Valeria, ha fatto breccia nel cuore di Franco. In tempo per beccarsi Larcher, fatto a pezzi con una sega circolare nell'obitorio: E poi una lunga schiera di altri uccisi: prima Zelio, che tenta un ricatto avendo scoperto l'identità dell'omicida, ma gli va male; poi l'amichetta di Roberta salatata in aria nell'auto imbottita di esplosivo, poi ancora Roberta che non si sa se uccisa o suicidatasi cadendo da un palazzo in costruzione, poi ancora Martina, sgozzata (eliminata in quanto conosce l'assassino a cui ha venduto un passe-partout dell'albergo, scomparso), altra tossicomane legata anche a Zelio.

In un albergo isolato dalla tempesta, e da qualcuno che tagliato il cavo telefonico prima, e ha tolto la luce dopo, in un'atmosfera allucinata e allucinante, avviene l'ultimo assassinio orribile (Malter sventrato, colpevole di aver violato l'intimità della Pazza dormiente ma neanche tanto), mentre Fabrizio e la cuoca sono stati rinchiusi nella cella del frigorifero dove è stato riposto il cadavere di Martina.

Il finale al cardiopalmo vede Franco combattere per la vita di Rossana rapita dall'omicida, per scoprire se sia Moira effettivamente o altro (ma chi?).

Romanzo con altissima tensione, MOSAICO A TESSERE DI SANGUE, riprende evidentemente, per chi abbia visto qualche film di Dario Argento, le sue visioni grandguignolesche; e dico evidentemente, perchè l'occhio dipinto da Rossana, a me ha fatto venire in mente subito i dipinti della casa di Profondo Rosso, tra i quali c'è lo specchio con il volto dell'assassina. Con quel film, e con altri beninteso, il romanzo di Stefano condivide il tema della pazzia: Moira la Pazza uccide per follia omicida, ma c'è forse qualcuno che uccide spinto da identici folli propositi? Oppure lei si è salvata ed è stato sacrificato qualcun altro? Certo è che emerge subito chiaro il disegno di un piano condiviso con altre persone, per cui è altrettanto chiaro che se Moira è morta qualcun altro, che l'aveva messa nelle condizioni di fuggire ed uccidere, deve averla uccisa, e quindi chi uccide in seguito non è lei. Se invece è lei, allora la cosa cambia. Comunque sia, nel caso l'omicida non sia Moira (io ovviamente so chi è), perchè ha ucciso? Per emulazione? o per una vendetta condivisa? Perchè chi uccide, lo fa in maniera atroce, come se gli affronti fatti da quelle persone uccise fossero stati fatti all'omicida oltre che a Moira. Paradossale è la colpa di Archer, che è quella di esser fuggito alla morte, e per quello degno di morire.

Al di là di questo, il movente è flebilissimo ed è la cosa che si coglie con minor facilità, mentre l'assassino (che sia Moira , una volta assunta l'altrui personalità, oppure un altro omicida) è quello che si individua più facilmente (almeno io l'ho individuato) perchè con tanti morti ammazzati in un gruppo ristretto, è chiaro che poi l'omicida, per quanto impossibile che possa parere (Stefano ha chiara la lezione di Conan Doyle) deve per forza essere quello. E del resto non si sottrae neanche ad una delle venti regole base di Van Dine, che è quella che l'assassino deve essere presente nella trama e non deve cadere dall'alto: qui l'omcida è presente addirittura nelle prime pagine, anche se la prova del coinvolgimento è scoperta solo per intervento di Germano, un poliziotto amico di Belli, che scartabella le cartelle cliniche del manicomio criminale di Aversa individuando delle cose non riportate sui database informatici.

Come ha ammesso più volte Stefano, tuttavia, la sua base non è nel giallo classico e nei grandi autori di thriller, quanto nel cinema nostrano: Dario Argento, Mario Bava, Pupi Avati sono tutti riferimenti che il lettore coglie seppure modificati nel tessuto dell'opera. Tra tutti soprattutto, La casa dalle finestre che ridono, con il suo sostrato di follia omicida, e Profondo Rosso o Suspiria, possono aver lasciato qualche traccia nel plot di Di Marino. Ma è evidente che verso altrove, i rimandi sono più evidenti: Dieci piccoli indiani, di Agatha Christie, è il modello evidente ( o L'Ospite invisibile di Bristow e Manning), per il gruppo che si assottiglia sempre più in uno spazio ristretto in cui opera l'assassino; ma io direi - anche, per l'atmosfera ossessiva, dei convitati braccati, che non possono neanche tentare di scappare salvo saltare in aria con l'auto, e riuniti in un hotel - che un rimando più sottile può essere quello rivolto a Paragon Hotel, un romanzo claustrofobico del 2005, un thriller di altissima tensione, di David Morrell, se non allo Shining di Stanley Kubrick.

L'omicida è folle, ma si nasconde sotto la personalità di una persona normale. Ma per cosa uccide? Semplice emulazione, se non è Moira? Ma poi perchè tale accanimento? Il plagio non spiegherebbe l'efferatezza, e soprattutto gli atteggiamenti protettivi verso Belli che non è stato ucciso ma gambizzato al tempo, e che figura come possibile vittima solo nel finale, nel duello catartico. Adombro quindi la possibilità di una personalità doppia, con due identità che convivono nella stessa persona e che fatalmente vengono a scontrarsi con il prevalere di quella più forte e malvagia.

Un romanzo adrenalico che tiene incollati sono all'ultima pagina, del maestro italiano della letteratura di genere.

Chi non sopporta le scene truculente, non legga questo libro: è il mio personalissimo consiglio.


Pietro De Palma