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Blog fondato da Guglielmo Campione www.guglielmocampione.it

La mente può trovarsi in stati diversi , il sonno ,il sogno, la trance,l'ipnosi,l'attenzione fluttuante,
l'estasi,la preghiera,la meditazione,la creatività artistica e scientifica,
l'esplorazione dello spazio e degli abissi marini,l'agonismo sportivo.

Stati della mente pubblica lavori originali o già pubblicati con il consenso degli autori, interviste e recensioni di libri e promuove eventi culturali e scientifici.

LA SCRITTURA DEL FULMINE E LA SCRITTURA DEL FLUSSO di Guglielmo Campione

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Quest’estate trascorsa in Jamaica ho recentemente sperimentato ,più forse per un regalo del caso che per altro, un singolare e nuovo modo di sentire il rapporto con il fuori di me: pioveva sia in me che al di là di me,un fulmine nella notte poteva diventare l’immagine d’un modo di conoscere, l’afa e l’acqua trasudante dal corpo fungevano come un unicum percettivo in grado di ignorare i confini corporei e la delimitazione convenzionale degli stati fisici in favore di uno stato di benefica oscillazione beneficamente insicura e foriera di nuovi stimoli .
Da un punto di vista concreto e occidentale si facevano buona compagnia la teoria della specializzazione emisferica delle funzioni cerebrali di Roger Sperry (emisfero sinistro logico e razionale dominante analitico lineare orientato sequenziale e un emisfero destro intuitivo analogico sintetico simultaneo immaginativo , i concetti di polarità conscia e inconscia e maschile femminile) , i suggerimenti del tempo particolarmente afoso e temporalesco e la passione per la scrittura e il disegno.
Per la scrittura direi che essa è corpo e ,per ciò stesso, essa sta in rapporto con l’elemento incorpoeo psichico come tutto ciò che porta il peso e l’inerzia della materia.
Cosi essa può farsi pesante sotto il peso di un’anima gravida dei vari vissuti  o farsi arzigogolata e barocca simultaneamente ad un essere lezioso e mellifluo dell’anima
Per far ciò la scrittura si presta all’anima nel suo discorrere per contenuti parole vocaboli e dunque convenzioni.
Si potrebbe dire che in quest’uso dello scrivere la comunicazione avviene ancora sotto il beneplacito della tendenza raziocinante emisferica cerebrale sinistra
D’altro canto il contenuto, il significato, la parte convenzionale del testo non è certo l’unico medium utilizzabile in scrittura : v’è cioè un parlare, un sussurrare sottile attraverso il ritmo e la melodia e dunque attraverso la musicalità del testo: un cantare la gioia e la melanconia attraverso un ritmo narrativo vivace o monotono.
La stessa musicalità d’altronde disegna figure nello spazio della mente e ciò per quanto arduo può essere possibile anche al di là di ciò che si sa avvenga in stati di coscienza modificati.
In questo riconciliarsi con micro e macrocosmo dove ogni immagine può avere una sua corrispondenza ed è finalmente possibile  uscire dalla prigione umana dell’attribuzione antropocentrica di cosa a ciò che è inanimato , l’ascolto si fa attento e ossequioso e la vista torna a vedere.
Allora osservando un fulmine o  un lampo noi ci riappropriamo di tutto ciò che esso è per sé stesso e per noi : un chiarore fra bui ,un presente tra passati e futuri, uno schiocco fra silenzi,un celeste fra neri e blu di prussia, e cosi ugualmente un’intuizione, un’ idea ,un flash back.
Quale più fedele mezzo per comunicare attraverso l’occhio e l’inchiostro personale che vuole trascendersi se non comporre l’immagine con la stessa brevità e velocità del fulmine?
Alla luce delle moderne teorie neurofisiologiche potremmo dire che l’emisfero sinistro viene by passato,  cortocircuitato in favore dell’emisfero destro intuitivo e senza divisioni spaziali /temporali e che attraverso ciò il compositore  e il suo interlocutore giungono prima e meglio al cuore delle cose.
Dopo LA SCRITTURA DEL FULMINE, ho sperimentato LA SCRITTURA SECONDO FLUSSO DI COSCIENZA (resa famosa da joyce nel suo Ulisse e, pur con le dovute differenza, da J.Kerouak nei “Sotterranei” ) richiamando l’archetipo e la forma universale dell’ immagine di eterno fiume .
Questo stile di scrittura  risulta invece corrispondere simultaneamente e sincronicamente alla modalità di flusso continuo che l’ attività mentale segue nel suo originale prodursi.
Anche qui l’emisfero sinistro viene saltato insieme alla punteggiatura e con le regole sintattiche van via anche le eccessive pretese della mente- cocchiere e i cavalli dell’ anima ormai liberi corrono per il non si sa come si puo vedere nel breve esempio seguente :


Sudare colare stillare pisciare erano quattro modi diversi di vivere sotto il sole tentando di non morire in realtà tutto era di acqua e questo grazie al fuoco che ardendo nel cielo tirava a se l’acqua dai nostri corpi attraverso intermedi stati vaporosi cosi pisciare non era affatto diverso da sudare e se lo era lo era per una pura questione di colore per il resto ve lo assicuro era proprio uguale ed era molto dolce vivere in rapporto col fuori cosi senza il senso dei confini interni proprio come senza pelle dentro e fuori e viceversa che tra passavano uno nell’altro osmoticamente e soavemente tu bevevi e dopo un po’ ti sentivi bagnato come se si fossero aperti nuovi canali fra vene e aria o fra lo stomaco e la pelle e riconoscevi la tua cara birra in goccioline calde stillarti dalla pelle o sberluccicare dall’uccello bocca stomaco e pelle come i suoi compagni avevano smesso di litigare infatti da un po’ ed ora non v’era ragione di fare a gara v’era solo da giocare con tutta quell’acqua circolante e in fin dei conti non v’era che da risentirsi bambini contenti di sguazzare nelle pozzanghere cic  ciac schizzando dappertutto sui passanti ingenuità e simple minds in faccia a quei mille seriosi barboni che infestano di lame e coltellacci analitico logici il circondario di sogno che s’era creato e loro ad impazzire per cercare di capire sezionare riprovare sperimentare valutare analizzare ricondurre tutto e porre nessi vecchi strozzini e mangia vite dalle lunghe barba  e gli abiti purulente macchie torbide da bandire e circoscrivere ed estirpare e ripulire poi con cerotti e arcobaleni azzurri elettrici e maliziosi viola folli rossi e divertenti bianchi frizzanti gialli per insegnare a ridere sempre e ad iniziare cosi ogni processo evolutivo mandando al diavolo le leggi e tutto ciò che non vuole la gioia di vivere con passione follia promesse e immediati tradimenti perche la velocita della mente non può che farci odorare proprio che pochissime coincidenze con quello che programmiamo coi bisogni della carne che vuole essere cucinata con poca o molta cipolla non so perche fischia l’orecchio della mano scrivente mentre da sinistra romba solitario un tram sferragliante a mezzanotte nella città bollente di puttane agli angoli delle strade e di finestre spalancate dove mille flash azzurri di televisori bombardano la via di melensi non sensi e di brodi di giuggiole lontani mille km da fantastiche e fantasmatiche cosce lunghe e abbronzate e rifatte più o meno un centinaio di volte all’officina estetica del così devi aprirle per piacere noi cosi vogliamo per fare quello che occorre si faccia e dunque disinserisci cara la parte cosciente del movimento e pure quella piramidale volontaria che non ci serve proprio più oh non so se rendo l’idea come potremmo basterebbe spalmarci di tanti creme caramelle e rotolarci nella crema gelida leccando giganteschi segnali stradali sgocciolanti di divieti trasgrediti e continuare la corsa ai vini più frizzanti e raffinati e più bianchi per arrivare a volerne proprio uno che sappia di neve e seppellirci cosi gatti ibernati e conigli da cucinare o mani bluastre da addolcire con baci gelidi e raggomitolanti fin nelle ossi di seppia del mistero tentacolare di ventose oceaniche avviluppanti e femminili”.



Epiphaino, il nuovo libro di Guglielmo Campione: quando nella "sfida poetica" la parola passa fra italiano, latino e greco

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di Guglielmo Campione

164 pp.; Euro 15,00

ISBN 9788899459765




CLICCARE PER LEGGERE LA PAGINA DEL LIBRO SUL CATALOGO DELLA CASA EDITRICE  :          EPIPHAINO di Guglielmo Campione   : 








Scrivere poesie è già di per sé una sfida, piacevolissima ma pur sempre una bella sfida. Pubblicarle – oggi e nel panorama editoriale italiano – è una sfida ancora più impossibile. Eppure le composizioni di Guglielmo Campione meritano, crediamo, di trasformare l'impossibile in possibile. E non basta, perché in Epiphaino c'è ancora di più: la sfida di far parlare non solo la propria lingua materna, l'italiano, ma anche le lingue classiche, in un contrappunto abilmente dosato dal traduttore, il classicista e filologo Mariano Grossi.

Il volume presenta una scelta delle composizioni poetiche di Guglielmo Campione, dove la parola (il verbum) assume una funzione pregnante e si rivolge al lettore con una forza sempre inattesa, frutto di una ricerca lessicale e tematica profonda e mai banale. Il significato della parola poetica è ulteriormente arricchito dal confronto con le due traduzioni – in lingua latina e in greco antico – che Mariano Grossi, filologo e classicista, ha affiancato a ogni singola composizione, evidenziandone le radici più lontane e, paradossalmente, sottolineandone l’attualità.


L’autore
Guglielmo Campione, studi classici presso il Liceo Quinto Orazio Flacco di Bari, dal 1976 vive e lavora a Milano come medico psichiatra e psicoanalista, apprezzato blogger (Stati della mente) e scrittore. È autore di libri di analisi del mondo contemporaneo e psicoanalisi, dei libri di poesia Cuore di giovane maschio ferito(2017) e Il lungo cammino del fulmine (1a ed. 2015, 2a ed. 2017), tradotto in inglese, portoghese, spagnolo, francese e tedesco. Coautore di Quando scoppiò la pace, 25 aprile 1945, antologia di racconti (Universitas Studiorum, 2017). Suoi racconti sono pubblicati sulla pagina antologica Letture da metropolitana.

Il traduttore
Mariano Grossi, già ufficiale dell’Esercito, studi classici presso il Liceo Quinto Orazio Flacco di Bari, laureato in Lettere Classiche presso la locale Università, è autore di un articolo sull’Esordio del Mimo VI di Eronda pubblicato nel 1984 sulla rivista specialistica «Rheinisches Museum für Philologie». Critico letterario e collaboratore di «Art litteram», rivista on line, per recensioni di autori contemporanei e articoli di filologia classica sulla composizione matematica nei classici da Omero a Virgilio, Orazio e Dante.

Ferenczi e la nostalgia dell’oceano : riflessioni sulle immersioni subacquee di Guglielmo Campione

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"Mar che ti volgi ovunque è riva e chiami

Cuor che ti volgi ovunque è pena e l’ami:

Ritornan l’acque e i sentimenti al fondo,

ma per salire puri ancora al mondo".



Clemente Rebora “Frammenti lirici”, 1913



L'acqua da sempre scandisce le fasi esistenziali dell'uomo, prestando la propria immagine ai simbolismi della vita, del trascorrere del tempo, di una dimensione metafisica - religiosa e magica - speculare rispetto alla realtà percepibile.

Qual è il substrato ancestrale che giustifica la nostra profonda attrazione verso questo ambiente?

Il rapporto con i pesci e i mammiferi marini così ricercati da noi subacquei, per esempio, si basa solo sulla curiosità, sulla voglia di avventura e sulle tendenze ordaliche delle immersioni tecniche o sulla condivisione con i mammiferi marini del comune cervello emotivo degli affetti, delle gratificazioni e del piacere, della lattazione e alla gestazione gravidica e degli indubbi comportamenti gruppali e linguistici dell’uomo e di questi animali ?

C’è di più che l’etologia comparata?

La psicoanalisi, aprendosi all’antropologia, alla mitologia, alla mistica, alla biologia, alla letteratura ha dato un irrinunciabile contributo di riflessione su questo argomento.

Analizzerò qui due irrinunciabili esempi storici di tale apertura: la corrispondenza tra Freud e il premio nobel Rolland dal febbraio 1923 a maggio 1936, lo scritto Thalassa di Ferenczi del 1924 e alcuni passi dall’opera “La regressione”.di Michael Balint, allievo di Ferenczi.

Accennerò alla leggenda dell’uomo pesce e dell’identificazione con esso che affascinò e interesso anche il più grande filosofo italiano del novecento Benedetto Croce in una sorta di autoanalisi fatta in tarda età: la leggenda come viatico per un viaggio all’interno di se stesso bambino al di là di tutte i rigori scientifici sin lì usati.

Infine traccerò alcune mie ipotesi interpretative della leggenda.



IL SENTIMENTO OCEANICO



Freud deve a Rolland, la sua elaborazione del cosiddetto “sentimento oceanico ”.

La metafora oceanica, l’oceano come simbolo dell’illimitato, dell’unità in cui le molteplicità si dissolvono e gli opposti coincidono, è molto diffusa in tutte le tradizioni mistiche per descrivere la scomparsa dei limiti dell’Io. Tra i mistici cristiani ricorre spesso l’espressione: ”Io vivo nell’Oceano di Dio come un pesce nel mare”. Definisce una condizione permanente di quiete, calma, silenzio interiore anche quando si è coinvolti in pensieri e attività rivolte al mondo esterno. Il soggetto rimane consapevole del proprio stato di coscienza, mentre simultaneamente è conscio di pensieri, sensazioni, azioni.

Ramakrishna per descrivere l’ineffabile utilizzava spesso la metafora della bambola di sale, misura della profondità dell’oceano: “non appena entrata nell’oceano, cominciò a fondersi. Allora chi è in grado di ritornare e dire la profondità dell’oceano?” Freud aveva inviato Rolland l’avvenire di un’illusione, il suo scritto sulla Religione.

È nella lettera del 5 dicembre 1927 che Rolland lo invita a distinguere il “sentimento oceanico” dalla religione organizzata .

Il nucleo autentico del sentimento religioso è il “sentimento oceanico”, cioè l’esperienza mistica di unità con il mondo. Questo nucleo è vivo quando è viva l’esperienza dell’unità di tutte le cose:

Freud rispose in prima battuta così: Il sentimento dell’infinito non è altro che la nostalgia della condizione infantile preedipica, quando il bambino non è ancora in grado di percepire un confine tra sé e la madre.

Successivamente nel 1929 (14 luglio) Freud gli risponderà che il sentimento oceanico non gli aveva dato pace e che in un nuovo lavoro (Il disagio della civiltà, 1929) cita il sentimento oceanico e tenta “di interpretarlo nel senso della nostra psicologia.

Rolland (17 luglio 1929) si dichiara onorato che il sentimento oceanico lo abbia stimolato a fare una nuova ricerca e dice infine che Oriente ed Occidente sono le rive dello stesso fiume di pensiero e che in entrambe le rive ha potuto riconoscere lo stesso “fiume oceano”...

Nel 1936, in Un disturbo della memoria sull’acropoli: lettera aperta a Romain Rolland (Opere, vol. 11, pp. 473-481), Freud dedica a Rolland, questa confessione privata di una accurata analisi di un episodio di amnesia occorsogli durante un viaggio in Grecia sull’Acropoli di Atene di Fronte al Partenone che ha a che vedere con le tematiche della Fede-Fiducia, credulità/incredulità, piacere/dispiacere, potenza/impotenza, sentimento di estraniazione, depersonalizzazione, doppia coscienza, scissione della personalità.

Questo conferma la sensazione che la chiusura rispetto al sentimento oceanico continua a tormentarlo ancora dopo dieci anni dalla provocazione di Rolland. Si potrebbe a questo punto pensare che ciò che gli è precluso non è la mistica e la musica ma l’ingresso nel materno, nel femminile, in ciò che per Ramakrishna diventa la visione diretta della dea Kalì, l’eterno femminino, che per Freud rimase il continente nero.



THALASSA DI SANDOR FERENCZI



“La filogenesi o evoluzione della Specie, è un processo evolutivo degli organismi vegetali e animali dalla loro comparsa sulla Terra a oggi”. La filogenetica studia l'origine e l'evoluzione di un insieme di organismi, solitamente di una specie. Un compito essenziale della sistematica è di determinare le relazioni ancestrali fra specie note vive ed estinte .

Nel XIX secolo fu proposta da Ernst Haeckel la teoria della ricapitolazione espressa nelle sue parole “Tutte e due le serie dell'evoluzione organica, l'ontogenesidell'individuo e la filo-genesi della stirpe a cui esso appartiene, stanno fra loro nel più intimo rapporto causale. La storia del germe è un riassunto della storia della stirpe, o, con altre parole, l'ontogenesi è una ricapitolazione della filogenesi”.

Ferenczi riprende questo concetto ma si spinge molto in là per il 1924. Il testo è divisa nella parte ontogenetica e filogenetica.

Rifacendosi a Haeckel Ferenczi dice che la nascita dell’uomo è contrassegnata dal trauma: una catastrofe e che i frammenti di questa storia perduta sono conservati come geroglifici nella psiche e nel corpo. Ferenczi propone di applicare ai grandi misteri della Genesi della specie il metodo di decifrazione psicoanalitico usato per comprendere i piccoli misteri della storia individuale.

Nelle produzioni psichiche individuali e collettive con grande frequenza si assiste all’immagine del pesce che nuota nell’acqua.Secondo Ferenczi questo simbolo sta contemporaneamente sia per significare il coito che la situazione intrauterina.

Ma aggiunge Ferenczi, non potrebbe darsi che questo simbolismo esprima anche una parte di sapere filogenetico inconscio relativo al fatto che discendiamo da vertebrati acquatici ? (il famoso amphiouxus lanceolatus antenato di tutti i vertebrati e anche dell’uomo secondo le teorie in voga nel 1924).

Tutta l’esistenza intrauterina dei mammiferi superiori non sarebbe altro che una ripetizione dell’antica forma di esistenza acquatica.

La stessa nascita rappresenterebbe la ricapitolazione individuale della grande catastrofe che con il prosciugarsi degli oceani ha costretto numerose specie animali a d adattarsi alla vita terrestre e rinunciare alla respirazione tramite branchie per sviluppare i polmoni.

Citando Bolsche allievo di Haeckel secondo cui gli antenati dei genitali maschili sono i Pasci e che per la salamandra il corpo materno diventa l’equivalente dello stagno, Ferenczi arriva ad azzardare che placenta e amnios sono gli equivalenti del modo di vita acquatico del pesce.

“Alcuni aspetti del simbolismo dei sogni suggeriscono l’esistenza di una profonda analogia simbolica tra il corpo materno e l’oceano da una parte, la terra madre nutrice dall’altra. L’uomo prima della nascita sarebbe un endoparassita acquatico e dopo la nascita un ectoparassita aereo della madre, per un certo periodo. Anche la terra e l’oceano erano i precursori della maternità e costituivano essi stessi una organizzazione protettrice, avvolgendo i nostri antenati animali.

Il simbolismo marino della madre è più arcaico di quello della Terra, più tardivo, dove il pesce gettato dal prosciugamento degli oceani ha dovuto adattarsi per il tempo necessario a trasformarsi in anfibio.

Numerosi miti primitivi cosmogonici rappresentano la terra che emerge dagli oceani.

Il fatto di essere salvato dalle acque e di galleggiarvi può simboleggiare sia la nascita (il parto, l’approdo sulla terra) che il coito mentre cadere nell’acqua costituisce il simbolo ancora più arcaico: il ritorno all’utero.

La leggenda del diluvio universale potrebbe essere rovesciata: la prima grande minaccia è il prosciugamento e l’emersione della terra dell’Ararat sarebbe la catastrofe originaria lì dove l’arca di Noè rappresenterebbe il corpo materno che contiene la vita.

Ferenczi si pronuncia a favore di Lamark contro Darwin in quanto più centrato sulla psicologia e sul ruolo che le tendenze e le pulsioni interne hanno nella filogenesi ed in quanto Darwin non spiega, se non con il caso, la presenza di ripetizioni di forme e modalità di funzionamento che si presentano nelle nuove forme di evoluzione. Non c’è evoluzione senza motivazione interna, dice Ferenczi, né cambiamento che non corrisponda all’adattamento a una perturbazione esterna.

Il desiderio di tornare all’oceano abbandonato nei tempi primitivi, la Regressione Talassale, un ambiente umido che contiene sostanze nutritive.

La madre è il simbolo e il parziale sostituto dell’Oceano e non l’oceano della madre.

Tutte le specie sarebbero scomparse con la catastrofe del prosciugamento degli oceani se la loro sopravvivenza non fosse stata assicurata, nella fase di riadattamento terrestre, da alcuno fortuite e fortunate circostanze e dai tentativi di regressione alla vita endoparassitaria nell’amnios e in quella ectoparassitaria nell’aria respirando con i polmoni.

Un’altra analogia tra il feto nell’utero e l’animale nel mare è l’approvigionamento di ossigeno e nutrimento. Attraverso i villi coriali che galleggiano nel mare sanguigno placentare il feto per osmosi assorbe ossigeno e nutrimento come fossero branchie che assorbono per osmosi ossigeno dall’acqua. La placenta è un organo di aspirazione parassitaria .

Quando come subacquei dobbiamo imparare a regolare l’assetto tramite i polmoni ancor prima che attraverso il gav dobbiamo guardare i pesci che usano la vescica natatoria o come il capodoglio la diversa densità dello spermacete, o re imparare dai nostri antenati a pinneggiare in un certo modo per stare fermi in hovering oppure dobbiamo ancora guardare loro e reimparare a capire l’intensità delle correnti e la loro direzione dalla posizione dei pesci. La naturalezza dei nostri movimenti, la loro armonia e funzionalità non può che avere nei pesci il suo corrispettivo ancor di più se in apnea.

Il liquido amniotico raffigura l’oceano introiettato nel corpo materno, dove, l’embrione nuota come un pesce nell’acqua.

Ferenczi ricorda anche che le sostanze chimiche, trimetilamina, presenti nelle secrezioni sessuali sono chimicamente molto strettamente imparentate alle secrezioni dei pesci e che il ciclo dei 28 giorni mestruale è quello delle maree .

Inoltre è evidenziabile nei mammiferi acquatici, ridiventati terrestri e poi di nuovo acquatici come le foche, ma anche nelle anguille, nei salmoni, la tendenza regressiva geotropica, che le costringe a partorire o deporre le uova risalendo i fiumi per arrivare sulla terra o quasi.

Per rifarsi all’evoluzione dell’individuo e alla vita dell’essere umano Ferenczi sostenne che anche l’accoppiamento sessuale e il sonno sono attività che hanno la funzione di realizzare una regressio ad uterum .

Le diverse fasi dell’amore hanno lo scopo simbolico di far rivivere il piacere dell’esistenza uterina attraverso il progressivo annullamento dei confini dell’io dei due partners (la spoliazione, le carezze, il trapassamento dei confini corporei, il lasciare che il fiume inconscio possa inondare temporaneamente la coscienza priva di controllo e limiti, la petit morte dell’orgasmo). , l’angoscia della nascita e la gioia di sfuggire felicemente al pericolo da essa rappresentato.

Pene e vagina e anche a livello cellulare spermatozoo e ovulo riproducono sul piano simbolico il mortale pericolo superato vittoriosamente dopo il prosciugamento degli oceani (la rottura e perdita delle acque) attraverso una lotta di potere arcaica per procurarsi l’umidità che sostituisse l’oceano. Tant’è vero dice Ferenczi che quando l’uomo si separa dalle sue secrezioni sperimenta un sentimento di perdita (post coitum animal triste). Ferenczi dice che l’accoppiamento potrebbe essere una costrizione subita dai gameti e dai geni che spinge gli individui a unirli in luogo protetto. La catastrofe primordiale potrebbe aver avuto questa funzione di motivazione a questa spinta. Già Freud in “Al di là del principio del piacere” sulla fantasia del simposio di Platone, sostenne che quella catastrofe avrebbe scisso la materia in due parti, il mito dell’androgino, licitando in ciascuna di esse il desiderio di riunificarsi sotto il peso della pulsione di morte. A partire dalla materia inorganica gli esseri si sarebbero scissi e poi sarebbero tornati a cercare di riunirsi dopo una nuova catastrofe, il prosciugamento degli oceani.

L’orgasmo è dunque il sentimento oceanico di fusione e quiete che precedeva la comparsa della vita, la quieta morte della sostanza inorganica e i dolori e i dispiaceri esistenziali, residui delle tensioni prodotte dalle catastrofi.



Ci sarebbero state cosi 5 catastrofi:





FILOGENESI
ONTO E PERIGENESI
I CATASTROFE
COMPARSA VITA ORGANICA
MATURAZIONE CELLULE SESSUALI
II CATASTROFE
COMPARSA ESSERI UNICELLULARI INDICIDUALI

NASCITA CELLULE GERMINALI MATURE
 NELLE GONADI
III CATASTROFE



IV CATASTROFE






V CATASTROFE

INIZIO RIPRODUZIONE SESSUATA
COMPARSA DELLA VITA NEL MARE

PROSCIUGAMENTO OCEANI, ADATTAMENTO VITA TERRESTRE

COMPARSA SPECIE ANIMALI CON GENITALI

ERA GLACIALE

PROGRESSIVA OMINIZZAZIONE

NEGLI ANIMALI PLACENTARI SI SVILUPPA IL CORPO CALLOSO CEREBRALE CHE PERMETTE LA CONNESSIONE DEI 2 EMISFERI E L’INTEGRAZIONE DI PULSIONI , AFFETTI E RAGIONE .
FECONDAZIONE
SVILUPPO EMBRIONE NELL’UTERO


NASCITA



SVILUPPO PRIMATO GENITALE



PERIODO DI LATENZA
PRE ADOLESCENZIALE
LE PULSIONI INUTILIZZATE
DEVONO POTERSI SUBLIMARE
IN REALIZZAZIONI INTELLETTUALI
 E MORALI




























In cerca di avventura, sostiene Marylene Thomere, i subacquei da soli con le proprie risorse, consapevolmente e deliberatamente si espongono a un pericolo reale esterno con un misto di paura, piacere e sperando di tornare in una zona sicura.

Il cercare questo brivido è filobatismo contrapposto al non sopportare di vedere minacciata la propria sicurezza- ocnofilia.

La subacquea può configurarsi talvolta anche come attività controfobica per Fenichel: ciò che si desidera anche se pericoloso è cercare di controllare il pericolo, fornendo una sensazione di intenso piacere della vittoria su di sé, un ‘ansia narcisistica.

Nel fare il filobata in immersione il subacqueo si attacca ocnofilicamente ai suoi strumenti tecnici che secondo Balint rappresentano contemporaneamente la dipendenza dalla madre amorevole da cui dipende la vita e il fallo potente del padre che sfida la sicurezza materna e vuole conoscere l’oltre.

Ci sarebbe quindi una tendenza, avrebbe detto E Facchinelli, claustrofilica (amore degli spazi chiusi, si pensi agli speleosub e ai cenotes messicani o ai blue Hole) alla regressione uterina e nelle nostre immersioni che ci permettono ancora una volta di sperimentarla.

Ed una tendenza all’esodo, all’uscita, alla nascita, alla riemersione sulla terra sotto la spinta da claustrofobia, seguita da una temporaneo sollievo ma anche dalla nostalgia del ritorno.

Questa ambivalenza di sentimenti negativi e positivi si trova nella semantica antica: l’idea di profondità implicita nel pensiero greco arcaico che utilizza la parolaBathos sta a indicare un che di positivo, sinonimo di folto, fitto, ricco, spesso del tutto diverso dal significato negativo che i latini attribuivano alla parolaProfundis, inteso invece come mancanza di misura, smodato, fondo, come spazio vuoto smisurato in grado di inghiottire e divorare uomini e navi.


Bibliografia

Balint M., Balint E., La regressione, Cortina , Milano, 1983

Croce B., 1885, La leggenda di Niccolò Pesce, Giambattista Basile, vol.II

Campione G, "Immergersi nella mente , immergersi nel mare : l'immersione come realtà psichica,  
                        2015 MediAterraneum Editore . 

Campione G., Revisione della letteratura sul sentimento oceanico, Stati della Mente,  
                       http://statidellamente.blogspot.com

Facchinelli E., Claustrofilia, Adelfi

Fenichel O. (1951), Trattato di psicoanalisi, Astrolabio.

Ferenczi S. (1924) "Thalassa. Saggio sulla teoria della genitalità", Cortina.

Freni S., La dimensione mistica nell'esperienza psicoanalitica, 
               http://www.psychomedia.it/pm/modther/integpst/freni.htm Carere Comes T. Mistica,  
               religione e psicoanalisi, http://www.psychomedia.it/pm/modther/integpst/frenintro.htm

Freud S. (1920), "Al di là del principio del piacere", Opere, Boringhieri, vol. 9.

Freud S., Un disturbo della memoria sull’acropoli: lettera aperta a Romain Rolland, Opere, 
                Boringhieri vol. 11

Imbriani Vittorio, Poesie

Rebora Clemente “Frammenti lirici”, 1913

Thomere M., Les liaison dangereuse avec la mere, Hommes et perspectives.







LO STATO FLUIDO DELLA COSCIENZA di Vincenzo Ampolo

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                                                       ( Immagine di Virginia Giuffrida)





"Sciogliersi nell'acqua

come sale da cucina

tornare ad essere

quello che si era prima."


Procedimento scientifico n. 1 di Vincenzo Ampolo

(Menzione speciale al Secondo Concorso Internazionale

di Poesia Scientifica – UAAR Venezia 2010 )










La coscienza è fluidità.

Nel presente tutto scorre e in questo flusso siamo come gocce d’acqua che partecipano di un’onda in movimento.

Come persi, nella danza, nella natura, nell’amore, sperimentiamo lo stato fluido in cui siamo, senza pensare di essere.

Le antiche pratiche estatiche e meditative promuovevano, attraverso tecniche più o meno elaborate, stati di presenza all’interno di una fluidità di coscienza.

Agendo sul respiro, sulla voce o su tutto il corpo, in stasi e in movimento, si era in grado di fermare il flusso ininterrotto dei pensieri e ritrovare dentro di sé, il silenzio, il vuoto, la non-mente.

In questo “essere nell’essere”, improvvisamente e senza preavviso, la coscienza si espande a un livello d’informazione superiore, fino ad abbracciare una dimensione più vasta di realtà.

E’ questo il “satori”, un’esperienza spirituale, il primo passo per quel percorso di espansione della coscienza che dovrebbe portare alla tanto ricercata “illuminazione”.

Lo stato fluido, quando lo si sperimenta, è lo stato di coscienza più semplice e naturale; quello dell’artista o del bambino che gioca, che crea, che sogna ad occhi aperti, che gode della bellezza del creato.

Se i condizionamenti culturali e sociali ci impongono un modo di pensare rigido e razionale, sotto il predominio dell’emisfero sinistro, pure è possibile ritrovare e perseguire questa spontanea e naturale fluidità di coscienza, in cui ci si può percepire come parti di un tutto interconnesso, agevolando una visione oceanica più ampia e comprensiva.

Da qui, da questa prima esperienza è possibile accedere a stati ancora più elevati ed espansi, in cui le informazioni che si percepiscono diventano molto più raffinate, più chiare e profonde.

In altri contesti di studio ho già sottolineato l’importanza dell’educazione a questo approccio creativo e naturale al tempo stesso.

Quando esistono delle figure accudenti, familiari e insegnanti in primo luogo, che lasciano spazio e promuovono la crescita di queste potenzialità naturali, necessarie per godersi la vita, si osserva il fiorire d’individui che hanno un miglior senso di autostima, sono meno preoccupati di se stessi e riescono ad elaborare le informazioni in modo più critico ed autonomo.

L’educazione allo stato fluido è quindi un obiettivo da perseguire in tutti i gradi d’istruzione e per tutta la vita, considerando che nello stato fluido dei praticanti la meditazione, ad esempio, è possibile verificare strumentalmente un funzionamento cerebrale meno eccitato e più integrato, capace di flessibilità di empatia e soprattutto di gioia di vivere e fiducia nell’esistenza.




Nota :

In relazione alla tematica affrontata si vedano dell’autore i testi:

- Musica droga & transe, Ed. Sensibile alle foglie, 1999;

- Dissociazione e Creatività, Ed. Campanotto, 2005;

- Oltre la Coscienza Ordinaria, Riti Miti Sostanze Terapie, Ed Kurumuny, 2012.

Alene : racconto di Alessia Di Luzio

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 La chiesa era buia, altissima, tutt’intorno l’odoroso incenso provocava una nausea fragile.
Le vetrate lasciavano entrare una fioca luce che rischiarava la navata e i mosaici colorati sulle finestre sembravano ravvivarsi.
Gli occhi di quelle figure trafiggevano il cuore di chi vi entrava, scrutavano per bene i visitatori ignari del peso che serbavano.
Sul soffitto vi era dipinto un Cristo e una scritta in latino “Ut diligatis invicem, sicut dilexi vos”, che facevano trepidare le anime tormentate ogni volta che alzavano lo sguardo.


Gli occhi giudicanti ma pieni di misericordia, riuscivano a perdonare gli errori? Questa la domanda che si porgeva quotidianamente Alene.
Si sentiva osservata, era consapevole che qualcuno la seguiva, i brutti pensieri le si attanagliavano nella mente senza lasciarla nemmeno per un istante, erano pensieri peccaminosi.
C’era dello strano nella sua vita.
E così aveva inizio il suo tormento in quella chiesa dove si recava ogni giorno, eppure nemmeno per un istante aveva mai pensato di chiudersi in convento, odiava le suore e il loro modo di vestire e quegli abiti stretti e coprenti e la vita al chiuso le incutevano spavento.
Aveva letto di suore rimaste incinte e perseguitate per aver commesso un sacrilegio. Ma quella chiesa aveva del fascinoso a tale punto che tralasciò i suoi studi per dedicarsi alla preghiera.
Almeno una volta al dì andava nella chiesetta, la canonica era vuota, ma lei si ostinava a trovarvi qualcuno. Un ometto basso, magro e canuto raggomitolato nel suo largo saio camminava lento per l’ampia sala. Corse in chiesa, quel vecchio le faceva paura, aveva qualcosa di tetro, sembrava un morto vivente. Nel pomeriggio freddo e monotono la visione del vecchio aveva scosso il suo pensiero, si sentiva agitata e un’angoscia mortifera le scorreva dentro, era la morte, si sentiva mancare.
Quel momento non si placò subito, le sue ansie erano a mille e immediatamente un gatto bianco le attraversò dinanzi, miagolò ferino, poi saltò di corsa sul ciglio della strada.


Bianchissimo, pulito, cogli occhi di ghiaccio che incutevano tremore.
 Ma era un gatto? Viveva? Si chiese Alene.
Non aveva mai visto una creatura simile, non era un gatto normale, quegli occhi bloccavano ogni suo passo.
Poi svanì di botto.
E la mente si calmò, soporifera, come presa dal sonno, e così accomodata nella navata centrale scattò.
C’era un uomo in chiesa, era giovane. Non il vecchio mezzo morto, era un uomo in carne ed ossa. Finalmente un uomo in grado di poterle parlare:
“Salve” esclamò Alene.
“Salve, desidera me?” ribatté il giovanotto.
 Il cuore di Alene tremò, ebbe un sussulto forte, sembrava uscire fuori, poi rispose:
“No”.
Deglutiva ad ogni parola, aveva la voce rotta, era afona, le mani fredde ma sudate nelle tasche; sentì di nuovo uno svenimento.
 Di fretta accorse in strada ,aveva bisogno d’ aria, ma non poteva credere ai suoi occhi: il gatto bianco era riapparso lì e la guardava .
Si sentiva morire, gettò un urlo tale che sembrava posseduta, la gente si voltò,  poi si fermò d’un tratto .
Non riusciva più a fare un solo passo, era bloccata, con gli arti rigidi e tramortiti.
Che cosa le stava succedendo?
Aveva bisogno di un medico perché non si sentiva bene.
 La chiesa era scarsamente illuminata, rientrò sperando di sentirsi meglio, così prese posto e il suo cuore pian piano si placò.
Guardava il Cristo:
“Non puoi” balenava nella sua immaginazione.
L’aria era tagliente in quella chiesa vuota e larga: non voleva essere disturbata e stava bene sola.
Il deserto della sua mente la spingeva a pregare in modo decoroso con le mani giunte in un movimento raffinato, il viso raccolto e stanco da quei sentimenti turbolenti.
Aspettava che entrasse il prete, era l’unica persona che voleva vedere, nello stesso tempo provava una vergogna tale da arrossire ma ad un tratto di nuovo l’immagine del gatto bianco le si presentò e impallidì.
Maverìk, il sacerdote, entrò avvicinandosi all’altare con un movimento lento. I lumini erano disposti a cerchio e il grosso messale rubricato riempivano la sacra mensa. Ad un tratto l’uomo anziano si apprestò a portare pane e vino e sparì.
Maverìk aveva qualcosa di diverso, spesso celebrava a suo modo e quella sera intimorì il ristretto uditorio.
Due o tre donne sparse qua e là tra i banchi gelidi, lui inginocchio, le sue gambette rinsecchite toccavano il pavimento marmoreo e ne sentivano il freddo intenso.
Stette così per tutta l’ora : Alene poteva scorgere solo parte della testa. Più volte aveva provato ad allungare il collo per cogliere qualche altro particolare ma la posizione di Maverìk rimase la solita.
Era inorridita da quello spettacolo che aveva il tanfo di una seduta spiritica.
Uscì turbata.
Quello era un luogo sacro, non poteva succedere ciò che aveva visto.
Intanto aveva cominciato a piovigginare, c’era una fitta nebbia e l’unica cosa che Alene desiderava a quell’ora era un pasto caldo che la ristorasse.
Si incamminò sola, come al solito, verso casa.
Il corridoio era stretto, la viuzza di pietra e mattoni era odorosa di bagnato, ma rimaneva l’unico passaggio verso l’abitazione. Si apprestava ad aprire l’uscio quando si sentì toccare la schiena. Trasalì.
 “Chi cercavi?” disse una voce e subito un brivido caldo le passò tra le membra.
Deglutì più volte, poi rispose:
 “Cercavo lei”.
La casa era accogliente, il fuoco acceso scoppiettava da ore, la legna durò tutta la notte. Un peccato era stato appena consumato, un grave peccaminoso oltraggio.
La bocca di Maverìk tremava, era stata violata una legge.
 In quella casa tra le viuzze di uno sperduto paesotto serpeggiava la colpa.
Ma quella colpa dal colore rosso vivo veniva espiata dalla voglia e poi riaffiorava quando la solitudine avvolgeva i due amanti.
Tra le vie gli sguardi sbilenchi della gente sfrecciavano su di Alene: facevano rumore gli occhi di chi la guardava coi volti abbassati.
Ma in lei la gelosia era ardente, viveva solo di rovinosa passione.
La vita di Maverìk era stata distrutta per colpa della gelosia.
Decise di farlo.
Era questo il chiodo fisso di Alene anche se in cuor suo sapeva di commettere un grosso errore, ma l’idea la ossessionava.
Si presentò in canonica, solitaria e bianca, le tuniche appese alle sedie pronte all’uso. E poi campane, messali vecchi, alcuni bicchieri opachi posati sul cassettone e un armadio semichiuso, nulla più.
Il vuoto circondava la stanza.
Che fare? Agire? Andare in contro alla colpa, oppure pentirsi per sempre?
 Sentì un rumore, si impaurì.
 Era il gatto bianco.
 Scivolò dentro come un fulmine e si nascose. Alene lo temeva.
Poi Maverìk seguì il gatto, sbattendo la porta con forza, nervoso.
“Posso confessarmi?” Chiese Alene.
Maverìk camminando con passo lesto andò a prendere una croce ,la portò di là, era una croce di legno lucido.
“Cosa fai?” disse sbigottita.
Non rispose, si sedette e la invitò a parlare:
“Coraggio”.
Maverìk era avvilito.
Non poteva sopportare il peso di quelle parole, era un prete lui, non avrebbe dovuto preoccuparsene. Ne aveva sentite tante eppure questo non lo sopportava.
 “Dimmi che non è vero Alene”.
Lei annuì.
Maverìk aveva occhi solo per lei, era impazzito, quella confessione gli fece perdere la testa. La legge è legge e quell’abito scuro non gli permettevano il libertinismo. Ma andò contro la regola e sentì la colpa farsi viva dentro di lui, la colpa è di Alene, era questo il tormento.
Maverìk sentì la voglia di svestirsi, ma Alene era una tentazione. 

Il diavolo è dietro l’angolo e miagola.




Maverìk uscì di casa vide il gatto bianco passare svelto, si accovacciò e gli fece male al cuore.
Non vide più Alene da giorni, se ne preoccupò, così la sera decise di andare a trovarla, la porta della casa era aperta, si permise di entrare e all’improvviso si trovò dinanzi ad uno stanzone vuoto, udì un fievole miagolio. Tremò. “Alene” uscì dalla sua bocca un urlo strozzato e senza forze, era privo di ogni potere indebolito da influssi estranei.
Il fantasma si aggirava in lui e di Alene nemmeno l’ombra, così andò via desolato e rimasto solo nella strada corse verso la piazza, mentre il buio si apprestava a scendere e il cielo era nuvoloso, la sua mente non riusciva a capire questo malessere, così si accostò e gli cadde addosso un sonno velato.
Alene lo perseguitava.
Salì le scale assonnato e rincasò, si sentiva poco bene. Uno specchio mostrava il suo corpo privo di forze e sudato, ad un tratto vide il gatto bianco, miagolò con una voce rantola, Maverìk era terrorizzato da quel suono, aveva ceduto alla tentazione e come un urlo di Munch si coprì le orecchie, non voleva udire più quel miagolio assordante. I sudori non lo abbandonavano. Il fantasma di Alene era con lui, viveva in lui. Sentiva una grossa disperazione per aver perdonato una colpa inesistente, forse. “Alene dove sei?”
 Il diavolo lo aveva ingannato. 
Prese la testa fra le mani, si appoggiò al tavolo e restò così tutta la notte gridando scoraggiato “Alene, Alene lasciami”.
L’indomani decise di uscire a fare una passeggiata, lì vicino c’era il mare. 
Si incamminò da solo, non era vestito da prete e nessuno poteva immaginare che quel ragazzo lo fosse. Procedeva con la testa china preso dallo sconforto, smarrito nell’immensità del mare che tanto gli piaceva. Era nato in una cittadina sulla costa e ogni volta che si sentiva così desiderava riposarvi. Si sedette sul muretto, guardò lontano, gli occhi fissi al di là degli scogli gli rimandavano la figura di Alene. Ne era perdutamente innamorato. 
Il diavolo lo perseguitava, si intrufolava nella sua vita sotto le più svariate forme, provava a scappare ma ritornava malevolo rendendolo impotente.
 Un ricordo gli strappò una lacrima. 
Il suo primo bacio al mare. 
Era già prete, lo mandarono via lontano affinché espiasse le sue colpe. 
Si ricompose subito da quelle fantasie; Alene era la sua donna ora, la dannata tentazione che non gli dava tregua. 
Iniziò ad ansimare, il respiro si fece pesante, nonostante fosse seduto senza fare alcuno sforzo: “Ah lasciami”, gridò.
Una mano intorno al collo lo stringeva, si sentiva soffocare e non poteva muoversi. Il sudore lo bagnò, si tolse la camicia di dosso.
Il gatto bianco davanti a lui, quegli occhi lo raggelarono e un sussulto lo fece tremare.
Era stordito e corse via, capì che non poteva stare più lì. Tornò a casa certo che se avesse pregato per bene il diavolo sarebbe fuggito.
Disse tre o quattro Ave Maria tenendo in mano il rosario. La mente lucida e riposata gli permisero di addormentarsi, ma il sonno fu agitato e pensava ad Alene: “Come hai potuto?”

Il diavolo aveva usato un buon tranello, era bella, la sua carnagione chiara e liscia, i capelli scuri, gli occhi a mandorla.



 Maverìk provava un amore impossibile e passionale, che rumoreggiava imperterrito. Il suo cuore era sospeso, fermo, morto. Se solo avesse evitato di perdonarla, il male restava raddolcito nel suo angoletto.
 Il pomeriggio successivo Maverìk si destò tardi, era già l’ora della messa e scese in chiesa passando attraverso il portone di legno che nascondeva qualcosa.C’era Alene, lo cercava e si era appoggiata al muro fuori la chiesetta, sorpreso di vederla lì, era felice. 
Così in quel cantuccio nascosti dal mondo, le prese la testa e la baciò. Quel bacio era un addio?
Alene sentì che era diverso.


(Note: 1, Vangelo di Giovanni, 13, vv 35 :Amatevi fra voi, come io vi ho amato)



Alessia di Luzio

Nasce a Penne in provincia di Pescara, il 3 gennaio 1986, dove vive attualmente.
Laureata in Lettere Moderne all’Università “G. D’Annunzio di Chieti”, è insegnante di Lettere nelle scuole medie e nel tempo libero si dedica alla scrittura di storie fantasy e fiabe per bambini.
Si interessa di letteratura per ragazzi, partecipando a dei progetti in ambito scolastico e a molti concorsi letterari.
È stata segnalata al Premio “Midgard Narrativa 2017” con il racconto fantasy “Alene”.
Coautrice del libro di racconti QUANDO SCOPPIO LA PACE: 25 APRILE 1945 , Universitas Studiorum Editore, Mantova, 2017




NOVITA EDITORIALE : Quando scoppiò la pace. 25 aprile 1945

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Antologia

Euro 14,00

ISBN 9788899459642

Il volume raccoglie i racconti selezionati fra tutti gli autori che hanno partecipato al Concorso Letterario "Quando scoppiò la pace. 25 aprile 1945". Fra tutti i contributi pervenuti, si sono privilegiati quelli ambientati, a seconda dei casi, alla fine del secondo conflitto mondiale oppure nel presente, ma con un riferimento a quel preciso momento storico; che possedessero una trama interessante e coinvolgente, una scrittura fresca, corrente e di piacevole lettura; che, al di là dell'orientamento politico e delle convinzioni dell'Autore, sottolineassero i valori della pace e della pacifica risoluzione delle controversie fra i popoli, superando la semplice contrapposizione fra "vincitori e vinti". I vari autori, ciascuno con la sua sensibilità e il suo stile, ci raccontano tante facce diverse di un unico evento storico che ha plasmato il nostro Paese e che ha ribadito per sempre l'importanza della democrazia e della libertà.

Gli autori :

Guglielmo Campione, Ilari Anderlini, Federico Bianca, Adriano Boezio
Roberta Bramante, , Antonio Maurizio Cirigliano
Giovanni Costenaro, Alessia Di Luzio, Nicoletta Fanuele
Gilberta Grasselli, Rossana Lombardi, Claudia Magnifico
Alessia Marchiori, Daniela Merlin, Martina Petralia, Michele Pillon
Carlotta Veronica Puccetti, Claudia Sartirana, Mara Sabia

Disponibile presso la Casa Editrice UNIVERSITAS STUDIORUM MANTOVA. (sconto 10%):



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"FREDDO COME UN SILENZIO, CALDO COME UN BRODO" : IL RACCONTO DI GUGLIELMO CAMPIONE NELLA RECENSIONE DI MARIANO GROSSI

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L’artista è il creatore di cose belle.
Rivelare l’arte senza rivelare l’artista è il fine dell’arte.
Chi può incarnare in una forma nuova, o in una materia diversa, le proprie sensazioni della bellezza, è un critico. Tanto la suprema quanto l’infima forma di critica sono una specie di autobiografia. Coloro che scorgono cattive intenzioni nelle belle cose, sono corrotti, senza essere interessanti. Questo è un difetto. Quanti scorgono buone intenzioni nelle belle cose sono spiriti raffinati. Per essi c’è speranza. Eletti son gli uomini ai quali le belle cose richiamano soltanto la bellezza.”

(Oscar Wilde, Il ritratto di Dorian Gray, 1890)






Direi che partendo da questo passo di Wilde si potrebbe iniziare una ricerca sul significato di un interessantissimo racconto breve confezionato con fine penna psicologica da Guglielmo Campione nel 1986 dal titolo “Freddo come un silenzio, caldo come un brodo”.

Un piccolo stralcio del pezzo ce ne dà opportuno innesco:

Penetrando attraverso quel brutto maglione logoro e sformato e quei pantaloni scuri di comune fustagno, un occhio scaltro e amante di ogni genere di disvelamento v’avrebbe senz’altro scorto quello che già v’avevo scorto io: un bel corpo giovane e ignaro di sé. Mi salutò senz’alcuna civetteria e con una voce flebile bassa e cantilenosa da bambina triste e scontenta.


Scorgere cattive intenzioni nelle belle cose: il protagonista del racconto ravvede ex senell’abbigliamento sciatto della coprotagonista l’occultamento voluto e maldisposto di una bellezza che egli vorrebbe fruire per se stesso secondo i propri canoni del bello.
Indisposto dall’apparire di quel corpoantiesteticamente inviluppato, il maschio partorisce in sé una sorta d’idea pigmalionicadi lì a poco esplicitamente formulata:

Sprofondata su una serie di cuscini azzurri del mio letto, la luce dell'idea mi fece Pigmalione interrogandomi sul come rendere quel bel corpo femmineo da Galatea segretato in unoscialbo involucro, ben più cosciente di sé .”


Ed è qui, in quest’accenno mito-filologico, che riscontreremo l’originalità dell’approccio di Guglielmo, autore e psicanalista capace di penetrare il mito nei suo anfratti psichici più reconditi (ed al professionista della materia ben noti) per dar vita ad un abbozzo di idea letteraria autonoma e volutamente ribaltante.
Procediamo per gradi, riportando il testo originale del passo ovidiano:


"Quas quia Pygmalion aevum per crimen agentis
viderat, offensus vitiis, quae plurima menti
femineae natura dedit, sine coniuge caelebs
vivebat thalamique diu consorte carebat2.
Interea niveum mira feliciter arte
sculpsit ebur formamque dedit, qua femina nasci
nulla potest; operisque sui concepit amorem.
Virginis est verae facies, quam vivere credas
et, si non obstet reverentia, velle moveri:
ars adeo latet arte sua3. Miratur et haurit
pectore Pygmalion simulati corporis ignes.
Saepe manus operi temptantes admovet, an sit
corpus an illud ebur, nec adhuc ebur esse fatetur
Oscula dat reddique putat loquiturque tenetque
et credit tactis digitos insidere membris
et metuit, pressos veniat ne livor in artus;
et modo blanditias adhibet, modo grata puellis
munera fert illi conchas teretesque lapillos
liliaque pictasque pilas et ab arbore lapsas
Heliadum lacrimas; ornat quoque vestibus artus,
dat digitis gemmas, dat longa monilia collo;
aure leves bacae, redimicula pectore pendent
et parvas volucres et flores mille colorum5
Cuncta decent; nec nuda minus formosa videtur.
Conlocat hanc stratis concha Sidonide tinctis
appellatque tori sociam adclinataque colla
mollibus in plumis tamquam sensura reponit.
Festa dies Veneris tota celeberrima Cypro
venerat, et pandis inductae cornibus aurum
conciderant ictae nivea cervice iuvencae,
turaque fumabant, cum munere functus ad aras
constitit et timide « si, di, dare cuncta potestis,
sit coniunx, opto », (non ausus « eburnea virgo »
dicere) Pygmalion « similis mea » dixit « eburnae ».
Sensit, ut ipsa suis aderat Venus aurea festis,
vota quid illa velint, et, amici numinis omen,
flamma ter accensa est apicemque per aera duxit.
Ut rediit, simulacra suae petit ille puellae
incumbensque toro dedit oscula6: visa tepere est;
admovet os iterum, manibus quoque pectora temptat;
temptatum mollescit ebur positoque rigore
subsidit digitis ceditque, ut Hymettia sole
cera remollescit tractataque pollice multas
flectitur in facies ipsoque fit utilis usu.
Dum stupet et dubie gaudet fallique veretur,
rursus amans rursusque manu sua vota retractat;
corpus erat: saliunt temptatae pollice venae.
Tum vero Paphius plenissima concipit heros
verba, quibus Veneri grates agat, oraque tandem
ore suo non falsa premit dataque oscula virgo
sensit et erubuit timidumque ad lumina lumen
attollens pariter cum caelo vidit amantem.
Coniugio, quod fecit, adest dea, iamque coactis
cornibus in plenum noviens lunaribus orbem
illa Paphon genuit, de qua tenet insula nomen".


“Pigmalione aveva visto le Propetidi vivere questa loro vita colpevole e, indignato dei difetti di cui la natura aveva abbondantemente dotato la donna, aveva rinunciato a sposarsi e passava la sua vita da celibe, dormendo da solo nel suo letto. Grazie però alla felice ispirazione dettatagli dal suo talento artistico, scolpì in candido avorio una figura femminile di bellezza superiore a quella di qualsiasi donna vivente e si innamorò della sua opera.” (Ovidio, Le Metamorfosi, Libro X)

La storia della cultura ha reso immortale la vicenda narrata da Ovidio nel Libro X de “Le Metamorfosi”: essa fu ripresa da artisti di ogni specialità e di ogni epoca.
Pigmalione, re di Cipro e grande scultore, non avendo trovato una donna degna del suo amore, viveva completamente solo. Modellò una statua, cui dette il nome di Galatea, simulacro dei suoi parametri ideali femminili, e se ne innamorò appassionatamente. Venere, mossa a pietà dalle sue preghiere, trasformò l’effigie della donna in carne viva e i due potettero sposarsi.
Pigmalione sceglie scientemente di abbandonare la realtà per rifugiarsi nella perfezione dell’arte. L’amore per la statua è un sentimento puro fondato sulla sensibilità dell’uomo, sulla propria intima esigenza di un amore autentico e lindo.
L’arte è mimesis per gli antichi, riproduzione e imitazione del reale. Qui l’opera d’arte non riproduce un oggetto reale, ma mira a rendere concreta un’idea: l’artista forgia una realtà migliore del reale.
“Questa aveva l’aspetto di una fanciulla vera, tanto che la si sarebbe creduta viva e desiderosa di muoversi, se non l’avesse impacciata il pudore. L’arte era tanto grande da non apparire addirittura. Pigmalione stesso è preso dall’immagine di quel corpo e contemplandolo concepisce una passione ardente.”(Ovidio, Le Metamorfosi, Libro X)

Realtà sopravanzata in bellezza dall’arte con conseguente sanzione di autonomia di quest’ultima rispetto al dato obiettivo e svincolo di limiti all’elaborato individuale dell’artista!.

“Tornato a casa, andò dalla statua della sua ragazza, si gettò sul letto a baciarla, e gli parve che si riscaldasse. Di nuovo la bacia, le tocca il petto, e l’avorio toccato si ammorbidisce dalla sua durezza e cede alle dita come la cera d’Imetto si ammorbidisce al sole e, trattata dal pollice, assume moltissime forme e con l’uso diventa usabile. Mentre stupisce e gode, ma la sua gioia è dubbiosa, temendo l’inganno, l’innamorato tocca e ritocca l’oggetto del suo desiderio. Era davvero un corpo: le vene toccate pulsavano. Allora l’eroe di Pafo pensò le parole più piene per render grazie alla dea, e intanto con le sue labbra preme quelle altre labbra finalmente vere, e la ragazza sentì i baci e arrossì e, sollevando alla luce gli occhi timidi, vide insieme il cielo e l’amante.” (Ovidio, Le Metamorfosi, Libro X)

Pigmalione aspira ossessivamente alla perfezione, template dell’artista decadente e solipsista, allergico e intollerante al quotidiano.
Una favola che afferma la capacità dell’arte non solo di riprodurre il reale, ma anche di sostituirlo: l’illusione che supera la realtà.
Vediamo qual è l’approccio pigmalionico del protagonista del raccontino di Guglielmo Campione alla creatura oggetto di desiderio:

“Così mi alzai dal letto sul quale giacevo da quando quel bruco di donna era entrata e le andai incontro,seguendo un’immagine ed una voce che diceva : “ Quando combatti una fede o una convinzione è come quando tenti di rompere un vetro. Falle fare un bagno bollente e poi un bagno gelido ! Lo specchio si romperà . così, giunto a pochi centimetri da Lei, le mollai uno schiaffo, forte in pieno volto.”

Lampante il primo ribaltamento del tessuto mitologico: non è la statua a dover assurgere a carne ed emoglobina vive, bensì una creatura pulsante che deve esser modellata a nostra immagine e somiglianza, intendendo a quello che sarebbe il nostro parametro estetico muliebre.
Ma v’è di più e spieghiamo perché: “saliunt temptatae pollice venae” scrive Ovidio: Pigmalione usa la dolcissima pressione e modulazione del dito della mano per esplorare le vene pulsanti della fanciulla da lui plasmata e che la divinità gli ha concesso, in ragione della sua venerazione, di rendere umana; il protagonista qui usa la violenza dell’intera mano per trasformare da bruco in farfalla l’essere a suo giudizio abbozzato dalla natura e che egli vorrebbe riplasmare secondo i dettami del proprio ideale agalmico e inerte.


Andiamo avanti:

“Si fece d’improvviso buio. Ma, quando ripresi conoscenza, un liquido caldo e dolciastro colava dal mio naso sulle labbra. Il mio naso sanguinava, non il suo !” 

Carne e sangue diventa la statua di Pigmalione in virtù di quella dedizione gratuita e pattuita dalla divinità, sangue sgorga dalla carne del sedicente plasmatore del racconto nel tentativo di scolpire un essere vivente dotato di propria incoercibile individualità, autonomia ed armonia.

E poi: “D'un tratto Lei ricomparve. Aveva smesso gli abiti logori e portava una mia vestaglia. Volle che la seguissi ma non parlò. Non so quanto tempo era passato. La sala da pranzo era magicamente apparecchiata in bianco candido, due candelabri a 3 candele ardevano ai due poli del tavolo e nei piatti fumava un brodo caldo. Lei mi nutriva.”


E’ l’amore di Pigmalione che rende vivo e nutre il proprio agalma immoto, qui il nutrimento al velleitario artista è dato imprevedibilmente da una creatura che, lungi da esser abbozzo, è essere vivente completo e vivificatore di per sé.
S’intersecano gli accoppiamenti sinestetici (il grigiore del cielo senza vento dei pensieri-muta sorrideva- silenzio di ghiaccio- esercito di pensieri) in questo breve racconto di Guglielmo in un matrimonio formale e sostanziale inesausto. Ma quando parliamo di sinestesia non lo facciamo solo in chiave di mero registro delle figure retoriche organicamente inserite nel tessuto connettivo del racconto, bensì perché tutto esso pare una perfetta miscellanea sagacemente ribaltata della scena ovidiana sopra descritta.
Ma non è solo l’intarsio ovidiano che ci apre una strada di intelligente lettura del mito nell’imbuto dolcissimo e caleidoscopico della sua semantica psichica; la scena dello schiaffo e dell’imprevedibile ed inspiegabile sanguinamento del colpitore, a mio giudizio,apre scenari di riferimento con un altro spunto gravidissimo di risvolti mito-psicologici, quello di Narciso.


"Fons erat inlimis, nitidis argenteus undis,
quem neque pastores neque pastae monte capellae
contigerant aliudve pecus, quem nulla volucris
nec fera turbarat nec lapsus ab arbore ramus;
gramen erat circa, quod proximus umor alebat,
silvaque sole locum passura tepescere nullo.
Hic puer et studio venandi lassus et aestu
procubuit faciemque loci fontemque secutus,
dumque sitim sedare cupit, sitis altera crevit,
dumque bibit, visae correptus imagine formae
spem sine corpore amat, corpus putat esse, quod umbra est.
Adstupet ipse sibi vultuque inmotus eodem
haeret, ut e Pario formatum marmore signum;
spectat humi positus geminum, sua lumina, sidus
et dignos Baccho, dignos et Apolline crines
inpubesque genas et eburnea colla decusque
oris et in niveo mixtum candore ruborem,
cunctaque miratur, quibus est mirabilis ipse:
se cupit inprudens et, qui probat, ipse probatur,
dumque petit, petitur, pariterque accendit et ardet.
Inrita fallaci quotiens dedit oscula fonti,
in mediis quotiens visum captantia collum
bracchia mersit aquis nec se deprendit in illis!
Quid videat, nescit; sed quod videt, uritur illo,
atque oculos idem, qui decipit, incitat error
Credule, quid frustra simulacra fugacia captas?
Quod petis, est nusquam; quod amas, avertere, perdes!
Ista repercussae, quam cernis, imaginis umbra est:
nil habet ista sui; tecum venitque manetque;
tecum discedet, si tu discedere possis!
Non illum Cereris, non illum cura quietis
abstrahere inde potest, sed opaca fusus in herba
spectat inexpleto mendacem lumine formam
perque oculos perit ipse suos; paulumque levatus
ad circumstantes tendens sua bracchia silvas
"Ecquis, io silvae, crudelius" inquit "amavit?
scitis enim et multis latebra opportuna fuistis.
Ecquem, cum vestrae tot agantur saecula vitae,
qui sic tabuerit, longo meministis in aevo?
Et placet et video; sed quod videoque placetque
non tamen invenio; tantus tenet error amantem.
Quoque magis doleam, nec nos mare separat ingens
nec via nec montes nec clausis moenia portis;
exigua prohibemur aqua. Cupit ipse teneri;
Nam quotiens liquidis porreximus oscula lymphis,
hic totiens ad me resupino nititur ore.
Posse putes tangi; minimum est quod amantibus obstat" .


Come il ragazzo infrange le sue velleità contro una superficie riflettente naturale trovandovi la morte, qui nel vulnus che il protagonista vorrebbe infliggere alla sua potenziale statua plasmabile è ravvisabile lo stesso crash lacerante contro lo specchio, contenitore delle volizioni irrealizzabili di se stesso e dei propri oggetti di desiderio.
Come Narciso Pigmalione non vede fuori di sé e plasma la sua idea finita e perfetta di realtà, ma egli ha la capacità creativa che gli ha permesso la realizzazione della sua brama d’amore.
Il nostro protagonista in altri termini assomma in sé le negatività e la pars destruens di entrambi ribaltandole e dissimilandole.

E qui ci fermiamo perché il nostro umile contributo alla lettura esegetica del passo a nostro giudizio strutturalmente pregno di bivalenze letterarie, non può non contenerne altre di più pregnante impronta psicanalitica; e noi siamo onorati di rischiararne questi ulteriori anfratti in virtù del contributo diretto datoci dall’autore G. Campione :

Il protagonista vede, mutatis mutandis, anche le belle cose nelle brutte cose e , per fare il verso a Wilde (che tralascia questa possibilità) vede del bello al di là dell'involucro sciatto e vuole restituire tale percezione veritiera alla donna.
Non lo fa mediante complimenti, secondo il cliché dell’interlocuzione maschio-femmina, perché sa che come al malato immaginario non si può dire che non ha nessuna malattia,ugualmente non ha nessuna possibilità di successo convincere qualcuno d'una convinzione che non ha.
Ed è questa la sua pretesa, la hýbris del Pigmalione.


Lo schiaffo, richiama l'effetto caldo freddo che spacca il vetro : "Quando combatti una fede o una convinzione è come quando tenti di rompere un vetro. Falle fare un bagno bollente e poi un bagno gelido (...) , questa dicotomia dirompente e ossimorica richiama ed è richiamata dal titolo e dalla chiusa: “Freddo come un silenzio, caldo come un brodo”.
Megalomanicamente/messianicamente (io ti salverò) si assume il compito (in fondo non richiesto e dunque non relazionale ma autoreferenziale) di "combattere una fede o una convinzione". Egli pensa che solo l'effetto crash possa svegliare dal sonno questa bella addormentata (altro tema adombrato) e, non si capisce bene come , donarle al risveglio una consapevolezza della sua bellezza che la conduca a vestirsi bellamente da bella per assecondarla anziché nasconderla.
Freud non sarebbe stato d'accordo, perchè la consapevolezza, come la democrazia, non si esporta né si regala, si conquista bensì da soli grazie anche agli altri.
La tematica è quindi senz'altro narcisistica, tener presenti solo i propri bisogni, ma sfiora quella della nuova nascita, della conoscenza di sé, del mettere al mondo sé stessi come questo bel passo di una lettera di Lou Salomè a Freud sottolinea :
" (…) al fine si aggiunge un terzo significato di narcisismo più bello degli altri: accanto a quel Narciso che innamorato si specchia triste solo quando come vuole la leggenda è costretto a farlo per imposizione nevrotica, e accanto a quell’altro narcisismo a cui il nome non si confà in alcun modo perché questo Narciso non si specchia bensì diviene, mette al mondo se stesso e quindi in effetti in senso psicoanalitico simbolico esce dall’acqua quantunque come e mera immagine, si pone infine il Narciso della scoperta di se stesso, colui che conosce se stesso". (Lou Andreas Salome. “I miei anni con Freud”)”
(G.Campione)


Ancora una volta il sostrato classico e l’expertize psicanalitico permettono a Guglielmo di confezionare trame simbolistiche originalissime, vivificate dalla propria interiore gnosis del mito, delle debolezze umane, della vita. Ancora una volta piacevolissimo è addentrarsi nella semantica delle sue trame e dei suoi orditi già sperimentati allorché ne recensimmo il volume di liriche “Il lungo cammino del fulmine”!.