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Blog fondato da Guglielmo Campione www.guglielmocampione.it

La mente può trovarsi in stati diversi , il sonno ,il sogno, la trance,l'ipnosi,l'attenzione fluttuante,
l'estasi,la preghiera,la meditazione,la creatività artistica e scientifica,
l'esplorazione dello spazio e degli abissi marini,l'agonismo sportivo.

Stati della mente pubblica lavori originali o già pubblicati con il consenso degli autori, interviste e recensioni di libri e promuove eventi culturali e scientifici.

LO STATO FLUIDO DELLA COSCIENZA di Vincenzo Ampolo

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                                                       ( Immagine di Virginia Giuffrida)





"Sciogliersi nell'acqua

come sale da cucina

tornare ad essere

quello che si era prima."


Procedimento scientifico n. 1 di Vincenzo Ampolo

(Menzione speciale al Secondo Concorso Internazionale

di Poesia Scientifica – UAAR Venezia 2010 )










La coscienza è fluidità.

Nel presente tutto scorre e in questo flusso siamo come gocce d’acqua che partecipano di un’onda in movimento.

Come persi, nella danza, nella natura, nell’amore, sperimentiamo lo stato fluido in cui siamo, senza pensare di essere.

Le antiche pratiche estatiche e meditative promuovevano, attraverso tecniche più o meno elaborate, stati di presenza all’interno di una fluidità di coscienza.

Agendo sul respiro, sulla voce o su tutto il corpo, in stasi e in movimento, si era in grado di fermare il flusso ininterrotto dei pensieri e ritrovare dentro di sé, il silenzio, il vuoto, la non-mente.

In questo “essere nell’essere”, improvvisamente e senza preavviso, la coscienza si espande a un livello d’informazione superiore, fino ad abbracciare una dimensione più vasta di realtà.

E’ questo il “satori”, un’esperienza spirituale, il primo passo per quel percorso di espansione della coscienza che dovrebbe portare alla tanto ricercata “illuminazione”.

Lo stato fluido, quando lo si sperimenta, è lo stato di coscienza più semplice e naturale; quello dell’artista o del bambino che gioca, che crea, che sogna ad occhi aperti, che gode della bellezza del creato.

Se i condizionamenti culturali e sociali ci impongono un modo di pensare rigido e razionale, sotto il predominio dell’emisfero sinistro, pure è possibile ritrovare e perseguire questa spontanea e naturale fluidità di coscienza, in cui ci si può percepire come parti di un tutto interconnesso, agevolando una visione oceanica più ampia e comprensiva.

Da qui, da questa prima esperienza è possibile accedere a stati ancora più elevati ed espansi, in cui le informazioni che si percepiscono diventano molto più raffinate, più chiare e profonde.

In altri contesti di studio ho già sottolineato l’importanza dell’educazione a questo approccio creativo e naturale al tempo stesso.

Quando esistono delle figure accudenti, familiari e insegnanti in primo luogo, che lasciano spazio e promuovono la crescita di queste potenzialità naturali, necessarie per godersi la vita, si osserva il fiorire d’individui che hanno un miglior senso di autostima, sono meno preoccupati di se stessi e riescono ad elaborare le informazioni in modo più critico ed autonomo.

L’educazione allo stato fluido è quindi un obiettivo da perseguire in tutti i gradi d’istruzione e per tutta la vita, considerando che nello stato fluido dei praticanti la meditazione, ad esempio, è possibile verificare strumentalmente un funzionamento cerebrale meno eccitato e più integrato, capace di flessibilità di empatia e soprattutto di gioia di vivere e fiducia nell’esistenza.




Nota :

In relazione alla tematica affrontata si vedano dell’autore i testi:

- Musica droga & transe, Ed. Sensibile alle foglie, 1999;

- Dissociazione e Creatività, Ed. Campanotto, 2005;

- Oltre la Coscienza Ordinaria, Riti Miti Sostanze Terapie, Ed Kurumuny, 2012.

Alene : racconto di Alessia Di Luzio

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 La chiesa era buia, altissima, tutt’intorno l’odoroso incenso provocava una nausea fragile.
Le vetrate lasciavano entrare una fioca luce che rischiarava la navata e i mosaici colorati sulle finestre sembravano ravvivarsi.
Gli occhi di quelle figure trafiggevano il cuore di chi vi entrava, scrutavano per bene i visitatori ignari del peso che serbavano.
Sul soffitto vi era dipinto un Cristo e una scritta in latino “Ut diligatis invicem, sicut dilexi vos”, che facevano trepidare le anime tormentate ogni volta che alzavano lo sguardo.


Gli occhi giudicanti ma pieni di misericordia, riuscivano a perdonare gli errori? Questa la domanda che si porgeva quotidianamente Alene.
Si sentiva osservata, era consapevole che qualcuno la seguiva, i brutti pensieri le si attanagliavano nella mente senza lasciarla nemmeno per un istante, erano pensieri peccaminosi.
C’era dello strano nella sua vita.
E così aveva inizio il suo tormento in quella chiesa dove si recava ogni giorno, eppure nemmeno per un istante aveva mai pensato di chiudersi in convento, odiava le suore e il loro modo di vestire e quegli abiti stretti e coprenti e la vita al chiuso le incutevano spavento.
Aveva letto di suore rimaste incinte e perseguitate per aver commesso un sacrilegio. Ma quella chiesa aveva del fascinoso a tale punto che tralasciò i suoi studi per dedicarsi alla preghiera.
Almeno una volta al dì andava nella chiesetta, la canonica era vuota, ma lei si ostinava a trovarvi qualcuno. Un ometto basso, magro e canuto raggomitolato nel suo largo saio camminava lento per l’ampia sala. Corse in chiesa, quel vecchio le faceva paura, aveva qualcosa di tetro, sembrava un morto vivente. Nel pomeriggio freddo e monotono la visione del vecchio aveva scosso il suo pensiero, si sentiva agitata e un’angoscia mortifera le scorreva dentro, era la morte, si sentiva mancare.
Quel momento non si placò subito, le sue ansie erano a mille e immediatamente un gatto bianco le attraversò dinanzi, miagolò ferino, poi saltò di corsa sul ciglio della strada.


Bianchissimo, pulito, cogli occhi di ghiaccio che incutevano tremore.
 Ma era un gatto? Viveva? Si chiese Alene.
Non aveva mai visto una creatura simile, non era un gatto normale, quegli occhi bloccavano ogni suo passo.
Poi svanì di botto.
E la mente si calmò, soporifera, come presa dal sonno, e così accomodata nella navata centrale scattò.
C’era un uomo in chiesa, era giovane. Non il vecchio mezzo morto, era un uomo in carne ed ossa. Finalmente un uomo in grado di poterle parlare:
“Salve” esclamò Alene.
“Salve, desidera me?” ribatté il giovanotto.
 Il cuore di Alene tremò, ebbe un sussulto forte, sembrava uscire fuori, poi rispose:
“No”.
Deglutiva ad ogni parola, aveva la voce rotta, era afona, le mani fredde ma sudate nelle tasche; sentì di nuovo uno svenimento.
 Di fretta accorse in strada ,aveva bisogno d’ aria, ma non poteva credere ai suoi occhi: il gatto bianco era riapparso lì e la guardava .
Si sentiva morire, gettò un urlo tale che sembrava posseduta, la gente si voltò,  poi si fermò d’un tratto .
Non riusciva più a fare un solo passo, era bloccata, con gli arti rigidi e tramortiti.
Che cosa le stava succedendo?
Aveva bisogno di un medico perché non si sentiva bene.
 La chiesa era scarsamente illuminata, rientrò sperando di sentirsi meglio, così prese posto e il suo cuore pian piano si placò.
Guardava il Cristo:
“Non puoi” balenava nella sua immaginazione.
L’aria era tagliente in quella chiesa vuota e larga: non voleva essere disturbata e stava bene sola.
Il deserto della sua mente la spingeva a pregare in modo decoroso con le mani giunte in un movimento raffinato, il viso raccolto e stanco da quei sentimenti turbolenti.
Aspettava che entrasse il prete, era l’unica persona che voleva vedere, nello stesso tempo provava una vergogna tale da arrossire ma ad un tratto di nuovo l’immagine del gatto bianco le si presentò e impallidì.
Maverìk, il sacerdote, entrò avvicinandosi all’altare con un movimento lento. I lumini erano disposti a cerchio e il grosso messale rubricato riempivano la sacra mensa. Ad un tratto l’uomo anziano si apprestò a portare pane e vino e sparì.
Maverìk aveva qualcosa di diverso, spesso celebrava a suo modo e quella sera intimorì il ristretto uditorio.
Due o tre donne sparse qua e là tra i banchi gelidi, lui inginocchio, le sue gambette rinsecchite toccavano il pavimento marmoreo e ne sentivano il freddo intenso.
Stette così per tutta l’ora : Alene poteva scorgere solo parte della testa. Più volte aveva provato ad allungare il collo per cogliere qualche altro particolare ma la posizione di Maverìk rimase la solita.
Era inorridita da quello spettacolo che aveva il tanfo di una seduta spiritica.
Uscì turbata.
Quello era un luogo sacro, non poteva succedere ciò che aveva visto.
Intanto aveva cominciato a piovigginare, c’era una fitta nebbia e l’unica cosa che Alene desiderava a quell’ora era un pasto caldo che la ristorasse.
Si incamminò sola, come al solito, verso casa.
Il corridoio era stretto, la viuzza di pietra e mattoni era odorosa di bagnato, ma rimaneva l’unico passaggio verso l’abitazione. Si apprestava ad aprire l’uscio quando si sentì toccare la schiena. Trasalì.
 “Chi cercavi?” disse una voce e subito un brivido caldo le passò tra le membra.
Deglutì più volte, poi rispose:
 “Cercavo lei”.
La casa era accogliente, il fuoco acceso scoppiettava da ore, la legna durò tutta la notte. Un peccato era stato appena consumato, un grave peccaminoso oltraggio.
La bocca di Maverìk tremava, era stata violata una legge.
 In quella casa tra le viuzze di uno sperduto paesotto serpeggiava la colpa.
Ma quella colpa dal colore rosso vivo veniva espiata dalla voglia e poi riaffiorava quando la solitudine avvolgeva i due amanti.
Tra le vie gli sguardi sbilenchi della gente sfrecciavano su di Alene: facevano rumore gli occhi di chi la guardava coi volti abbassati.
Ma in lei la gelosia era ardente, viveva solo di rovinosa passione.
La vita di Maverìk era stata distrutta per colpa della gelosia.
Decise di farlo.
Era questo il chiodo fisso di Alene anche se in cuor suo sapeva di commettere un grosso errore, ma l’idea la ossessionava.
Si presentò in canonica, solitaria e bianca, le tuniche appese alle sedie pronte all’uso. E poi campane, messali vecchi, alcuni bicchieri opachi posati sul cassettone e un armadio semichiuso, nulla più.
Il vuoto circondava la stanza.
Che fare? Agire? Andare in contro alla colpa, oppure pentirsi per sempre?
 Sentì un rumore, si impaurì.
 Era il gatto bianco.
 Scivolò dentro come un fulmine e si nascose. Alene lo temeva.
Poi Maverìk seguì il gatto, sbattendo la porta con forza, nervoso.
“Posso confessarmi?” Chiese Alene.
Maverìk camminando con passo lesto andò a prendere una croce ,la portò di là, era una croce di legno lucido.
“Cosa fai?” disse sbigottita.
Non rispose, si sedette e la invitò a parlare:
“Coraggio”.
Maverìk era avvilito.
Non poteva sopportare il peso di quelle parole, era un prete lui, non avrebbe dovuto preoccuparsene. Ne aveva sentite tante eppure questo non lo sopportava.
 “Dimmi che non è vero Alene”.
Lei annuì.
Maverìk aveva occhi solo per lei, era impazzito, quella confessione gli fece perdere la testa. La legge è legge e quell’abito scuro non gli permettevano il libertinismo. Ma andò contro la regola e sentì la colpa farsi viva dentro di lui, la colpa è di Alene, era questo il tormento.
Maverìk sentì la voglia di svestirsi, ma Alene era una tentazione. 

Il diavolo è dietro l’angolo e miagola.




Maverìk uscì di casa vide il gatto bianco passare svelto, si accovacciò e gli fece male al cuore.
Non vide più Alene da giorni, se ne preoccupò, così la sera decise di andare a trovarla, la porta della casa era aperta, si permise di entrare e all’improvviso si trovò dinanzi ad uno stanzone vuoto, udì un fievole miagolio. Tremò. “Alene” uscì dalla sua bocca un urlo strozzato e senza forze, era privo di ogni potere indebolito da influssi estranei.
Il fantasma si aggirava in lui e di Alene nemmeno l’ombra, così andò via desolato e rimasto solo nella strada corse verso la piazza, mentre il buio si apprestava a scendere e il cielo era nuvoloso, la sua mente non riusciva a capire questo malessere, così si accostò e gli cadde addosso un sonno velato.
Alene lo perseguitava.
Salì le scale assonnato e rincasò, si sentiva poco bene. Uno specchio mostrava il suo corpo privo di forze e sudato, ad un tratto vide il gatto bianco, miagolò con una voce rantola, Maverìk era terrorizzato da quel suono, aveva ceduto alla tentazione e come un urlo di Munch si coprì le orecchie, non voleva udire più quel miagolio assordante. I sudori non lo abbandonavano. Il fantasma di Alene era con lui, viveva in lui. Sentiva una grossa disperazione per aver perdonato una colpa inesistente, forse. “Alene dove sei?”
 Il diavolo lo aveva ingannato. 
Prese la testa fra le mani, si appoggiò al tavolo e restò così tutta la notte gridando scoraggiato “Alene, Alene lasciami”.
L’indomani decise di uscire a fare una passeggiata, lì vicino c’era il mare. 
Si incamminò da solo, non era vestito da prete e nessuno poteva immaginare che quel ragazzo lo fosse. Procedeva con la testa china preso dallo sconforto, smarrito nell’immensità del mare che tanto gli piaceva. Era nato in una cittadina sulla costa e ogni volta che si sentiva così desiderava riposarvi. Si sedette sul muretto, guardò lontano, gli occhi fissi al di là degli scogli gli rimandavano la figura di Alene. Ne era perdutamente innamorato. 
Il diavolo lo perseguitava, si intrufolava nella sua vita sotto le più svariate forme, provava a scappare ma ritornava malevolo rendendolo impotente.
 Un ricordo gli strappò una lacrima. 
Il suo primo bacio al mare. 
Era già prete, lo mandarono via lontano affinché espiasse le sue colpe. 
Si ricompose subito da quelle fantasie; Alene era la sua donna ora, la dannata tentazione che non gli dava tregua. 
Iniziò ad ansimare, il respiro si fece pesante, nonostante fosse seduto senza fare alcuno sforzo: “Ah lasciami”, gridò.
Una mano intorno al collo lo stringeva, si sentiva soffocare e non poteva muoversi. Il sudore lo bagnò, si tolse la camicia di dosso.
Il gatto bianco davanti a lui, quegli occhi lo raggelarono e un sussulto lo fece tremare.
Era stordito e corse via, capì che non poteva stare più lì. Tornò a casa certo che se avesse pregato per bene il diavolo sarebbe fuggito.
Disse tre o quattro Ave Maria tenendo in mano il rosario. La mente lucida e riposata gli permisero di addormentarsi, ma il sonno fu agitato e pensava ad Alene: “Come hai potuto?”

Il diavolo aveva usato un buon tranello, era bella, la sua carnagione chiara e liscia, i capelli scuri, gli occhi a mandorla.



 Maverìk provava un amore impossibile e passionale, che rumoreggiava imperterrito. Il suo cuore era sospeso, fermo, morto. Se solo avesse evitato di perdonarla, il male restava raddolcito nel suo angoletto.
 Il pomeriggio successivo Maverìk si destò tardi, era già l’ora della messa e scese in chiesa passando attraverso il portone di legno che nascondeva qualcosa.C’era Alene, lo cercava e si era appoggiata al muro fuori la chiesetta, sorpreso di vederla lì, era felice. 
Così in quel cantuccio nascosti dal mondo, le prese la testa e la baciò. Quel bacio era un addio?
Alene sentì che era diverso.


(Note: 1, Vangelo di Giovanni, 13, vv 35 :Amatevi fra voi, come io vi ho amato)



Alessia di Luzio

Nasce a Penne in provincia di Pescara, il 3 gennaio 1986, dove vive attualmente.
Laureata in Lettere Moderne all’Università “G. D’Annunzio di Chieti”, è insegnante di Lettere nelle scuole medie e nel tempo libero si dedica alla scrittura di storie fantasy e fiabe per bambini.
Si interessa di letteratura per ragazzi, partecipando a dei progetti in ambito scolastico e a molti concorsi letterari.
È stata segnalata al Premio “Midgard Narrativa 2017” con il racconto fantasy “Alene”.
Coautrice del libro di racconti QUANDO SCOPPIO LA PACE: 25 APRILE 1945 , Universitas Studiorum Editore, Mantova, 2017




NOVITA EDITORIALE : Quando scoppiò la pace. 25 aprile 1945

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Antologia

Euro 14,00

ISBN 9788899459642

Il volume raccoglie i racconti selezionati fra tutti gli autori che hanno partecipato al Concorso Letterario "Quando scoppiò la pace. 25 aprile 1945". Fra tutti i contributi pervenuti, si sono privilegiati quelli ambientati, a seconda dei casi, alla fine del secondo conflitto mondiale oppure nel presente, ma con un riferimento a quel preciso momento storico; che possedessero una trama interessante e coinvolgente, una scrittura fresca, corrente e di piacevole lettura; che, al di là dell'orientamento politico e delle convinzioni dell'Autore, sottolineassero i valori della pace e della pacifica risoluzione delle controversie fra i popoli, superando la semplice contrapposizione fra "vincitori e vinti". I vari autori, ciascuno con la sua sensibilità e il suo stile, ci raccontano tante facce diverse di un unico evento storico che ha plasmato il nostro Paese e che ha ribadito per sempre l'importanza della democrazia e della libertà.

Gli autori :

Guglielmo Campione, Ilari Anderlini, Federico Bianca, Adriano Boezio
Roberta Bramante, , Antonio Maurizio Cirigliano
Giovanni Costenaro, Alessia Di Luzio, Nicoletta Fanuele
Gilberta Grasselli, Rossana Lombardi, Claudia Magnifico
Alessia Marchiori, Daniela Merlin, Martina Petralia, Michele Pillon
Carlotta Veronica Puccetti, Claudia Sartirana, Mara Sabia

Disponibile presso la Casa Editrice UNIVERSITAS STUDIORUM MANTOVA. (sconto 10%):



Disponibile anche:

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"FREDDO COME UN SILENZIO, CALDO COME UN BRODO" : IL RACCONTO DI GUGLIELMO CAMPIONE NELLA RECENSIONE DI MARIANO GROSSI

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L’artista è il creatore di cose belle.
Rivelare l’arte senza rivelare l’artista è il fine dell’arte.
Chi può incarnare in una forma nuova, o in una materia diversa, le proprie sensazioni della bellezza, è un critico. Tanto la suprema quanto l’infima forma di critica sono una specie di autobiografia. Coloro che scorgono cattive intenzioni nelle belle cose, sono corrotti, senza essere interessanti. Questo è un difetto. Quanti scorgono buone intenzioni nelle belle cose sono spiriti raffinati. Per essi c’è speranza. Eletti son gli uomini ai quali le belle cose richiamano soltanto la bellezza.”

(Oscar Wilde, Il ritratto di Dorian Gray, 1890)




Direi che partendo da questo passo di Wilde si potrebbe iniziare una ricerca sul significato di un interessantissimo racconto breve confezionato con fine penna psicologica da Guglielmo Campione nel 1986 dal titolo “Freddo come un silenzio, caldo come un brodo”.

Un piccolo stralcio del pezzo ce ne dà opportuno innesco:

Penetrando attraverso quel brutto maglione logoro e sformato e quei pantaloni scuri di comune fustagno, un occhio scaltro e amante di ogni genere di disvelamento v’avrebbe senz’altro scorto quello che già v’avevo scorto io: un bel corpo giovane e ignaro di sé. Mi salutò senz’alcuna civetteria e con una voce flebile bassa e cantilenosa da bambina triste e scontenta.


Scorgere cattive intenzioni nelle belle cose: il protagonista del racconto ravvede ex senell’abbigliamento sciatto della coprotagonista l’occultamento voluto e maldisposto di una bellezza che egli vorrebbe fruire per se stesso secondo i propri canoni del bello.
Indisposto dall’apparire di quel corpoantiesteticamente inviluppato, il maschio partorisce in sé una sorta d’idea pigmalionicadi lì a poco esplicitamente formulata:

Sprofondata su una serie di cuscini azzurri del mio letto, la luce dell'idea mi fece Pigmalione interrogandomi sul come rendere quel bel corpo femmineo da Galatea segretato in unoscialbo involucro, ben più cosciente di sé .”


Ed è qui, in quest’accenno mito-filologico, che riscontreremo l’originalità dell’approccio di Guglielmo, autore e psicanalista capace di penetrare il mito nei suo anfratti psichici più reconditi (ed al professionista della materia ben noti) per dar vita ad un abbozzo di idea letteraria autonoma e volutamente ribaltante.
Procediamo per gradi, riportando il testo originale del passo ovidiano:


"Quas quia Pygmalion aevum per crimen agentis
viderat, offensus vitiis, quae plurima menti
femineae natura dedit, sine coniuge caelebs
vivebat thalamique diu consorte carebat2.
Interea niveum mira feliciter arte
sculpsit ebur formamque dedit, qua femina nasci
nulla potest; operisque sui concepit amorem.
Virginis est verae facies, quam vivere credas
et, si non obstet reverentia, velle moveri:
ars adeo latet arte sua3. Miratur et haurit
pectore Pygmalion simulati corporis ignes.
Saepe manus operi temptantes admovet, an sit
corpus an illud ebur, nec adhuc ebur esse fatetur
Oscula dat reddique putat loquiturque tenetque
et credit tactis digitos insidere membris
et metuit, pressos veniat ne livor in artus;
et modo blanditias adhibet, modo grata puellis
munera fert illi conchas teretesque lapillos
liliaque pictasque pilas et ab arbore lapsas
Heliadum lacrimas; ornat quoque vestibus artus,
dat digitis gemmas, dat longa monilia collo;
aure leves bacae, redimicula pectore pendent
et parvas volucres et flores mille colorum5
Cuncta decent; nec nuda minus formosa videtur.
Conlocat hanc stratis concha Sidonide tinctis
appellatque tori sociam adclinataque colla
mollibus in plumis tamquam sensura reponit.
Festa dies Veneris tota celeberrima Cypro
venerat, et pandis inductae cornibus aurum
conciderant ictae nivea cervice iuvencae,
turaque fumabant, cum munere functus ad aras
constitit et timide « si, di, dare cuncta potestis,
sit coniunx, opto », (non ausus « eburnea virgo »
dicere) Pygmalion « similis mea » dixit « eburnae ».
Sensit, ut ipsa suis aderat Venus aurea festis,
vota quid illa velint, et, amici numinis omen,
flamma ter accensa est apicemque per aera duxit.
Ut rediit, simulacra suae petit ille puellae
incumbensque toro dedit oscula6: visa tepere est;
admovet os iterum, manibus quoque pectora temptat;
temptatum mollescit ebur positoque rigore
subsidit digitis ceditque, ut Hymettia sole
cera remollescit tractataque pollice multas
flectitur in facies ipsoque fit utilis usu.
Dum stupet et dubie gaudet fallique veretur,
rursus amans rursusque manu sua vota retractat;
corpus erat: saliunt temptatae pollice venae.
Tum vero Paphius plenissima concipit heros
verba, quibus Veneri grates agat, oraque tandem
ore suo non falsa premit dataque oscula virgo
sensit et erubuit timidumque ad lumina lumen
attollens pariter cum caelo vidit amantem.
Coniugio, quod fecit, adest dea, iamque coactis
cornibus in plenum noviens lunaribus orbem
illa Paphon genuit, de qua tenet insula nomen".


“Pigmalione aveva visto le Propetidi vivere questa loro vita colpevole e, indignato dei difetti di cui la natura aveva abbondantemente dotato la donna, aveva rinunciato a sposarsi e passava la sua vita da celibe, dormendo da solo nel suo letto. Grazie però alla felice ispirazione dettatagli dal suo talento artistico, scolpì in candido avorio una figura femminile di bellezza superiore a quella di qualsiasi donna vivente e si innamorò della sua opera.” (Ovidio, Le Metamorfosi, Libro X)

La storia della cultura ha reso immortale la vicenda narrata da Ovidio nel Libro X de “Le Metamorfosi”: essa fu ripresa da artisti di ogni specialità e di ogni epoca.
Pigmalione, re di Cipro e grande scultore, non avendo trovato una donna degna del suo amore, viveva completamente solo. Modellò una statua, cui dette il nome di Galatea, simulacro dei suoi parametri ideali femminili, e se ne innamorò appassionatamente. Venere, mossa a pietà dalle sue preghiere, trasformò l’effigie della donna in carne viva e i due potettero sposarsi.
Pigmalione sceglie scientemente di abbandonare la realtà per rifugiarsi nella perfezione dell’arte. L’amore per la statua è un sentimento puro fondato sulla sensibilità dell’uomo, sulla propria intima esigenza di un amore autentico e lindo.
L’arte è mimesis per gli antichi, riproduzione e imitazione del reale. Qui l’opera d’arte non riproduce un oggetto reale, ma mira a rendere concreta un’idea: l’artista forgia una realtà migliore del reale.
“Questa aveva l’aspetto di una fanciulla vera, tanto che la si sarebbe creduta viva e desiderosa di muoversi, se non l’avesse impacciata il pudore. L’arte era tanto grande da non apparire addirittura. Pigmalione stesso è preso dall’immagine di quel corpo e contemplandolo concepisce una passione ardente.”(Ovidio, Le Metamorfosi, Libro X)

Realtà sopravanzata in bellezza dall’arte con conseguente sanzione di autonomia di quest’ultima rispetto al dato obiettivo e svincolo di limiti all’elaborato individuale dell’artista!.

“Tornato a casa, andò dalla statua della sua ragazza, si gettò sul letto a baciarla, e gli parve che si riscaldasse. Di nuovo la bacia, le tocca il petto, e l’avorio toccato si ammorbidisce dalla sua durezza e cede alle dita come la cera d’Imetto si ammorbidisce al sole e, trattata dal pollice, assume moltissime forme e con l’uso diventa usabile. Mentre stupisce e gode, ma la sua gioia è dubbiosa, temendo l’inganno, l’innamorato tocca e ritocca l’oggetto del suo desiderio. Era davvero un corpo: le vene toccate pulsavano. Allora l’eroe di Pafo pensò le parole più piene per render grazie alla dea, e intanto con le sue labbra preme quelle altre labbra finalmente vere, e la ragazza sentì i baci e arrossì e, sollevando alla luce gli occhi timidi, vide insieme il cielo e l’amante.” (Ovidio, Le Metamorfosi, Libro X)

Pigmalione aspira ossessivamente alla perfezione, template dell’artista decadente e solipsista, allergico e intollerante al quotidiano.
Una favola che afferma la capacità dell’arte non solo di riprodurre il reale, ma anche di sostituirlo: l’illusione che supera la realtà.
Vediamo qual è l’approccio pigmalionico del protagonista del raccontino di Guglielmo Campione alla creatura oggetto di desiderio:

“Così mi alzai dal letto sul quale giacevo da quando quel bruco di donna era entrata e le andai incontro,seguendo un’immagine ed una voce che diceva : “ Quando combatti una fede o una convinzione è come quando tenti di rompere un vetro. Falle fare un bagno bollente e poi un bagno gelido ! Lo specchio si romperà . così, giunto a pochi centimetri da Lei, le mollai uno schiaffo, forte in pieno volto.”

Lampante il primo ribaltamento del tessuto mitologico: non è la statua a dover assurgere a carne ed emoglobina vive, bensì una creatura pulsante che deve esser modellata a nostra immagine e somiglianza, intendendo a quello che sarebbe il nostro parametro estetico muliebre.
Ma v’è di più e spieghiamo perché: “saliunt temptatae pollice venae” scrive Ovidio: Pigmalione usa la dolcissima pressione e modulazione del dito della mano per esplorare le vene pulsanti della fanciulla da lui plasmata e che la divinità gli ha concesso, in ragione della sua venerazione, di rendere umana; il protagonista qui usa la violenza dell’intera mano per trasformare da bruco in farfalla l’essere a suo giudizio abbozzato dalla natura e che egli vorrebbe riplasmare secondo i dettami del proprio ideale agalmico e inerte.


Andiamo avanti:

“Si fece d’improvviso buio. Ma, quando ripresi conoscenza, un liquido caldo e dolciastro colava dal mio naso sulle labbra. Il mio naso sanguinava, non il suo !” 

Carne e sangue diventa la statua di Pigmalione in virtù di quella dedizione gratuita e pattuita dalla divinità, sangue sgorga dalla carne del sedicente plasmatore del racconto nel tentativo di scolpire un essere vivente dotato di propria incoercibile individualità, autonomia ed armonia.

E poi: “D'un tratto Lei ricomparve. Aveva smesso gli abiti logori e portava una mia vestaglia. Volle che la seguissi ma non parlò. Non so quanto tempo era passato. La sala da pranzo era magicamente apparecchiata in bianco candido, due candelabri a 3 candele ardevano ai due poli del tavolo e nei piatti fumava un brodo caldo. Lei mi nutriva.”


E’ l’amore di Pigmalione che rende vivo e nutre il proprio agalma immoto, qui il nutrimento al velleitario artista è dato imprevedibilmente da una creatura che, lungi da esser abbozzo, è essere vivente completo e vivificatore di per sé.
S’intersecano gli accoppiamenti sinestetici (il grigiore del cielo senza vento dei pensieri-muta sorrideva- silenzio di ghiaccio- esercito di pensieri) in questo breve racconto di Guglielmo in un matrimonio formale e sostanziale inesausto. Ma quando parliamo di sinestesia non lo facciamo solo in chiave di mero registro delle figure retoriche organicamente inserite nel tessuto connettivo del racconto, bensì perché tutto esso pare una perfetta miscellanea sagacemente ribaltata della scena ovidiana sopra descritta.
Ma non è solo l’intarsio ovidiano che ci apre una strada di intelligente lettura del mito nell’imbuto dolcissimo e caleidoscopico della sua semantica psichica; la scena dello schiaffo e dell’imprevedibile ed inspiegabile sanguinamento del colpitore, a mio giudizio,apre scenari di riferimento con un altro spunto gravidissimo di risvolti mito-psicologici, quello di Narciso.


"Fons erat inlimis, nitidis argenteus undis,
quem neque pastores neque pastae monte capellae
contigerant aliudve pecus, quem nulla volucris
nec fera turbarat nec lapsus ab arbore ramus;
gramen erat circa, quod proximus umor alebat,
silvaque sole locum passura tepescere nullo.
Hic puer et studio venandi lassus et aestu
procubuit faciemque loci fontemque secutus,
dumque sitim sedare cupit, sitis altera crevit,
dumque bibit, visae correptus imagine formae
spem sine corpore amat, corpus putat esse, quod umbra est.
Adstupet ipse sibi vultuque inmotus eodem
haeret, ut e Pario formatum marmore signum;
spectat humi positus geminum, sua lumina, sidus
et dignos Baccho, dignos et Apolline crines
inpubesque genas et eburnea colla decusque
oris et in niveo mixtum candore ruborem,
cunctaque miratur, quibus est mirabilis ipse:
se cupit inprudens et, qui probat, ipse probatur,
dumque petit, petitur, pariterque accendit et ardet.
Inrita fallaci quotiens dedit oscula fonti,
in mediis quotiens visum captantia collum
bracchia mersit aquis nec se deprendit in illis!
Quid videat, nescit; sed quod videt, uritur illo,
atque oculos idem, qui decipit, incitat error
Credule, quid frustra simulacra fugacia captas?
Quod petis, est nusquam; quod amas, avertere, perdes!
Ista repercussae, quam cernis, imaginis umbra est:
nil habet ista sui; tecum venitque manetque;
tecum discedet, si tu discedere possis!
Non illum Cereris, non illum cura quietis
abstrahere inde potest, sed opaca fusus in herba
spectat inexpleto mendacem lumine formam
perque oculos perit ipse suos; paulumque levatus
ad circumstantes tendens sua bracchia silvas
"Ecquis, io silvae, crudelius" inquit "amavit?
scitis enim et multis latebra opportuna fuistis.
Ecquem, cum vestrae tot agantur saecula vitae,
qui sic tabuerit, longo meministis in aevo?
Et placet et video; sed quod videoque placetque
non tamen invenio; tantus tenet error amantem.
Quoque magis doleam, nec nos mare separat ingens
nec via nec montes nec clausis moenia portis;
exigua prohibemur aqua. Cupit ipse teneri;
Nam quotiens liquidis porreximus oscula lymphis,
hic totiens ad me resupino nititur ore.
Posse putes tangi; minimum est quod amantibus obstat" .


Come il ragazzo infrange le sue velleità contro una superficie riflettente naturale trovandovi la morte, qui nel vulnus che il protagonista vorrebbe infliggere alla sua potenziale statua plasmabile è ravvisabile lo stesso crash lacerante contro lo specchio, contenitore delle volizioni irrealizzabili di se stesso e dei propri oggetti di desiderio.
Come Narciso Pigmalione non vede fuori di sé e plasma la sua idea finita e perfetta di realtà, ma egli ha la capacità creativa che gli ha permesso la realizzazione della sua brama d’amore.
Il nostro protagonista in altri termini assomma in sé le negatività e la pars destruens di entrambi ribaltandole e dissimilandole.

E qui ci fermiamo perché il nostro umile contributo alla lettura esegetica del passo a nostro giudizio strutturalmente pregno di bivalenze letterarie, non può non contenerne altre di più pregnante impronta psicanalitica; e noi siamo onorati di rischiararne questi ulteriori anfratti in virtù del contributo diretto datoci dall’autore G. Campione :

Il protagonista vede, mutatis mutandis, anche le belle cose nelle brutte cose e , per fare il verso a Wilde (che tralascia questa possibilità) vede del bello al di là dell'involucro sciatto e vuole restituire tale percezione veritiera alla donna.
Non lo fa mediante complimenti, secondo il cliché dell’interlocuzione maschio-femmina, perché sa che come al malato immaginario non si può dire che non ha nessuna malattia,ugualmente non ha nessuna possibilità di successo convincere qualcuno d'una convinzione che non ha.
Ed è questa la sua pretesa, la hýbris del Pigmalione.

Lo schiaffo, richiama l'effetto caldo freddo che spacca il vetro : "Quando combatti una fede o una convinzione è come quando tenti di rompere un vetro. Falle fare un bagno bollente e poi un bagno gelido (...) , questa dicotomia dirompente e ossimorica richiama ed è richiamata dal titolo e dalla chiusa: “Freddo come un silenzio, caldo come un brodo”.
Megalomanicamente/messianicamente (io ti salverò) si assume il compito (in fondo non richiesto e dunque non relazionale ma autoreferenziale) di "combattere una fede o una convinzione". Egli pensa che solo l'effetto crash possa svegliare dal sonno questa bella addormentata (altro tema adombrato) e, non si capisce bene come , donarle al risveglio una consapevolezza della sua bellezza che la conduca a vestirsi bellamente da bella per assecondarla anziché nasconderla.
Freud non sarebbe stato d'accordo, perchè la consapevolezza, come la democrazia, non si esporta né si regala, si conquista bensì da soli grazie anche agli altri.
La tematica è quindi senz'altro narcisistica, tener presenti solo i propri bisogni, ma sfiora quella della nuova nascita, della conoscenza di sé, del mettere al mondo sé stessi come questo bel passo di una lettera di Lou Salomè a Freud sottolinea :
" (…) al fine si aggiunge un terzo significato di narcisismo più bello degli altri: accanto a quel Narciso che innamorato si specchia triste solo quando come vuole la leggenda è costretto a farlo per imposizione nevrotica, e accanto a quell’altro narcisismo a cui il nome non si confà in alcun modo perché questo Narciso non si specchia bensì diviene, mette al mondo se stesso e quindi in effetti in senso psicoanalitico simbolico esce dall’acqua quantunque come e mera immagine, si pone infine il Narciso della scoperta di se stesso, colui che conosce se stesso". (Lou Andreas Salome. “I miei anni con Freud”)”
(G.Campione)


Ancora una volta il sostrato classico e l’expertize psicanalitico permettono a Guglielmo di confezionare trame simbolistiche originalissime, vivificate dalla propria interiore gnosis del mito, delle debolezze umane, della vita. Ancora una volta piacevolissimo è addentrarsi nella semantica delle sue trame e dei suoi orditi già sperimentati allorché ne recensimmo il volume di liriche “Il lungo cammino del fulmine”!.

Incoercible libertarian : racconto di Mariano Grossi ©

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Racconto primariamente pubblicato su :
DESTRUTTURALISM by myblindflowers@gmail.com
https://antichecuriosita.co.uk/2017/06/09/incoercible-libertarian/




James was a brilliant NCO stationed at 44th Airborne Brigade in Fenham, a Newcastle-upon-Tyne suburb. When Colonel Launcher became his department’s boss they both suffered a mutual dislike maybe based on different points of view as for politics, religion and sexual behaviour; they used to have more than an argument about those items. The boss was a narrow-minded reactionary convinced of his ideas of supermanhood and the need to marshal and link his soldiers around a strong man capable to spur and hold them united, no matter if he used unfair methods without any sense of justice and fairness. James was an incoercible libertarian, deeply allergic to any tendency to apply double standards and behaviour’s conditionings. Moreover he was a great enemy of any platitude and they often had more than a heated debate about homosexuality. James was a deep admirer of Nicolas Windmill, at that time governor of Tyne and Wear County; they both had attended the same courses at the local University in the Seventies, a period when showing your party’s card was enough to pass your exams at the Engineering College so full of left-oriented teachers; Nicolas never needed that shield, as he was a very self-confident student, sincerely adverse to any kind of conditionings and recommendations. James had been present to several exams of his and could verify his skills and expertize on every subject. James’ tales about his university’s reminders together with Nicolas used to nettle his boss, prejudicially convinced about homosexual untrustworthiness and Nicolas had done more than an outing about his homosexuality. The boss was very angry about that item, so that aimed at compelling James to admit to be a homosexual just like his university-mate and more than once he raised those arguments while other officers and NCOs were standing in his room to collect them as witnesses of James’ statements about it. James smartly refrained to express such a kind of assertions while other barracks-mates hearing him, but once, while his boss introduced that item again and nobody else was there, after the new request by Col. Launcher (“Tell me the truth! If you are such a defender of him, it means you had got a sexual relationship with some gay!”) he left him speechless: “Why, Sir, you not? What a pity! You cannot imagine what you have missed! Please, do not misunderstand me! I have always been performing a male rôle with them, but you are unfortunately unaware about the tenderness and skill of another man as for blow-jobs! I suggest you try it as soon as possible!”
Then he rose, asked for being allowed to leave the room, came to attention, greeted his boss and was dismissed.
His boss never talked anymore of that subject!
Note by the author: every reference to real persons and deeds is merely casual; this story, even though likely inside a barracks, is completely imaginary!