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Blog fondato da Guglielmo Campione www.guglielmocampione.it

La mente può trovarsi in stati diversi , il sonno ,il sogno, la trance,l'ipnosi,l'attenzione fluttuante,
l'estasi,la preghiera,la meditazione,la creatività artistica e scientifica,
l'esplorazione dello spazio e degli abissi marini,l'agonismo sportivo.

Stati della mente pubblica lavori originali o già pubblicati con il consenso degli autori, interviste e recensioni di libri e promuove eventi culturali e scientifici.

LO STATO FLUIDO DELLA COSCIENZA di Vincenzo Ampolo

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                                                       ( Immagine di Virginia Giuffrida)





"Sciogliersi nell'acqua

come sale da cucina

tornare ad essere

quello che si era prima."


Procedimento scientifico n. 1 di Vincenzo Ampolo

(Menzione speciale al Secondo Concorso Internazionale

di Poesia Scientifica – UAAR Venezia 2010 )










La coscienza è fluidità.

Nel presente tutto scorre e in questo flusso siamo come gocce d’acqua che partecipano di un’onda in movimento.

Come persi, nella danza, nella natura, nell’amore, sperimentiamo lo stato fluido in cui siamo, senza pensare di essere.

Le antiche pratiche estatiche e meditative promuovevano, attraverso tecniche più o meno elaborate, stati di presenza all’interno di una fluidità di coscienza.

Agendo sul respiro, sulla voce o su tutto il corpo, in stasi e in movimento, si era in grado di fermare il flusso ininterrotto dei pensieri e ritrovare dentro di sé, il silenzio, il vuoto, la non-mente.

In questo “essere nell’essere”, improvvisamente e senza preavviso, la coscienza si espande a un livello d’informazione superiore, fino ad abbracciare una dimensione più vasta di realtà.

E’ questo il “satori”, un’esperienza spirituale, il primo passo per quel percorso di espansione della coscienza che dovrebbe portare alla tanto ricercata “illuminazione”.

Lo stato fluido, quando lo si sperimenta, è lo stato di coscienza più semplice e naturale; quello dell’artista o del bambino che gioca, che crea, che sogna ad occhi aperti, che gode della bellezza del creato.

Se i condizionamenti culturali e sociali ci impongono un modo di pensare rigido e razionale, sotto il predominio dell’emisfero sinistro, pure è possibile ritrovare e perseguire questa spontanea e naturale fluidità di coscienza, in cui ci si può percepire come parti di un tutto interconnesso, agevolando una visione oceanica più ampia e comprensiva.

Da qui, da questa prima esperienza è possibile accedere a stati ancora più elevati ed espansi, in cui le informazioni che si percepiscono diventano molto più raffinate, più chiare e profonde.

In altri contesti di studio ho già sottolineato l’importanza dell’educazione a questo approccio creativo e naturale al tempo stesso.

Quando esistono delle figure accudenti, familiari e insegnanti in primo luogo, che lasciano spazio e promuovono la crescita di queste potenzialità naturali, necessarie per godersi la vita, si osserva il fiorire d’individui che hanno un miglior senso di autostima, sono meno preoccupati di se stessi e riescono ad elaborare le informazioni in modo più critico ed autonomo.

L’educazione allo stato fluido è quindi un obiettivo da perseguire in tutti i gradi d’istruzione e per tutta la vita, considerando che nello stato fluido dei praticanti la meditazione, ad esempio, è possibile verificare strumentalmente un funzionamento cerebrale meno eccitato e più integrato, capace di flessibilità di empatia e soprattutto di gioia di vivere e fiducia nell’esistenza.




Nota :

In relazione alla tematica affrontata si vedano dell’autore i testi:

- Musica droga & transe, Ed. Sensibile alle foglie, 1999;

- Dissociazione e Creatività, Ed. Campanotto, 2005;

- Oltre la Coscienza Ordinaria, Riti Miti Sostanze Terapie, Ed Kurumuny, 2012.

Alene : racconto di Alessia Di Luzio

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 La chiesa era buia, altissima, tutt’intorno l’odoroso incenso provocava una nausea fragile.
Le vetrate lasciavano entrare una fioca luce che rischiarava la navata e i mosaici colorati sulle finestre sembravano ravvivarsi.
Gli occhi di quelle figure trafiggevano il cuore di chi vi entrava, scrutavano per bene i visitatori ignari del peso che serbavano.
Sul soffitto vi era dipinto un Cristo e una scritta in latino “Ut diligatis invicem, sicut dilexi vos”, che facevano trepidare le anime tormentate ogni volta che alzavano lo sguardo.


Gli occhi giudicanti ma pieni di misericordia, riuscivano a perdonare gli errori? Questa la domanda che si porgeva quotidianamente Alene.
Si sentiva osservata, era consapevole che qualcuno la seguiva, i brutti pensieri le si attanagliavano nella mente senza lasciarla nemmeno per un istante, erano pensieri peccaminosi.
C’era dello strano nella sua vita.
E così aveva inizio il suo tormento in quella chiesa dove si recava ogni giorno, eppure nemmeno per un istante aveva mai pensato di chiudersi in convento, odiava le suore e il loro modo di vestire e quegli abiti stretti e coprenti e la vita al chiuso le incutevano spavento.
Aveva letto di suore rimaste incinte e perseguitate per aver commesso un sacrilegio. Ma quella chiesa aveva del fascinoso a tale punto che tralasciò i suoi studi per dedicarsi alla preghiera.
Almeno una volta al dì andava nella chiesetta, la canonica era vuota, ma lei si ostinava a trovarvi qualcuno. Un ometto basso, magro e canuto raggomitolato nel suo largo saio camminava lento per l’ampia sala. Corse in chiesa, quel vecchio le faceva paura, aveva qualcosa di tetro, sembrava un morto vivente. Nel pomeriggio freddo e monotono la visione del vecchio aveva scosso il suo pensiero, si sentiva agitata e un’angoscia mortifera le scorreva dentro, era la morte, si sentiva mancare.
Quel momento non si placò subito, le sue ansie erano a mille e immediatamente un gatto bianco le attraversò dinanzi, miagolò ferino, poi saltò di corsa sul ciglio della strada.


Bianchissimo, pulito, cogli occhi di ghiaccio che incutevano tremore.
 Ma era un gatto? Viveva? Si chiese Alene.
Non aveva mai visto una creatura simile, non era un gatto normale, quegli occhi bloccavano ogni suo passo.
Poi svanì di botto.
E la mente si calmò, soporifera, come presa dal sonno, e così accomodata nella navata centrale scattò.
C’era un uomo in chiesa, era giovane. Non il vecchio mezzo morto, era un uomo in carne ed ossa. Finalmente un uomo in grado di poterle parlare:
“Salve” esclamò Alene.
“Salve, desidera me?” ribatté il giovanotto.
 Il cuore di Alene tremò, ebbe un sussulto forte, sembrava uscire fuori, poi rispose:
“No”.
Deglutiva ad ogni parola, aveva la voce rotta, era afona, le mani fredde ma sudate nelle tasche; sentì di nuovo uno svenimento.
 Di fretta accorse in strada ,aveva bisogno d’ aria, ma non poteva credere ai suoi occhi: il gatto bianco era riapparso lì e la guardava .
Si sentiva morire, gettò un urlo tale che sembrava posseduta, la gente si voltò,  poi si fermò d’un tratto .
Non riusciva più a fare un solo passo, era bloccata, con gli arti rigidi e tramortiti.
Che cosa le stava succedendo?
Aveva bisogno di un medico perché non si sentiva bene.
 La chiesa era scarsamente illuminata, rientrò sperando di sentirsi meglio, così prese posto e il suo cuore pian piano si placò.
Guardava il Cristo:
“Non puoi” balenava nella sua immaginazione.
L’aria era tagliente in quella chiesa vuota e larga: non voleva essere disturbata e stava bene sola.
Il deserto della sua mente la spingeva a pregare in modo decoroso con le mani giunte in un movimento raffinato, il viso raccolto e stanco da quei sentimenti turbolenti.
Aspettava che entrasse il prete, era l’unica persona che voleva vedere, nello stesso tempo provava una vergogna tale da arrossire ma ad un tratto di nuovo l’immagine del gatto bianco le si presentò e impallidì.
Maverìk, il sacerdote, entrò avvicinandosi all’altare con un movimento lento. I lumini erano disposti a cerchio e il grosso messale rubricato riempivano la sacra mensa. Ad un tratto l’uomo anziano si apprestò a portare pane e vino e sparì.
Maverìk aveva qualcosa di diverso, spesso celebrava a suo modo e quella sera intimorì il ristretto uditorio.
Due o tre donne sparse qua e là tra i banchi gelidi, lui inginocchio, le sue gambette rinsecchite toccavano il pavimento marmoreo e ne sentivano il freddo intenso.
Stette così per tutta l’ora : Alene poteva scorgere solo parte della testa. Più volte aveva provato ad allungare il collo per cogliere qualche altro particolare ma la posizione di Maverìk rimase la solita.
Era inorridita da quello spettacolo che aveva il tanfo di una seduta spiritica.
Uscì turbata.
Quello era un luogo sacro, non poteva succedere ciò che aveva visto.
Intanto aveva cominciato a piovigginare, c’era una fitta nebbia e l’unica cosa che Alene desiderava a quell’ora era un pasto caldo che la ristorasse.
Si incamminò sola, come al solito, verso casa.
Il corridoio era stretto, la viuzza di pietra e mattoni era odorosa di bagnato, ma rimaneva l’unico passaggio verso l’abitazione. Si apprestava ad aprire l’uscio quando si sentì toccare la schiena. Trasalì.
 “Chi cercavi?” disse una voce e subito un brivido caldo le passò tra le membra.
Deglutì più volte, poi rispose:
 “Cercavo lei”.
La casa era accogliente, il fuoco acceso scoppiettava da ore, la legna durò tutta la notte. Un peccato era stato appena consumato, un grave peccaminoso oltraggio.
La bocca di Maverìk tremava, era stata violata una legge.
 In quella casa tra le viuzze di uno sperduto paesotto serpeggiava la colpa.
Ma quella colpa dal colore rosso vivo veniva espiata dalla voglia e poi riaffiorava quando la solitudine avvolgeva i due amanti.
Tra le vie gli sguardi sbilenchi della gente sfrecciavano su di Alene: facevano rumore gli occhi di chi la guardava coi volti abbassati.
Ma in lei la gelosia era ardente, viveva solo di rovinosa passione.
La vita di Maverìk era stata distrutta per colpa della gelosia.
Decise di farlo.
Era questo il chiodo fisso di Alene anche se in cuor suo sapeva di commettere un grosso errore, ma l’idea la ossessionava.
Si presentò in canonica, solitaria e bianca, le tuniche appese alle sedie pronte all’uso. E poi campane, messali vecchi, alcuni bicchieri opachi posati sul cassettone e un armadio semichiuso, nulla più.
Il vuoto circondava la stanza.
Che fare? Agire? Andare in contro alla colpa, oppure pentirsi per sempre?
 Sentì un rumore, si impaurì.
 Era il gatto bianco.
 Scivolò dentro come un fulmine e si nascose. Alene lo temeva.
Poi Maverìk seguì il gatto, sbattendo la porta con forza, nervoso.
“Posso confessarmi?” Chiese Alene.
Maverìk camminando con passo lesto andò a prendere una croce ,la portò di là, era una croce di legno lucido.
“Cosa fai?” disse sbigottita.
Non rispose, si sedette e la invitò a parlare:
“Coraggio”.
Maverìk era avvilito.
Non poteva sopportare il peso di quelle parole, era un prete lui, non avrebbe dovuto preoccuparsene. Ne aveva sentite tante eppure questo non lo sopportava.
 “Dimmi che non è vero Alene”.
Lei annuì.
Maverìk aveva occhi solo per lei, era impazzito, quella confessione gli fece perdere la testa. La legge è legge e quell’abito scuro non gli permettevano il libertinismo. Ma andò contro la regola e sentì la colpa farsi viva dentro di lui, la colpa è di Alene, era questo il tormento.
Maverìk sentì la voglia di svestirsi, ma Alene era una tentazione. 

Il diavolo è dietro l’angolo e miagola.




Maverìk uscì di casa vide il gatto bianco passare svelto, si accovacciò e gli fece male al cuore.
Non vide più Alene da giorni, se ne preoccupò, così la sera decise di andare a trovarla, la porta della casa era aperta, si permise di entrare e all’improvviso si trovò dinanzi ad uno stanzone vuoto, udì un fievole miagolio. Tremò. “Alene” uscì dalla sua bocca un urlo strozzato e senza forze, era privo di ogni potere indebolito da influssi estranei.
Il fantasma si aggirava in lui e di Alene nemmeno l’ombra, così andò via desolato e rimasto solo nella strada corse verso la piazza, mentre il buio si apprestava a scendere e il cielo era nuvoloso, la sua mente non riusciva a capire questo malessere, così si accostò e gli cadde addosso un sonno velato.
Alene lo perseguitava.
Salì le scale assonnato e rincasò, si sentiva poco bene. Uno specchio mostrava il suo corpo privo di forze e sudato, ad un tratto vide il gatto bianco, miagolò con una voce rantola, Maverìk era terrorizzato da quel suono, aveva ceduto alla tentazione e come un urlo di Munch si coprì le orecchie, non voleva udire più quel miagolio assordante. I sudori non lo abbandonavano. Il fantasma di Alene era con lui, viveva in lui. Sentiva una grossa disperazione per aver perdonato una colpa inesistente, forse. “Alene dove sei?”
 Il diavolo lo aveva ingannato. 
Prese la testa fra le mani, si appoggiò al tavolo e restò così tutta la notte gridando scoraggiato “Alene, Alene lasciami”.
L’indomani decise di uscire a fare una passeggiata, lì vicino c’era il mare. 
Si incamminò da solo, non era vestito da prete e nessuno poteva immaginare che quel ragazzo lo fosse. Procedeva con la testa china preso dallo sconforto, smarrito nell’immensità del mare che tanto gli piaceva. Era nato in una cittadina sulla costa e ogni volta che si sentiva così desiderava riposarvi. Si sedette sul muretto, guardò lontano, gli occhi fissi al di là degli scogli gli rimandavano la figura di Alene. Ne era perdutamente innamorato. 
Il diavolo lo perseguitava, si intrufolava nella sua vita sotto le più svariate forme, provava a scappare ma ritornava malevolo rendendolo impotente.
 Un ricordo gli strappò una lacrima. 
Il suo primo bacio al mare. 
Era già prete, lo mandarono via lontano affinché espiasse le sue colpe. 
Si ricompose subito da quelle fantasie; Alene era la sua donna ora, la dannata tentazione che non gli dava tregua. 
Iniziò ad ansimare, il respiro si fece pesante, nonostante fosse seduto senza fare alcuno sforzo: “Ah lasciami”, gridò.
Una mano intorno al collo lo stringeva, si sentiva soffocare e non poteva muoversi. Il sudore lo bagnò, si tolse la camicia di dosso.
Il gatto bianco davanti a lui, quegli occhi lo raggelarono e un sussulto lo fece tremare.
Era stordito e corse via, capì che non poteva stare più lì. Tornò a casa certo che se avesse pregato per bene il diavolo sarebbe fuggito.
Disse tre o quattro Ave Maria tenendo in mano il rosario. La mente lucida e riposata gli permisero di addormentarsi, ma il sonno fu agitato e pensava ad Alene: “Come hai potuto?”

Il diavolo aveva usato un buon tranello, era bella, la sua carnagione chiara e liscia, i capelli scuri, gli occhi a mandorla.



 Maverìk provava un amore impossibile e passionale, che rumoreggiava imperterrito. Il suo cuore era sospeso, fermo, morto. Se solo avesse evitato di perdonarla, il male restava raddolcito nel suo angoletto.
 Il pomeriggio successivo Maverìk si destò tardi, era già l’ora della messa e scese in chiesa passando attraverso il portone di legno che nascondeva qualcosa.C’era Alene, lo cercava e si era appoggiata al muro fuori la chiesetta, sorpreso di vederla lì, era felice. 
Così in quel cantuccio nascosti dal mondo, le prese la testa e la baciò. Quel bacio era un addio?
Alene sentì che era diverso.


(Note: 1, Vangelo di Giovanni, 13, vv 35 :Amatevi fra voi, come io vi ho amato)



Alessia di Luzio

Nasce a Penne in provincia di Pescara, il 3 gennaio 1986, dove vive attualmente.
Laureata in Lettere Moderne all’Università “G. D’Annunzio di Chieti”, è insegnante di Lettere nelle scuole medie e nel tempo libero si dedica alla scrittura di storie fantasy e fiabe per bambini.
Si interessa di letteratura per ragazzi, partecipando a dei progetti in ambito scolastico e a molti concorsi letterari.
È stata segnalata al Premio “Midgard Narrativa 2017” con il racconto fantasy “Alene”.
Coautrice del libro di racconti QUANDO SCOPPIO LA PACE: 25 APRILE 1945 , Universitas Studiorum Editore, Mantova, 2017




NOVITA EDITORIALE : Quando scoppiò la pace. 25 aprile 1945

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Antologia

Euro 14,00

ISBN 9788899459642

Il volume raccoglie i racconti selezionati fra tutti gli autori che hanno partecipato al Concorso Letterario "Quando scoppiò la pace. 25 aprile 1945". Fra tutti i contributi pervenuti, si sono privilegiati quelli ambientati, a seconda dei casi, alla fine del secondo conflitto mondiale oppure nel presente, ma con un riferimento a quel preciso momento storico; che possedessero una trama interessante e coinvolgente, una scrittura fresca, corrente e di piacevole lettura; che, al di là dell'orientamento politico e delle convinzioni dell'Autore, sottolineassero i valori della pace e della pacifica risoluzione delle controversie fra i popoli, superando la semplice contrapposizione fra "vincitori e vinti". I vari autori, ciascuno con la sua sensibilità e il suo stile, ci raccontano tante facce diverse di un unico evento storico che ha plasmato il nostro Paese e che ha ribadito per sempre l'importanza della democrazia e della libertà.

Gli autori :

Guglielmo Campione, Ilari Anderlini, Federico Bianca, Adriano Boezio
Roberta Bramante, , Antonio Maurizio Cirigliano
Giovanni Costenaro, Alessia Di Luzio, Nicoletta Fanuele
Gilberta Grasselli, Rossana Lombardi, Claudia Magnifico
Alessia Marchiori, Daniela Merlin, Martina Petralia, Michele Pillon
Carlotta Veronica Puccetti, Claudia Sartirana, Mara Sabia

Disponibile presso la Casa Editrice UNIVERSITAS STUDIORUM MANTOVA. (sconto 10%):



Disponibile anche:

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"FREDDO COME UN SILENZIO, CALDO COME UN BRODO" : IL RACCONTO DI GUGLIELMO CAMPIONE NELLA RECENSIONE DI MARIANO GROSSI

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L’artista è il creatore di cose belle.
Rivelare l’arte senza rivelare l’artista è il fine dell’arte.
Chi può incarnare in una forma nuova, o in una materia diversa, le proprie sensazioni della bellezza, è un critico. Tanto la suprema quanto l’infima forma di critica sono una specie di autobiografia. Coloro che scorgono cattive intenzioni nelle belle cose, sono corrotti, senza essere interessanti. Questo è un difetto. Quanti scorgono buone intenzioni nelle belle cose sono spiriti raffinati. Per essi c’è speranza. Eletti son gli uomini ai quali le belle cose richiamano soltanto la bellezza.”

(Oscar Wilde, Il ritratto di Dorian Gray, 1890)




Direi che partendo da questo passo di Wilde si potrebbe iniziare una ricerca sul significato di un interessantissimo racconto breve confezionato con fine penna psicologica da Guglielmo Campione nel 1986 dal titolo “Freddo come un silenzio, caldo come un brodo”.

Un piccolo stralcio del pezzo ce ne dà opportuno innesco:

Penetrando attraverso quel brutto maglione logoro e sformato e quei pantaloni scuri di comune fustagno, un occhio scaltro e amante di ogni genere di disvelamento v’avrebbe senz’altro scorto quello che già v’avevo scorto io: un bel corpo giovane e ignaro di sé. Mi salutò senz’alcuna civetteria e con una voce flebile bassa e cantilenosa da bambina triste e scontenta.


Scorgere cattive intenzioni nelle belle cose: il protagonista del racconto ravvede ex senell’abbigliamento sciatto della coprotagonista l’occultamento voluto e maldisposto di una bellezza che egli vorrebbe fruire per se stesso secondo i propri canoni del bello.
Indisposto dall’apparire di quel corpoantiesteticamente inviluppato, il maschio partorisce in sé una sorta d’idea pigmalionicadi lì a poco esplicitamente formulata:

Sprofondata su una serie di cuscini azzurri del mio letto, la luce dell'idea mi fece Pigmalione interrogandomi sul come rendere quel bel corpo femmineo da Galatea segretato in unoscialbo involucro, ben più cosciente di sé .”


Ed è qui, in quest’accenno mito-filologico, che riscontreremo l’originalità dell’approccio di Guglielmo, autore e psicanalista capace di penetrare il mito nei suo anfratti psichici più reconditi (ed al professionista della materia ben noti) per dar vita ad un abbozzo di idea letteraria autonoma e volutamente ribaltante.
Procediamo per gradi, riportando il testo originale del passo ovidiano:


"Quas quia Pygmalion aevum per crimen agentis
viderat, offensus vitiis, quae plurima menti
femineae natura dedit, sine coniuge caelebs
vivebat thalamique diu consorte carebat2.
Interea niveum mira feliciter arte
sculpsit ebur formamque dedit, qua femina nasci
nulla potest; operisque sui concepit amorem.
Virginis est verae facies, quam vivere credas
et, si non obstet reverentia, velle moveri:
ars adeo latet arte sua3. Miratur et haurit
pectore Pygmalion simulati corporis ignes.
Saepe manus operi temptantes admovet, an sit
corpus an illud ebur, nec adhuc ebur esse fatetur
Oscula dat reddique putat loquiturque tenetque
et credit tactis digitos insidere membris
et metuit, pressos veniat ne livor in artus;
et modo blanditias adhibet, modo grata puellis
munera fert illi conchas teretesque lapillos
liliaque pictasque pilas et ab arbore lapsas
Heliadum lacrimas; ornat quoque vestibus artus,
dat digitis gemmas, dat longa monilia collo;
aure leves bacae, redimicula pectore pendent
et parvas volucres et flores mille colorum5
Cuncta decent; nec nuda minus formosa videtur.
Conlocat hanc stratis concha Sidonide tinctis
appellatque tori sociam adclinataque colla
mollibus in plumis tamquam sensura reponit.
Festa dies Veneris tota celeberrima Cypro
venerat, et pandis inductae cornibus aurum
conciderant ictae nivea cervice iuvencae,
turaque fumabant, cum munere functus ad aras
constitit et timide « si, di, dare cuncta potestis,
sit coniunx, opto », (non ausus « eburnea virgo »
dicere) Pygmalion « similis mea » dixit « eburnae ».
Sensit, ut ipsa suis aderat Venus aurea festis,
vota quid illa velint, et, amici numinis omen,
flamma ter accensa est apicemque per aera duxit.
Ut rediit, simulacra suae petit ille puellae
incumbensque toro dedit oscula6: visa tepere est;
admovet os iterum, manibus quoque pectora temptat;
temptatum mollescit ebur positoque rigore
subsidit digitis ceditque, ut Hymettia sole
cera remollescit tractataque pollice multas
flectitur in facies ipsoque fit utilis usu.
Dum stupet et dubie gaudet fallique veretur,
rursus amans rursusque manu sua vota retractat;
corpus erat: saliunt temptatae pollice venae.
Tum vero Paphius plenissima concipit heros
verba, quibus Veneri grates agat, oraque tandem
ore suo non falsa premit dataque oscula virgo
sensit et erubuit timidumque ad lumina lumen
attollens pariter cum caelo vidit amantem.
Coniugio, quod fecit, adest dea, iamque coactis
cornibus in plenum noviens lunaribus orbem
illa Paphon genuit, de qua tenet insula nomen".


“Pigmalione aveva visto le Propetidi vivere questa loro vita colpevole e, indignato dei difetti di cui la natura aveva abbondantemente dotato la donna, aveva rinunciato a sposarsi e passava la sua vita da celibe, dormendo da solo nel suo letto. Grazie però alla felice ispirazione dettatagli dal suo talento artistico, scolpì in candido avorio una figura femminile di bellezza superiore a quella di qualsiasi donna vivente e si innamorò della sua opera.” (Ovidio, Le Metamorfosi, Libro X)

La storia della cultura ha reso immortale la vicenda narrata da Ovidio nel Libro X de “Le Metamorfosi”: essa fu ripresa da artisti di ogni specialità e di ogni epoca.
Pigmalione, re di Cipro e grande scultore, non avendo trovato una donna degna del suo amore, viveva completamente solo. Modellò una statua, cui dette il nome di Galatea, simulacro dei suoi parametri ideali femminili, e se ne innamorò appassionatamente. Venere, mossa a pietà dalle sue preghiere, trasformò l’effigie della donna in carne viva e i due potettero sposarsi.
Pigmalione sceglie scientemente di abbandonare la realtà per rifugiarsi nella perfezione dell’arte. L’amore per la statua è un sentimento puro fondato sulla sensibilità dell’uomo, sulla propria intima esigenza di un amore autentico e lindo.
L’arte è mimesis per gli antichi, riproduzione e imitazione del reale. Qui l’opera d’arte non riproduce un oggetto reale, ma mira a rendere concreta un’idea: l’artista forgia una realtà migliore del reale.
“Questa aveva l’aspetto di una fanciulla vera, tanto che la si sarebbe creduta viva e desiderosa di muoversi, se non l’avesse impacciata il pudore. L’arte era tanto grande da non apparire addirittura. Pigmalione stesso è preso dall’immagine di quel corpo e contemplandolo concepisce una passione ardente.”(Ovidio, Le Metamorfosi, Libro X)

Realtà sopravanzata in bellezza dall’arte con conseguente sanzione di autonomia di quest’ultima rispetto al dato obiettivo e svincolo di limiti all’elaborato individuale dell’artista!.

“Tornato a casa, andò dalla statua della sua ragazza, si gettò sul letto a baciarla, e gli parve che si riscaldasse. Di nuovo la bacia, le tocca il petto, e l’avorio toccato si ammorbidisce dalla sua durezza e cede alle dita come la cera d’Imetto si ammorbidisce al sole e, trattata dal pollice, assume moltissime forme e con l’uso diventa usabile. Mentre stupisce e gode, ma la sua gioia è dubbiosa, temendo l’inganno, l’innamorato tocca e ritocca l’oggetto del suo desiderio. Era davvero un corpo: le vene toccate pulsavano. Allora l’eroe di Pafo pensò le parole più piene per render grazie alla dea, e intanto con le sue labbra preme quelle altre labbra finalmente vere, e la ragazza sentì i baci e arrossì e, sollevando alla luce gli occhi timidi, vide insieme il cielo e l’amante.” (Ovidio, Le Metamorfosi, Libro X)

Pigmalione aspira ossessivamente alla perfezione, template dell’artista decadente e solipsista, allergico e intollerante al quotidiano.
Una favola che afferma la capacità dell’arte non solo di riprodurre il reale, ma anche di sostituirlo: l’illusione che supera la realtà.
Vediamo qual è l’approccio pigmalionico del protagonista del raccontino di Guglielmo Campione alla creatura oggetto di desiderio:

“Così mi alzai dal letto sul quale giacevo da quando quel bruco di donna era entrata e le andai incontro,seguendo un’immagine ed una voce che diceva : “ Quando combatti una fede o una convinzione è come quando tenti di rompere un vetro. Falle fare un bagno bollente e poi un bagno gelido ! Lo specchio si romperà . così, giunto a pochi centimetri da Lei, le mollai uno schiaffo, forte in pieno volto.”

Lampante il primo ribaltamento del tessuto mitologico: non è la statua a dover assurgere a carne ed emoglobina vive, bensì una creatura pulsante che deve esser modellata a nostra immagine e somiglianza, intendendo a quello che sarebbe il nostro parametro estetico muliebre.
Ma v’è di più e spieghiamo perché: “saliunt temptatae pollice venae” scrive Ovidio: Pigmalione usa la dolcissima pressione e modulazione del dito della mano per esplorare le vene pulsanti della fanciulla da lui plasmata e che la divinità gli ha concesso, in ragione della sua venerazione, di rendere umana; il protagonista qui usa la violenza dell’intera mano per trasformare da bruco in farfalla l’essere a suo giudizio abbozzato dalla natura e che egli vorrebbe riplasmare secondo i dettami del proprio ideale agalmico e inerte.


Andiamo avanti:

“Si fece d’improvviso buio. Ma, quando ripresi conoscenza, un liquido caldo e dolciastro colava dal mio naso sulle labbra. Il mio naso sanguinava, non il suo !” 

Carne e sangue diventa la statua di Pigmalione in virtù di quella dedizione gratuita e pattuita dalla divinità, sangue sgorga dalla carne del sedicente plasmatore del racconto nel tentativo di scolpire un essere vivente dotato di propria incoercibile individualità, autonomia ed armonia.

E poi: “D'un tratto Lei ricomparve. Aveva smesso gli abiti logori e portava una mia vestaglia. Volle che la seguissi ma non parlò. Non so quanto tempo era passato. La sala da pranzo era magicamente apparecchiata in bianco candido, due candelabri a 3 candele ardevano ai due poli del tavolo e nei piatti fumava un brodo caldo. Lei mi nutriva.”


E’ l’amore di Pigmalione che rende vivo e nutre il proprio agalma immoto, qui il nutrimento al velleitario artista è dato imprevedibilmente da una creatura che, lungi da esser abbozzo, è essere vivente completo e vivificatore di per sé.
S’intersecano gli accoppiamenti sinestetici (il grigiore del cielo senza vento dei pensieri-muta sorrideva- silenzio di ghiaccio- esercito di pensieri) in questo breve racconto di Guglielmo in un matrimonio formale e sostanziale inesausto. Ma quando parliamo di sinestesia non lo facciamo solo in chiave di mero registro delle figure retoriche organicamente inserite nel tessuto connettivo del racconto, bensì perché tutto esso pare una perfetta miscellanea sagacemente ribaltata della scena ovidiana sopra descritta.
Ma non è solo l’intarsio ovidiano che ci apre una strada di intelligente lettura del mito nell’imbuto dolcissimo e caleidoscopico della sua semantica psichica; la scena dello schiaffo e dell’imprevedibile ed inspiegabile sanguinamento del colpitore, a mio giudizio,apre scenari di riferimento con un altro spunto gravidissimo di risvolti mito-psicologici, quello di Narciso.


"Fons erat inlimis, nitidis argenteus undis,
quem neque pastores neque pastae monte capellae
contigerant aliudve pecus, quem nulla volucris
nec fera turbarat nec lapsus ab arbore ramus;
gramen erat circa, quod proximus umor alebat,
silvaque sole locum passura tepescere nullo.
Hic puer et studio venandi lassus et aestu
procubuit faciemque loci fontemque secutus,
dumque sitim sedare cupit, sitis altera crevit,
dumque bibit, visae correptus imagine formae
spem sine corpore amat, corpus putat esse, quod umbra est.
Adstupet ipse sibi vultuque inmotus eodem
haeret, ut e Pario formatum marmore signum;
spectat humi positus geminum, sua lumina, sidus
et dignos Baccho, dignos et Apolline crines
inpubesque genas et eburnea colla decusque
oris et in niveo mixtum candore ruborem,
cunctaque miratur, quibus est mirabilis ipse:
se cupit inprudens et, qui probat, ipse probatur,
dumque petit, petitur, pariterque accendit et ardet.
Inrita fallaci quotiens dedit oscula fonti,
in mediis quotiens visum captantia collum
bracchia mersit aquis nec se deprendit in illis!
Quid videat, nescit; sed quod videt, uritur illo,
atque oculos idem, qui decipit, incitat error
Credule, quid frustra simulacra fugacia captas?
Quod petis, est nusquam; quod amas, avertere, perdes!
Ista repercussae, quam cernis, imaginis umbra est:
nil habet ista sui; tecum venitque manetque;
tecum discedet, si tu discedere possis!
Non illum Cereris, non illum cura quietis
abstrahere inde potest, sed opaca fusus in herba
spectat inexpleto mendacem lumine formam
perque oculos perit ipse suos; paulumque levatus
ad circumstantes tendens sua bracchia silvas
"Ecquis, io silvae, crudelius" inquit "amavit?
scitis enim et multis latebra opportuna fuistis.
Ecquem, cum vestrae tot agantur saecula vitae,
qui sic tabuerit, longo meministis in aevo?
Et placet et video; sed quod videoque placetque
non tamen invenio; tantus tenet error amantem.
Quoque magis doleam, nec nos mare separat ingens
nec via nec montes nec clausis moenia portis;
exigua prohibemur aqua. Cupit ipse teneri;
Nam quotiens liquidis porreximus oscula lymphis,
hic totiens ad me resupino nititur ore.
Posse putes tangi; minimum est quod amantibus obstat" .


Come il ragazzo infrange le sue velleità contro una superficie riflettente naturale trovandovi la morte, qui nel vulnus che il protagonista vorrebbe infliggere alla sua potenziale statua plasmabile è ravvisabile lo stesso crash lacerante contro lo specchio, contenitore delle volizioni irrealizzabili di se stesso e dei propri oggetti di desiderio.
Come Narciso Pigmalione non vede fuori di sé e plasma la sua idea finita e perfetta di realtà, ma egli ha la capacità creativa che gli ha permesso la realizzazione della sua brama d’amore.
Il nostro protagonista in altri termini assomma in sé le negatività e la pars destruens di entrambi ribaltandole e dissimilandole.

E qui ci fermiamo perché il nostro umile contributo alla lettura esegetica del passo a nostro giudizio strutturalmente pregno di bivalenze letterarie, non può non contenerne altre di più pregnante impronta psicanalitica; e noi siamo onorati di rischiararne questi ulteriori anfratti in virtù del contributo diretto datoci dall’autore G. Campione :

Il protagonista vede, mutatis mutandis, anche le belle cose nelle brutte cose e , per fare il verso a Wilde (che tralascia questa possibilità) vede del bello al di là dell'involucro sciatto e vuole restituire tale percezione veritiera alla donna.
Non lo fa mediante complimenti, secondo il cliché dell’interlocuzione maschio-femmina, perché sa che come al malato immaginario non si può dire che non ha nessuna malattia,ugualmente non ha nessuna possibilità di successo convincere qualcuno d'una convinzione che non ha.
Ed è questa la sua pretesa, la hýbris del Pigmalione.

Lo schiaffo, richiama l'effetto caldo freddo che spacca il vetro : "Quando combatti una fede o una convinzione è come quando tenti di rompere un vetro. Falle fare un bagno bollente e poi un bagno gelido (...) , questa dicotomia dirompente e ossimorica richiama ed è richiamata dal titolo e dalla chiusa: “Freddo come un silenzio, caldo come un brodo”.
Megalomanicamente/messianicamente (io ti salverò) si assume il compito (in fondo non richiesto e dunque non relazionale ma autoreferenziale) di "combattere una fede o una convinzione". Egli pensa che solo l'effetto crash possa svegliare dal sonno questa bella addormentata (altro tema adombrato) e, non si capisce bene come , donarle al risveglio una consapevolezza della sua bellezza che la conduca a vestirsi bellamente da bella per assecondarla anziché nasconderla.
Freud non sarebbe stato d'accordo, perchè la consapevolezza, come la democrazia, non si esporta né si regala, si conquista bensì da soli grazie anche agli altri.
La tematica è quindi senz'altro narcisistica, tener presenti solo i propri bisogni, ma sfiora quella della nuova nascita, della conoscenza di sé, del mettere al mondo sé stessi come questo bel passo di una lettera di Lou Salomè a Freud sottolinea :
" (…) al fine si aggiunge un terzo significato di narcisismo più bello degli altri: accanto a quel Narciso che innamorato si specchia triste solo quando come vuole la leggenda è costretto a farlo per imposizione nevrotica, e accanto a quell’altro narcisismo a cui il nome non si confà in alcun modo perché questo Narciso non si specchia bensì diviene, mette al mondo se stesso e quindi in effetti in senso psicoanalitico simbolico esce dall’acqua quantunque come e mera immagine, si pone infine il Narciso della scoperta di se stesso, colui che conosce se stesso". (Lou Andreas Salome. “I miei anni con Freud”)”
(G.Campione)


Ancora una volta il sostrato classico e l’expertize psicanalitico permettono a Guglielmo di confezionare trame simbolistiche originalissime, vivificate dalla propria interiore gnosis del mito, delle debolezze umane, della vita. Ancora una volta piacevolissimo è addentrarsi nella semantica delle sue trame e dei suoi orditi già sperimentati allorché ne recensimmo il volume di liriche “Il lungo cammino del fulmine”!.

Incoercible libertarian : racconto di Mariano Grossi ©

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Racconto primariamente pubblicato su :
DESTRUTTURALISM by myblindflowers@gmail.com
https://antichecuriosita.co.uk/2017/06/09/incoercible-libertarian/




James was a brilliant NCO stationed at 44th Airborne Brigade in Fenham, a Newcastle-upon-Tyne suburb. When Colonel Launcher became his department’s boss they both suffered a mutual dislike maybe based on different points of view as for politics, religion and sexual behaviour; they used to have more than an argument about those items. The boss was a narrow-minded reactionary convinced of his ideas of supermanhood and the need to marshal and link his soldiers around a strong man capable to spur and hold them united, no matter if he used unfair methods without any sense of justice and fairness. James was an incoercible libertarian, deeply allergic to any tendency to apply double standards and behaviour’s conditionings. Moreover he was a great enemy of any platitude and they often had more than a heated debate about homosexuality. James was a deep admirer of Nicolas Windmill, at that time governor of Tyne and Wear County; they both had attended the same courses at the local University in the Seventies, a period when showing your party’s card was enough to pass your exams at the Engineering College so full of left-oriented teachers; Nicolas never needed that shield, as he was a very self-confident student, sincerely adverse to any kind of conditionings and recommendations. James had been present to several exams of his and could verify his skills and expertize on every subject. James’ tales about his university’s reminders together with Nicolas used to nettle his boss, prejudicially convinced about homosexual untrustworthiness and Nicolas had done more than an outing about his homosexuality. The boss was very angry about that item, so that aimed at compelling James to admit to be a homosexual just like his university-mate and more than once he raised those arguments while other officers and NCOs were standing in his room to collect them as witnesses of James’ statements about it. James smartly refrained to express such a kind of assertions while other barracks-mates hearing him, but once, while his boss introduced that item again and nobody else was there, after the new request by Col. Launcher (“Tell me the truth! If you are such a defender of him, it means you had got a sexual relationship with some gay!”) he left him speechless: “Why, Sir, you not? What a pity! You cannot imagine what you have missed! Please, do not misunderstand me! I have always been performing a male rôle with them, but you are unfortunately unaware about the tenderness and skill of another man as for blow-jobs! I suggest you try it as soon as possible!”
Then he rose, asked for being allowed to leave the room, came to attention, greeted his boss and was dismissed.
His boss never talked anymore of that subject!
Note by the author: every reference to real persons and deeds is merely casual; this story, even though likely inside a barracks, is completely imaginary!

NATALE O DEL NUOVO INIZIO : LA PSICOANALISI DI M.BALINT ALLA LUCE DEL CRISTIANESIMO di Guglielmo Campione.

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Il Natale di Gesù è un nuovo inizio , un'annuale possibilità di rinascita, una prospettiva terapeutica : una relazione sterile può riprendere a essere feconda, una comunicazione bloccata può sbloccarsi , un torto può esser perdonato , un guasto riparato , un male guarito, un debito pagato, una speranza riaccesa.
Ritualizzare la memoria significa darle un tempo e spazio suo proprio ben delineato e riconoscibile : come si semina e si raccoglie in certi mesi dell'anno cosi si può ricordare che è possibile fare sempre un nuovo inizio contro le più severe evidenze dello sconforto che vede il passato come un tempo inemendabile.
La morte è bandita dalla resurrezione della Pasqua ma anche dalla possibilità della rinascita del Natale di Cristo , che ogni anno simbolicamente rinasce come Sole che illumina e riscalda le tenebre umane , come un bambino che nasce in condizione di precarietà , freddo e povertà in una terra straniera: una scelta obbligata dalla legge imperiale Augustea del censimento disposto dal governatore romano Publio Sulpicio Quirino nelle province di Siria e Giudea nel 6 d.C. , Vangelo secondo Luca 2,1-2 cui obbedisce per senso del dovere Giuseppe anziano Padre affidatario , diremmo oggi, e Maria giovanissima ragazza Madre.
Come ricordava Carlo Maria Martini :”
Il Natale guarda alla Pasqua e il presepio contiene allusioni alla morte e risurrezione di Gesù. Esse erano presenti nella riflessione dei Padri. Così, ad esempio, il tema del legno della croce veniva ricordato dalla culla di legno in cui giace Gesù. Le pecore offerte dai pastori ricordano l’agnello immolato. Anche la Madre che si curva sul Figlio ci richiama alla pietà di Maria che tiene tra le braccia il Figlio morto.
La liturgia ambrosiana si esprime così: «L’Altissimo viene tra i piccoli, si china sui poveri e salva». Dunque, il senso del Natale ci riporta al centro della nostra redenzione e ci procura una gioia che non avrà mai fine. Un simile atteggiamento positivo può convivere anche con grandi dolori e penosi distacchi. So bene che questi sentimenti di dolore sono i segni di grandi ferite, che si riaprono soprattutto in questi giorni. Quando si vede a tavola un posto vuoto, riemerge il mistero del Crocefisso con le sue piaghe”.
Ritornare indietro nel tempo che irrimediabilmente non è più , è possibile solo con la memoria : di questa funzione non possiamo essere stati dotati per caso .
Ricordare ci permette periodicamente di regredire ( regredior ,torno indietro) e questa possibilità si mostra - oltreché esecrabilmente considerata dalla logica produttiva capitalistica una perdita di tempo di chi s 'attarda nel dolore per un mancato ritorno (l algos del nostos nel greco di Omero nell'Odissea, la nostalgia in italiano) - augurabile se conduce ad un nuovo inizio.
È questo l'universale messaggio cristiano del Natale : come il perdono e la misericordia - (etimologicamente il cuore per i miseri di pane , casa , patria e salute, ma anche per la nostra e l'altrui miseria del cuore sclerotizzato dalle paure dell'ego )ricordatoci da Papa Francesco , puó sempre darsi un nuovo inizio .
Un grande psicoanalista ebreo Ungherese allievo di Sachs e Sandor Ferenczi , M . Balint concentrò la sua attenzione sulle funzioni positive della regressione, che aiuta il singolo individuo permettendogli di accedere ad un nuovo ciclo. Questa nozione di nuovo ciclo (o nuovo inizio), uno dei concetti più frequentemente citati negli ultimi decenni, nacque da una seduta in cui una paziente donna di Balint che spesso accennava al fatto di non aver mai osato fare una semplice capriola, improvvisamente ne fece una durante una seduta, e così Balint comprese che attraverso una regressione, ella era tornata ad un punto nel quale un nuovo inizio ed un ulteriore sviluppo erano possibili.
Utilizzando sia la sua teoria del “nuovo ciclo” (o “nuovo inizio”), sia la dinamica del controtransfert concepita in base al lavoro di Ferenczi, in un primo tempo Balint iniziò comparativamente a sviluppare una linea di terapia psicoanalitica che sottolineava l’importanza dell’esperienza dei ricordi traumatici evocati nella situazione terapeutica. Se si torna per un tempo definito e ritualizzato in presenza di una persona presente e disposta all’esserci nell’ascolto , è possibile fare un nuovo e più propizio inizio .
Penso che il sacramento della riconciliazione nella confessione abbia psicologicamente anche queste basi , senza nulla togliere al suo immutato significato teologico.
Secondo Balint, il concetto di regressione può essere inteso in due sensi: uno, di tipo benigno, conduce allo stato di “nuovo inizio” e di guarigione; l’altro, di tipo maligno, perpetua sia infinite ripetizioni improduttive, sia una dipendenza tossicomanica dal terapeuta. Le due nozioni di base sulle quali si fondano la regressione benigna e il nuovo inizio, sono per M. Balint l’amore primario e il difetto fondamentale.
Il primo consiste in una fondamentale esperienza di legame materno: lo stato di libertà da problemi, di amore perfetto, nel quale l’armonia protettiva, amorevole, nutriente della quasi totalità dell’universo circonda il bambino come un grembo e provvede al suo benessere senza che ci sia necessità di alcuno sforzo da parte sua.
Il difetto fondamentale porta questo stato alla sua conclusione: si tratta del processo precoce nel quale si verifica uno iato importante tra i bisogni biopsicologici individuali da un lato, e la cura psicofisica, l’attenzione e la partecipazione emotiva diretta verso di lui o verso di lei, dall’altro lato.
Come risultato del difetto fondamentale (Basic Fault, 1968) l’amore tenta di connettersi con gli oggetti nell’ambiente secondo due modalità: sia abbarbicandosi ansiosamente ad essi, oppure, per contrasto, essendo respinta da essi e trascinata negli spazi intermedi. Balint chiamò “ocnofilia” la prima modalità, e “filobatismo” la seconda.
La Creatura umana conosce nella vita gravidica lo stato mistico terreno attraverso cui potrà presentire e desiderare la vita e la presenza di Dio , pur se absconditus, ( Isaia45,15 , Barth)attraverso lo stato di libertà da problemi, di amore perfetto, nel quale l’armonia protettiva, amorevole, nutriente della quasi totalità dell’universo circonda il bambino come un grembo e provvede al suo benessere senza che ci sia necessità di alcuno sforzo da parte sua.
Analogamente questi due stati interiori , in quanto correlati a esperienze d’amore possono essere pensati anche come peculiari esiti eventuali dell’esperienza di fede : l’ocnofilia d’una fede come esperienza di dipendenza in cui proiettiamo aspettative e bisogni ,( Dio è visto solo in quanto soddisfa i nostri bisogni ) la seconda il filobatismo come esito controdipendente d’ un rifiuto della fede assomigliante alla passione funambolica di fascinazione del rischio. L’ateismo come funambolismo sull’abisso.
È per dirla con M. Balint , è il difetto fondamentale ció che mi permette di distinguere Dio dai miei bisogni , portando questo stato d’ingenua credenza alla sua conclusione: si deve verificare uno iato importante tra i bisogni individuali da un lato, e la loro soddisfazione magica che non comporta nessuna assunzione di responsabilità .
Penso che il percorso di crescita personale che passa attraverso l’affrontare la separazione interiore da questa posizione infantile-dipendente possa condurre ad una crescita dell’amore di fede .
Che succede infatti all’amor di fede quando ci accorgiamo che Dio non è più la proiezione di nostri bisogni ? Ci rifiutiamo di accettare questa delusione permanendo in un amor di fede infantile o riteniamo ateisticamente di poter farne a meno sviluppando un funambolismo razionale orgoglioso della propria Autarchica e totale indipendenza ?
In che senso l’accettazione di una regressio ad una totale fiducia in Dio puó condurre ad una nuova nascita e dunque ad un nuovo inizio ?
Fede ha stessa radice di fiducia .
Mi fido dell’amor di Dio anche se non corrisponde più ai miei bisogni Proiettati di dipendenza ?
Che differenza c’è tra credere di raggiungere Dio o permettere a Dio di raggiungerci nel profondo del cuore ?
Per l’uomo Dio non è raggiungibile razionalmente , non è l’ego la via perchè esso è il Modello attraverso cui raggiungiamo la differenziazione dal mondo.
Ritornare indietro nel tempo che irrimediabilmente non è più , è possibile solo con la memoria : di questa funzione non possiamo essere stati dotati per caso .
Per Permettere a Dio di raggiungerci è necessario cambiare di nuovo rotta , è necessario un nuovo inizio , quello della fiducia in qualcosa di piu grande di noi , che le cose cambino nella resa .
Questo è un passo molto difficile : lasciarsi andare , avere fiducia nell’intangibile che possiamo toccare solo leggendo i suoi segni non logici e prevedibili nel Mondo e nella nostra vita.
Come si recita in Surrender Blues (10) :

Oh No


Surrender


Ancora un gioco !


Ancora un gioco


senza abbandono.



Surrender


lo sai :


Solo tu rendi i nostri spiriti fluidi


Solo tu dissolvi questa insipida


concretezza


Solo tu riapri le porte dell’innocenza


Solo Tu fai suonare


al nostro cuore


il suo ritmo da Grande Tamburo


scrosciante come un uragano luccicante


caldo


come una pioggia tropicale dai cieli neri


che accarezza


sferzando


Palme e Banani .


Oh no,


Surrender


di nuovo prigionieri


di quel Diavolo del cervello !



L’emergere interiore della parola poetica è uno di questi momenti : ci si puó lasciare guidare da una voce, seguendola come parola che guida i miei Passi , come luce sul Mio cammino ,come dice il salmo 118 : mi fido di Te , Parola , ti ascolto , dialogo con Te anche se non sei un ragionamento ma non per questo sei da negare. Insieme alla Parola sogno .
«Il senso ultimo e profondo dell'Avvento sta proprio qui, Dio ti dà quello che non hai: il coraggio di sognare» diceva Don Tonino Bello.

Sognare che un nuovo inizio è sempre possibile.




Bibliografia


1. Vangelo di Luca.


2. “Analisi del carattere e «nuovo ciclo»”, in: Balint, M. (1952),

      L’amore primario. Guaraldi, Firenze (1973)


3. Balint, M. (1957) Balint, M., Medico, Paziente e Malattia, Feltrinelli, 1961.


4. Balint, M., Balint E. (1968), La Regressione, Cortina Editore, 1983.


5. Papa Francesco : Giubileo della Misericordia

6. Omero , Odissea


7. Carlo Maria Martini, dal Corriere della sera, 23/12/2010


8. Salmo 118


9. Don Tonino Bello


10. G. Campione , Il lungo cammino del fulmine: sul vagabondaggio del cuore

dalla casa al mondo . Edizioni ILMIOLIBRO,2015




Sexting, dovere di fedelta’nel matrimonio e riservatezza - Maria Zappia, Avvocato

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Si ringrazia la rivista PERSONA E DANNO diretta dal Prof. Paolo Cendon
e l'Avv.Maria Zappia per la concessione della pubblicazione.


https://www.personaedanno.it/matrimonio-famiglia-di-fatto/sexting-dovere-di-fedelta-nel-matrimonio-e-riservatezza-maria-zappia

Come noto, tra gli obblighi derivanti dal matrimonio sanciti dall’art. 143 cc. vi è quello della fedelta’ da intendersi “ non soltanto come astensione da relazioni sessuali extraconiugali, ma anche come impegno a non tradire la fiducia reciproca, sia sul piano della dedizione fisica sia sul piano spirituale”.

La pronuncia rapporta la nozione di fedeltà coniugale a quello di lealtà, e dunque, nel bilanciamento dell’interesse all’unita’ familiare vengono imposti sacrifici alle scelte individuali di ciascun coniuge ove si pongano in conflitto con gli impegni e le prospettive della vita comune.

La violazione dell’obbligo di fedeltà rileva sotto due profili distinti e cioè sotto il profilo dell’addebito al coniuge fedifrago della responsabilita’ della separazione e sotto il profilo del danno ingiusto definito illecito endofamiliare allorquando alla violazione del dovere di fedeltà segue la lesione di altri interessi quali l'onore e la reputazione dell’altro coniuge.

Ai fini dell’addebito della responsabilita’ della separazione occorre che la violazione del dovere di fedelta’ sia l’unico fattore determinante la separazione e che antecedentemente al tradimento non vi siano ragioni nella coppia tali da rendere intollerabile la prosecuzione della convivenza.

Ciò che assume rilevanza, è verificare, caso per caso, se la violazione del dovere di fedeltà coniugale sia stata la causa della crisi matrimoniale o se, invece, ne sia stato l'effetto.

Ai fini della risarcibilità dei comportamenti lesivi occorre invece un plus di disvalore e cioè le condotte poste in essere da uno dei coniugi, devono essere talmente gravi da determinare oltre all’addebito, una lesione alla dignita’ ed integrità morale dell’altro coniuge. La Suprema Corte (sentenza n. 9801 del 2005) ha affermato che i rimedi tipici previsti dal diritto di famiglia, come la separazione o il divorzio, sono compatibili e concorrenti con l'azione ordinaria di risarcimento danni, di cui all'articolo 2043 c.c. e che la mera violazione dei doveri matrimoniali, o anche la pronuncia di addebito della separazione non sono di per sé fonte di una responsabilità risarcitoria. Ha osservato la Suprema Corte che “la separazione o il divorzio sono strumenti accordati dall'ordinamento per porre rimedio a situazioni di impossibilità di prosecuzione della convivenza o di definitiva dissoluzione del vincolo e che diversa è la funzione dell'assegno di separazione o di divorzio avente natura strettamente assistenziale, rispetto alla tutela offerta dal risarcimento dei danni che assolve, di regola, ad una funzione compensatoria; oltretutto la perdita del diritto all'assegno di separazione a causa dell'addebito, può trovare applicazione soltanto in via eventuale, in quanto colpisce solo il coniuge che ne avrebbe diritto e non quello che deve corrisponderlo e non opera quando il soggetto responsabile non sia titolare di mezzi economici”.

Quindi se nessun danno può derivare dalla semplice decisione di porre fine al vincolo coniugale, perché ciascun coniuge ha diritto interrompere il rapporto senza impedimenti allorquando ravvisi una intollerabilita’ della convivenza, la lesione della dignità, causata dalla infedeltà o dal altri gravi comportamenti, può essere riconosciuta come autonoma voce risarcitoria nell'ambito del danno non patrimoniale.

Più di recente è stato ribadito che “nell'ambito di un vasto orientamento dottrinale e giurisprudenziale è stata da tempo enucleata la nozione di illecito endofamiliare, in virtù della quale la violazione dei doveri familiari non trova necessariamente sanzione solo nelle misure tipiche previste dal diritto di famiglia, discendendo dalla natura giuridica degli obblighi suddetti che la relativa violazione, ove cagioni la lesione di diritti costituzionalmente protetti, possa integrare gli estremi dell'illecito civile e dare luogo ad un'autonoma azione volta al risarcimento dei danni non patrimoniali ai sensi dell'art. 2059 c.c..”.

Con specifico riferimento al sexting e cioè allo scambio tra soggetti consenzienti di messaggi e video a contenuto intimo ed allusivo nell’unica pronuncia edita emessa dal Tribunale di Roma in data 30.3.2016 è emerso che in generale i messaggi possono essere letti come semplice scambio di affettuosità tra gli utenti del web laddove nel caso richiamato gli SMS prodotti in giudizio dal coniuge tradito estratti dal telefono personale dell’altro coniuge lasciato incustodito in casa, rappresentavano “il dialogo fra due persone tra cui era in corso una relazione intima”; nel senso che i testi contenevano scambi di affettuosita’, parole amorose e chiari riferimenti ad una comune sessualita’, che non potevano essere differentemente intesi se non come dimostrazione di una relazione sentimentale con persona diversa dal coniuge. Chiara la circostanza che nessuna crisi vi era tra i coniugi in tempi preesistenti alla relazione extraconiugale, la causa della separazione è stata ricondotta alla infedelta’ coniugale di colei che aveva intrattenuto la relazione intima con il destinatario dei messaggi.

Nel caso trattato dalla Corte di merito il coniuge i cui messaggi intimi erano stati esibiti in giudizio mediante chiavetta usb contenenti le schermate del telefono dal quale era stato operato il sexting aveva invocato il diritto alla riservatezza e l’inutilizzabilita’ degli atti.

Il Tribunale, mostrando un’atteggiamento di saggia ponderazione delle dinamiche familiari ha affermato che la scoperta casuale del contenuto di conversazioni facilmente acquisibili sul portatile del coniuge lasciato incustodito all’interno dell’abitazione familiare non può ritenersi illecita affermando inoltre che “ in un contesto di coabitazione e di condivisione di spazi e strumenti di uso comune quale quello familiare, la possibilita’ di entrare in contatto con dati personali del coniuge sia evenienza non infrequente, che non si traduce necessariamente in una illecita acquisizione dei dati”.

Quasi riportando il giudizio di valore al concetto di lealtà, manifestato dalla Suprema Corte nella pronuncia del 2008 la corte romana ha ribadito che “E’ la stessa natura del vincolo matrimoniale che implica un affievolimento della sfera di riservatezza di ciascun coniuge, e la creazione di un ambito comune nel quale vi è un’implicita manifestazione di consenso alla conoscenza di dati e comunicazioni di natura anche personale, di cui il coniuge in virtù della condivisione dei tempi e degli spazi di vita, viene di fatto costantemente a conoscenza a meno che non vi sia una attivita’ specifica volta ad evitarlo”.

Sexting: quale tutela? di Maria Zappia , Avvocato

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Si ringrazia la rivista PERSONA E DANNO e l'Avvocato Maria Zappia per aver concesso a STATI DELLA MENTE la pubblicazione 


L’utilizzo della rete telematica per lo scambio di comunicazioni a contenuto intimo è un fenomeno da analizzare e definire per le conseguenze gravi che talvolta si determinano allorquando il destinatario del messaggio o del video ne diffonde il contenuto sui social rendendo pubblico ciò che era destinato a rimanere nella sfera privata dei soggetti. Il recente caso di Tiziana Cantone, accanto ad altri meno recenti, ma ripetitivi riguardo al tragico epilogo, ha evidenziato, da un lato la nocivita’ della diffusione di immagini sul web e dall’altro la necessita’ di operare con criteri definitori superando le tradizionali semplicistiche espressioni sessiste e correlando gli interessi lesi al più ampio sistema delle libertà fondamentali
La rete ha profondamente cambiato il contesto sociale, il linguaggio, i modi di agire e le abitudini di milioni di persone, è diventata uno spazio alternativo a quello reale per acquisire informazioni, esprimere idee, ed anche, nel settore specifico di nostro interesse, per realizzare incontri e manifestare desideri di carattere privato attinenti alla sfera della sessualita’.

Ci si avvale delle chat line, si utilizzano siti ad hoc che facilitano relazioni fra persone con comuni interessi, si utilizzano i popolari sistemi di messaggistica istantanea o differita, si adopera la webcam per filmare e trasmettere in tempo reale al partner la comunicazione: è in una parola, il cybersex che ha soppiantato, per alcuni versi, il modo tradizionale di intrattenere rapporti. La relazione virtuale spesso si attua all'interno di rapporti intimi già esistenti, ad esempio tra persone sentimentalmente legate ma geograficamente separate, rivestendo così tutte le caratteristiche di una prosecuzione della sessualità di coppia, oppure si manifesta nell’ampio universo del gioco edonistico e narcisistico della rete che vede fiorire e germogliare rapporti e legami disgiunti da quelli reali.

E’ probabilmente questa seconda dimensione ad attrarre maggiormente sia donne che uomini verso approcci virtuali in quanto lo strumento di trasmissione (pc, tablet, smatphone ecc.) garantisce disinibizione e libertà di manifestazione delle proprie inclinazioni e fantasie senza ansie e senza necessita’ di mettere in gioco le tradizionali dinamiche legate alla corporeita’.

Utilizzando la pluridefinita “terra di nessuno” del web si altera la propria essenza identitaria presentandosi come si vorrebbe essere o si vorrebbe essere percepiti dagli altri, si rifugge dal contatto reale e agevolmente si riescono a proiettare all’interno della comunicazione, spinte emotive raramente riferibili nella vita reale. Nell’ambito del più ampio fenomeno, di estrema attualità, del cybersex, in questo breve testo si cerchera’ di analizzare il fenomeno del sexting tra adulti da intendersi come trasmissione di testi e di immagini sessualmente allusive o suggestive mediante il cellulare o il pc.

La distinzione fondamentale che emerge è quella tra sexting primario in cui, nell’ambito di una relazione virtuale o reale consensuale, il messaggio viene trasmesso ad uno o più destinatari, dal sexting secondario in cui i destinatari dell’immagine e/o del testo allusivo pongono in circolazione il messaggio ponendolo alla fruizione di terzi soggetti estranei al rapporto e di tutti i potenziali fruitori della rete tramite i conosciuti canali di trasmissione dati telematici (youtube, facebook, instagram). Nel primo caso, tranne l’ipotesi già esaminata di rilevanza del comportamento nell’ambito di un procedimento civile per “infedeltà”, il fenomeno, ampiamente diffuso, è di mero interesse sociologico e psicologico, non certo giuridico, in quanto si tratta di condotte lecite rientranti nell’ambito della comunicazione virtuale.

Per contro, assume rilievo preponderante per l’interprete, la seconda tipologia di comportamento, cioè quella che si attua allorquando il destinatario del messaggio e dell’eventuale immagine anziché tenere per sé i contenuti del testo o le immagini intime del partner, li diffonde in rete, ponendo in essere una condotta altamente lesiva di quei valori dei quali ciascun individuo è depositario la cui integrita’ ogni ordinamento giuridico intende assicurare.

Il recente caso di Tiziana Cantone, accanto ad altri meno recenti, ma ripetitivi riguardo al tragico epilogo, ha evidenziato, da un lato la nocivita’ della diffusione di immagini sul web e dall’altro la necessita’ di operare con criteri definitori superando le tradizionali semplicistiche espressioni sessiste e correlando gli interessi lesi al più ampio sistema delle libertà fondamentali. Nel caso di cronaca ingiustamente si è affermato, in maniera anche grossolana, che nel consentire la ripresa di immagini intime la vittima avesse implicitamente manifestato una sorta di consenso alla divulgazione in rete delle immagini laddove le condotte del sexting, anche consensuali ab initio, non determinano necessariamente il consenso implicito alla successiva diffusione in rete dei messaggi intimi.

Analizzando le condotte con specifico riferimento ai valori da tutelare si ritiene che la scelta del soggetto che esprime i propri desideri tramite il sexting meriti piena tutela in quanto estrinsecazione del diritto alla sessualita’, considerato uno degli essenziali modi di espressione della persona umana (Corte Cost.n. 561/1987). I diritti sessuali costituiscono diritti universali basati sulla liberta’ personale, sulla dignita’ e parita’ di tutti gli esseri e sono strettamente correlati al diritto alla salute. Il pieno sviluppo della sessualita’ incide difatti sul benessere dell’individuo garantendo equilibrio e stabilita’ emotiva e contribuisce all’armonioso sviluppo della personalità di ciascuno (vd. documento della World Association for Sexual Health -Was 2008- tradotto in lingua dalla Federazione Italiana di Sessuologia Scientifica. All’art. 1 si legge “ I diritti sessuali sono parte essenziale dei diritti umani fondamentali e pertanto sono inalienabili ed universali. La salute sessuale è una componente essenziale del diritto al godimento dei più elevati standard di salute).

La Corte regolatrice esaminando sia fattispecie di rilievo civilistico che penalistico ha manifestato nell’un caso l’opportunità di una tutela reintegratoria dei beni lesi e nell’altro l’esigenza di prevenire attentati ad una tra le libertà di autodeterminazione del pensiero umano.

Citiamo, senza pretese di esaustivita’, la pronuncia di Cass. Civ. n. 13547/2009 che ha riconosciuto e ristorato il diritto alla sessualità della parte danneggiata (leso nel caso di specie in conseguenza di errore medico) per essere un diritto inviolabile ed un “modus vivendi essenziale per l'espressione e lo sviluppo della persona”, e riguardo alle fattispecie penalistiche, la pronuncia delle Sezioni Unite n.3/2000 con la quale, nell’ipotesi punita dall’art. 600 ter cp. (reato di pornografia minorile) si è affermato che l’ordinamento appresta, una tutela penale anticipata alla liberta’ sessuale del minore “reprimendo tutti i comportamenti che mettono a repentaglio il libero sviluppo personale del soggetto con la mercificazione del suo corpo.

Sempre con riferimento al concetto di libertà di autodeterminazione, Cass. Pen. n. 12836/2013 nel caso di violenza sessuale subita da una prostituta ha ritenuto la preminenza del principio di libera autodeterminazione nella sfera sessuale rispetto alla situazione concreta della vittima affermando che il bene protetto dall'art. 609-bis c.p. è la libertà di estrinsecazione della sessualità e che riguardo alla peculiare attività svolta dalla prostituta dovesse ritenersi rimessa ad una scelta personalissima la vendita del proprio corpo. La Corte ha poi escluso l'attenuante del fatto di minore gravità per essere la persona offesa dedita alla prostituzione affermando che “il diritto al rispetto della libertà sessuale prescinde da condizioni e qualità personali, dal motivo e dal numero dei rapporti avuti in passato con persone più o meno conosciute”. Peraltro, non infrequente, nei comportamenti di sexting secondario, è la plurioffensivita’ dei comportamenti che si realizza ogni qualvolta il vulnus alla libera manifestazione della personalita’ nella sfera sessuale determina, per le vittima, uno stato patologico (depressioni, disturbi post traumatici, fobie sociali, insonnia, disordini alimentari suicidio), in tal caso, all’aggressione alla libera manifestazione del pensiero, di per sé dannosa, si correla strettamente la perdita del bene salute e dunque ancora una volta gli interessi lesi assumono rilevanza costituzionale ed esigono piena tutela. Allarmante è poi altra circostanza che si realizza allorquando il destinatario delle immagini o dei testi, coarta la volonta’ della vittima (c.d. cyber extortion- sexestortion) costringendola a dei comportamenti che in stato di libera autodeterminazione non compirebbe, sotto la minaccia di diffondere le immagini intime o di rivelarle a terzi. E’ evidente che in tali casi il soggetto passivo vive momenti di profondo sgomento e di infinita solitudine. Il bene giuridico da tutelare è quindi il diritto personalissimo all’autodeterminazione in materia sessuale ed alla salute laddove nell’incertezza che domina il fenomeno in tutte le legislazioni contemporanee, le norme poste a tutela delle vittime di sexting secondario privilegiano più che la liberta’ sessuale nozioni la riservatezza ovvero l’onore e il decoro. In ogni caso, arrestare il fenomeno della diffusione e dell’eventuale sfruttamento dell’immagine intima non autorizzata salvaguardando al contempo la libertà dell’agente, è un tracciato da cui non si può prescindere per rendere il fenomeno accettabile all’interno dell’attuale contesto sociale pervaso dalla cultura dell’apparenza e dalla facilita’ delle comunicazioni.



Il diritto alla riservatezza

Una certa coerenza si coglie nel ritenere la diffusione delle immagini e dei testi operata nell’ambito del c.d. sexting secondario come comportamento in violazione del diritto alla riservatezza da intendere come la facoltà di impedire che le informazioni riguardanti tale sfera personale siano divulgate in assenza dell’autorizzazione dell’interessato, od anche il diritto alla non intromissione nella sfera privata da parte di terzi.

Tale diritto assicura all’individuo il controllo su tutte le informazioni e i dati riguardanti la propria vita privata, fornendogli nel contempo gli strumenti per la tutela di delle informazioni. L’istituto definito dai più come generico diritto alla libera determinazione nello svolgimento della propria personalità e racchiuso nell’espressione (privacy) viene inteso sia nel senso di tutela dei dati personali (quindi come diritto negativo volto a impedire la rilevazione di informazioni sul nostro conto), ma nella definizione più ampia quale diritto ad esprimere liberamente le proprie aspirazioni più profonde e realizzarle attingendo liberamente alla proprie potenzialità. In tal senso è intesa come privacy anche l’autodeterminazione e la sovranità su sé stessi. Il concetto viene diffusamente riportato, con molteplicità di espressioni, nel testo di accordi internazionali, come ad esempio quello di Schengen, ed anche nella Carta dei diritti fondamentali dell’Unione che che all'art. 8 così recita: "1. Ogni individuo ha diritto alla protezione dei dati di carattere personale che lo riguardano. 2. Tali dati devono essere trattati secondo il principio di lealtà, per finalità determinate e in base al consenso della persona interessata o a un altro fondamento legittimo previsto dalla legge. Ogni individuo ha il diritto di accedere ai dati raccolti che lo riguardano e di ottenerne la rettifica. 3. Il rispetto di tali regole è soggetto al controllo di un'autorità indipendente”.

I dati personali si dividono in quattro categorie e le immagini ed i testi trasmessi attraverso il sextingverrebbero collocati nell’ambito definitorio dei c.d. “dati sensibili cioè quelli idonei a rivelare "l'origine razziale o etnica, le convinzioni religiose, filosofiche o di altro genere, le opinioni politiche, l'adesione a partiti, sindacati, associazioni od organizzazioni a carattere religioso, filosofico, politico o sindacale, nonché i dati personali idonei a rivelare lo stato di salute e la vita sessuale" di una persona. In ogni caso è un concetto acquisito in via definitiva dalla dottrina che i dati relativi alla salute e alla vita sessuale siano "supersensibili" e cioè non è consentita alcuna esenzione nel trattamento in assenza di consenso.



L’onore e il decoro

La recente disciplina, in attesa di approvazione definitiva da un ramo del parlamento, reca una precisa scelta del legislatore italiano di reprimere il comportamento di sexting secondario ponendo quale motivazione a fondamento delle norme repressive la tutela dell’onore e della reputazione della vittima. La norma incriminatrice, viene inserita nel testo legislativo dedicato al bullismo e cyber bullismo (Proposta di Legge n. 3139 “disposizioni per la prevenzione e il contrasto dei fenomeni del bullismo e del cyber bullismo”) e recita all’art. 2 bis nel testo elaborato in Commissione “Per cyber bullismo si intendono, inoltre, la realizzazione, la pubblicazione e la diffusione on line attraverso la rete internet, chat room, blog o forum, di immagini, registrazioni audio o video o altri contenuti multimediali, effettuati allo scopo di offendere l’onore, il decoro, e la reputazione di una o più vittime, nonché il furto di identità e la sostituzione di persona operati mediante mezzi informatici e la rete telematica al fine di acquisire o manipolare dati personali, ovvero di pubblicare informazioni lesive dell’onore, del decoro e della reputazione della vittima”. In questo senso anche la Giurisprudenza si era espressa ritenendo diffamatorie le condotte di diffusione delle immagini non autorizzate (Cass. n. 47239/2012), ovvero riconnettendo i comportamenti lesivi nell’alveo dei c.d. “ atti persecutori”o “stalking” (Cass. n. 32404/2010).

Riteniamo tuttavia che, sia pur nella severità della pena proposta con la modifica all’art. 612 bis del codice penale (pena della reclusione da uno a sei anni) i beni giuridici presi in considerazione dal testo in fase di approvazione, siano di portata ridotta rispetto all’ampiezza del nucleo portatore delle liberta’ fondamentali che si sono per l’innanzi analizzate. Nella diffusione in rete delle immagini non autorizzate difatti più che un attentato all’onore ed alla reputazione del soggetto, più che la violazione del diritto alla riservatezza, si realizza la disintegrazione dell’intero sistema di valori dell’individuo connessi alla sfera intima in quanto alla pubblicazione sui social segue con effetto capillare, vista la diffusivita’ della rete, il turbinio dei commenti e l’ulteriore vilipendio delle scelte del singolo.





Bathys e profundus : la dimensione dell'immersione e della profondità nella cultura classica greco latina di Mariano Grossi

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Riccardo Bernardini scrive a pag. 62 del suo libro “Jung a Eranos. Il progetto della psicologia complessa” (Ed. Franco Angeli - Milano, 2011): “Psicologia del profondo. La terza prospettiva è quella della psicologia del profondo (Tiefenpsychologie). Il termine “profondo” deriva dal latino profundus, parola composta da pro, ”avanti”, e fundus, ”parte inferiore”, esso denota quindi un movimento verso ciò che sta in basso. Un suo equivalente greco è bathýs (βαθύς) termine che presenta analogie con l’arabo batin, ovvero il senso interiore, nascosto, invisibile delle Scritture e, in generale, delle cose”.


Mario Perniola ne ”La rivalutazione della nozione di “profondità” a pag. 212 esprime un’idea differente circa l’etimo del vocabolo latino: “… occorre capire perché mai i romani dicevano profundus e non molto più semplicemente fundus (come i tedeschi che dicono tief e gli inglesi che dicono deep). Fundus, tief e deep sono infatti affini tra loro: tutti derivano dalla radice indo-europea *dheu-b, o *dheu-p, che vuol dire fondo opposto a superficie. Perciò i filologi si sono chiesti: che cosa sta a fare quel pro- davanti a fundus? Ma che cosa vuol dire la proclitica pro in latino? Essa ha due significati: ”davanti” e “lontano”. Scartata la prima ipotesi che non vuol dire nulla di sensato, la chiave della soluzione sta nella seconda ipotesi: profundus vuol dire “lontano [è] il fondo”, cioè il fondo inteso come spazio smisurato, che inghiotte e divora e che non è suscettibile di misura, deve essere rimosso (questa è appunto la finissima spiegazione etimologica di P. Mantovanelli, ”Profundus. Studio di un campo semantico dal latino arcaico al latino cristiano”, cit., pag.20). In tutta la romanità perciò la parola profundus è sempre usata negativamente, come ciò che è senza fondo, e quindi non può essere misurato, e perciò si oppone all’ideale latino del modus, della misura. Per indicare un’estensione assai ampia in latino in alto o in basso, la quale è tuttavia sempre misurabile, i latini adoperavano la parola altus (che viene da alo, crescere). Profundus invece era un aggettivo estremo (privo perciò di superlativo), in cui era implicita una valutazione negativa. Mantovanelli prende in esame tutti gli usi della parola da Plauto fino agli scrittori cristiani: mai essa è usata come un elogio.”


Giova qui ricapitolare ed integrare la comparazione tra sanscrito, greco e latino della radice indoeuropea dell’idea dell’immersione tratta dal ”Dizionario etimologico comparato delle lingue classiche indoeuropee” di Franco Rendich, nella misura in cui è importante rammentare quel che scriveva Friedrich Schlegel in “Über der Sprache und Weisheit der Indier”, 1808, libro I, cap. V pp. 64-65 e che qui sintetizziamo: ”Come dunque l’uomo sia pervenuto a quella grandezza riflessiva, è un altro problema; ma con quella stessa grandezza riflessiva, con la profondità e la nitidezza di spirito che nel concetto di grandezza riflessiva comprendiamo, c’è anche la lingua. Assieme alla capacità di intravedere coerentemente il significato naturale delle cose, alla acuta sensibilità per l’espressione originaria di ogni suono, che l’uomo per mezzo degli strumenti linguistici è in grado di produrre, fu dato anche il fine senso creativo che separò e unì le lettere, inventò, trovò e definì le sillabe significanti”. Poiché sono le sillabe significanti di nascita indoeuropea e protosanscrita l’origine delle radici verbali del sanscrito, del greco e del latino.

gah ”spingersi [h] nelle acque [gā],”immergersi”,”tuffarsi”


L’indoeuropeo ad un certo stadio della sua evoluzione coincise con il protosanscrito. E fu proprio nel Rg-Veda, la massima opera della letteratura sanscrita, che le mucche [gā], in quanto datrici di latte, furono viste come le nuvole che davano la pioggia e quindi metaforicamente come “acque celesti”(Cfr. F. Rendich, L’origine delle lingue indoeuropee, nota 229, pag.148)


Sanscrito                                                        Greco                                      Latino    


g=g                                                                    g=b                                         g=b


ā=ā                                                                     ā=a                                         ā=a


h=h                                                                   h=th/ph                                   h=pt                                


gāh,gāhate   ”tuffarsi”,     ”immergersi”
dha           ”immerso”
gāha             “profondità”
gāhitr           “tuffatore”
gahana        ”profondo”,
      ”acque profonde”,
                    ”oscurità
        impenetrabile di 
   acque”                
báptō    “immergere”, tuffare”
baptízō “immergere”, ”tuffare” báptisma “abluzione”, battesimo”baptistērion  ”piscina”, ”battistero”
nna  ”immersione di  colore”
baphē “immersione”              
báthos “profondità”   bathýs”profondo”    
bénthos “profondità del mare”

baptizo”immergersi”                    “aspergere”,”battezzare”    baptisma”abluzione”         “battesimo”                        baptismus”battesimo”                      
                                           batillum ”pala, badile, braciere portatile, setaccio,turibolo”


La radice del vocabolo greco che indica la profondità è: *baph rintracciabile anche in b£ptw io immergo, io tuffo, io mando a fondo, sempre dalla stessa base, con la trasformazione del tema del presente per effetto dello jod indoeuropeo (βαφ-jω) in pt.


Quella isognomonica latina è invece *fud reperibile in fundo, is, fudi, fusum, fundere . Il passaggio da fud, tema del perfetto, a fund, tema del presente, avviene come per altri verbi della 3^ coniugazione (fingo,is, finxi, fictum, fingere, oppure frango, is, fregi, fractum, frangere), per inserimento di un infisso nasale (n).


La presenza della preposizione pro nel composto profundo, is, fudi, fusum, fundere stressa la successione ovvero l’estensione nello spazio rimarcando perfettamente il sema individuato da Bernardini del moto verso il basso, ma soprattutto quello descritto da Perniola e Mantovanelli della lontananza dal fondo.


Il frequentativo - intensivo di βάπτω, βαπτίζω, nella valenza neotestamentaria indica l’immersione totale dello spirito nell’esperienza trascendente dell’incontro con la divinità (credo non molto distante dalla sfera psichica).


In greco la radice *baph parrebbe contenere una poliedricità del concetto di profondità, spaziante dalle metafore e dai traslati dei poeti e dei filosofi, al lessico geografico usato dagli storiografi, a quello matematico fino alla terminologia militare ovvero magica e anatomica. Eschilo nel Prometeo al verso 1029 parla di Ταρτάρου βάθος, profondità del Tartaro, l’oscuro baratro nel fondo dell’Ade, il sito dei morti, concetto terribilmente ctonio, ribadendo la sua ermeneutica abissale nei Persiani al verso 465, κακῶν βάθος, un abisso di mali; mentre Euripide verticalizza verso l’alto il suo concetto nella Medea al verso 1279 parlando di βάθος αἰθέρος, la profondità dell’aria; Platone nel Teeteto parla di profondità d’intelligenza mentre, in senso profondamente idrico, Senofonte nella Ciropedia, 7,5,8 parla di ποταμοῦ βάθος, la profondità di un fiume; nel Nuovo Testamento più volte τὸ βάθος indica, di per sé ed assolutamente, l’alto mare; invece Platone nella Repubblica, parlando di βάθους μετέχειν ci porta nel lessico meramente geometrico per sottolineare l’opposizione della profondità alla larghezza matematica; Senofonte nelle Elleniche trasferisce il vocabolo nel lessico militare parlando di στρατιᾶς βάθος, la colonna di un esercito e anche Tucidide, quando parla della disposizione incolonnata di un dispositivo schierato in armi, utilizza la locuzione modale ἐπὶ βάθος. Teocrito nell’Idillio 14 lo utilizza per indicare la profondità di una pozione (ἐν βάθει πόσιος); Erodoto ed Efippo lo usano per indicare quanto folti possano essere i peli della barba o dei capelli, parlando di βάθος τριχῶν e πώγωνος . Analogie polivalenti si trovano nell’uso dell’aggettivo βαθύς. Ma quest’ultimo, a differenza del latino profundus, non dovette essere considerato un aggettivo estremo, talché il comparativo ed il superlativo ne sono pienamente attestati (Platone nelle Leggi, 930 parla di βαθύτερα ἤθη “indole più seria e più grave”, mentre Eliano nella Varia Historia 2,36 usa il superlativo dell’avverbio riferendosi alla veneranda età di Socrate: Σωκράτης δὲ καὶ αὐτὸς βαθύτατα γηρῶν εἶτα νόσῳ περιπεσών, ἐπεί τις αὐτὸν ἠρώτησε πῶς ἔχοι, ῾καλῶj᾽ εἶπε ῾πρὸς ἀμφότερα: ἐὰν μὲν γὰρ ζῶ, ζηλωτὰς ἕξω πλείονας: ἐὰν δὲ ἀποθάνω, ἐπαινέτας πλείονας.᾿ “Socrate stesso invecchiando in maniera avanzatissima ed ammalatosi, quando gli chiedevano come stesse, rispondeva: ‘Bene in entrambi i casi: se vivo, avrò più seguaci, se muoio, più lodatori’ ”

La radice *baph, così versatile in greco, è presente anche in latino con una valenza apparentemente "ctonia" col termine batillum/vatillum, poi diventato "badile" in italiano, la pala, almeno per quanto si nota nell'uso di Varrone; ma le scaturigini solutrici delle problematiche, chiamiamole così, "sommersive", sembrano già astrologare altri concetti, diciamo, più liberatori; in effetti, per Plinio il Vecchio, il vatillum è la paletta da fuoco o lo scodellino con manico usato come una sorta di setaccio molecolare ed in Orazio diventa addirittura il turibolo, lo spargitore di incenso, una sorta di braciere portatile!


Cominciamo la nostra panoramica proprio da Orazio:


Horatius Sermones, I, 5,33-36


“Fundos Aufidio Lusco Praetore libenter

linquimus, insani ridentes praemia scribae,

praetextam et latum clavium prunaeque vatillum“


"Con sollievo lasciamo Fondi, dove fa il pretore Aufidio Lusco, ancora schiattati dalle risate per quello stupido scribacchino che ci accoglie bardato di toga pretesta, laticlavio, carboni ardenti e spargitore di incenso!"


Sintetizzando la nota di Mario Ramous a pag. 863 di Orazio ”Le opere”- Garzanti, 1988, Aufidio non era un pretore vero, ma si faceva chiamare così ed Orazio lo prende in giro; egli era un semplice duumvir, magistrato a capo del municipio locale; ovviamente gente come Orazio che viene dalla capitale (e ha dimenticato che anch’egli proviene dalla provincialissima Venosa), lo considera poco più che uno scribacchino; ma la cosa interessante è che il soggetto li aveva accolti in pompa magna con:

1. toga orlata di porpora dei magistrati curuli e di quelli municipali;

2. laticlavio, la larga striscia purpurea che ornava la parte anteriore della tunica dal collo ai ginocchi e distingueva i senatori;

3. pruna (i carboni ardenti per accendere le torce dei littori);

4. vatillum che è il turibolo, perché voleva celebrare un sacrificio in onore degli ospiti.


Nel 1828 Ludovico Desprez nel suo commento ad Orazio (Quinti Horatii Flacci Opera Interpretatione et Notis illustravit Ludovicus Desprez, Philadelphiae, ed. Joseph Allen, 1828) così chiosava:

“Prunaeque vatillum: tanta erat Aufidii insania, ut ante se ferri prunas in batillum, id est, foculo ansato et gestabili, iuberet, ad instar virorum principum et imperatorum, quibus praeferebatur eiusmodi ignis, summae auctoritatis ac potestatis index et insigne. Frustra quidam intelligunt vas parvum, in quo suffitus nempe fieret Iovi Hospitali, sive hospitibus et convivis.”


“Era così grande la dabbenaggine di Aufidio da ordinare di portare davanti a sé dei carboni ardenti in un turibolo,cioè per mezzo di un piccolo braciere portatile,come i nobili uomini principi e imperatori cui veniva portato innanzi analogo fuoco, indice e segno di massima autorità e potestà. Invano alcuni lo intendono come un piccolo vaso in cui evidentemente venivano fatti suffumigi purificatori a Giove Ospitale o piuttosto agli ospiti e commensali”


Nel commento di Celestino Massucco alle Opere di Orazio, edito per la Bonfanti Editrice nel 1830 si leggeva:

“Batillum. E’questo il diminutivo di batinum, che significa propriamente una paletta da fuoco, o anche una semplice pala di legno. Si usava però anche per braciere e per profumiere. Erodiano dice che l’imperatore Commodo lasciò a sua sorella Lucilla, vedova dell’imperatore Lucio Vero, i medesimi onori, de’ quali godeva vivente il marito, tra i quali onori segna quelli di assidersi sulla sedia imperiale nel teatro, e di farsi portare dinanzi un braciere, ossia un profumiere (καὶ γὰρ ἐπὶ βασιλείου θρόνου καθήστο ἐν τοῖς θεάτροις καὶ τὸ πῦρ προεπόμπευεν αὐτῆς Erodiano, I, 8, 4). Questo era certamente l’uso di tutti i grandi d’Oriente, che tuttavia lo conservano. Doma l’Asia, passò in uso ai Romani colle altre delizie di quella gente, e se solamente al tempo degli imperatori si introdusse da essi il costume di farsi portar dinanzi il profumiere, prima d’allor praticavasi nelle case de’ grandi di averne nelle lor sale, e i profumieri avevano luogo nelle loro credenze, come lo hanno anche adesso in quelle de’ Principi e de’ grandi Prelati. Venendo al Pretore Aufidio, pieno egli di vanità, marciava sempre colla pretesta e col laticlavo, come se fosse nel tribunale, e o facevasi portare innanzi un braciere di fuoco per abbruciarvi degli odori, siccome vuole Casaubuono, o come ad altri pare, ricevuto aveva Mecenate e i compagni con un profumiere davanti, come se fosse un grande signore, rendendosi così ridicolo a quella truppa di illustri personaggi avvezzi alle grandezze di Roma.”

Dunque vatillum, radice *baph, prende funzioni sacrali, aspersorie e quindi la valenza a tutta prima interrante pare decolorarsi.

Vediamo come lo usa Plinio il Vecchio nella ”Naturalis Historia”. Libro 33, Paragrafi 123-164

“Argenti duae differentiae. vatillis ferreis caedentibus ramento inposito, quod candidum permaneat, probatur. proxima bonitas rufo, nulla nigro. sed experimento quoque fraus intervenit. servatis in urina virorum vatillis inficitur ita ramentum obiter, dum uritur candoremque mentitur. est aliquod experimentum politi et in halitu hominis, si sudet protinus nubemque discutiat.”

“Due le differenze dell'argento. Messa una scaglia su palette di ferro che scindono, ciò che resta bianco, è apprezzato. La successiva qualità per quello rosso, nessuna per il nero. Ma anche con la prova interviene l'inganno. Con le palette conservate nell'urina degli uomini la scaglia viene così momentaneamente alterata, mentre si brucia ed è simulato il candore. C'è una certa prova della purezza anche nell'alito dell'uomo, se subito trasuda e dissolve il vapore.”

Come può notarsi, il vatillum qui ha una funzione separatoria, una sorta di attrezzo da farmacista per scevrare le varie qualità di argento. Dunque la funzione meramente scavatrice è nettamente superata, onde corroborare la tesi della funzione purificatrice della base radicale *baph

Vediamo infine che uso ne fa Varrone nel ”De Re Rustica”, I, 50:

”Altero modo metunt, ut in Piceno, ubi ligneum habent incurvum batillum, in quo sit extremo serrula ferrea, haec cum comprehendit fascem spicarum, desecat et stramenta stantia in segete relinquit, ut postea subsecetur”

“Nel Piceno si miete in un’altra maniera, adoperandosi una pala di legno incurvata, nella cui estremità si mette una seghetta di ferro. Con questa si prende un fascio di spighe, si tagliano e si lasciano in piedi sopra il terreno le paglie per esser poi tagliate rasente terra.”

E Giangirolamo Pagani chiosava in nota al batillum varrroniano:

“Gesnero è persuaso che questa pala non sia molto differente da quella che Varrone nel libro III capitolo 6°, vuole che si adoperi per raccogliere il letame”.

Dunque *baph parrebbe radicale di attrezzatura molto poco ctonia e sotterranea, bensì di utensili atti a scevrare i prodotti della terra da essa cogliendone i frutti, con funzione prettamente produttrice e generatrice che sottende un vitalismo incoercibile. “Alii serunt, alii metunt” può essere interpretato dunque proprio nel senso meccanico letterale: ”C’è chi sotterra e chi raccoglie il frutto dell’interramento”. Il batillum varroniano sembra aver proprio questa funzione!

E. Saglio nel “Dictionnaire des Antiquitès Grecques et Romaines” ricapitola così quanto soprariportato :

BATILLUM ou VATILLUM. — Petite pelle à manche court. Quelle que soit la diversité des emplois indiqués par les auteurs pour des objets semblables, ils se rapportent tous à cette définition. Varron donne ce nom à un instrument servant à enlever le fumier dans une volière de paons; d'autres appellent ainsi une pelle à feu, pouvant contenir des charbons et au besoin servir de réchaud pour brûler des matières odoriférantes. L'exemple ci-joint, d'après un modèle trouvé à Pompéi montrera comment le même objet pouvait avoir cette double destination. Pline dit aussi que l'on faisait l'essai des métaux sur des batilla en fer, ce qui peut s'entendre des pelles dont il vient d'être parlé, ou encore d'une éprouvette comme celle qui est représentée d'après un bas-relief où cet objet se trouve placé à côté d'un sac de monnaie.

Sullo stesso orientamento, da www.latinlexicon.org apprendiamo:

batillum, batilli (vatillum, vatilli) BATILLUM, VATILLUM, BATILLUS – noun (n. 2nd declension): A shovel, a fire-shovel, coal-shovel, dirt or dungshovel – A fire-pan, chafing-dish, fumigating-pan, incense-pan.- batillum (in MSS. also vatillum),i, n. (batillus),i, m. Marc. Emp. 27). A shovel, a fire-shovel, coal-shovel, dirt or dungshovel, etc.: batilli ferrei, Plin. 33, 8, §127; 34, 11, 26, §112; Treb. Pol.Claud.14; Varr.R.R.3, 6, 5.;


A fire-pan, chafing-dish, fumigating-pan, incense-pan: prunae batillum,*Hor. S. 1,5,36 (Jahn, K. and H. vatillum).

Cerchiamo appunto in Trebellio Pollione, nel capitolo dell’Historia Augusta dedicato al Divus Claudius (testo tratto dalla Loeb Classical Library edito nel 1932) l’ulteriore citazione di vatillum:


“Nunc ad iudicia principum veniamus, quae de illo a diversis edita sunt, et eatenus quidem ut appareret quandocumque Claudium imperatorem futurum.


Epistula Valeriani ad Zosimionem, procuratorem Syriae: “Claudium, Illyricianae gentis virum, tribunum Martiae quintae legioni fortissimae ac devotissimae dedimus, virum devotissimis quibusque ac fortissimis veterum praeferendum. huic salarium de nostro privato aerario dabis annuos frumenti modios tria milia, hordei sex milia, laridi libras duo milia, vini veteris sextarios tria milia quingentos, olei boni sextarios centum quinquaginta, olei secundi sextarios sescentos, salis modios viginti, cerae pondo centum quinquaginta, feni, paleae, aceti, holeris, herbarum quantum satis est, pellium tentoriarum decurias triginta, mulos annuos sex, equos annuos tres, camelas annuas decem, mulas annuas novem, argenti in opere annua pondo quinquaginta, Philippeos nostri vultus annuos centum quinquaginta et in strenis quadraginta septem et trientes centum sexaginta. item in cauco et scypho et zema pondo undecim. tunicas russas militares annuas duas, sagochlamydes annuas duas, fibulas argenteas inauratas duas, fibulam auream cum acu Cyprea unam. balteum argenteum inauratum unum, anulum bigemmem unum uncialem, brachialem unam unciarum septem, torquem libralem unum, cassidem inauratam unam, scuta chrysographata duo, loricam unam, quam refundat. lances Herculianas duas, aclides duas, falces duas, falces fenarias quattuor. cocum, quem refundat, unum, mulionem, quem refundat, unum, mulieres speciosas ex captivis duas. albam subsericam unam cum purpura Girbitana, subarmalem unum cum purpura Maura. notarium, quem refundat, unum, structorem, quem refundat, unum. accubitalium Cypriorum paria duo, interulas puras duas, fascias viriles duas, togam, quam refundat, unam, latum clavum, quem refundat, unum. venatores, qui obsequantur, duo, carpentarium unum, curam praetorii unum, aquarium unum, piscatorem unum, dulciarium unum. ligni cotidiani pondo mille, si est copia, sin minus, quantum fuerit et ubi fuerit; coctilium cotidiana vatilla quattuor. balneatorem unum et ad balneas ligna, sin minus, lavetur in publico. iam cetera, quae propter minutias suas scribi nequeunt, pro moderatione praestabis, sed ita ut nihil adaeret, et si alicubi aliquid defuerit, non praestetur nec in nummo exigatur. haec autem omnia idcirco specialiter non quasi tribuno sed quasi duci detuli, quia vir talis est ut ei plura etiam deferenda sint."

Di seguito la traduzione a fronte della stessa casa editrice Loeb:

Let us now proceed to the opinions that many emperors expressed about him, and in such wise, indeed, that it became apparent that he would some day be emperor.


A letter from Valerian to Zosimio, the procurator of Syria: "We have named Claudius, a man of Illyrian birth, as tribune of our most valiant and loyal Fifth Legion, the Martian, for he is superior to all the most loyal and most valiant men of old. By way of supplies you will give him each year out of our private treasury three thousand pecks of wheat, six thousand pecks of barley, two thousand pounds of bacon, three thousand five hundred pints of well-aged wine, one hundred and fifty pints of the best oil, six hundred pints of oil of the second grade, twenty pecks of salt, one hundred and fifty pounds of wax, and as much hay and straw, cheap wine, greens and herbs as shall be sufficient, thirty half-score of hides for the tents; also six mules each year, three horses each year, fifty pounds of silverware each year, one hundred and fifty Philips, bearing our likeness, each year, and as a New-year's gift forty-seven Philips and one hundred and sixty third-Philips. Likewise in cups and tankards and pots eleven pounds. Also two red military tunics each year, two military cloaks each year, two silver clasps gilded, one golden clasp with a Cyprian pin, one sword-belt of silver gilded, one ring with two gems to weigh an ounce, one armlet to weigh seven ounces, one collar to weigh a pound, one gilded helmet, two shields inlaid with gold, one cuirasse, to be returned. Also two Herculian lances, two javelins, two reaping-hooks, and four reaping-hooks for cutting hay. Also one cook, to be returned, one muleteer, to be returned, two beautiful women taken from the captives. One white part-silk garment ornamented with purple from Girba, and one under-tunic with Moorish purple. One secretary, to be returned, and one server at table, to be returned. Two pairs of Cyprian couch-covers, two white under-garments, a pair of men's leg-bands, one toga, to be returned, one broad-striped tunic, to be returned. Two huntsmen to serve as attendants, one waggon-maker, one headquarters-steward, one waterer, one fisherman, one confectioner. One thousand pounds of fire-wood each day, if there is an abundant supply, but if not, as much as there is and wherever it is, and four braziers of charcoal each day. One bath-man and firewood for the bath, but if there is none, he shall bathe in the public bath. All else, which cannot be enumerated here because of its insignificance you will supply in due amount, but in no case shall the equivalent in money be given, and if there should be a lack of anything in any place, it shall not be supplied, nor shall the equivalent be exacted in money. All these things I have allowed him as a special case, as though he were not a mere tribune but rather a general, because to such a man as he an even larger allowance should be made."

Dunque Valeriano ordina a Zosimio, procuratore della Siria, di fornire a Claudio, nominato da lui tribuno della 5^ Legione, a titolo di sussidio, tra l’altro, quattro bracieri di carbonella al giorno.

Questa carrellata sui reperti documentali relativi a batillum ci consente di dedurne una funzione decisamente attiva, vitalistica e ribaltatrice nella radice fondante del vocabolo; sono come qualmente attrezzature che hanno stretto legame coll’elemento vivificatore del fuoco che storicamente ha funzione sacrale e rigeneratrice; questo per quanto ha tratto con le accezioni del braciere ovvero del turibolo. Ma anche l’accezione varroniana e quella pliniana della pala fanno balenare dichiaratamente una valenza produttiva e scevrante, vuoi nell’utilizzo tipicamente agricolo, vuoi in quello alchemico.

La sua connessione col concetto di profondità, che appare marcata nel greco, viene comunque garantita dalla morfologia di tali attrezzature, sia riferendosi al braciere o al turibolo, che garantiscono la funzione combustiva in virtù della loro concavità, sia in relazione alle pale di cui parlano Varrone e Plinio, arnesi che si sviluppano appunto in lunghezza e comunque manovrati verso il basso.

Chiuderemmo la rassegna sul tema della profondità con un riferimento storico-mitologico-topografico che ci rimanda a Virgilio; la descrizione dell’approdo di Enea sulle sponde italiche delinea un sito di per sé naturalmente orientato allo sviluppo in profondità:

"Crebrescunt optatae aurae portusque patescit
iam propior templumque apparet in arce Minervae.
Vela legunt socii et proras ad litora torquent.
Portus ab euroo fluctu curvatus in arcum;
obiectae salsa spumant aspergine cautes,
ipse latet: gemino demittunt bracchia muro
turriti scopuli refugitque ab litore templum."

"Crescono le brezze sperate, e già il porto si apre
ormai vicino, e sulla rocca appare il tempio di Minerva.
I compagni raccolgono le vele e volgono a riva le prue.
Il porto è curvato ad arco dal flutto orientale;
le rocce protese spumeggiano di spruzzi salmastri;
ma esso è a riparo: turriti scogli abbassano
le braccia in duplice muro, e il tempio s'addentra dalla riva."

Con questi versi, Virgilio nell'Eneide (III, 530-536) descrive il primo approdo di Enea in Italia. Secondo fonti antiche, tale descrizione si riferisce all'insenatura che in italiano oggi ha il nome di Porto Badisco; Francesco Pepe su www.puglialand.com collima con noi: ”Il termine “badisco” deriva dal greco e significa profondo, infatti, si tratta del punto finale di una depressione compresa tra i centri di Poggiardo, Palmariggi e Otranto”. Λιμὴν Βαθίσκος, Portus Badiscus è davvero un’opera di badile operata dal mare nelle rocce della splendida costa salentina.

Vediamo ora se da un’analoga panoramica sull’uso della radice isognomonica latina, presente in profundus si ricava la stessa poliedricità riscontrata in quella greca. Innanzitutto a differenza del sostantivo greco βάθος così molteplicemente attestato, quello latino profunditas, si trova solamente in Macrobio, nel IV secolo d.C.. Molto più utilizzato è l’aggettivo corrispondente; nel lessico idrografico lo attesta Cicerone Pro Plancio, 15 in mare profundum con una similitudine riferita alle onde dei comizi che ribollono appunto come un mare profondo ed immenso; in senso orografico Livio Ab Urbe condita, XVIII, 23, parla di profundae altitudinis convalles; Virgilio ne predilige l’uso metaforico sia in chiave ctonia (Eneide IV, 26 nox profunda, la tenebra infernale, ovvero nel I libro delle Georgiche Manes profundi, le anime dell’Averno) che in chiave eterea (Ecloga IV, 51 caelum profundum); l’idea della densità connessa col mistero si evidenzia in Lucrezio che nel De Rerum Natura V, 42 parla di profundae silvae, le foreste dense e cariche di vegetazione (o come intendeva Johann Friedrich Reitz nel suo commento alle opere di Luciano, per esprimersi de dimensione horizontali) nonché in Apuleio che parlando di somnus profundus nelle Metamorfosi crea il calco del βαθὺς ὕπνος di Teocrito (interessante in tal senso sarebbe approfondire la ricerca di Mirko Deanovic che ha parlato diffusamente di queste sovrapposizioni semantiche tra le due lingue nel suo articolo “Sul carattere mediterraneo della parlata di Ragusa”); la figuratività ed i traslati riscontrati nell’uso poetico e filosofico del termine sono analogamente rinvenibili in latino: Cicerone Contra Pisonem, 20 parla di profundae libidines per indicare l’abisso delle passioni, così come Sallustio Bellum Jugurthinum LXXXI di profunda avaritia per indicare l’insaziabilità dei Romani secondo la visione infiammata di Giugurta, mentre Orazio Carmina IV, 2 vv.7-8 per descrivere lo spessore dell’impeto pindarico dice ruit profundo Pindarus ore, letteralmente “si slancia Pindaro con bocca profonda”, con riferimento alla capacità del poeta di confezionare parole composte e dunque complesse da pronunciare per gli organi fonatori.

L’aggettivo sostantivato profundum,i, neutro della seconda declinazione, ribadisce la valenza negativa delineata da Perniola ad inizio capitolo: “Quis enim ignorat, si plures ex alto emergere velint, propius fore eos quidem ad respirandum, qui ad summam iam aquam adpropinquent, sed nihilo magis respirare posse quam eos, qui sint in profundo?”; esse in profundo per Cicerone De Finibus 04, 21-25 significa “essere in fondo all’acqua, nell’abisso”, mentre nel Digesto XXXII, De Legatis la stessa espressione significa “essere ignoto": hae res testatoris legatae quae in profundo esse dicuntur, quandoque apparuerint, praestantur; Tacito, Agricola 25 dice: ac modo silvarum ac montium profunda, modo tempestatum ac fluctuum adversa, hinc terra et hostis, hinc victus Oceanus militari iactantia compararentur. “venivano raffrontati con spacconeria militaresca adesso i profondi recessi delle selve e dei monti, adesso le avversità delle tempeste e delle onde di qua la terra e il nemico, da là l’Oceano battuto”. Mentre la stessa valenza assoluta per il mare aperto riscontrata in tÕ b£qoj nel Nuovo Testamento ritroviamo in Virgilio, Eneide XII 263-264 Petet ille fugam penitusque profundo vela dabit,”egli fuggirà via e metterà le vele in mare aperto” Manilio Chiromantia, Astrologia V lo usa per indicare l’incommensurabilità del cielo (quarta profundum coeli, angulus terrae, domus parentum) ricalcando il βάθος αἰθέρος di Euripide in Medea 1279. Cicerone Academica Priora. 2, 10, 32: “Democritus (dixit) in profundo veritatem esse demersam,” vuol significare l’abisso interiore in cui si nasconde la verità, tenendola completamente celata. Valerio Massimo 2, 10, 6 in profundum ultimarum miseriarum abjectus vuol indicare il precipizio di un abisso di sventure.

Ricapitolando, ci troviamo davanti a due radicali, *baph e *fud, che travalicano il concetto dell’interramento, riservato nelle due lingue ad altre radici, precisamente quelle rintracciabili rispettivamente nei verbi θάπτω e sepelio, specificamente riservate allo scavo ctonio per la deposizione delle entità organiche.

E sembra cogliere nel segno Perniola individuando in profundus un valore misterico ed estremo che ne negativizza il sema nella misura in cui non ne vengono attestati usi al superlativo (questa tendenza è del resto confermata in italiano, laddove le attestazioni del superlativo sono circoscrivibili a rarissimi casi, uno dei quali quello pregnantissimo in funzione ossimorica dell’Infinito di Leopardi

Sempre caro mi fu quest'ermo colle

e questa siepe, che da tanta parte

dell'ultimo orizzonte il guardo esclude.

Ma sedendo e mirando, interminati

spazi di là da quella, e sovrumani

silenzi, e profondissima quïete

io nel pensier mi fingo, ove per poco

il cor non si spaura.


L’incommensurabilità dell’abbandono determinato da quell’annullamento nell’eterno è scaturigine di turbamento per il poeta! Come precipitarsi in una voragine il cui termine pare non arrivare mai!

Altrettanto interessante è rilevare la valenza misterica data all’immergibilità nei due lemmi, poiché si è avuto modo di notare che sia in greco che in latino entrambi sono attestati per indicare in maniera assoluta gli abissi marini.

Ma gli esempi riportati in greco per βάθος e βαθύς dissimilano la radice greca dalla statica negatività di quella latina, così ben delineata da Perniola e perfettamente intuita da Guglielmo Campione a pag. 41 della prima edizione del suo libercolo “Immergersi nella mente, immergersi nel mare - L’immersione come metafora psichica”, (Ed. Mediaterraneum, 2015: “Questa ambivalenza di sentimenti negativi e positivi si trova nella semantica antica: l’idea di profondità implicita nel pensiero greco arcaico che utilizza la parola bathýs sta ad indicare un che di positivo, sinonimo di folto, fitto, ricco, spesso del tutto diverso dal significato negativo che i latini attribuivano alla parola profundus, intesa invece come mancanza di misura, smodato, fondo, come spazio vuoto smisurato in grado di inghiottire e divorare uomini e navi”.

Sintomaticamente l’uso nel lessico geometrico e le attestazioni dei comparativi e dei superlativi connettono la radice greca proprio al concetto di misura, quella che la latina aprioristicamente esclude!

Ed è forse proprio la nozione misteriosa turbativa il motivo per cui le due radici non vengono attestate nell’indicare coloro i quali erano immersori subacquei professionali. La prima attestazione in tal senso parrebbe rintracciabile in Omero, Iliade, XVI nel passo della morte di Cebrione, auriga di Ettore, per mano di Patroclo (vv.726 -750):

Ὣς εἰπὼν ὃ μὲν αὖτις ἔβη θεὸς ἂμ πόνον ἀνδρῶν,
Κεβριόνῃ δ' ἐκέλευσε δαΐφρονι φαίδιμος Ἕκτωρ
ἵππους ἐς πόλεμον πεπληγέμεν. αὐτὰρ Ἀπόλλων
δύσεθ' ὅμιλον ἰών, ἐν δὲ κλόνον Ἀργείοισιν
ἧκε κακόν, Τρωσὶν δὲ καὶ Ἕκτορι κῦδος ὄπαζεν.
Ἕκτωρ δ' ἄλλους μὲν Δαναοὺς ἔα οὐδ' ἐνάριζεν·
αὐτὰρ ὃ Πατρόκλῳ ἔφεπε κρατερώνυχας ἵππους.
Πάτροκλος δ' ἑτέρωθεν ἀφ' ἵππων ἆλτο χαμᾶζε
σκαιῇ ἔγχος ἔχων· ἑτέρηφι δὲ λάζετο πέτρον
μάρμαρον ὀκριόεντα τόν οἱ περὶ χεὶρ ἐκάλυψεν,
ἧκε δ' ἐρεισάμενος, οὐδὲ δὴν χάζετο φωτός,
οὐδ' ἁλίωσε βέλος, βάλε δ' Ἕκτορος ἡνιοχῆα
Κεβριόνην νόθον υἱὸν ἀγακλῆος Πριάμοιο
ἵππων ἡνί' ἔχοντα μετώπιον ὀξέϊ λᾶϊ.
ἀμφοτέρας δ' ὀφρῦς σύνελεν λίθος, οὐδέ οἱ ἔσχεν


ὀστέον, ὀφθαλμοὶ δὲ χαμαὶ πέσον ἐν κονίῃσιν
αὐτοῦ πρόσθε ποδῶν· ὃ δ' ἄρ' ἀρνευτῆρι ἐοικὼς
κάππεσ' ἀπ' εὐεργέος δίφρου, λίπε δ' ὀστέα θυμός.
τὸν δ' ἐπικερτομέων προσέφης Πατρόκλεες ἱππεῦ·
ὢ πόποι ἦ μάλ' ἐλαφρὸς ἀνήρ, ὡς ῥεῖα κυβιστᾷ.
εἰ δή που καὶ πόντῳ ἐν ἰχθυόεντι γένοιτο,
πολλοὺς ἂν κορέσειεν ἀνὴρ ὅδε τήθεα διφῶν
νηὸς ἀποθρῴσκων, εἰ καὶ δυσπέμφελος εἴη,
ὡς νῦν ἐν πεδίῳ ἐξ ἵππων ῥεῖα κυβιστᾷ.
ἦ ῥα καὶ ἐν Τρώεσσι κυβιστητῆρες ἔασιν.


Disse; e di nuovo il Dio nel travaglioso
conflitto si confuse. In sé riscosso
Ettore al franco Cebrïon fe' cenno
di sferzargli i destrieri alla battaglia:
ed Apollo per mezzo ai combattenti
scorrendo occulto seminava intanto
tra gli Achei lo scompiglio e la paura,
e fea vincenti col lor duce i Teucri.
Sdegnoso Ettorre di ferir sul volgo
de' nemici, spingea solo in Patròclo
i gagliardi cavalli, e ad incontrarlo
diè il Tessalo dal cocchio un salto in terra
coll'asta nella manca, e colla dritta
un macigno afferrò aspro che tutto
empiagli il pugno, e lo scagliò di forza.
Fallì la mira il colpo, ma d'un pelo;
né però vano uscì, ché nella fronte
l'ettòreo auriga Cebrïon percosse,
tutto al governo delle briglie intento,
Cebrïon che nascea del re troiano
valoroso bastardo. Il sasso acuto
l'un ciglio e l'altro sgretolò, né l'osso
sostenerlo poteo. Divelti al piede
gli schizzâr gli occhi nella sabbia, ed esso,
qual suole il notator, fece cadendo
dal carro un tòmo, e l'agghiacciò la morte.
E tu, Patròclo, con amari accenti
lo schernisti così: Davvero è snello
questo Troiano: ve' ve' come ei tombola
con leggiadria! Se in pelago pescoso
capitasse costui, certo saprebbe
saltando in mar, foss'anche in gran fortuna,
dallo scoglio spiccar conchiglie e ricci
da saziarne molte epe: sì lesto
saltò pur or dal carro a capo in giuso.
Oh gli eccellenti notator che ha Troia!

Partendo dalla citazione del passo dell'Iliade, parrebbe che né Greci né Latini usassero i radicali *baph e *fud, quelli cioè di baqÚj e profundus per indicare i primi immersori subacquei, poiché i termini individuati sottolineano prima di tutto il motus sub undas, vale a dire i verbi ἀρνεύω e κυβιστάω e la derivazione latina urinator. ἀρνευτήρ diventa in latino urinator ; il verbo base è ἀρνεύω che significa saltello, balzo, salto, m’immergo, mi tuffo ed è attestato in Licofrone nel significato di saltare (Alessandra, 465 “Profferì una preghiera ben ascoltata facendo saltellare sulle sue braccia la piccioletta aquila”) e sprofondare (Alessandra ,1103 ma sprofonderà sotto il caldo coperchio del tino e col cervello spruzzerà la caldaia”). ἀρνευτήρ è attestato con l’accezione di saltimbanco nel Mimiambo VIII di Eronda al verso 42 e come sommozzatore sia in Omero che in Arato, nei Fenomeni al verso 656.

Κυβιστητῆρες deriva da κυβιστάω il verbo della cubista, di colei che salta e balla a capo fitto, facendo capitomboli e capriole; a indicare la posizione di chi s’incurva per slanciarsi; la radice è appunto quella che si trova nell’aggettivo κυφός che in latino diventa gibbus e in italiano gobbo. In sanscrito kubhanyuh vuol dire appunto “danzante”; Omero usa il verbo più volte per indicare il movimento del salto, con riferimento ai pesci: ἰχθύες κατὰ καλὰ ῥέεθρα κυβίστων, “i pesci saltavano nelle belle correnti” si legge in Iliade XXI, 354; Platone, Convivio, 190 riporta οἱ κυβιστῶντες εἰς ὀρθὸν τὰ σκέλη περιφερόμενοι κυβιστῶσι κύκλω “i saltimbanchi a gambe levate danzano in cerchio”.

Vi è un altro verbo che frequentemente indica in greco antico l’immergersi, ed è δύω, attestato in Omero, Iliade, XVIII 140: Teti sollecita le sorelle marine con queste parole: ὑμεῖς μὲν νῦν δῦτε θαλάσσης εὐρέα κόλπον, “voi immergetevi nel largo seno del mare”. La radice indica comunque omnicomprensivamente l’idea del finire sotto e rendersi invisibili agli occhi altrui, usata com’è anche per il tramonto del sole e per l’idea di morte; questo concetto della sparizione alla vista altrui corrobora nell’idea dell’esperienza subacquea di Scillia, il quale dovette sparire per lungo tempo alla vista dei Persiani immergendosi in acqua, come narra Erodoto nelle Storie al libro VIII capitolo 8, indicandolo come δύτης: “Durante tale operazione Scillia di Scione (era il miglior palombaro di allora), arruolato fra le loro truppe e nel naufragio del Pelio aveva salvato ai Persiani molte ricchezze e di molte si era personalmente appropriato) aveva intenzione, già da tempo, di passare ai Greci, ma non ne aveva avuto mai occasione fino a quel momento. In che modo sia poi giunto fra i Greci non sono in grado di dirlo con certezza; ma sarebbe stupefacente se fosse vero ciò che si racconta e cioè che si sia tuffato in mare ad Afete, per riemergere solo all'Artemisio, dopo aver attraversato sott'acqua qualcosa come ottanta stadi! Su quest'uomo circolano anche vari aneddoti che hanno l'aria di essere falsi e qualche altro che è vero; nel nostro caso mi si consenta l'opinione che sia giunto all'Artemisio su di una barca. Appena arrivato, subito riferì agli strateghi notizie sul naufragio e sul periplo delle navi intorno all'Eubea.”


Altra radice immersiva ritroviamo in Tucidide, 4, 26 laddove si parla di κολυμβηταί, sommozzatori che avrebbero portato aiuto agli Spartani durante l’assedio di Pilo trascinando con sé degli otri sotto la superficie dell’acqua: ”Vi entravano ancora dei palombari in direzione del porto, tirando con una corda degli otri contenenti papavero melato e linseme gramolato; cosa che all’inizio restò nascosta, ma poi furono messe le guardie: insomma s'ingegnavano dopo tutto gli uni di portar viveri, gli altri di scoprirlo.” Il termine si ritrova anche in Platone Protagora 350: "Sai chi sono quelli che con audacia si gettano nei pozzi (εἰς τὰ φρέατα κολυμβῶσιν)?" "Sì, i palombari (οἱ κολυμβηταί) "."Lo fanno poiché sono capaci o per qualche altro motivo?" "Perché sono capaci". Mentre Eschilo, Supplici, 408 usa il termine κολυμβητήρ: “Il pensare profondo che è salvezza, l’occhio terso (che il vino non offusca) del palombaro quando s’inabissa (κολυμβητῆρος ἐς βυθὸν μολεῖν) ”. Proprio quest’ultimo termine reperibile in Eschilo, βυθός. l’abisso, ci fornisce un’affinità radicale con l’oggetto primario della nostra ricerca (τὸ βάθος) riferito com’è comunque sempre ad un’idea di fondo presente e omnicomprensivamente misurabile, poiché i tragici lo usano in maniera assoluta per indicare il fondo del mare (στένει βυθός, “geme l’abisso marino” dice Eschilo nel Prometeo, 432).

Ad ogni buon conto tra tutte queste radici, l’unica che pare documentatamente indicare l’idea dell’immersione nel senso dello sparire alla vista è quella del verbo δύω, significativamente usata anche per il tramonto degli astri e della vita umana. Le altre, κυβιστάω, ἀρνεύω, κολυμβάω, paiono radicali che indugiano più sulla cinesi, sul movimento dell’immersore ovvero del tuffatore tout court.

Come già accennato il termine ἀρνευτήρ diventa in latino urinator con l’epentesi della i tra la liquida-vibrante e la nasale. Dell’etimologia del vocabolo parla Varrone (De Lingua latina, V, 7, 126): urinari est mergi in aquam, Varrone spiega che anche le urnae, le brocche per l’acqua, rimontano etimologicamente ad urinari perché vengono riempite immergendole nell’acqua (De Lingua Latina V, 126). Secondo la vulgata infatti acqua era originariamente reso in latino con il termine urina. Secondo un’altra ipotesi invece il nome di urinatores deriverebbe dall’aumento notevole della diuresi da parte dei sommozzatori a seguito dell’esposizione costante allo stress fisiologico dovuto all’apnea, come scientificamente provato dalla scienza medica.


Plinio (Naturalis Historia, II, 234) dice che i sommozzatori usavano dell’olio per migliorare la visibilità: s’immergevano tenendo in bocca una quantità d’olio che poi emettevano, una volta in apnea, per agevolare la visione sott’acqua (omne oleo tranquillari et ob id urinatores ore spargere quoniam mitiget naturam asperam lucemque deportet). A proposito degli animali acquatici più pericolosi per l’uomo sempre nella Naturalis Historia IX, 91 così si esprime a proposito dei polpi: Praeterea negat ullum atrocius esse animal ad conficiendum hominem in aqua. Luctatur enim conplexu et sorbet acetabulis ac numeroso suctu diu trahit, cum in naufragos urinantesve impetum cepit. “Inoltre nega ci sia animale più tremendo per uccidere un uomo in acqua. Infatti, quando ha assalito dei naufraghi o dei subacquei lotta stringendoli e con le sue ventose li succhia e a lungo li aspira con numerosi succhiamenti” Il verbo urino ovvero urinor è attestato sia nella forma attiva che in quella deponente in Varrone, Cicerone e Plinio.


Anche Livio Ab urbe condita XLIV, 10 usa il termine urinatores nel riferire un episodio della guerra contro Perseo di Macedonia nel 168 a.C.; il re, terrorizzato dall’arrivo dei Romani, dette ordine di gettare in mare tutti i tesori reali di Pella, ma poi, essendosi pentito, ne dispose il ripescaggio, ingaggiando dei sommozzatori che poi fece uccidere per eliminare ogni testimone superstite di quel suo ordine così insensato: “Perseus tandem pavore eo, quo attonitus fuerat, recepto animo malle imperiis suis non obtemperatum esse, cum trepidans gazam in mare deici Pellae, Thessalonicae navalia iusserat incendi. Andronicus Thessalonicam missus traxerat tempus, id ipsum, quod accidit, paenitentiae relinquens locum. Incautior Nicias Pellae proiciendo pecuniae partem, quae fuerat Phacum; sed in re emendabili visus lapsus esse, quod per urinatores omnis ferme extracta est. Tantusque pudor regi pavoris eius fuit, ut urinatores clam interfici iusserit deinde Andronicum quoque et Nician, ne quis tam dementis imperii conscius existeret”, “Perseo, ripresosi una buona volta dal terrore che ne aveva paralizzato l'azione, avrebbe voluto che non si fosse data esecuzione all'ordine, impartito in un momento di debolezza, di gettare in mare il suo tesoro a Pella, e a Tessalonica di incendiar l'arsenale. Andronico, inviato a Tessalonica, aveva cercato di guadagnar tempo, proprio con l'intenzione di lasciare al re la possibilità di ripensarci, come di fatto avvenne. Più precipitoso fu Nicia a Pella nel far getto di una parte del denaro che era custodito nei pressi di Faco; ma sembrò incorso in colpa facilmente rimediabile, perché quasi tutto fu ripescato ad opera di sommozzatori. E il re provò tanta vergogna di quel suo panico, da far uccidere nascostamente i sommozzatori e poi anche Andronico e Nicia, perché non sopravvivesse più alcuno che fosse a parte di quel suo ordine pazzesco.”

Altra terminologia per indicare la professione di chi s’immerge in acqua non è riscontrabile in latino, poiché vocaboli come natator o nantes debbono intendersi riferiti alla semplice attitudine al nuoto e non alla subacquea.

Il latino quindi circoscrive quell’attitudine esclusivamente al termine urinator, laddove il greco presenta un’apparente poliedricità lessicale, anche se, per quanto si è avuto modo di esaminare, soltanto il termine usato da Erodoto, dÚthj, configura nella situazione di Scillia l’abilità immersiva del natante.

Come accennato in apertura della sezione dedicata al mestiere del subacqueo nell’antichità, ad ogni buon conto, né l’una né l’altra lingua adottano le radici di βαθύς e profundus per indicare il mestiere dell’immersore professionista; la valenza fascinosa e misterica di entrambe ne sconsigliava l’utilizzo per un approccio all’elemento idrico che presupponesse dimestichezza e routinarietà.

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