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La mente può trovarsi in stati diversi , il sonno ,il sogno, la trance,l'ipnosi,l'attenzione fluttuante,
l'estasi,la preghiera,la meditazione,la creatività artistica e scientifica,
l'esplorazione dello spazio e degli abissi marini,l'agonismo sportivo.

Stati della mente pubblica lavori originali o già pubblicati con il consenso degli autori, interviste e recensioni di libri e promuove eventi culturali e scientifici.

1° DICEMBRE : giornata mondiale contro l'AIDS 2015 : il virus dell’HIV e i comportamenti sessuali rischiosi oggi. di Maria Rita Milesi

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Parlare di HIV e di AIDS non è sempre facile.

Gli ostacoli alla comunicazione su questo argomento derivano dal fatto che parlare di AIDS significa affrontare tematiche relative alla sessualità, ai rapporti sessuali (omo ed eterosessuali), all’uso corretto del preservativo, all’uso di sostanze stupefacenti e quindi tematiche che coinvolgono aspetti molto delicati e fortemente legati al clima educativo e religioso in cui tutti noi siamo immersi.

La prevenzione: difficoltà e ostacoli

I comportamenti per prevenire l’infezione da HIV si basano sulla conoscenza del virus e delle sue modalità di trasmissione. Sappiamo che tra i liquidi biologici in grado di veicolare l’infezione da HIV, oltre al sangue e al latte materno, vi sono lo sperma, il liquido precoitale e i secreti vaginali. Questo dovrebbe portare ciascuno ad attuare comportamenti responsabili nei confronti di sé e degli altri.

Eppure, la prevenzione rispetto al virus dell’HIV incontra numerosi ostacoli.

Per esempio, perché alcune persone rischiano se pur adeguatamente informate?

Un altro problema riguarda le particolari caratteristiche di questa patologia e il modo in cui è avvenuto il processo di divulgazione delle notizie dal momento della sua scoperta.

L’Aids è una malattia a decorso piuttosto lento e coinvolge un numero relativamente limitato di persone. Queste caratteristiche potrebbero aver causato una particolare condizione di “invisibilità” sociale degli ammalati di Aids agli occhi della maggioranza delle persone. Tale condizione di “invisibilità”, a sua volta, potrebbe favorire la sottostima del pericolo, ma anche l’incapacità di collegare le conoscenze possedute con i comportamenti adeguati a prevenire l’infezione.

Il ruolo dei mass-media


Nel corso di questi anni alcuni aspetti hanno contribuito a creare un clima di confusione e disorientamento, quali il tono allarmistico con cui sono stati presentati gli effetti della patologia, l’enfasi drammatica con cui è stata resa nota al grande pubblico la difficoltà a trovare farmaci adeguati a fronteggiarla.

Facendo un passo indietro, agli anni ottanta, si può ricordare come l’argomento Aids sia stato considerato e trattato dai mass media in modo tendenzialmente scandalistico, e questo non ha certamente contribuito a portare chiarezza.

Così, all’inizio, il messaggio trasmesso e divulgato dai media è stato preoccupante e liberatorio allo stesso tempo: esso comunicava al mondo che era comparsa una nuova malattia, che essa era incurabile, ma che colpiva solo alcuni individui, in particolare omosessuali e tossicodipendenti.

In una seconda fase il messaggio è stato parzialmente modificato: ora l’Aids poteva colpire tutti, anche chi non apparteneva ai gruppi a rischio, ma era sufficiente adottare alcune precauzioni basilari per prevenirlo.

Oggi, la maggior parte del mondo scientifico ha cominciato a rivalutare proprio l’influenza di alcuni stili di vita e di alcuni comportamenti a rischio sulla possibilità di contagio del virus HIV.

Perché alcune persone rischiano pur se adeguatamente informate?

Si è osservato che la conoscenza degli effetti negativi di un certo comportamento - riguardo alla salute in generale - e delle modalità per prevenire tali effetti non è di per sé sufficiente a indurre le persone ad adottare misure adeguate alla prevenzione. Ciò accade perché i processi psichici che mediano la relazione tra conoscenze e comportamenti sono assai numerosi e complessi.

Inoltre, per ciò che concerne l’HIV, significa affrontare un tema che coinvolge numerose dimensioni psicologiche, quali quelle dell’affettività, della relazione con gli altri, della sessualità e anche della morte.

La problematica relazionale

Introdurre un argomento razionale in un momento dominato dall’emotività può essere fonte di imbarazzo e di difficoltà di natura relazionale, di conseguenza può risultare molto difficile:

- la comunicazione riguardante l’HIV all’interno della coppia

- a negoziazione dell’utilizzo del preservativo

- l’autotutela, tra cui la capacità di dire di no

I rapporti sessuali si configurano come una situazione emotivamente e fisicamente coinvolgente in cui può essere estremamente difficile negoziare con il partner l’utilizzo di pratiche contraccettive efficaci; inoltre, per alcune persone può essere difficile superare la propria insicurezza nella gestione delle relazioni interpersonali con l’altro sesso.

Per molte persone (e soprattutto per i più giovani) può risultare particolarmente difficile programmare l’uso di metodi contraccettivi: predisporre in anticipo un’adeguata protezione contraccettiva implica accettare e segnalare al partner la propria disponibilità ad avere rapporti sessuali.

La segnalazione di disponibilità al rapporto può contribuire a favorire un’immagine di sé connotata negativamente: il soggetto preparato sul piano contraccettivo può essere percepito e giudicato come “sessualmente esperto”, e se si tratta di una ragazza, le connotazioni negative sono ancora più accentuate.

Esistono delle barriere psicologiche che ostacolano questo tipo di conversazione con il/la partner, inclusa la mancanza di modelli di ruolo appropriati per poter esprimere all’altro/a la richiesta e connotarla come segno di rispetto e di cura reciproca.

Le capacità di non subire passivamente le situazioni a rischio ma di agire attivamente in modo da sviluppare contromisure adeguate, sembrano più difficilmente gestibili da parte delle femmine, soprattutto le adolescenti: il principale fattore inibitorio è rappresentato dalla volontà di non rompere l’aura romantica che circonda il rapporto sessuale.

Perché non si utilizza il preservativo?

In molte persone è diffusa la convinzione che usare il preservativo renda meno piacevole il rapporto: tale opinione si riscontra in percentuale più elevata nei maschi che nelle femmine.

Un secondo elemento (relativo soprattutto ai più giovani, ma non solo) concerne l’imbarazzo nel comprare i preservativi: la maggioranza degli adolescenti, sia maschi che femmine, dichiara di essere a disagio nell’entrare in farmacia o al supermercato e di provare vergogna al momento dell’acquisto.

Un terzo aspetto si riferisce, invece, ad una percezione (anche questa riguardante soprattutto gli adolescenti): una percentuale piuttosto elevata di ragazzi ritiene che è molto o abbastanza diffusa tra essi l’abitudine di non usare il profilattico la prima volta che si fa l’amore con un/una partner nuovo/a.

Vi è poi la convinzione che il rapporto sessuale debba essere naturale, spontaneo, cosicché il contraccettivo viene percepito come un’interferenza al piacere personale e alla spontaneità. Soprattutto tra gli adolescenti sembra prevalere l’ideale dell’amore romantico, intenso, anche se di breve durata, che mal si armonizza con la preoccupazione di correre dei rischi.

In generale, possiamo dire che i nostri comportamenti contraccettivi sono guidati dalle seguenti concezioni:

- presentismo (agisco oggi e non penso troppo al domani)

- pragmatismo (non so cosa farò, deciderò sul momento)

- concezione fatalista della salute (se mi deve capitare, mi capiterà)

- reversibilità delle scelte (non è detto che debba sempre rischiare, quando deciderò di smettere, smetterò).

Le concezioni soggettive della salute

La salute è indubbiamente un valore per ognuno di noi. Se ne trovano molteplici testimonianze, sia nel senso comune, sia a livello scientifico. Basti pensare agli sforzi della medicina per debellare le malattie, gli investimenti economici nella ricerca, gli investimenti personali (diete, ginnastica, ecc.), il bombardamento dei mass-media sul tenerci sani ed in forma. Tuttavia, vi sono concezioni soggettive della salute e della malattia: per alcune persone altri valori sono considerati più importanti della salute, come ad esempio vivere una vita emozionante, che può portare anche all’adozione di comportamenti “a rischio”, senza preoccupazione per gli eventuali effetti nocivi, oppure la convinzione spesso irrealistica di poter controllare comunque gli eventi.

Molte malattie, infatti, sono dovute a comportamenti “non sani”, quali assunzione di droga, abuso di alcool, fumo, alimentazione sbagliata, mancanza di esercizio fisico, stile di vita stressante, non uso delle cinture di sicurezza.

Secondo il Modello delle credenze sulla salute (Health Belief Model, Becker 1974), le decisioni di un soggetto di compiere azioni che influenzano la propria condizione di salute in termini sia positivi (prevenzione) che negativi (comportamenti a rischio), sono governate da specifiche credenze sulla salute.
Esse riguardano:

1.Le credenze circa la suscettibilità o vulnerabilità che l’individuo sostiene di avere per una certa malattia. Molte persone considerano se stesse come invulnerabili a quasi tutte le malattie, una situazione nota comeottimismo irrealistico. La percezione del rischio personale è di gran lunga inferiore alla percezione del rischio altrui; in altre parole, gli eventi negativi sono visti molto più probabili accadere a qualcun altro piuttosto che a se stessi. Nel caso dell’AIDS, inoltre, il rischio è percepito più verso gruppi specifici (es. omosessuali) piuttosto che comportamenti specifici. Si instaurano reazioni di allontanamento e di negazione del problema. Ciò avviene perché il soggetto non tollera una continua percezione del rischio; inoltre, la vulnerabilità è un ammissione di fragilità.

2.La percezione di gravità di una certa malattia, che riguarda la considerazione di quanto seri potrebbero essere gli effetti di una malattia nella propria vita sul piano clinico e sociale.Di solito le persone si sentono relativamente poco minacciate dagli esiti negativi a lungo termine, che possono anche non verificarsi e sono difficili da immaginare. Questo è proprio il caso dell’HIV, dove le eventuali conseguenze negative dei comportamenti sessuali, poiché sono lontane nel tempo rispetto alla scelta comportamentale rischiosa, hanno scarse capacità inibitorie: non c’è una immediatezza tra cause ed effetti. Inoltre, tanto più un evento è percepito come grave (e l’AIDS è una sindrome che porta alla morte), meno è percepito come rischioso: ci si sente ancor più invulnerabili gravità e invulnerabilità sono due variabili che interagiscono tra di loro.

3.La percezione di efficacia, cioè dei costi e dei benefici che avrebbe una data azione volta a preservare la propria salute. Si è osservato che le persone che adottano comportamenti di prevenzione sono quelle per cui i costi sono minimi Per quanto riguarda l’HIV, l’azione di chiedere al partner di usare il preservativo potrebbe risultare costosa, ad esempio per la vergogna, oppure per il timore di allontanare o perdere l’altro.

La percezione di controllo sulla propria salute

Un altro fattore importante riguarda la percezione che la propria salute sia, almeno parzialmente, sotto il proprio controllo e la propria responsabilità (controllo interno) o dipenda, invece, totalmente da eventi esterni su cui è impossibile esercitare un controllo (controllo esterno).

Chi ritiene di poter incidere con il proprio comportamento sulla propria salute evita maggiormente i rapporti sessuali a rischio; al contrario, coloro che sono convinti che il destino della loro salute non sia nelle loro mani e non si percepiscono come responsabili di comportamenti sessuali che possono causare un danno alla salute conducono una vita sessuale promiscua. Inoltre, chi pensa che la propria salute sia sotto il proprio controllo fa un uso sistematico di metodi contraccettivi.

La percezione di efficacia

Una componente essenziale delle capacità/abilità necessarie per ridurre i comportamenti a rischio sembra essere rappresentata dalla Self-efficacy degli individui (Bandura, 1977), cioè dalle credenze/convinzioni delle persone relativamente alle proprie capacità di adottare con successo determinati comportamenti.

Il successo nell’adottare un comportamento non dipende solo dalla reale presenza delle capacità necessarie, ma anche dalla convinzione di essere capaci di utilizzare queste abilità nelle situazioni che lo richiedono. Infatti, quando una persona non è convinta delle sue capacità personali non riesce a gestire realmente la situazione, pur sapendo cosa fare e avendo la capacità per farlo. Un sentimento di inadeguatezza personale può produrre una discrepanza fra conoscenze sull’AIDS e adozione effettiva di comportamenti preventivi.

Gli interventi basati su questa metodologia hanno cercato di sviluppare, attraverso il training, soprattutto alcune capacità nei rapporti sessuali, quali l’assertività e la capacità di comunicare/negoziare con il partner.

Autotutela e assertività

La comunicazione assertiva è uno stile di comunicazione in cui chi comunica tende a porre sullo stesso piano se stesso e l’interlocutore. Questo significa che i bisogni propri e dell’altro, le idee proprie e dell’altro, gli obiettivi propri e dell’altro sono posti sullo stesso piano.

Nell’ambito di un’attività sessuale non a rischio, assertività significa saper difendere con convinzione il proprio desiderio di voler praticare un sesso sicuro, senza temere di essere rifiutati o di ferire i sentimenti del partner. Per poter fare questo, però, è necessario che i due membri della coppia siano capaci di comunicare fra di loro, in modo da poter negoziare con successo le intenzioni di adottare misure preventive nel rapporto sessuale.


Bibliografia


Becker MH (1974). The health belief model and personal health behaviour. Health Education Monographs; 2 (4): 324-473.

Bandura A. (1977). Self-efficacy: Toward a unifying theory of behavioral change, Psychological Review; 84: 191-215.





Dott.ssa Maria Rita Milesi

www.mariaritamilesi.it



'Ordine degli Psicologi della Regione Lombardia n. 03/8117 dal 24/03/2004


Laurea in Psicologia Clinica e di Comunità, e successivamente la specializzazione in Psicologia Clinica, presso l’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano.


Formazione in Psicoterapia Psicoanalitica.

Master di II Livello in Sessuologia Clinica presso la Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università degli Studi di Pisa.

Psico-oncologo di II livello della Società Italiana di Psico-Oncologia (SIPO)


Dal 2007 al 2013 ha insegnato presso l'Università Vita-Salute San Raffaele di Milano, in qualità di Professore a contratto. Ha tenuto per diversi anni i corsi di "Psiconcologia" e "Applicazioni di Tecniche del counselling" e ha seguito come relatore o correlatore numerose tesi di laurea degli studenti dell’Ateneo e svolto il ruolo di tutor per i tirocini post-laurea .

PSICOLOGIA DEL TERRORISMO : Gli attentati di Parigi e Beirut e lo stato mentale dei terroristi . di Guglielmo Campione

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Assistendo inerme all'ignobili recentissimi attentati di Parigi , Beirut ho pensato che si può giustificare a sè stessi un gesto sanguinario così odioso solo permanendo a lungo in uno stato mentale caratterizzato da megalomania e tratti schizo paranoidei tipico degli psicotici e delle ideologie totalitarie senza mai poter accedere all'altra polarità del funzionamento mentale definito simbolicamente "depressivo" secondo l'accezione del termine che ne diedero Melania Klein e Wilfred Bion - e cioè senza mai riuscire ad accedere alla consapevolezza della propria vulnerabilità personale per cogliere l’altrui vulnerabilità .


L'etica non è che la conseguenza morale della possibilita di sapere che esiste un altro , di sapere che non esisto solo io.


L'empatia è la possibilita di immedesimarmi e di sentire le emozioni che prova l'altro e si basa sulla capacita che ho io di essere consapevole delle mie emozioni. Non posso provare le emozioni dell'altro se non sento le mie.


Classicamente in criminologia l'alessitimia e l'assenza di empatia sono alla base delle psicopatie antisociali: gli assassini non sentono il dolore della vittima nè il proprio dolore per il dolore della vittima e quindi non possono accedere al senso di colpa e alla possibilità riparativa.


Ora mi chiedo quanto sono consapevoli della propria vulnerabilità i terroristi dell'ISIS ?


Quale timore paranoico impedisce loro di vedere nella morte dell'altro la propria morte ?


Franco Fornari, nella sua sempre insuperata opera del 1966 "Psicoanalisi della guerra" parlò di elaborazione paranoica del lutto: il lutto non è più sofferenza per la morte della persona ma uccisione di un fantomatico nemico pensato come uccisore anche se non direttamente come nel caso delle povere vittime di Beirut e Parigi ma simbolicamente.



Pare essersi ulteriormente allentato il legame significante : ieri se eri un bianco occidentale cristinao o ebreo rappresentavi l'occidente e il male . In questo caso potresti essere un musulmano , e pure un integralista che sta passeggiando nello stesso luogo dove un altro si fa esplodere o esplode raffiche a casaccio .


L'originario sentimento interno depressivo normalmente emergente sotto forma di senso di colpa per la morte di una persona viene eluso .infatti, pensando che la responsabilità non sia propria ma di un nemico esterno rappresentato in qualche modo dalle vittime che devono, come questo caso dimostra, essere solo accomunate dal fatto di vivere in una città assurta a simbolo del male. Tra le vittime ci sono infatti marocchini , tunisini oltre che italiani, francesi ecc.



Julia Kristeva dice che possono essere musulmani ma anche giovani laici, ebrei, cattolici che a un certo punto prendono la strada della radicalizzazione islamica, una malattia di ideali nel senso che i giovani hanno un fortissimo bisogno di ideali e la loro radicalizzazione rappresenta un fallimento dell'umanesimo la cui vocazione un tempo era rappresentata dall'analisi e dalla rivalutazione delle religioni , che ora non si fa piu, sia nei loro aspetti umanizzanti che in quelli minacciosi e integralisti.


Vogliono vendicarsi delle banche, degli ebrei e tutto quello che percepiscono come autorità".


La differenziazione non è una funzione presente in questi stati mentali, tutto è uguale : identificazioni a massa come diceva Eugenio Gaburri .



"Si tratta di stati preindividuali della mente caratterizzati dal predominio degli stati emotivi (protoemozioni) sulle relazioni affettive e quindi sulla capacità di pensiero.


Dolorosamente, nella cultura attuale, osserviamo fenomeni di aggregazioni ideologiche “a massa” intorno a emozioni grezze, non pensate e non specifi-che. Questo richiamo all’aggregazione emotiva riattiva atteggiamenti supina-mente conformistici" ( Gaburri, Ambrosiano )


Gli Autori degli attentati memori di bombardamenti e uccisioni subite paradossalmente condividono un comune destino di morte con le vittime dei loro gesti sanguinari ,non riuscendo neanche lontanamente a pensare insieme a Noi occidentali ( oggi vittime ma ieri invasori e autori di omicidi di guerra ) una possibile elaborazione comune del lutto che è l'unica base per costruire una pacifica convivenza.


L'unica loro possibile via per l'elaborazione del lutto, dell'emarginazione , dell'esclusione , della disoccupazione, è quella della vendetta.


Solo una così asfittica ottica egoica può giustificare l'omicidio .


Su un altro versante , mi chiedo quanto questo delirante modo di vivere il Monoteismo e interpretarlo ,possa essere considerato una proiezione dell'ottica monolitica e mono oculare del'ego-centrismo etno-centrico , qualsiasi provenienza culturale abbia.


Si tratta di uno stato mentale di coscienza modificato ? Di Ipnosi collettiva ?



Leonardo Montecchi è intervenuto su questo tema recentemente con un breve saggio dal titolo


"Stato di coscienza delle bombe umane".


Dice Montecchi : " Qual'e' lo stato di coscienza di una persona che attacca a mano armata un concerto uccide più persone possibile e poi si fa esplodere per aumentare le morti?


Nel libro di Bifo Heroes troviamo una interessante analisi di queste situazioni:


Il 20 luglio 2012 al Cinema Aurora nel Colorado mentre proiettavano il cavaliere oscuro-il ritorno James Holmes travestito come tanti altri spettatori, come un personaggio del film, come Joker il cattivo, apre il fuoco ed uccide 12 persone e ne ferisce 58. Gli spettatori all'inizio non capiscono di cosa si tratta, pensano sia una trovata pubblicitaria.


Anche al Bataclan a Parigi, all'inizio i partecipanti al concerto pensavano si trattasse di una azione scenica e non di un attacco.


Anders Behring Breivik ha programmato il suo attacco il 23 luglio 2011 uccidendo 77 persone perché si ritiene "salvatore del cristianesimo".


Il 24 marzo 2015 Andreas Lubitz trascina nella sua morte 150 persone che si trovano sull'airbus A-320 di cui è secondo pilota perché è depresso.


Secondo me, queste tre persone al momento in cui hanno realizzato il loro piano si trovavano certamente in uno stato di coscienza modificato che possiamo definire come uno stato di transe.


La transe di Holmes sembra essere molto simile ad una transe di possessione. Il personaggio Joker si è totalmente impadronito dell'ideale dell'io di Holmes. Breivik sembra avere avuto più una sorta ti transe sciamanica, una modificazione della coscienza che gli ha permesso di " vedere" che cosa stava succedendo e come si poteva fermare "l'infezione spirituale".


Lubitz si è caricato il peso dell'angelo sterminatore, identificandosi con lui in una transe apocalittica.


Tuttavia, questi stati modificati di coscienza, sono avvenuti in soggetti senza un apparente contatto con un gruppo e meno che mai con "maestri" di cui sarebbero stati adepti.Si tratta di transe individuali.


Il gruppo di Parigi, come gli altri gruppi che agiscono in medio oriente quotidianamente, sembrano invece essere legati ad un " maestro" o ad un insieme di maestri, da un vincolo molto forte simile a quello descritto nel passato per Ḥasan-i Ṣabbāḥ conosciuto anche come il " Veglio della Montagna" che dalla fortezza di Alamut inviava gli adepti della setta al-Hašīšiyyūn ad assassinare nelle moschee o in luoghi simbolici i suoi nemici ed i nemici degli ismaeliti nizariti.Si dice che gli "assassini" ubbidissero agli ordini fino a suicidarsi solo per un cenno del maestro. Questo tipo di legame a a che vedere con la forma di transe che Georges Lapassade chiama dispotica.


Per passare da una transe individuale ad una collettiva e' necessario il potere dispotico.


Dice Lapassade nel saggio sulla Transe:


"Perché la transe si collettivizzasse, è stato necessario l’intervento attivo di un potere organizzatore. Questo potere si è dovuto impadronire della transe, farsene carico, organizzarla al fine di servirsene e farla servire al potere costituito"


Quindi gli eventi di Parigi ci mostrano l'emersione di un " esercito di sonnambuli" come ci hanno descritto i Wu Ming nel loro romanzo.


Si tratta di persone condizionate ad agire secondo un vincolo ipnotico potentissimo da un potere costituito che se ne serve per i suoi fini.


Non sarà facile sciogliere quel vincolo, certamente,se c'è un senso in questa analisi, e' necessario partire dal potere del despota e renderlo inoffensivo. Bisogna decostituire quel potere e non e' solo un problema militare.


Non so se i " sonnambuli" si possono liberare dalla loro possessione a partire da nuovi vincoli orizzontali.Temo che l'induzione dello stato modificato dovuto ad un ordine sia quasi impossibile da contrastare. Ma, credo qui si giochi l'importanza ed il senso di appartenenza alla cultura della libertà.


Penso non sia sufficiente l'idea, e' necessaria una pratica di cambiamento nelle periferie europee, un forte contrasto non solo alle prediche ma anche alle pratiche del fondamentalismo che investono in programmi sociali e non solo nelle parole.La nascita e lo sviluppo di vincoli sociali liberi che favoriscano la circolazione degli affetti e dei sentimenti. La costruzione progressiva di una comunità che viene".


Altri due articoli sulla Stampa recente intervengono sull'argomento : Repubblica ,Liberation e l' Internazionale, dando un contributo informativo sulla possibile implicazione neurochimica di questi stati mentali omicidi e suicidi :


Nell'articolo intitolato "Una pasticca per togliere la paura: cos'è il Captagon, la "droga dei jihadisti" Anna Zippel su Repubblica.it scrive " :


Si chiama Captagon, costa dai 5 ai 20 dollari a dose ed è considerata "la droga della Jihad": si tratta di un mix di anfetamina (cloridrato di fenetillina) e caffeina che - miscelato anche ad altre sostanze - inibisce totalmente la paura e il dolore, provocando forte euforia. Nata inizialmente per essere utilizzata nei droga-party "borghesi" nei Paesi del Golfo (in primis in Arabia Saudita) e prodotta da decenni soprattutto in Medio Oriente, ha trovato da tempo la sua nuova patria in Siria, che ne è diventata il primo paese produttore, e dove si è diffusa capillarmente tra i militanti della 'Guerra santa".


Ad aiutare i jihadisti a compiere le loro carneficine, c'è dunque anche questa molecola, che viene assunta più che altro oralmente ma anche per iniezione: per fare due esempi, i medici che hanno eseguito l'autopsia ne hanno trovato tracce nel corpo di Seifeddine Rezgui, il 24enne terrorista tunisino che nel giugno scorso ha ucciso 38 persone sulla spiaggia di Sousse, e grandi quantità erano contenute nelle tasche dei combattenti dell'Isis uccisi dai curdi a Kobane durante gli scontri per liberare la città.


Sintetizzato negli anni '60 come psicofarmaco, il Captagon è stato proibito negli anni '80 dall'OMS perché crea dipendenza ma, come riporta un articolo di Libération, stando all'Organizzazione mondiale della dogane (Omd) i sequestri in Medio Oriente tra 2012 e 2013 sono passati da quattro a undici tonnellate. Secondo un report dell'Onu pubblicato nel 2013, è in Medio Oriente che avviene il 63% dei sequestri di anfetamine a livello mondiale. E giusto un mese fa, la polizia aeroportuale di Beirut ha sequestrato due tonnellate di pasticche di Captagon nascoste nell'aereo privato di un principe saudita.Adesso, dopo gli attentati di Parigi, si indaga per capire se le siringhe trovate nella stanza occupata da Salah Abdeslam (ritenuto la "mente" degli attacchi) nell'Appart'City Hotel di Alfortville, nell'Ile de France, siano servite per fabbricare le cinture esplosive dei kamilaze o per iniettarsi, appunto, la droga".


Sulle colonne della Rivista Liberation tradotto in italia dall'Internazionale si legge che lo psichiatra Ramzi Haddad ha detto alla Reuters che questa droga “crea una specie di euforia: non dormi, non mangi, ma le energie non ti mancano”,fa scomparire la paura e la fatica.

Il Captagon viene prodotto a partire dalla fenitillina, una molecola anfetaminica che viene mischiata con la caffeina.

Questa combinazione stimola la dopamina e migliora la concentrazione dell’individuo, secondo lo psichiatra libanese Elie Chédid, intervistato dall’Orient-Le Jour.

Per queste ragioni in passato il Captagon era usato come farmaco, in particolare per il trattamento della narcolessia e dell’iperattività, prima di essere considerato una sostanza che crea dipendenza, ed essere vietata in molti paesi dal 1980. Dopo il 2011, la fabbricazione di Captagon in Libano, che fino a quel momento era stato il primo paese produttore, si è spostata in Siria.La maggior parte delle pillole è ora prodotta in Siria, ha dichiarato un funzionario antidroga libanese alla Reuters. La droga viene poi trasportata in barca o in auto dalla Siria, in Libano e Giordania. Secondo le cifre dell’Organizzazione mondiale delle dogane (Omd), la quantità di pillole sequestrate nel paese della penisola arabica è aumentata: nel 2013 sono state sequestrate undici tonnellate di Captagon contro le quattro tonnellate dell’anno precedente. Venduto a un prezzo che va dai 5 ai venti dollari a pasticca, il Captagon ha un potenziale economico enorme".


Quale siano i suoi molteplici detonatori , appare chiaro che il comportamento violento, confinato nel cervello Rettile-Amigdalico, periodicamente riemerge sovvertendo drammaticamente il primato della nostra più grande conquista evolutiva : la neo corteccia e la funzione della coscienza etica empatica affettiva sociale e razionale.

L'Evento "EMOZIONI NEL PROFONDO " di Guglielmo Campione all'Acquario di Milano : reportage di Gabriella Campione

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La meravigliosa Palazzina Liberty dell'Acquario di Milano in Parco Sempione, uno dei pochi esempi dell'Expo del 1906 , ha ospitato l'evento "Emozioni nel profondo " di Guglielmo Campione,
grazie alla gentile ospitalità del Comune di Milano ,della Biologa Direttrice del'Acquario dr.ssa Ancona , di Giovanni Cannova Trainer SNSI e Presidente di Med Blu ,Scuola subacquea Milano,ed Eugenio Mongelli Ingegnere e istruttore subacqueo , amministratore delegato di TEMC DE OX .




Un viaggio visivo e uditivo nel mondo del “profondo che passa in rassegna le molteplici valenze  dell’esperienza umana antica e contemporanea dell’immersione.

L’asse portante della conferenza-spettacolo  di Guglielmo Campione è l’immagine e la visione cinematografica  in cui l’Acqua ,nelle sue accezioni simboliche, costituisce il denominatore comune.

Guglielmo Campione tesse la visione di film e la visione di immagini e fotografie in  una trama narrativa fra  scienza , psicoanalisi e  mitologia : dalle tradizioni orali delle civiltà “Semplici”(indimenticabile quella dei Dogon raccolta e trascritta dall’antropologo francese M.Griaule in ”Dio d’acqua”) alle cosmogonie , i miti sull’Origine del mondo,  accomunate  tutte dallo stesso incipit: L’Acqua  fonte primigenia di Vita.  


E’ un lungo e ricco  itinerario che, prendendo le mosse dall’esperienza originaria primigenia di galleggiamento nell’Amnios Materno ,ci  conduce al Mare, all’abbraccio  acquatico della Grande Madre.
 Strettamente intrecciate  tra di loro queste due dimensioni, ri-suonano nella nostra psiche con Echi che si rincorrono.
Filogenesi , evoluzione della specie ed ontogenesi, evoluzione dell’essere umano, ricapitolano la nostra storia personale e umana.
 Noi siamo Acqua,dall’Acqua abbiamo avuto origine.

Le immagini e i filmati delle leggende sulle Selkie o Donne Foca delle isole Orkland , quelli dell’Uomo Pesce (o Colapesce o Niccolò Pesce) dell’area del mediterraneo, accompagnano il “racconto”di questo viaggio,ricomponendo   le numerose tessere dell’infinito mondo delle Acque.

I filmati sulla vita intrauterina,raccolti dal National Geografic e dalla rivista Ultrasound,ci conducono in punta di piedi nel mistero acquatico della vita fetale.
L’Amnios nel quale galleggiamo per nove mesi ,costituisce la nostra prima immersione.
Numerosi studi scientifici hanno ormai appurato che nelle acque materne noi impariamo ad ascoltare la voce della madre che ci porta in grembo,a reagire alla musica che lei ascolta,a riconoscere il suo battito cardiaco,a sognare, ad emozionarci.
Le traccce di quel primo approccio con il”profondo”rimarrano indelebilmente scritte nella nostra sfera psichica.
Nasciamo”palombari”.
L’acqua genera , lava, Ri -Genera,purifica.
Così la sua  valenza simbolica ,richiama le nostre Profondità psichiche,suscita Emozioni nel Profondo.,come un “filo rosso” che attraversa  varie esperienze poetiche.

Come scrive l’autore (nel suo libro IMMERGERSI NELLA MENTE , Immergersi nel mare : l’immersione come metafora psichica , mediAterraneum editore 2015) in molti poeti italiani del primi decenni del novecento è possibile rinvenire  il riferimento all’ immersione-riemersione come metafora dell’operare poetico .



Govoni,  scrive la poesia visiva  Palombaro  immergendosi   letterariamente nel mondo sottomarino; un mondo di anfratti che svela i suoi tesori di bellezza e di poesia, la peculiarità genuina delle sue affascinanti creature che comunicano tra loro in un’inesauribile, fantasiosa esplosione analogica, dall’oloturia sacco verminoso di cenciaiuolo, alla medusa ombrello di mendicante, all’attinia ceppo insanguinato dove lasciarono i capelli serpini le sirene decapitate.

In Porto sepolto di Ungaretti, l’immersione assume invece il significato di regressione nel grembo materno.

Nei Frammenti lirici di Clemente Rebora ,in Mar che ti volgi ovunque è riva,troviamo ancora una volta la rielaborazione dello stesso tema.

Se la poesia dunque, ha teso orecchio ai richiami della profondità dell’anima/acqua,il cinema ci ha tuffato nelle emozioni dell’esperienza dell’immersione
 È proprio l’acqua ,in molti film a garantire i percorsi di ricerca di sé dei protagonisti, il loro perdersi o riconciliarsi con la natura e con il mondo.

Il cinema , dicevamo, è l’asse portante di EMOZIONI NEL PROFONDO " :

 “Stati di allucinazione” di Ken Russel,”Minority Report “ di Spielberg “Lezioni di piano”di Jane Campion, “ Le grande blue”di Luc Besson,”L’uomo delfino”, di Jacques Mayol,”Free fall e Ocean gravity”di Julies Gautier e Guillaume Nery, ci accompagnano,nel mondo sottomarino,costituendo uno straordinario supporto visivo della narrazione.

 D’altronde il cinema si è sempre confrontato con il tema dell’immersione nel profondo : Steven Spielberg con il film “Lo  squalo(1975) diede corpo ai fantasmi dell’inconscio, ai mostri – più o meno verosimili – di un abisso mentale prima ancora che fisico.
La fantascienza – si pensi solo ai labirinti d’acqua della “Zona” in Stalker (1979) o all’Oceano Pensante di Solaris (1972), entrambi di Andrej Tarkovskij, ma anche al più recente "L’infinito spazio profondo " (2005)di Werner  Herzog – ha eletto l’acqua a spazio dell’”altro”, incarnazione cangiante di qualcosa di inafferrabile, per la mente più ancora che per i sensi.

I filmati relativi ai concerti subacquei degli Aquasonic e degli Underwater concert di Michel Redolfi  dimostrano inoltre, quanto la Profondità dell’acqua possa costituire un luogo dove fare musica,  potentemente ispiratore ed evocativo. I componenti del gruppo danese Aquasonic ,suonano e cantano all’interno di teche di vetro, stando immersi nell’acqua.
 Michel Redolfi, inventore dei concerti subacquei ,Underwater concert, trasforma  i suoni prodotti sottacqua dal polistrumentista francese Thomas Bloch .
Il pubblico ascolta la musica, dentro e fuori dell’acqua galleggiando in  una piscina .



L’indagine scientifica sugli aspetti  psicofisiologici legati all’immersione ci rende consapevoli di quanto importante sia il controllo del nostro stato emotivo nell'immersione come nella vita d'ogni giorno .
Nel corso della conferenza potremo imparare a capire come muti  il nostro stato mentale durante l’immersione e su come questa fluttuazione si rifletta sul funzionamento del nostro organismo.
La consapevolezza del funzionamento del nostro corpo non può non andare di pari passo all’indagine del profondo,della nostra sfera psichica .
I continui rimandi all’una e l’altra dimensione del nostro essere corpo e psiche,rendono  affascinante ed attivo l’ascolto dello spettatore.
I fili che sapientemente vengono intrecciati tessono un magnifico Kilim di colore blu…il mare.
La sua voce si può ascoltare a Zara, in Dalmazia dove recentemente  è stato creato un organo marino,grazie all’opera dell’architetto Nikola Baši con il quale hanno collaborato scultori, tecnici del suono e … sommozzatori. Ebbene la fonte generatrice di questo strumento lungo 75 metri si trova nel mare . Lo strumento composto da 35 enormi canne,poste sopra la banchina, può generare contemporaneamente 35 suoni. La musica che viene così creata varia sempre a seconda della forza, della direzione e dell'intensità dell'onda stessa. Sostanzialmente l'onda del mare genera un'onda sonora! Quale migliore connubio!

 Dalla Genesi,ai racconti mitologici,ai filmati sulle esperienze più incredibili connesse con l’esperienza dell’immersione subacquea: un caleidoscopio  in un approccio olistico ricchissimo di input ,generoso di domande e risposte .

Un invito ad andare oltre,a immergersi nel mare dell’affascinante rapporto tra l’uomo e la materia da cui ha avuto origine.









Gabriella Campione : 

Pedagogista , insegnante, cultrice di Antropologia , Editor del volume "Il lungo cammino del Fulmine "Edizioni Il miolibro 2015, coautrice del volume "Immergersi nella mente, Immergersi nel mare : l'immersione come metafora psichica ", Editore MediAterraneum ,2015, consulente Staff conferenza spettacolo "Emozioni nel profondo ".


L'immersione subacquea e la formazione aziendale : Intervista a Gaetano Venza, a cura di Fabrizio Monteverde.

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   "Diving in the sky " 
Foto:  Guglielmo Campione 


Ormai da circa venticinque anni ti occupi di formazione psicosociale nella tua pratica professionale e la insegni sia in università che altrove. A cosa è dovuto il tuo interesse per l’outdoor e la scelta di proporre una soluzione innovativa come l’outdoor subacqueo? 



Sia come formatore che come ricercatore sono sempre stato interessato all’efficacia della esperienza formativa, alla transizione da apprendimento a cambiamento, alla realizzazione di apprendimenti trasferibili al lavoro. Sappiamo bene, infatti, come uno dei grandi limiti della formazione psicosociale d’aula sia quello della situazione simulativa. “Il lavoro è un’altra cosa” ci sentiamo spesso dire dai partecipanti mentre facciamo formazione, e non sempre è vero che con queste parole si esprimano esclusivamente atteggiamenti ‘resistenziali’, è invece vero che la distanza fra la situazione formativa ed i contesti socio-psicologici e culturali della dinamica aziendale e del lavoro è a volte troppo marcata. Rispetto a tale questione la formazione psicosociologica ha sviluppato una precisa consapevolezza che fa sì che gli interventi siano sempre meno orientati verso offerte ready made, e sempre più verso una approfondita negoziazione con la committenza che permetta la progettazione di pratiche pensate espressamente per la problematica posta a fondamento della richiesta di intervento, anche grazie ad attente procedure di analisi della domanda. L’opzione di progettare ad hoc gli interventi di formazione per assicurarsi apprendimenti pertinenti ed un soddisfacente tasso di trasferimento al lavoro di questi apprendimenti è stata inoltre negli ultimi anni ancora più avvertita a causa della specificità dei cambiamenti che hanno interessato gli scenari del lavoro, ormai richiedenti competenze caratterizzate dalla capacità di sapere rapidamente riconoscere, valutare ed affrontare problemi spesso imprevedibili, più che dal solo esercizio di procedure gestionali e modelli relazionali standardizzabili.
 L’outdoor mi è apparso come una delle migliori risposte possibili a questa esigenza formativa. Innanzitutto perché elimina del tutto la dimensione simulativa della formazione creando una situazione dove i concreti compiti da affrontare e le concrete relazioni da gestire nelle varie esercitazioni proposte dal formatore hanno come sfondo e contenitore uno scenario altrettanto concreto che conferisce al lavoro di rielaborazione che si svolge dentro l’esperienza un fondamento reale e non da immaginare come nelle esercitazioni d’aula tipiche della classica formazione psicosociale. Inoltre perché tutto questo determina una importantissima ed intensa messa in gioco, dentro il lavoro formativo, delle stesse attività mentali, cognitive ed affettivo-emotive insieme, e delle stesse attività sociali presenti nel lavoro trasformativo aziendale, e permette di ovviare anche alla necessità sempre più avvertita nei contesti del lavoro contemporaneo di realizzare apprendimenti ad alta velocità.
Nella esperienza outdoor il partecipante è totalmente coinvolto, completamente immerso (in particolare, verrebbe da dire, nell’outdoor subacqueo!) nella situazione reale che il formatore ed il suo articolato staff progettano, e deve confrontarsi con situazioni per lui nuove che richiedono di affrontare insieme al gruppo dei partecipanti problemi complessi e rispetto ai quali ha pochissime competenze tecnico-specialistiche. Non abbiamo qui lo spazio per approfondire i diversi obiettivi formativi specificamente perseguibili con l’outdoor, ma vorrei almeno citare in primo luogo l’acquisizione di flessibilità contingente e situazionale nelle modalità di espressione della leadership, e poi lo sviluppo della capacità di iniziativa, dell’autonomia, della fiducia in se stessi, nel gruppo e nella collaborazione, la scoperta e l’accettazione dell’importanza dell’apporto degli altri, del loro feedback, della cooperazione, ed infine, ma non certo per ultimo, lo sviluppo del coraggio di rischiare nell’affrontare i cambiamenti, le situazioni nuove, non ben definibili a priori, impreviste.

L’immersione subacquea con autorespiratore, cioè con le bombole e l’erogatore di aria, presenta in particolare alcune specificità che la rendono una tipologia molto particolare ed efficace di outdoor.

Se infatti requisito indispensabile di un intervento in outdoor è quello di porre i partecipanti in una situazione particolarmente sfidante perché nuova, inconsueta, profondamente diversa dagli abituali contesti organizzativi del proprio lavoro, l’immersione subacquea si caratterizza per il suo realizzarsi in un contesto così diverso addirittura rispetto alle condizioni basiche della nostra dimensione corporea, da non permettere la sopravvivenza senza l’uso di una adeguata ed efficiente attrezzatura. Questa dimensione appena citata crediamo che di per sé già permetta di intuire la potenza metaforica di questa esperienza: il nuovo, il cambiamento radicale, il profondamente diverso dal consueto, si pone come sfondo straordinario per il lavoro formativo su temi come la leadership, la membership, la comunicazione, il lavoro di gruppo in situazioni di forte cambiamento o comunque non ordinarie. Voglio inoltre sottolineare come l’outdoor subacqueo presenti un favorevolissimo rapporto fra straordinarietà dell’esperienza e relativa facilità della sua realizzazione, che richiede semplicemente di poter disporre di un centro immersioni vicino ad un buon albergo, cosa ormai molto facile da trovare.

 Aiutami a capire meglio a cosa ti riferisci quando parli di questi aspetti: come si svolge un outdoor subacqueo, in cosa vengono impegnati i partecipanti? 

Ho finora realizzato alcune sperimentazioni insieme ad uno studio di consulenza di direzione e formazione, lo studio Gae Gagliano di Catania, che ha creduto fortemente in questa mia intuizione e con cui ho condiviso l’impegno per la progettazione e la messa in opera di queste prime iniziative, dedicate al tema dell’empowerment personale, e con il quale, capitalizzata questa esperienza, abbiamo insieme messo a punto una metodica che ci convince molto.
Sulla falsa riga dei modelli di outdoor più tradizionali abbiamo organizzato delle esperienze della durata di tre giorni e mezzo, ovviamente residenziali, con partecipanti rigorosamente privi di pregresse esperienze di immersione con autorespiratore, fra i quali non pochi privi di familiarità con l’elemento liquido, ed alcuni addirittura un po’ timorosi dell’idea di immergersi.

Dopo una brevissima introduzione alla tecnica dell’immersione,  curata da istruttori brevettati che hanno poi costantemente garantito l’assistenza e la sicurezza durante tutte le immersioni realizzate a fini formativi, i partecipanti sono stati impegnati in attività complesse che richiedevano, sulla base di un preciso mandato formulato dai formatori (anch’essi subacquei brevettati), di realizzare dei compiti di gruppo e intergruppi sott’acqua, in immersioni alla profondità massima di 4-5 metri e della durata di 25-40 minuti, che richiedevano sempre un preliminare lavoro di programmazione ‘a secco’ in assetto di gruppo di decisione e di pianificazione, ed in una successiva approfondita rielaborazione della esperienza in assetto di gruppo di formazione.

Ogni esperienza, fra pianificazione, realizzazione in immersione e rielaborazione ha richiesto circa quattro ore di lavoro, per cui ne abbiamo realizzata una al mattino ed una al pomeriggio, mantenendo costantemente presente la dimensione di gruppo di lavoro ‘non simulativo’ anche mediante il pranzare ed il cenare insieme fra staff e partecipanti, e mantenendo costantemente un elevato livello di tensione positiva sul compito realizzando anche delle sessioni di lavoro serali nelle quali lo staff ha restituito i dati più significativi dei questionari che vengono somministrati subito dopo ogni esperienza e sono state proiettate le immagini più pregnanti delle videoriprese effettuate nel corso della giornata sia fuori acqua che in immersione. 

Così come in tutti gli outdoor più seri ed utili, grande importanza abbiamo dato al lavoro di rielaborazione della esperienza realizzata, durante il quale anche con l’aiuto dei feedback che i partecipanti si scambiano, in particolare su quegli aspetti dei comportamenti di gruppo ed organizzativi che quello specifico outdoor intende mettere a fuoco, ogni partecipante cerca di capitalizzare riflessioni ed apprendimenti spendibili nel proprio contesto di lavoro.
Abbiamo registrato risultati che sono andati anche al di là delle nostre aspettative e che hanno confermato la mia convinzione sulla potenza evocativa, metaforica, e poi trasformativa di questa esperienza, la sua capacità di attivare riflessioni su di sé, scoperta, forte autoconsapevolezza.
Voglio inoltre aggiungere che è di grande utilità realizzare poi, a distanza di circa uno-due mesi dall’outdoor, una mezza giornata di follow-up per verificare con i partecipanti l’utilità della esperienza e per realizzare un più efficace collegamento fra formazione e lavoro in particolare mediante la riflessione su eventuali circostanze lavorative che si sono rivelate occasioni per mettere in pratica i cambiamenti frutto della esperienza maturata dentro l’outdoor.
Dunque con la subacquea realizzi una forma particolarissima di outdoor, e questo amplia il ventaglio delle possibili tecniche di cui disponiamo.

 Ma ritieni che l’immersione abbia anche altre specificità che la differenziano dalle altre tecniche e che la rendono particolarmente adeguata o addirittura elettiva per particolari obiettivi formativi?

 È proprio così, sono infatti convinto che la subacquea permetta meglio di qualunque altra tecnica outdoor di perseguire alcuni obiettivi formativi che si affacciano solo ora alla nostra riflessione e che molto probabilmente diventeranno sempre più importanti nei prossimi decenni.

Mi riferisco in particolare al fatto che negli ultimi anni le organizzazioni hanno vissuto non solo una accelerazione dei tempi del cambiamento, ma anche una sorta di salto  qualitativo del cambiamento, perché inizia ad essere messa in discussione, in maniera molto diffusa e pervasiva, la capacità stessa delle organizzazioni di essere fonte di appartenenza e di identità per i propri membri. Ciò accade perchè sempre più spesso le organizzazioni si trovano a dovere ricercare i criteri della loro efficienza non solo nei parametri relativi alla espressione del core business, ma anche nella capacità di ridefinire i propri obiettivi e di negoziare con l’ambiente esterno il senso di questi obiettivi.

Un altro dei tanti fenomeni che, rispetto al mio riflettere sulla formazione, posso portare ad esemplificazione di questo salto qualitativo ha a che vedere con le sempre più marcate differenze intergenerazionali intraprofessionali: bastano ormai solo dieci-quindici anni di differenza nell’uscita dai canali formativi e nell’ingresso al lavoro perché persone chiamate a ricoprire lo stesso ruolo o posizioni afferenti allo stesso profilo professionale non si riconoscano più come simili perché portatori di culture di ruolo e professionali, di rappresentazioni organizzative molto diverse, al punto da rischiare la percezione reciproca di incompetenza ed il conflitto organizzativo e l’incomunicabilità intraprofessionale.
Tutto questo fa sì che le organizzazioni da un lato non riescono più ad offrire ai propri gruppi ed individui uno sfondo di riferimento culturale sufficientemente certo rispetto al quale articolare ruoli ed identità, e dall’altro si trovano a dover richiedere contestualmente ai propri membri un problematico sviluppo di autonomia decisionale ed operativa e di significative competenze negoziali e comunicative, problematico proprio perché non più fondato su cornici di riferimento stabili. All’insieme di queste tematiche, ed io ho fatto mia questa terminologia, si è dato il nome di problematica della estraneità, ed è stata chiamata competenza a convivere la nuova competenza organizzativa richiesta dalla presenza della estraneità. L’estraneità è l’esperienza dell’entrare in rapporto con situazioni, problemi, ruoli, clienti, rispetto ai quali l’adozione replicativa dei modelli conoscitivi e relazionali consolidati causa l’insuccesso; l’estraneità è l’imprevisto non significabile con cui siamo costretti ad entrare in relazione.
La competenza a convivere, cioè a trattare efficientemente con l’estraneità, richiede allora la capacità di rappresentarsi le diverse identità in gioco (compresa la propria) e le diverse possibili evenienze sociali del lavoro non in una dimensione naturalistica, ovvia, che condurrà a stalli comunicativi (personali, sociali, organizzativi, di culture) senza speranza di soluzione, bensì in una dimensione contestualistica o relativistica, perché solo questo potrà invece consentire relazioni orientate dal confronto e dalla disponibilità a lavorare insieme. È cioè sempre più importante che le persone diventino capaci di declinarsi nei contesti organizzativi operando mediante una sorta di difficile auto-relativismo culturale, da ottenere mediante la scoperta (non solo cognitiva, ma soprattutto affettiva perché è importante che sia riferita anche a se stessi e non solo agli altri) della dinamica interazione fra soggetti e contesti, della scoperta cioè che gli individui e le loro manifestazioni psicosociali non sono naturali ma emergono dai contesti socioculturali e dai vincoli che questi pongono allo sviluppo ed alle capacità espressive degli individui che ne fanno parte. Si tratta di obiettivi trasformativi di difficilissima realizzazione, a causa delle resistenze affettivo-cognitive dovute alla fisiologica tendenza a vivere e percepire la propria condizione come naturale ed ovvia. Si pone così con forza la necessità di una nuova frontiera, che potremmo definire post-psicosociologica, della formazione, e la costruzione di dispositivi di apprendimento di elevato coinvolgimento esperienziale capaci di attivare processi elaborativi che permettano di centrarsi sulle dimensioni contesto-vincolate dell’esperienza umana, rendendo visibile la forza di autoinganno inconsapevole della tendenza a percepirsi come ovvi, naturali, giusti. Ed è qui che la subacquea rivela per intero tutto il suo potenziale esperienziale e trasformativo. 

Puoi spiegarmi in che modo pensi che l’outdoor subacqueo permetta questo tipo di esperienza trasformativa e lo sviluppo di queste competenze? 

Per risponderti è necessario che io dica qualcosa sulle caratteristiche della dimensione di immersione in ambiente liquido, piuttosto che di immersione (perchè anche questa, poi si scopre, è una immersione!) in ambiente aereo.
Il mondo sommerso è un altro mondo, un vero e proprio altrove, dove alcuni fondamentali vincoli della vita ordinaria in ambiente aeroterrestre cambiano sensibilmente.
 L’elemento liquido è enormemente più denso dell’elemento gassoso nel quale viviamo; esso consente sì il passaggio dei corpi, ma si oppone alla forza di gravità permettendo una motricità completamente diversa da quella che abbiamo in aria: sott’acqua possiamo muoverci nello spazio lungo tutte e tre, e non solo due, le dimensioni che lo costituiscono, possiamo cioè andare non solo avanti e indietro o lateralmente, ma anche verso l’alto e verso il basso;  ue verso il basso possiamo scendere, senza precipitare e senza che sia necessario raggiungere una base solida, un fondale, per fermarci, perché possiamo restare sospesi a mezz’acqua, gestendo correttamente l’interazione dinamica fra il nostro corpo e l’ambiente acquatico. Proprio perché consente di entrare in un mondo altro, l'esperienza subacquea è poi una esperienza a fortissima valenza emozionale che, quasi di per sé, determina un enorme ampliamento del proprio spettro esperienziale e della propria flessibilità mentale, creatività e pensiero divergente, perché obbliga a interagire con l’ambiente secondo regole diverse da quelle ordinarie e perché permette di vivere una dimensione ambientale e corporea (quindi basica) del tutto nuova ed extra-ordinaria, al punto che molte persone riferiscono di sperimentare sott’acqua una sensazione di distanziamento totale dal mondo esterno, un trovarsi veramente altrove. 
Questa dimensione emozionante facilita inoltre l’acquisizione dei possibili apprendimenti, proprio perché si tratta di apprendimenti che vengono realizzati in una situazione di forte coinvolgimento e di totale implicazione corporea, cognitiva, sociale, emozionale, affettiva.
L’immersione subacquea si presta dunque fortemente ad essere adottata come situazione di apprendimento della competenza alla convivenza perché obbliga all’abbandono momentaneo delle regole della vita ordinaria per adottare regole altre ma idonee per una permanenza in un mondo dove non possiamo vivere naturalmente, ma solo con l’ausilio di adeguata tecnologia, e questo consente di allenare la propria capacità di essere coerenti con i contesti, al variare dei contesti, di aumentare quindi la propria elasticità cognitivo-affettiva e di imparare a relativizzare il proprio punto di vista.

È così possibile aggredire fin dai fondamenti la tendenza all’auto-percezione di naturalità, perché bisogna abbandonare il contesto  naturale di vita, entrando totalmente in un altro contesto e dovendo preparare, pianificare, realizzare concretamente questo entrare in un altro mondo. 

Facendo scoprire come sia falsa l’intima convinzione, di cui tutti implicitamente ed inevitabilmente siamo portatori, che la dimensione corporea prescinda dai vincoli di contesto, e facendo sperimentare direttamente come di naturale (addirittura in natura!) vi sia ben poco, il formatore ha a disposizione una potentissima metafora da offrire per riflettere sul relativismo delle diverse identità e rappresentazioni culturali che si confrontano nei contesti contemporanei delle organizzazioni.
Usando queste scoperte come premesse introduttive alla esperienza formativa, il formatore, per analogie e trasformazioni successive, e sempre tramite esercitazioni da realizzare in immersione, potrà poi rivolgere l’attenzione dei partecipanti sui temi formativi concordati, sui quali sarà possibile lavorare a partire dallo straordinario potere disarticolante ed attivatore di pensiero divergente delle consapevolezze maturate.

 In chiusura, per quali tipologie di partecipanti ritieni che sia più utile proporre un outdoor subacqueo? 


Non è una battuta: chiunque può beneficiare di un outdoor subacqueo!

 È il modo in cui la tecnica verrà, come si dice, vestita che deve essere adeguato al tipo di partecipante ed al tipo di apprendimento desiderato.
Le due grandi aree, che prima ho delineato, nelle quali l’outdoor subacqueo può essere utilizzato, quella dell’outdoor tradizionale e quella dell’outdoor per l’acquisizione della competenza a convivere, si prestano inoltre molto bene sia per iniziative lanciate dal formatore rispetto a generici obiettivi di empowerment e di sviluppo personale, che per interventi richiesti da singole aziende per i propri dirigenti o quadri su temi circoscritti e precisati in sede di negoziazione dell’intervento.

 Preciserei soltanto che un intervento particolarmente spinto sui temi della riflessione sull’auto-percezione di naturalità richiede al formatore precise competenze clinico-analitiche:

lavorare sulla persona nel suo complesso e sui dinamismi sui quali poggia la stessa identità significa far vivere ai soggetti coinvolti una esperienza che minaccia i bisogni di sicurezza e di stabilità di ogni individuo, e questo richiede appunto la capacità del formatore di ascoltare il soggetto (per l’appunto, clinicamente) nella sua esperienza di relazione dialettica ed ambivalente con le sue stesse possibilità di cambiare e di crescere.





Gaetano Venza:

psicosociologo e psicoterapeuta, è professore di Teoria e tecniche della dinamica di gruppo presso l’Università di Palermo.
Si occupa di formazione psicosociale e facilitazione del cambiamento organizzativo, in particolare per quanto riguarda la qualità dei servizi ed il benessere lavorativo.

E' coautore di Psicologia e psicodinamica dell’immersione subacquea (Franco Angeli).

 Più recentemente ha pubblicato: 'La qualità dell'Università. Verso un approccio psicosociale' e 'L’action research nei contesti organizzativi. Orientamenti ed esperienze', entrambi presso Franco Angeli.



Mr.Bean e il disturbo schizotipico di personalità. di Maria Rita Milesi.

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Chi non si è stupito e divertito di fronte alle espressioni insolite, alle affermazioni sorprendenti, alle idee stravaganti e al comportamento eccentrico di Mr. Bean, il famoso personaggio interpretato da Rowan Atkinson? 

Che descrizione daremmo del carattere di Mr. Bean? Sicuramente ciascuno di noi direbbe che il suo modo di essere si discosta molto dalla media dei comportamenti della gran parte delle persone. In termini tecnici riconduciamo tali caratteristiche di comportamento, compreso il particolare modo di porsi in relazione con gli altri, ad un disturbo di personalità, più specificatamente al Disturbo Schizotipico di Personalità.

Mr. Bean è un personaggio immaginario interpretato dall’attore britannico Rowan Atkinson e protagonista della serie televisiva omonima. 

La stravaganza di Mr. Bean colpisce immediatamente lo spettatore.

 Innanzitutto, Mr. Bean si veste in maniera piuttosto singolare: indossa sempre una giacca di tweed marrone, una camicia bianca, una cravatta rossa e pantaloni marrone scuro. Guida un’automobile utilitaria, una Mini, di un improbabile colore verde acido. Come migliore amico ha un orsacchiotto, Teddy; vive solo da sempre, ma a volte frequenta, con esiti spesso disastrosi, una ragazza di nome Irma Gobb e due amici, Rupert e Hubert.

Il suo modo strampalato di comportarsi e di relazionarsi con gli altri sembra delineare dei tratti di personalità molto particolari.

Ma cosa intendiamo con il termine “personalità”? 

La personalità è un sistema comportamentale specifico per ciascuno di noi, che è sostenuto sia da fattori genetici (che vanno a costituire il nostro temperamento), sia da fattori ambientali (le nostre esperienze di vita) Per “tratti” di personalità intendiamo dei modi costanti di percepire, rapportarci, pensare, nei confronti di noi stessi e dell’ambiente che ci circonda.

Quando questi tratti diventano “patologici”?

 Quando, non solo sono costanti, ma anche “rigidi” e “non adattivi”. In altre parole, tali tratti hanno caratteristiche che non sono modificabili dall’esperienza e dalle situazioni esterne con cui ci si confronta: in sintesi, non permettono di adattarsi in modo adeguato alla realtà che ci circonda.

Quando un certo insieme di tratti di personalità patologici tendono a coesistere e a determinare una sofferenza per la persona stessa o per gli altri si delinea un quadro di personalità morboso: un Disturbo di Personalità.

Esistono diversi Disturbi di Personalità, ma quello specifico che sembra caratterizzare il personaggio di fantasia Mr. Bean è il Disturbo Schizotipico di Personalità.

La caratteristica essenziale del Disturbo Schizotipico di Personalità, secondo il Manuale Statistico Diagnostico dei Disturbi Mentali DSM-IV-TR (American Psychiatric Association, 2000), è un quadro pervasivo di deficit sociali ed interpersonali, accentuati da un disagio acuto nelle relazioni strette, da distorsioni cognitive o percettive, ed eccentricità nel comportamento. Più specificatamente, le persone con questo disturbo presentano almeno cinque tra le caratteristiche di seguito descritte.

 Per renderle più comprensibili, vedremo come alcune di queste ben rappresentano il modo di essere di Mr. Bean.

Comportamento o aspetto strani, eccentrici o peculiari. Sono sicuramente i tratti che più caratterizzano le persone con questo disturbo. Infatti, questi soggetti sono spesso considerai strani o eccentrici a causa di insoliti manierismi, di un modo di vestire spesso trasandato, non coordinato, e di una disattenzione per le convenzioni sociali (per esempio, la persona può evitare il contatto visivo, indossare abiti macchiati di inchiostro e sgraziati, ed essere incapace di unirsi al battibeccare ironico dei colleghi). 

Dell’abbigliamento stravagante di Mr. Bean abbiamo già parlato.

 Rispetto al comportamento, in un episodio vediamo che si reca ai grandi magazzini, usa una patata per provare uno sbucciapatate, misura le pentole con un pesce e mette nel proprio cesto un telefono del banco di una cassa perché convinto sia l'unico funzionante. 

In un'altra puntata, Mr. Bean inizia a scegliere le cose da portarsi per un viaggio, ma la valigia che ha a disposizione è troppo piccola per contenerle tutte. Per rispettare la capienza della valigia decide di mettere due scatolette, una sola scarpa, un tubetto di dentifricio svuotato, dei pantaloni tagliati a metà e uno spazzolino spezzato in due. Accortosi di avere già dei pantaloni corti e, soprattutto, una valigia più grande, decide di mettere quella più piccola all'interno di quest'ultima.

Idee di riferimento. 

Le persone con questo disturbo tendono a interpretare segnali ambientali del tutto neutrali come se fossero negativi e dannosi e, soprattutto, riferiti a se stessi. Per esempio, entrando in una stanza piena di gente, pensano che tutti smettono di parlare proprio perché stavano dicendo qualcosa su di loro. In diversi episodi della serie televisiva vediamo che Mr. Bean è molto competitivo: interpreta spesso come sfida un normale gesto altrui e si impegna molto per vincere la sfida da lui stesso lanciata.

Credenze strane o pensiero magico. 

Sono persone superstiziose, o preoccupate da fenomeni paranormali (per esempio credono nella chiaroveggenza, nella telepatia o nel "sesto senso") tanto che il loro comportamento ne risulta influenzato. In un episodio della serie Mr. Bean deve sostenere un esame di matematica a scuola: seduto al banco vi deposita diversi portafortuna, tra cui una grande quantità di penne e una pantera rosa di gomma.

Pensiero e linguaggi strani. 

Queste persone possono usare le parole con un significato inusuale o in un contesto insolito (per esempio, la persona può affermare di non essere stato "parlabile" al lavoro). Il loro senso dello humor è bizzarro. Il modo di esprimersi di Mr. Bean aderisce senz’altro bene a questa descrizione.

Sospettosità o ideazione paranoide. 

Le persone con Disturbo Schizotipico di Personalità sono spesso sospettose, e possono credere che gli altri abbiano cattive intenzioni nei loro confronti (per esempio, credere che i loro colleghi di lavoro siano intenti a distruggere la loro reputazione con il principale). In uno degli episodi, Mr. Bean si reca in un locale con Irma Gobb, la sua “fidanzata”, dirigendosi verso una sala dove si tengono dei giochi di prestigio: credendo che il mago che fa sparire il suo orologio glielo voglia rubare, Bean inizia a rovinare lo spettacolo apparendo e uscendo sempre dalla cabina quando non è il momento.

Affettività inappropriata o coartata.

 Solitamente queste persone non sono capaci di utilizzare l'intera gamma di affetti e di condotte interpersonali necessarie per riuscire nelle relazioni, quindi spesso sembrano interagire con gli altri in modo inappropriato, rigido o limitato. Non è facile stabilire una relazione affettiva con loro. In una puntata Mr. Bean va al cinema con Irma: dopo aver comprato un cestello di popcorn grande per lui e uno piccolo per lei, Bean si siede in una sala dove proiettano un film dell'orrore iniziando a disturbare gli altri spettatori e a prendere in giro Irma.

Nessun amico stretto o confidente. 

Queste persone vivono come problematico l'avere a che fare con gli altri, e come disagevole mettersi in relazione con altre persone. Hanno un desiderio ridotto di contatti intimi. Come risultato, di solito hanno pochi o nessun amico intimo o confidenti, eccetto i parenti di primo grado. Mr. Bean ha pochissime relazioni: festeggia serenamente il suo compleanno ad un ristorante di lusso da solo, dopo aver regalato a se stesso una cartolina di compleanno.

Eccessiva ansia sociale.

 Nelle situazioni sociali, particolarmente quelle che coinvolgono persone non familiari, sono ansiosi. Interagiscono con le altre persone quando devono farlo, ma preferiscono stare per conto loro, poiché sentono di essere diversi, e proprio non si "inseriscono". Un lato del carattere di Mr. Bean è un grande senso del pudore e della vergogna nei confronti degli altri; una sua tipica gag è vergognarsi di compiere azioni normalissime e di ricorrere a stratagemmi astrusi per farle senza farsi notare, fosse anche solo mangiare una caramella. Il disagio di Mr. Bean con le altre persone si evince anche da questa scena. Va in spiaggia dove incontra un altro bagnante, seduto su una sedia e indossante occhiali scuri. Per non spogliarsi di fronte a lui, Bean tenta di indossare il costume senza mostrarsi nudo ma, quando finalmente ci riesce, scopre che l'uomo da cui non voleva farsi vedere è cieco.

Esperienze percettive insolite. 

Un’ultima caratteristica di chi soffre di questo disturbo è la presenta di alterazioni percettive, incluse illusioni corporee (per esempio, sentire la presenza di un'altra persona, o sentire una voce che mormora il proprio nome. Un altro esempio: di notte, quando c’è poca luce, possono scambiare il ramo di un albero per un mostro).

Il Disturbo Schizotipico di Personalità non è molto conosciuto (a differenza di altri, ad es. il Disturbo Narcisistico di Personalità), probabilmente perché è poco frequente nella popolazione - si manifesta approssimativamente nel 3% della popolazione generale. Può essere leggermente più comune nei maschi.
Le persone con il Disturbo di Personalità Schizotipico raramente cercano l’aiuto di un terapeuta. Possono essere ridicolizzati dagli altri come “strambi”, “disadattati”, oppure possono essere semplicemente lasciati soli a condurre un’esistenza appartata e riservata. Il loro isolamento può indurre i familiari a rammaricarsi per loro e a cercare di aiutarli a stabilire un contatto con le altre persone. Spesso sono i familiari a insistere perché si facciano curare. In altri casi, anche se poco frequenti, questi soggetti decidono di propria volontà di affidarsi ad un terapeuta a causa della loro dolorosa solitudine.


American Psychiatric Association (2000). DSM-IV-TR Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders, Fourth Edition, Text Revision. Edizione Italiana: Masson




Dott.ssa Maria Rita Milesi

www.mariaritamilesi.it



'Ordine degli Psicologi della Regione Lombardia n. 03/8117 dal 24/03/2004


Laurea in Psicologia Clinica e di Comunità, e successivamente la specializzazione in Psicologia Clinica, presso l’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano.


Formazione in Psicoterapia Psicoanalitica.

Master di II Livello in Sessuologia Clinica presso la Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università degli Studi di Pisa.

Psico-oncologo di II livello della Società Italiana di Psico-Oncologia (SIPO)


Dal 2007 al 2013 ha insegnato presso l'Università Vita-Salute San Raffaele di Milano, in qualità di Professore a contratto. Ha tenuto per diversi anni i corsi di "Psiconcologia" e "Applicazioni di Tecniche del counselling" e ha seguito come relatore o correlatore numerose tesi di laurea degli studenti dell’Ateneo e svolto il ruolo di tutor per i tirocini post-laurea .

"33" e il Tempo interiore : il "corto " di Viviana Barucchelli . Recensione di Guglielmo Campione

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https://m.youtube.com/watch?v=tHYAZwOebEU&feature=youtu.be









Sullo sfondo di un fiume incorniciato da alti comignoli in mattone che svettano da vecchi fabbricati di industrie dei primi del novecento , Bianca , la giovane protagonista , dalla chioma androgina, ,riflette sulla decadenza del rapporto armonico fra essere e natura :
osserva ,fuori di sè ,i "grandi uccelli metallici" degli aerei di linea che sorvolano l'area produrre un'incongruenza dolorosa col ricordo del volo primigenio degli uccelli "in penne e ali" .

E questo osservare fuori di sè la caducità delle cose , che l'uomo sempre per sua natura spera eterne, , questa dolce Nostalgia d'una natura incontaminata, fa echeggiare dentro di sè la caducità del proprio tempo e fa riemergere il ricordo di antichi viaggi verso il paese dei genitori .

Bianca ricorda che, in quei momenti di spleen , in cui la riflessione esistenziale sui destini dell'essere umano echeggia quella sulla storia individuale , sua Madre ricorreva alla visione rituale e liberatoria della sua Terra d'infanzia : un Eden eterno affacciato sul Mare azzurro chiamato il Santissimo Santuario per le sue taumaturgiche qualità naturali e umane che spicca per contrasto simbolico e percettivo con il grigio della vecchia area industriale ( anch'essa obsoleta e caduca d'altronde e dunque ideale Teatro contemporaneo per una riflessione sul tempo).

L'assenza di riferimenti geografici è un potente strumento narrativo che universalizza la vicenda interiore di Bianca e la rende leggibile da tutti.

Ognuno, nutre dentro di sè, infatti, un luogo immaginario cui ricorre per recuperare il senso della propria storia e delle proprie vicissitudini , per fermare il Tempo dell'orologio e risignificare il tempo interno. Un'ora, non è solo un'ora, è un vaso colmo di profumi, di suoni, di progetti, di climi. » diceva il filosofo francese H.Bergson).

Il Tempo di Bianca è un Tempo psicologico, un Tempo di coscienza , un Tempo soggettivo fatto di istanti eterni e di deja vu che scorre come un fiume carsico , mentre fuori ticchetta alienante il tempo meccanico digitale dei timer della produzione .

Una sceneggiatura intima e intensa che pur sottolineando l'alienazione che scaturisce dalla dissociazione dell'umano dalla natura , non indulge in chiusura a banali pessimismi ma indica nella speranza "l'oltre " che è fonte e motore di "Desiderio " vitale e salvezza per il futuro .

Marco Paracchini conduce impeccabilmente la Regia e le Riprese , volando altrettanto poeticamente col linguaggio visivo su Archeologie industriali di Turbigo e atterrando intensamente sui dubbi fattisi volto e mani della protagonista Femminile .




CAST:

Silvia "Elektra" Casciano, Manuela Stefani, Francesca Rosa.

Voce Narrante: Michela Tupputi


Sceneggiatura: Viviana Barucchelli


Montaggio: Viviana Barucchelli e Claudio Asile

Regia: Marco Paracchini


Operatore: Giorgio Saettone

Post-produzione video: Marcello Alongi

Segretaria di edizione: Alessia Cucchetti

MUA: Raffaella Artioli

Fotografo di scena: Claudio Asile