.

Blog fondato da Guglielmo Campione www.guglielmocampione.it

La mente può trovarsi in stati diversi , il sonno ,il sogno, la trance,l'ipnosi,l'attenzione fluttuante,
l'estasi,la preghiera,la meditazione,la creatività artistica e scientifica,
l'esplorazione dello spazio e degli abissi marini,l'agonismo sportivo.

Stati della mente pubblica lavori originali o già pubblicati con il consenso degli autori, interviste e recensioni di libri e promuove eventi culturali e scientifici.

UOMINI CHE ODIANO LE DONNE : IL SESSISMO MALEVOLO E IL SESSISMO BENEVOLO di Maria Rita Milesi

Link a questo post

IN OCCASIONE DEL 8 MARZO , "STATI DELLA MENTE" È LIETA DI PUBBLICARE QUESTO ARTICOLO DI MARIA RITA MILESI PSICOLOGA -PSICOTERAPEUTA SESSUOLOGA .



In un articolo del 1996 Peter Glick della Lawrence University e Susan Fiske della University of Massachusetts at Amherst, hanno proposto una teoria del sessismo nei confronti delle donne caratterizzandolo come "ambivalente".

La prima domanda che i due autori si pongono è se il sessismo sia una forma di pregiudizio. Il pregiudizio è un atteggiamento sfavorevole verso persone e gruppi, altamente stereotipato, rigido, che si manifesta col rifuggire dai contatti sociali con tali gruppi. Gli autori sottolineano che quello verso le donne è un pregiudizio particolare in quanto uomini e donne instaurano strette e continue relazioni sociali; inoltre esso è marcato da una profonda ambivalenza, non da un’antipatia uniforme. Per di più chi è sessista non è preoccupato di manifestarlo contrariamente a quello che avviene con altri tipi di pregiudizio.

Gli autori, dunque, prendono in considerazione due componenti del sessismo che esprimono due atteggiamenti contrastanti nei confronti delle donne: il sessismo ostile e il sessismo benevolo.

Il sessismo ostile, la forma prevalente di sessismo, corrisponde alla definizione classica di pregiudizio; si evidenzia con un’antipatia dichiarata verso le donne, una loro svalutazione fatta esclusivamente in base al genere sessuale e una loro conseguente discriminazione in tutti gli ambiti della vita sociale.

Il sessismo benevolo consiste invece in una visione stereotipata della donna, che suscita sentimenti positivi, comportamenti prosociali e la ricerca di intimità. Ciononostante gli autori non ritengono positiva questa forma di sessismo in quanto è legata allo stereotipo tradizionale, alla dominanza maschile nella vita sociale ed è quindi discriminante. Non a caso il sessismo benevolo fornisce una giustificazione al relegamento della donna in ruoli domestici, infatti sia il sessismo ostile che quello benevolo servirebbero a legittimare il potere degli uomini. 
Secondo i due autori il sessismo ostile e il sessismo benevolo si suddividono in tre componenti: paternalismo, differenziazione di genere, eterosessualità.
Per paternalismo si intende la modalità di relazionarsi agli altri nella maniera in cui un padre si relaziona con i suoi figli. Ciò mette in evidenza l’ambivalenza del sessismo in quanto implica sia caratteristiche di dominanza (paternalismo dominante) sia affetto e protezione (paternalismo protettivo).
Il paternalismo dominante giustifica la patriarchia perché considera la donna non completamente adulta, legittimando così la necessità di una figura maschile sovraordinata. D’altro canto il paternalismo dominante coesiste col paternalismo protettivo; quest’ultimo infatti sottolinea la dipendenza diadica dell’uomo verso la donna come moglie, madre e oggetto romantico (ai fini della riproduzione). Ecco perché la donna deve essere amata e protetta (la sua debolezza richiede la protezione maschile).

La differenziazione di genere è la prima e la più netta categorizzazione sociale che gli individui effettuano; essa implica una componente competitiva e una complementare. La differenziazione di genere competitiva giustifica anch’essa il potere maschile nella società, infatti solo agli uomini vengono attribuiti tratti che sono necessari per dirigere le istituzioni sociali. La differenziazione di genere complementare ascrive alle donne tratti positivi che sono complementari a quelli degli uomini (es. caratteristiche stereotipicamente non attribuite agli uomini, come la sensibilità, la dolcezza, ecc…). Questo si riflette nella divisione tradizionale dei ruoli che relegano la donna ai lavori domestici. Per il sessista benevolo le donne completano gli uomini.

L’eterosessualità è senza dubbio la componente più importante dell’ambivalenza degli uomini verso le donne. Le relazioni sentimentali sono ritenute da entrambi i sessi il principale fattore che contribuisce alla felicità nella vita; inoltre queste relazioni sono le più intime e le più profonde tra quelle che gli uomini instaurano. La motivazione che spinge gli uomini ad avere rapporti sessuali con le donne è proprio legata alla necessità di instaurare queste relazioni psicologicamente intime (intimità eterosessuale). Ciononostante queste stesse relazioni costituiscono la più grande minaccia di violenza verso le donne. Infatti l’ostilità verso di esse è caratterizzata dalla credenza che utilizzino il loro fascino sessuale per manipolare l’uomo e dominarlo. Quindi per alcuni uomini l’attrazione sessuale verso le donne può essere inscindibile dal desiderio di dominarle (ostilità eterosessuale).

Glick e Fiske suggeriscono che il sessismo ostile e benevolo traggono le loro radici dalle condizioni biologiche e sociali che caratterizzano i gruppi umani. Sebbene gli antropologi non sono del tutto d'accordo sul fatto che il predominio maschile caratterizzi tutte le culture umane, concordano nel ritenere che il patriarcato ( gli uomini posseggono il controllo strutturale delle istituzioni economiche, giuridiche e politiche) prevale nelle diverse culture.

Gli atteggiamenti verso le donne che gli autori indicano come sessismo ostile e sessismo benevolo hanno origini antiche, infatti si ritrovano chiaramente nell’Odissea scritta da Omero ben tremila anni fa. Penelope rappresenta l’ideale greco dell’essere donna: bella, intelligente, ben educata, il pilastro della casa, fedele e subordinata al marito. La maga Circe e le Sirene cercano invece di adescare Ulisse con le loro arti seducenti. Nonostante sia passato molto tempo dall’età Omerica, queste immagini corrispondono perfettamente alla visione odierna ambivalente della donna: da una parte la moglie fedele e dall’altra la seduttrice che domina l’uomo. 

Bibliografia

Glick P, Fiske ST. (1996) The Ambivalent Sexism Inventory: Differentiating Hostile and Benevolent SexismJournal of Personality and Social Psychology 1996, Vol. 70, No. 3, 491-512



Critica letteraria e Psicoanalisi, oggi.

Link a questo post
Contenuti tratti da :
Intervista a Benjamin Ogden, a cura di Maria Grazia Vassallo Torrigiani, Spiweb, febbraio 2016. :
http://www.spiweb.it/articoli-spi/6936-intervista-a-benjamin-ogden


 B.O. :
Il mio contributo esplora la logica piuttosto limitata su cui si basa la critica letteraria psicoanalitica e sostiene che c’è bisogno di una comprensione più sfaccettata dell’estetica e critica letteraria se si vuole che la psicoanalisi instauri un rapporto con la letteratura che non riduca la complessità letteraria ai dogmi psicoanalitici.
Non mi identifico del tutto in uno studioso di letteratura. Oggigiorno, gli studiosi sono ricercatori. Io mi considero uno scrittore, uno che scrive spesso di letteratura, ma che potrebbe farlo su qualunque altro argomento (se la mia tastiera dovesse portarmi in quella direzione).
Alla fin fine, la mia devozione è allo scrivere in sé, non alla letteratura o alla psicoanalisi o a qualsiasi altro soggetto.
Il mio interesse per la letteratura, quindi, deriva da ciò che mi offre in quanto scrittore.
 Sono stato certamente un lettore precoce da bambino e da adolescente per cui continuo a pensare che la mia passione per la letteratura sia all’origine del mio scrivere.
Non riuscirei a scegliere un singolo autore come particolarmente importante per me.
Nel corso della mia vita sono tornato a riflettere su alcuni scrittori: James Joyce, J.M. Coetzee, Kazuo Ishiguro, Philip Roth, Franz Kafka. In anni più recenti, altri autori sono stati fonte di ispirazione: Lucia Berlin, Donal Ryan, Alexandar Hemon, Flannery O’Connor.


M.G.V.T. .:
 Perché l'approccio psicoanalitico alla letteratura ha subito una marginalizzazione in ambito critico e accademico​ e come si potrebbe ripensarlo?

 B.O. : 
Gli studi letterari seguono delle mode, proprio come le seguono tutte le altre discipline accademiche. Determinati modi di pensare saranno sacri per un certo periodo, poi verranno sostituiti.
 La psicoanalisi è stata di moda per un po’, adesso non lo è.
 Per certi versi, voglio dire, la psicoanalisi sta semplicemente arrancando un po’, in una fase di impopolarità dovuta al naturale ciclo di vita di un settore disciplinare.
Parafrasando Robert Frost, la verità è in auge a momenti alterni.
Tuttavia, a essere onesti, la critica letteraria psicoanalitica è in parte responsabile della sua cattiva reputazione.
Ci sono due spiegazioni per questo fatto. In primo luogo, ogni qualvolta la psicoanalisi viene applicata alla letteratura, gran parte della sua complessità e qualità di esperienza tende ad andare perduta: la psicoanalisi diventa nient’altro che una serie di termini tecnici - “libido”, “formazione reattiva”, “transfert”, eccetera.- e la loro applicazione. A questo livello, la sola cosa che rende psicoanalitico un lavoro di critica letteraria è che in esso vengono usati termini psicoanalitici. Inevitabilmente, se un ambito disciplinare non è altro che una litania di termini specialistici, diventa rigido e alla fine privo di interesse. In secondo luogo, nel campo degli studi letterari, la psicoanalisi è essenzialmente Freud e Lacan, forse qua e là Jung o Klein. C’è scarsa consapevolezza degli sviluppi psicoanalitici contemporanei e di conseguenza, per coloro che si occupano di letteratura, la psicoanalisi si riduce poco più che a Freud e le sue applicazioni o altrimenti a un indirizzo semiotico di linguistica psicoanalitica. Se questa è la situazione, perché la critica letteraria psicoanalitica dovrebbe essere un campo di indagine attraente a cui dedicarsi?


M.G.V.T. .:
 Cosa pensa della tesi post-moderna sulla "morte" dell'autore, che non c'è niente oltre il testo e dobbiamo completamente dimenticarci della figura dell'autore?
Un testo è un’impresa creativo/ linguistica: non scaturisce da una mente/Sé che sta esprimendo il suo proprio mondo e che in qualche modo infonde al testo uno stile, una musica, un colore personale?


 B.O :
 Il titolo del saggio di Roland Barthes, “La Morte dell’Autore”, è così provocatorio e aforistico che è facile esagerare la posizione di Barthes, farlo diventare uno dei riformatori del ventesimo secolo alla stregua di un Nietzsche. Tuttavia, se lo contestualizziamo, ritengo che le ambizioni di Barthes non fossero così rivoluzionarie.
 Barthes scriveva per reazione alla pratica critica di cercare di individuare, a partire dall’opera, l’intenzione dell’autore - la visione politica, le dinamiche familiari, i desideri inconsci, le convinzioni religiose. 
Sostanzialmente, Barthes prese posizione contro la tendenza critica a trasformare i testi in riduttive allegorie dell’autore e della sua psicologia: in questo modo, il testo viene decodificato in relazione a una concezione monolitica dell’autore.
 La missione di Barthes era di liberare il testo dall’autore, affinchè potesse essere esplorata tutta la complessità dei testi e l’autore essere giustamente considerato come qualcuno che opera in un complesso sistema linguistico, non come un burattinaio che manovra un docile strumento.
In questo modo l’autore viene liberato anche dalla tirannia dell’interpretazione e può divenire irriducibile e sfaccettato come le sue opere.
Per rispondere alla sua domanda, il Sé/ Autore sta certamente cercando di esprimere se stesso usando il linguaggio, ma raggiunge questa espressione in gran parte attraverso una comprensione dei modi non deterministici in cui significato ed emozione ineriscono al linguaggio.

Qualsiasi aspetto di sé l’autore desideri esprimere, lo deve trovare nel linguaggio: questi aspetti devono essere riplasmati come linguaggio e ciò richiede una comprensione di come il linguaggio assume significato internamente.


Note.

Benjamin H. Ogden ,

Ha conseguito un PhD in letteratura presso la Rutgers University nel 2013. Attualmente è Assistant Professor of Literature and Humanities allo Steven’s Institute of Technology. Si occupa di letteratura del XX secolo, critica letteraria, stile ed estetica letteraria. Ha pubblicato lavori su J.M. Coetzee, Philip Roth, William Faulkner, Samuel Beckett e altri ancora.
Figlio del grande psicoanalista Thomas H. Ogden  (coautore, con Thomas H. Ogden, del libro : The Analysit’s Ear and the Critic’s Eye: Rethinking Psychoanalysis and Literature tradotto in italiano con il titolo L’orecchio dell’analista e l’occhio del critico. Ripensare psicoanalisi e letteratura, CIS editore 2013 http://www.ciseditore.it/Libri/SchedaLibriProf.asp?IDLibro=41).


Maria Grazia Vassallo Torrigiani
psicoanalista, Società Psicoanalitica Italiana, studiosa dei rapporti tra psicoanalisi e arte contemporanea, a cui ha dedicato numerosi lavori e ricerche fra cui  Proiettare emozioni: percorsi tra cinema, video e psicoanalisi, ETS, Pisa 2008 .