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La mente può trovarsi in stati diversi , il sonno ,il sogno, la trance,l'ipnosi,l'attenzione fluttuante,
l'estasi,la preghiera,la meditazione,la creatività artistica e scientifica,
l'esplorazione dello spazio e degli abissi marini,l'agonismo sportivo.

Stati della mente pubblica lavori originali o già pubblicati con il consenso degli autori, interviste e recensioni di libri e promuove eventi culturali e scientifici.

FAKE NEWS di Armando Ciriello

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I 127 medici morti non sono né eroi né masochisti, ma professionisti non tutelati. 

Lo stato ha dichiarato, non oggi, ma negli ultimi decenni, la caduta del patto sociale, motivo per il quale un cittadino sacrifica parte del proprio narcisismo per un bene più prezioso, il bene collettivo.
Lo storico Marc Bloch specificò nel suo libro La Guerra e le false notizie che “una falsa notizia è solo apparentemente fortuita, o meglio, tutto ciò che vi è di fortuito è l’incidente iniziale che fa scattare l’immaginazione; ma questo procedimento ha luogo solo perché le immaginazioni sono già preparate e in silenzioso fermento”.
In questi giorni si assiste all’impietoso dibattito da parte di giornalisti, politici, autorità, all’interno di Talk-Show televisivi infinitamente noiosi, sulla necessità di appurare le notizie, cercando di distinguere il vero dal falso. Il tutto avviene con il tono dell’indignazione da parte di un socialismo antropomorfico che elicita il pensiero dell’Uomo, la cui radice semantica è riconducibile “all’ anathron ha opope”, che significa colui che riesamina ciò che ha visto!
Mai come oggi sembra più attuale “Il Cratilo” di Platone, dove i personaggi, Cratilo ed Ermogene, discutono sapientemente su come si possa appurare il vero dal falso, a partire dai nomi. Non è una disquisizione filosofica e linguistica, ma riguarda il rapporto tra l’ontologico e l’epistemico, ossia un rapporto tra verità e realtà: come la verità, che si traduce in un discorso linguistico (Logos), si debba poter attenere ad un Come, una condizione umana caratterizzata dall’oscillazione tra sostanzialismo e convenzione sociale.
Socrate riteneva che il nome non fosse solo un dato concreto e variabile, in senso eracliteo, ma che fosse il rappresentante di una significazione sostanziale; per Aristotele, invece le cose e le immagini sono universalmente trascendentali, mentre le espressioni foniche, le parole, sono soggettive.
Tale riquadro filosofico e linguistico fa da premessa ad alcuni concetti in cui il discernimento del vero e del falso non può essere inteso come un esercizio assoluto, pena la caduta in ideologie fanatiche.
La citazione di Marc Bloch presuppone che non vi siano manipolazioni fatte ad hoc e proposte coscientemente per orientare l’opinione pubblica, perché, in tal caso, si tratterebbe di un vecchio reato depenalizzato: il Plagio.
Ma lo scrittore si rifà ad un implicito culturale che può fornire un substrato su cui s’innesca il procedimento della falsità fino alle sue estreme conseguenze. Un tempo in psicopatologia era noto che gli schizofrenici fossero dei “puri”, cioè incapaci di mentire, benché le loro paramnesie deliranti mostrassero costruzioni assolutamente fuori dal Common Sens.
Eppure in ogni discorso schizofrenico c’è un fondo di verità negata.
La fabbrica delle Fake News ha bisogno di un terreno di “cultura”, e non di coltura, essendo per sua natura composta non da microrganismi, ma da falsificazioni, che devono essere incubate e poi sguinzagliate iperbolicamente alla velocità dei Social, quasi quanto il Covid-19.
Ritengo criminoso l’atto della costruzione e circolazione di informazioni costruite ed elaborate ad hoc, ma non meno irresponsabile la costruzione di un sociale che fa da terreno d’incubazione per il loro sviluppo e la loro libera circolazione.
Cercherò di approfondire quali siano i collegamenti tra i fenomeni doxici-ideologici e le false notizie. 
Ritengo che queste ultime facciano parte di una comunicazione distorta, e rientrino in fenomeni di massa non solo appannaggio dei Social, ma di una socialità che silenziosamente orienta, inganna confor-mistica-mente e distilla nella popolazione  credenze, gradimenti e vantaggi a favore di chi ha e detiene, o vuole rinforzare posizioni ideologiche, o addirittura ottenere consenso tra i cittadini.
Condivido pienamente le parole dello scrittore Marc Bloch quando dice che le immaginazioni sono già preparate e in silenzioso fermento affinché il procedimento abbia luogo.
La dis-criminazione del vero dal falso è un tema di natura filosofica, e porta alla mia mente la memoria di letture giovanili quali i “Dialoghi Platonici”, il “Cratilo”, il  “Menone”, il “Teteeto”, in cui la complessità del discernimento è sottoposta alla metodologia della confutazione, affinché l’arte maieutica della levatrice possa lasciar venire alla luce la Verità.
Oggi è improponibile una riflessione ponderata, pensata, e condivisa pubblicamente: basti pensare come il servizio pubblico e privato mass-mediatico, per lo più, si serva di “urlatori televisivi” sostenuti da credenze e profitti di agenzie, tali da spersonalizzare quella radice umana, che, a differenza degli animali, dovrebbe costituirci come quelli che riesaminano ciò che hanno visto! Viviamo invece in una sorta di massiccia tele-dipendenza della morte, che viene resa all’opinione pubblica come fatto di cronaca, come una sorta di “guerra in diretta”, che molto ricorda le manipolazioni televisive della guerra in Kuwait, con l’unico scopo di produrre una tolleranza e una desensibilizzazione innanzi alla fine della nostra vita. Essa diventa oggi una questione legata a se una persona è morta per Covid o con il Covid, perdendo totalmente di vista i limiti, i confini della nostra esistenza.
Mai come oggi siamo affetti da gravi disturbi della percezione della realtà.
Ritengo che la socialità odierna da almeno mezzo secolo, a partire dal 68’ in poi, sia entrata in una iperbolica discesa, una caduta dei valori sociali, culturali, politici, meritocratici, implementando quello che un grande filosofo ed etnologo, Ernesto de Martino, già nel 1965 segnalava  in un celebre libro, che non poté pubblicare per la sua incipiente dipartita: “La Fine del Mondo – Contributo all’analisi delle apocalissi culturali”.  In questo testo viene segnalata l’urgenza di una trasformazione del nostro costume ed orientamento culturale, quello di percepire l’altrui esistenza attraverso la presunta superiorità “Etnocentrica”,  verso una evoluzione “Critica” che rendesse possibile un passaggio storico: dal confronto delle culture alla cultura del confronto.
Monito rimasto inascoltato, e nessuno di noi può non riconoscere la reale e cocente denuncia di De Martino a distanza di 55 anni dalla  sua morte.
L’Asia, l’Africa, i paesi che abbiamo ritenuto essere inferiori alle nostre tecnologie e capacità di controllo onnipotente, per varie ragioni hanno determinato una crisi dell’Occidente che solo la Seconda Guerra Mondiale è stata capace di produrre. Certo, la pandemia del Covid-19  non ha avuto precedenti a causa della nostra cecità intellettuale, cosi come il cambiamento climatico, e sarà un evento le cui conseguenze potranno decretare un’estinzione di quell’essere che è “colui che riesamina ciò che ha visto!”.
Nonostante siano stati registrati nell’ultimo ventennio fenomeni epidemici rilevanti, legati prima alla Sars-Cov (2002), alla Mers-Cov (2012) e all’Influenza Aviaria, il mondo scientifico pare aver sottovalutato il rischio connesso ad ulteriori manifestazioni pandemiche. Non solo non si è fatto nulla per fronteggiare tali evenienze, ma addirittura l’OMS e tutto il mondo sanitario occidentale è stato impoverito di strumenti, risorse e possibili presidi operativi di verifica, in termini di Prevenzione. Non si tratta dunque di una guerra batteriologica di tipo complottistico, ma di una nostra cecità assoluta sulla fragilità umana e sulle vere necessità che dovrebbero essere affrontate, sempre che lo scotoma di un sistema post-consumistico feudatario mondiale possa essere non più considerato Il paradigma economico e sociale di cui abbiamo bisogno per vivere.
Passando dalle pandemie ai fenomeni storici, quante verità attendono da oltre 70 anni di essere finalmente resi fatti pubblici? L’assassinio di J. Kennedy, 

Moro, magistrati come Falcone e Borsellino, e mille altri che hanno offerto la loro vita per causa di servizio. Già, per causa di Servizio offrono la loro vita… Su questo la Psicoanalisi sostiene che si tratta di un disturbo legato al Masochismo Morale, ben curabile con una cura adeguata. Beh, i fatti di oggi ci dicono il contrario: i 77 medici morti non sono né eroi e né masochisti, ma professionisti non tutelati. Lo stato ha dichiarato, non oggi, ma negli ultimi decenni, la caduta del patto sociale, motivo per il quale un cittadino sacrifica parte del proprio narcisismo per un bene più prezioso, il bene collettivo.  René Kaes in Istituzione e Istituzioni ha segnalato come il funzionamento sociale è basato sul patto denegativo, il cui venir meno può rendere plausibile lo sgretolamento dello spirito di coesione del gruppo, del popolo, di uno Stato.
Ritorno a Socrate, dall’apologia che ne fa Platone, potremmo dire che anche egli è morto per causa di servizio. Certo, se avesse accettato e dichiarato la propria empietà avrebbe avuta salva la vita. Ma la verità sarebbe stata per sempre condannata al silenzio.
Speriamo che i tanti sacrifici, di cui la storia ci dà testimonianza, di persone famose, ma anche di tutti quelli che non lo sono stati, ma che silenziosamente hanno dato prova del proprio senso civico, rendano possibile che il prezzo pagato oggi sia non un debito con la  Comunità Europea, tra l’altro mai esistita se non come organismo mercenario-affaristico per i più abbienti,  ma un “credito” con le nostre classi dirigenti, che hanno trasformato la Sanità Italiana da una “fuoriserie”, una Ferrari, ad un’auto d’epoca il cui telaio è stato impoverito nel corso degli anni: prima è stato privato di tappezzeria, poi degli specchietti retrovisori, certo il motore è rimasto eccezionale, ma senza albero di trasmissione…Grazie a tutti coloro che hanno dato prova e testimonianza di volere riesaminare ciò che hanno visto, unica strada per scongiurare la falsità!



Armando Ciriello, Medico Psichiatra, Psicoterapeuta IIPG.

Riflessioni intorno e grazie a Covid-19 alias Sars/Cov 2 di Claudio Crialesi

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Una premessa quasi una sintesi

La presenza del virus fa convivere strettamente paura & ansia. Se siamo adusi a distinguerle per caratterizzare la seconda (una paura senza oggetto reale, un simbolo personale) ora siamo in presenza di un evento reale imprevedibile e incontrollabile come ogni realtà, ma impalpabile e insidioso, punto di appoggio per angosce persecutorie e depressive.

La globalizzazione ha rivelato un lato oscuro e difese collettive, l'angoscia per l'estraneo, hanno rivelato la loro insufficienza. Vulnerabilità e mortalità, come un ritorno del rimosso, hanno invaso il campo emotivo, soggettivo e dei gruppi, con un effetto di riverbero e amplificazione. Una crisi della rappresentazione grandiosa dell'individuo post-moderno e iper-tecnologico.

La medicina e i suoi operatori hanno svelato un non-detto. La cura, come pratica empirica, nono-stante il supporto delle tecnologie medicali, non può aggirare le emozioni correlate al prendersi cura. Il procedere scientifico viene scandito da: esperienza, tentativi ed errori, cautela nel giungere a conclusioni. Stati mentali ansiogeni per un ambiente culturale pervaso da semplificazione, onnipotenza, eclissi dell'autorevolezza.

Il management politico-amministrativo chiede lumi alla scienza, ma non può dissimulare una necessità etica: responsabilità e scelta. L'umanità costretta ad incontrare sé stessa...
Se si moltiplicavano le descrizioni di un'ipertrofia dell'individuo sedotto dal discorso del capitalismo, ora ritroviamo persone denudate e deprivate di abitudini. Uno spazio possibile di pensiero o il vuoto angosciante che prelude a noia o altri affanni.

Entra in campo un altro gruppo specializzato, entro la società, quello degli psicoterapeuti e psicologi ora sedotti, ora arruolati se non entusiasti volontari. Professionisti ai quali l'immaginario sociale chiede di disinnescare lo “stress” (ansia, depressione), di neutralizzare il dolore mentale circolante.
Non basta rispondere con un rifiuto superficiale, ma occorre rendere pubblico quali risposte siano possibili. La psicologia che si occupa di persone con problemi (detta psicologia clinica) è per sua natura artigianale: lavora nel tempo necessario per apprendere dall'esperienza. 
Il ricorso a strumenti che godano di affidabilità (p.es. mindfulness o tecniche comportamentali) non può fare a meno della motivazione soggettiva o dell'accettare un percorso, seppur limitato, per acquisire delle competenze. 

Gli psichiatri vengono sollecitati in modo ambiguo, da un lato la rispettabilità che deriva dall'esser medici li rende autorevoli presso il gruppo dei colleghi e in ambiti sociali, dall'altro lato inducono diffidenza per occuparsi, in modo privilegiato, di persone con disturbi mentali.
Medici-psichiatri e psicologi sono investiti da attese-pretese con il pericolo di rendere opaco il confine sottile, ma dirimente, tra conoscere e risolvere un problema o eliminarlo. Nel primo caso la personalità si sviluppa e fortifica, nel secondo si perpetua l'incapacità a tollerare il dolore (W.R. Bion).
Resta appannaggio di tali sotto-gruppi specializzati sopportare richieste ambigue, intimamente contraddittorie. Si dovrà testimoniare con stoica trasparenza la capacità di offrire un aiuto a partire da una richiesta, una domanda, che sarà indagata insieme a chi l'ha posta.





§ 1    Sguardo psicosociale

La diffusione della produzione di merci, dei consumi e degli stili di vita ha disegnato una geografia dell'omologazione. Convivono l'emancipazione di intere popolazioni e una moltitudine di esclusi.
Economia, finanza, costruzione di infrastrutture sono intimamente associate alla tecnica come alla misurazione e riproducibilità. La potenza dispiegata dall'uomo ha indossato l'abito di una volontà di potenza che ha condotto a mutare i mezzi in fini alienati dalla necessità. La presunzione di potersi affidare a procedure e adempimenti ha invaso l'ambiente culturale e individuale. 

Il virus “Covid-19” ha in modo inatteso (traumatogeno ?) mostrato gli inconvenienti dell'inter-dipendenza planetaria. 
La paura dell'altro, se portatore di pericolo realistico, è stata una reazione iniziale quanto irriflessiva. Basti ricordare gli episodi, isolati, ma inquietanti, di ostilità o aperta aggressione nei confronti di cinesi residenti in Italia da molti anni. In seguito la stessa penisola italiana è divenuta oggetto di sospetto e repulsione quando pareva l'unico paese europeo avvicinato dal contagio (ricordiamo che virus in latino è traducibile come veleno!).
La xenofobia, col suo retaggio ancestrale, è stata dissolta da confini ormai porosi ad ogni presun-zione di controllo. Altra frustrazione per un pensiero semplificante alla ricerca di linee guida e protocolli da applicare. Veri esorcismi al cospetto di una realtà mai addomesticabile né resa muta servitrice.

Le misure intraprese dall'establìshment tecnico-politico hanno indotto una revisione del legame con l'autorità. Un oscuramento delle libertà individuali e il ritorno prepotente di decisioni verticistiche con riverberi ambigui nella tripartizione dei poteri statuali.
Una sorta di esperimento naturale. Esser costretti a maneggiare un evento inatteso e malsano ha reso omaggio alle necessità della biopolitica (M. Foucault). Si potevano percorrere sentieri alternativi ? In nome della libertà personale inviolabile si poteva o doveva lasciar libero corso alla diffusione del contagio con relativi decessi? Saremmo in grado di accettare questa prospettiva ?

Le misure di contenimento hanno uniformato comportamenti e livellato differenze, come se i cittadini fossero sollecitati ad esser “figli” e tra loro affratellati rispetto a chi si trovi a svolgere un ruolo genitoriale (legislatori). La modificazione delle consuetudini (lavoro, scuola, tempo libero) ha costretto a perdere abitudini che organizzavano l'esistenza. Il domicilio tornato spazio privilegiato di vita in quanto raccomandato anzi prescritto.
Non possiamo prevedere se o quanto l'evento malattia indurrà cambiamenti duraturi nelle condotte nonostante il parere di presunti esperti. 
Cerchiamo perimetri di riferimento e visioni rassicuranti... Una possibilità evolutiva risiede nell'accettare l'esposizione al divenire e alle sue incertezze senza disperante fatalismo.

§  2   Sguardo psicodinamico 

La psicoanalisi e la psicologia dinamica ci invitano a pensare emozioni che mettono alla prova la capacità di risposta ad un ammalarsi insidioso, disarmante. Come si trasmette ? Attraverso l'aria ? Per areosol diffuso dal nostro respirare e parlare ? Col contatto fisico ? Attraverso superfici non igienizzate ? Una morte per insufficienza respiratoria anzi per soffocamento...
L'emblema dell'angoscia: dal vagito al “gridasti soffoco” di Ungaretti. Siamo sicuri di trovarci al cospetto di un ospite sconosciuto? 
Si tratta solo di morire... Il suo diniego ha fallito e passeggia per le strade del pianeta il reale della morte.



Il contatto somatico, la relazione interpersonale come veicoli del negativo sollecitano l'angoscia e la colpa.
Essere aggrediti dal virus (persecutorietà), perdere sé stessi e le persone care (lutto o depressione), percepire l'altro con sospetto e ricorrere al controllo meticoloso, a restrizioni severe (ossessività fobica), cagionare morte (distruttività e colpa).
Il virus come minaccia incombente di dolore. Una forza distruttiva e disgregatrice dei legami (l'isolamento, la quarantena). Potente emblema anti-eros.

La turbolenza indotta da questi stati mentali sarà più o meno gestibile a partire dall'equilibrio 
interno raggiunto da ogni soggetto. La sua posizione esistenziale rispetto all'auto-stima, alla gestione dell'incertezza, al rapporto con aspetti distruttivi di sé e al grado di soddisfazione ricavata dai propri legami (intimità, tenerezza, genitalità).

La famiglia come gruppo primario può assumere il ruolo di appartenenza capace di alleviare le fatiche dell'individuo. Un nuovo tempo da condividere e nuove azioni da inventare (il clan). Sappiamo che può altresì esser luogo di patimento e invalidazione. Ambiguità, ambivalenze, conflitti prima sopiti, grazie alla loro dislocazione nella prassi quotidiana (le abitudini), possono riemergere e chiedere nuove sublimazioni.

La casa nella sua fisicità compendia vissuti stratificati. Il focolare, luogo riconoscibile e rassicu-rante, luogo atavico che protegge dai nemici, può assumere i connotati di una restaurata caverna per l'animale-uomo. La cultura come strumento di adattamento dissotterra retaggi primordiali, mentre la natura del virus fa risuonare il mondo interno (affiliazione, cura dei consanguinei, angosce primitive).

Dal vertice gruppale possiamo tentare di rendere pensabile la complessità nella quale siamo immersi. Nel piccolo gruppo sono noti i fenomeni di diffusione trans-personale e risonanza emotiva. Possiamo immaginare cosa possa accadere in gruppi sempre più vasti sino a comprendere un'intera nazione o più paesi costretti a trovare un modo per interagire. Il ruolo dell'establìshment si è rivelato insostituibile e non a caso, pur presenti delle infrazioni isolate, non si sono al momento verificate ribellioni plateali e organizzate. 
Il vertice tecnico-amministrativo-politico sta ricoprendo il ruolo di “capo” di una moltitudine (Freud di “Psicologia delle masse e analisi dell'Io”) che ha riconosciuto e legittimato tale posizione e allo stesso tempo validato un'identificazione tra ogni cittadino in vista del reciproco interesse (la sopravvivenza).

Alcuni professionisti della relazione d'aiuto (medici e infermieri) li possiamo considerare un gruppo specializzato all'interno della struttura sociale. Gruppo deputato a maneggiare emozioni incande-scenti per contrastare la malattia e scongiurare la morte. Comprensibile sia un gruppo sollecitato da potenti movimenti affettivi interni ed esterni. 
Il sociale più ampio attende risposte, l'esonero dai patimenti, l'etica professionale incontra il limite personale (umana fatica) e quello professionale. Si procede per tentativi ed errori, ragionando sulle strategie, per rendere replicabili le cure. Frustrazioni o delusioni possono affaticare il soggetto o diffondersi nel gruppo (traumi cumulativi?). Utile che la struttura sociale sia e resti benevola  nei confronti di chi incontra il contagio e non solo quello reale, ma anche quello emotivo.

Nella loro pratica medici e infermieri devono trattenere nel preconscio il senso umano del loro operare per proteggere un io professionale (efficienza). Questo spazio potrà divenire amorevole consapevolezza verso il malato che depura sentimenti di colpa, con  l'accettazione del limite oppure esser silenziato o rimosso. Giungono notizie furtive, dal non-detto relativo al decidere chi potrà esser curato e chi no, al funzionamento solidale dei gruppi di lavoro
A questi professionisti dobbiamo affidarci (asimmetria e dipendenza) grazie a loro sperimentiamo la fiducia. La gratitudine può circolare e rendere possibile una bonifica dei territori angoscianti e mortiferi prima dipinti a tinte espressioniste. 
Fiducia e speranza vanno protette e a questa esigenza risponde la necessità di contare guariti e dimessi dagli ospedali e non solo contagiati e deceduti. 

Una psicologia clinica che non si limiti a imitare la tecnica non potrà che offrire un “ascolto empatico”. 
Empatico come radicale capacità di decentrarsi da ogni pregiudizio o diagnosi per avvicinare l'altro-da-sé e raggiungere una nuda vita.
L'ascolto non si esaurisce nell'efficienza dell'udito, ma implica lasciare che nascano parole per rendere esplicito quanto non ancora espresso (capacità negativa e tolleranza del vuoto di Bion). 

Si potranno anche proporre strumenti per addomesticare ansia o tristezza o colpa, ricorrendo a pratiche legate all'evidenza empirica, ma se si vuol credere, e far credere, che psicologi e psicoterapeuti possano applicare algoritmi di cura siamo nella propaganda. 
Solo la prassi dell'incontro renderà comprensibile le esigenze personali, solo in un legame intersoggettivo transiteranno apprendimenti duraturi (le identificazioni del linguaggio psicoana-litico).

§  3   Setting e nuovi media    

I dispositivi informatici rendono possibile quanto prima impossibile e fantascientifico. Parlarsi, guardarsi, sentirsi vicini seppur lontani, condividere immagini e filmati, poter lavorare (smart work at home).
Ancora incerto se sapremo governare il valore d'uso di tali mezzi o rimanere sedotti dal loro volto onnipotente, perseguendo relazioni quantitative più che qualitative. Dispositivi veicolo di una potenza priva di saggezza e del feticcio della merce, ora si offrono come amabili servitori delle nostre necessità (lavoro, condivisione, contatto).

Con tali strumenti (internet, smartphone, e-mail) già da tempo si confrontano i professionisti  psichiatri, psicologi, psicoterapeuti. Dei mediatori che permettono di mantenere o avviare relazioni d'aiuto che ai tempi del coronavirus sono ostacolate. Un nuovo setting che merita qualche riflessione.

Le coordinate temporali (momento e durata dell'incontro) possono esser mantenute salvaguardando la funzione regolatrice del setting (la falsificazione degli aspetti processuali seguendo F. Codignola). Lo scenario percettivo può mutare: le sedute o i colloqui avvengono nello studio o ambulatorio del professionista oppure nell'abitazione ? Il paziente ha un luogo che gli permette di proteggere la riservatezza ? E' costretto o sceglie di cambiare ambiente fisico dell'incontro ? Nel lavoro di gruppo quali peculiarità o raccomandazioni ?

Il paziente mantiene la responsabilità di scegliere se aderire o meno alla proposta di un incontro in-remoto, può esser invitato ad impegnarsi nel mantenere o procurarsi e proteggere le coordinate spazio-temporali del setting. Fenomeni che potranno essere illuminati dall'indagare analitico e preziosa opportunità per entrare in contatto con aree mentali del paziente. Possiamo pensare ad un'iper-stimolazione percettiva dell'analista o psicoterapeuta nel divenire spettatore dei luoghi abitati dai suoi pazienti al confronto dell'ingresso di una persona nello suo spazio professionale.
Eppure anche questa evenienza non può essere etichettata come un accidente che contamini la possibilità di coglierne le intenzioni inconsapevoli.

Dalle testimonianza dei colleghi sembra emergere che l'accettazione serena dei collegamenti in-remoto, da parte del professionista, permetta di preservare l'assetto analitico e non alteri il valore del percorso di cura. A partire dal setting interiore (coordinate concettuali, formazione, capacità riflessiva) diverrà degno di attenzione ogni fenomeno relativo alla scena entro la quale è situato il paziente. Eppure restano dei quesiti. 

La fisicità dell'incontro viene sostituita da una rappresentazione e in questa sorta di veloce traduzione perdiamo qualcosa ? Se sì cosa ? Quanto perduto è irrimediabile ? O dobbiamo semplicemente accettarne la specificità ? Il flusso di identificazioni proiettive che rendono vivo e terapeutico il lavoro resta immutato ? La mimica, il tono della voce hanno la possibilità di esser catturate dalla videocamera, ma possono sollecitare teatralità o inibizioni ?

Resta il dato inoppugnabile del desiderio e disponibilità da parte di terapeuti e pazienti a non interrompere un legame sentito importante, utile, indispensabile (dal lato del paziente) e confermante il ruolo professionale (dal lato del terapeuta). Solo il dialogo franco e duraturo tra i colleghi permetterà di costruire utili congetture.

Importante precisare che il tema del setting è particolarmente caro alla tradizione psicoanalitica per l'utilizzo della relazione terapeutica, con i suoi riflessi transferali, mentre per gli indirizzi che privilegiano una soluzione al problema del paziente l'uso dei media elettronici è stato già sperimentato e dibattuto.


dr. Claudio Crialesi
Psicologo-Psicoterapeuta
crialesiclaudio@gmail.com












Recensione del giallo MOSAICO A TESSERE DI SANGUE a cura di Pietro De Palma.

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Il romanzo non l'ho trovato sewmplicemente in libreria ma ho dovuto prenotarlo. Sto parlando di un romanzo di Stefano Di Marino, pubblicato circa cinque anni fa, che mi ha confermato l'autore ora è fuori dalle stampe, giacchè gli sono tornati indietro i diritti. Pare che quindi io sia stato uno degli ultimo se non l'ultimo a beccare una delle rimanenze di magazzino.

MOSAICO A TESSERE DI SANGUE, è un thriller ad alta tensione, spasmodico talora, francamente uno dei più bei romanzi letti negli ultimi anni. Lontanto anni luce dalle pesantezze nordiche per cui tanti impazziscono, è la riprova che quando vuoi trovare una cosa ben fatta non è necessario fare per forza molta strada.

Il protagonista è un poliziotto, Franco Belli, che ha arrestato una serial killer e l'ha consegnata alle patrie galere: solo che Moira Rachelli, la mantide assassina, grazie a dei compiacenti giudizi di persone interpellate, periti ed un criminologo soprattutto, Malter, è stata internata nel manicomio criminale di Aversa. Intanto però qualcuno gambizza Belli. E qualche tempo dopo, la pazza assassina fugge via dal manicomio dopo aver mazzato medico e suora, in tempo però per essere ammazzata a sua volta con un fucile cal.12 scaricato in piena faccia. Tutti sicuri che sia morta? Sì. Ma...la faccia è andata. Il DNA l'hanno confrontato con i rilievi contenuti nelle cartelle cliniche, ma i rilievi possono anche alterarsi. Insomma, permane un dubbio: potrebbe essere lei , come pure il contrario.

Fatto sta che la pratica è archiviata, e tale sarebbe rimasta se tempo dopo qualcuno non avesse cominciato a fare fuori tutta una serie di personaggi legati all'assassina. Infatti, radunati chissà come, tutti quanti in un albergo sul litorale di Latina, in un periodo morto della stagione, quando l'estate volge al termine, Franco ritrova Malter, e prima ancora Corrado Larcher, il solo tra gli uomini ammazzati da Moira che si fosse salvato dalla camera delle torture a cui Moira l'aveva destinato, accompagnato da una tizia in disintossicazione. Ma tra i convenuti ci sono anche Roberta e Michela due lesbiche che sembrerebbero essere capitate là per caso: ed invece poi si sa che Roberta era stata infermiera all'Ospedale Psichiatrico ed era stata intima di Moira. Poi c'è Rossana, la direttrice dell'albergo, anche lei legata a Moira da un quadro esposto, un grande occhio, dipinto guardando Moira. E il personale dell'albergo, Martina (la receptionist), Fabrizio (il barman), e Zelio (Il factotum).

La prima ad essere fatta fuori è l'amica di Corrado, in una notte di burrasca, sgozzata.

L'amica di Franco, Valeria Rinaldi, criminologa, psicoterapeuta e consulente della polizia, gli suggerisce di andarsene. Ma lui vuole scoprire perchè tutti quelli che hanno avuto a che fare con Moira siano lì accanto a lui, capitato per caso.E così non accetta il consiglio e rimane. Anche perchè la bella Rossana, a diferenza di Valeria, ha fatto breccia nel cuore di Franco. In tempo per beccarsi Larcher, fatto a pezzi con una sega circolare nell'obitorio: E poi una lunga schiera di altri uccisi: prima Zelio, che tenta un ricatto avendo scoperto l'identità dell'omicida, ma gli va male; poi l'amichetta di Roberta salatata in aria nell'auto imbottita di esplosivo, poi ancora Roberta che non si sa se uccisa o suicidatasi cadendo da un palazzo in costruzione, poi ancora Martina, sgozzata (eliminata in quanto conosce l'assassino a cui ha venduto un passe-partout dell'albergo, scomparso), altra tossicomane legata anche a Zelio.

In un albergo isolato dalla tempesta, e da qualcuno che tagliato il cavo telefonico prima, e ha tolto la luce dopo, in un'atmosfera allucinata e allucinante, avviene l'ultimo assassinio orribile (Malter sventrato, colpevole di aver violato l'intimità della Pazza dormiente ma neanche tanto), mentre Fabrizio e la cuoca sono stati rinchiusi nella cella del frigorifero dove è stato riposto il cadavere di Martina.

Il finale al cardiopalmo vede Franco combattere per la vita di Rossana rapita dall'omicida, per scoprire se sia Moira effettivamente o altro (ma chi?).

Romanzo con altissima tensione, MOSAICO A TESSERE DI SANGUE, riprende evidentemente, per chi abbia visto qualche film di Dario Argento, le sue visioni grandguignolesche; e dico evidentemente, perchè l'occhio dipinto da Rossana, a me ha fatto venire in mente subito i dipinti della casa di Profondo Rosso, tra i quali c'è lo specchio con il volto dell'assassina. Con quel film, e con altri beninteso, il romanzo di Stefano condivide il tema della pazzia: Moira la Pazza uccide per follia omicida, ma c'è forse qualcuno che uccide spinto da identici folli propositi? Oppure lei si è salvata ed è stato sacrificato qualcun altro? Certo è che emerge subito chiaro il disegno di un piano condiviso con altre persone, per cui è altrettanto chiaro che se Moira è morta qualcun altro, che l'aveva messa nelle condizioni di fuggire ed uccidere, deve averla uccisa, e quindi chi uccide in seguito non è lei. Se invece è lei, allora la cosa cambia. Comunque sia, nel caso l'omicida non sia Moira (io ovviamente so chi è), perchè ha ucciso? Per emulazione? o per una vendetta condivisa? Perchè chi uccide, lo fa in maniera atroce, come se gli affronti fatti da quelle persone uccise fossero stati fatti all'omicida oltre che a Moira. Paradossale è la colpa di Archer, che è quella di esser fuggito alla morte, e per quello degno di morire.

Al di là di questo, il movente è flebilissimo ed è la cosa che si coglie con minor facilità, mentre l'assassino (che sia Moira , una volta assunta l'altrui personalità, oppure un altro omicida) è quello che si individua più facilmente (almeno io l'ho individuato) perchè con tanti morti ammazzati in un gruppo ristretto, è chiaro che poi l'omicida, per quanto impossibile che possa parere (Stefano ha chiara la lezione di Conan Doyle) deve per forza essere quello. E del resto non si sottrae neanche ad una delle venti regole base di Van Dine, che è quella che l'assassino deve essere presente nella trama e non deve cadere dall'alto: qui l'omcida è presente addirittura nelle prime pagine, anche se la prova del coinvolgimento è scoperta solo per intervento di Germano, un poliziotto amico di Belli, che scartabella le cartelle cliniche del manicomio criminale di Aversa individuando delle cose non riportate sui database informatici.

Come ha ammesso più volte Stefano, tuttavia, la sua base non è nel giallo classico e nei grandi autori di thriller, quanto nel cinema nostrano: Dario Argento, Mario Bava, Pupi Avati sono tutti riferimenti che il lettore coglie seppure modificati nel tessuto dell'opera. Tra tutti soprattutto, La casa dalle finestre che ridono, con il suo sostrato di follia omicida, e Profondo Rosso o Suspiria, possono aver lasciato qualche traccia nel plot di Di Marino. Ma è evidente che verso altrove, i rimandi sono più evidenti: Dieci piccoli indiani, di Agatha Christie, è il modello evidente ( o L'Ospite invisibile di Bristow e Manning), per il gruppo che si assottiglia sempre più in uno spazio ristretto in cui opera l'assassino; ma io direi - anche, per l'atmosfera ossessiva, dei convitati braccati, che non possono neanche tentare di scappare salvo saltare in aria con l'auto, e riuniti in un hotel - che un rimando più sottile può essere quello rivolto a Paragon Hotel, un romanzo claustrofobico del 2005, un thriller di altissima tensione, di David Morrell, se non allo Shining di Stanley Kubrick.

L'omicida è folle, ma si nasconde sotto la personalità di una persona normale. Ma per cosa uccide? Semplice emulazione, se non è Moira? Ma poi perchè tale accanimento? Il plagio non spiegherebbe l'efferatezza, e soprattutto gli atteggiamenti protettivi verso Belli che non è stato ucciso ma gambizzato al tempo, e che figura come possibile vittima solo nel finale, nel duello catartico. Adombro quindi la possibilità di una personalità doppia, con due identità che convivono nella stessa persona e che fatalmente vengono a scontrarsi con il prevalere di quella più forte e malvagia.

Un romanzo adrenalico che tiene incollati sono all'ultima pagina, del maestro italiano della letteratura di genere.

Chi non sopporta le scene truculente, non legga questo libro: è il mio personalissimo consiglio.


Pietro De Palma

L'addict , portatore di un disturbo complesso.

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L’addict si configura dunque come portatore di un disturbo complesso che si articola in sindromi psicofisiche dalla complessa natura, difficilmente interpretabili né per mezzo di modelli biologici lineari, meccanicistici, eziologici, né per mezzo di modelli esclusivamente psicologici.
Come afferma Gabbard (2000) «la polarizzazione della psichiatria fra aspetti biologici da una parte e aspetti psicosociali dall’altra ha promosso una forma di dualismo cartesiano. Le conoscenze attuali sull’interazione fra biologia e psicologia permettono invece di concepire l’approccio al trattamento in una prospettiva autenticamente integrata (...). I progressi della ricerca nelle neuroscienze hanno infatti permesso di comprendere in modo più accurato e preciso come la psicoterapia possa influenzare il cervello. Tali sviluppi indicano la strada verso una nuova era nella ricerca e nella pratica della psicoterapia, in cui si potranno sviluppare modalità psicoterapeutiche specifiche da indirizzare su aree specifiche del funzionamento cerebrale» (Gabbard, 2000).
I modelli epistemologici lineari sono, infatti, incompleti proprio in quanto privi della possibilità di feed-back che informino sulla loro reale efficacia. Fortunatamente gli studi di follow-up dei trattamenti, un tempo sconosciuti sia da pubblici che da privati, oggi si moltiplicano proprio per capire in che direzione stiamo andando e questo segnala un passaggio da un pensiero ideologico, assolutista, non riflessivo, autoreferenziale, chiuso, ad un pensiero più sollecito e attento agli esiti e ai confronti.
Certo la ricerca di strutture, o se si vuole di invarianti, di costanti, di a priori, ha in sé il rischio di ogni operazione logica consistente nel raggruppare fenomeni simili, ma non uguali in una classe. È il rischio di un intervento deduttivo dal generale al particolare lì dove la prassi ci suggerisce induttivamente, dal particolare al generale, di poter considerare simili i fenomeni osservati.
Dal punto di vista epistemologico, vi è un ritorno dell’interrogativo principe della scienza: si conosce la realtà per applicazione di modelli mentali a priori (modello deduttivo) o è dall’osservazione della realtà (modello induttivo-empirico) che si costruiscono modelli scientifici?
La tradizione ippocratica concepiva un continuum tra salute e malattia lungo determinate dimensioni: fu la rivale scuola platonica invece a postulare che le malattie potessero essere catalogate in tipi ideali e distinti l’uno dall’altro. Utilizzare categorie significa suddividere le malattie mentali appunto in categorie diagnostiche (in linea con la tradizione kraepeliniana). Utilizzare dimensioni significa distribuire le malattie seguendo variazioni di gravità, di personalità, d’umore, capacità cognitiva e percezione secondo un continuum che va fino alla normalità. In campo scientifico si è assistito ad un’evoluzione da modelli dicotomici categoriali (oggi diremmo digitali) a modelli dimensionali analogici in cui c’è un continuum di gradazioni della dimensione che indaghiamo. L’approccio categoriale rischia di ridurre la complessità (anzi è talvolta uno strumento per gestire l’ansia e le difficoltà della complessità semplificandola) e di reificare le categorie stesse dimenticando la differenza che esiste fra mappa e territorio e anzi pensando che la mappa sia ipso facto il territorio stesso.
D’altro canto stiamo attraversando un periodo storico di grandi cambiamenti tecnologici, politico-istituzionali, geografici, economici, scientifici e quindi è anche fisiologico attendersi una nostalgia dei concetti assoluti e le connesse critiche di relativismo. Quello in cui ci troviamo è un mondo globalizzato nel quale in pochissimo tempo ogni campo dell’attività umana si è trasformata. Il concetto stesso di identità cui è legato fin qui tanto del nostro sapere è scosso dalle fondamenta, anche l’identità dei pazienti e dei terapeuti. 
Il pensiero cibernetico stesso ha contribuito al mutamento del tradizionale uso dell’identità. Con l’avvento del web sono infatti cresciute esponenzialmente le possibilità di intercambiabilità dell’identità personale, di genere, sessuale: l’identità, come afferma Baumann (2000) si è fatta più liquida, più sfuggente e multiforme. Questa peculiare occasione culturale di revisione del limite identitario si presta ad essere interpretata in senso megalomanico, narcisistico. Non è un mistero che la cultura dominante sia infatti orientata all’onnipotenza, all’iperattività maniacale o al sospetto paranoideo: entrambi frutto di un’inflazione dell’Io e di un debole interesse nell’esistenza dell’altro che invece meglio si coglie nella riflessione sulla caducità, nel pensiero poetico, nel pensiero riflessivo che ci permette di non leggere alla lettera ciò che avviene in una relazione, ma di ipotizzare che dietro il comportamento dell’altro ci sono delle emozioni che lo spiegano, che lo fondano.
Questo momento storico e culturale pare invece favorire organizzazioni mentali più orientate alla difesa e alla scissione che alla consapevolezza dell’orizzonte esperienziale più ampio che il lavoro di mentalizzazione promette. Ci sono sempre più pazienti che non sanno che cosa sia la vita mentale, che la evacuano in comportamenti concreti. L’evacuazione è molto diffusa nella nostra cultura in cui sembra che il pensiero sia la ragione e la causa di tutti i problemi.
In questo mutato scenario oggi si trovano ad operare nuovi e vecchi professionisti, pubblici e privati con sempre meno certezze assolute e sempre più orizzonti nuovi da scoprire e nuove mappe da inventare per orientarsi.

Come affermano Gaburri e Ambrosiano (2003) è necessario, dunque, che i terapeuti abbiano fatto periodicamente il lutto delle proprie identificazioni per accettare periodicamente la caducità delle proprie teorie di riferimento, aprirsi al nuovo ed in tal modo, “Fare vera scienza".

Le dipendenze” : narcisismo e disturbi di personalità.

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 Il DSM descrive un disturbo dipendente di personalità caratterizzato dalla necessità pervasiva ed eccessiva di essere accuditi, che determina comportamento sottomesso e dipendente e timore della separazione. Questa modalità compare entro la prima età adulta ed è presente in una varietà di contesti. Il comportamento dipendente e sottomesso è finalizzato a suscitare protezione, e nasce da una percezione di sé come incapace di funzionare adeguatamente senza l’aiuto di altri.

«La dipendenza è uno stile di personalità caratterizzato da quattro componenti principali: motivazionale (forte bisogno di ricevere guida, approvazione e sostegno dagli altri), cognitiva (percezione di sé come impotente e inefficace mentre gli altri sono potenti e sanno governare le situazioni), affettiva(ansia di fronte alla richiesta di funzionare in modo indipendente soprattutto quando i risultati di questo sforzo devono essere valutati dagli altri), comportamentale (tendenza a cercare aiuto, sostegno, approvazione e guida e a sottomettersi nelle relazioni interpersonali)» (Bornstein, 1993).

Il disturbo di personalità e la dipendenza da sostanze paiono condividere una comune eziologia nella cosiddetta relazione di spettro (Maffei, 2005). Lo spettro del disturbo degli impulsi, come abbiamo visto in precedenza,  comprenderebbele le personalità borderline e quelle antisociali, il disturbo da sostanze e i disturbi dell’alimentazione, tutti accomunati  tra loro dalla tendenza all’azione. Secondo Kernberg (1987) la dipendenza è un sintomo o una patologia che può indurre un funzionamento psicopatologico di tipo borderline caratterizzato dalla difficoltà a controllare gli impulsi, dalla scarsa tolleranza dell’ansia, dall’assenza di difese sublimatorie, dalla presenza di processi di pensiero primario di tipo magico-onnipotente, dalla prevalenza di meccanismi difensivi come la scissione, l’idealizzazione, la proiezione, la negazione, l’onnipotenza e la svalutazione,  e da relazioni oggettuali patologiche e incostanti.
Il disturbo di personalità e la dipendenza contribuirebbero allo sviluppo l’una dell’altra nella cosiddetta relazione eziologica (Ttriebwasser, Shea, 1996). I due disturbi si influenzano reciprocamente per quanto riguarda l’emergere e la presentazione degli aspetti clinici nella cosiddetta relazione patoplastica. Questa relazione va intesa come bidirezionale. Il disturbo di personalità eserciterà un profondo effetto sulla modalità di presentazione del disturbo da sostanze, su come questo viene vissuto, sul suo decorso e sulla sua risposta al trattamento (Frances, 1980). Analogamente un effetto del genere sarà esercitato sulla personalità dal disturbo da sostanze (Widiger, Trull, 1993).
Stone (1989) ha cercato, successivamente, di definire il ruolo dei due disturbi come primario o secondario. Il disturbo di personalità può essere un fattore di rischio per l’esordio del disturbo da sostanze o può invece svolgere un ruolo  più direttamente eziologico o patoplastico. Il disturbo da sostanze può, dal canto suo, influenzare notevolmente il manifestarsi del disturbo di personalità: la condotta tossicomanica impatterebbe così profondamente sul funzionamento psichico, oltre che comportamentale, dell’individuo da implicare importanti ripercussioni sulla personalità.
Secondo Khantzian (1997), la scelta di una data sostanza psicoattiva non è casuale, ma legata alle caratteristiche psichiche della persona. Rounsaville (1982) ha parlato di “self medication” da parte degli eroinomani degli stati emotivi dolorosi e intollerabili, mentre secondo Weiss (1993), invece, le alterazioni dell’umore depressive o maniacali spiegano il ricorso alla sostanza indipendentemente dalla sostanza di scelta primaria.


Il concetto di dipendenza ha avuto un grande spazio nel dibattito teorico psicoanalitico contemporaneo, anche se non sempre la psicoanalisi ha mostrato un analogo interesse terapeutico per i pazienti dipendenti, giustificando tale posizione con l’incapacità del paziente dipendente a saper rispettare le regole del setting, con la sua tendenza all’azione piuttosto che alla riflessione e con la sua scarsa motivazione alla cura.
 La dipendenza dai genitori, secondo la teoria freudiana, è un fatto biologico responsabile della formazione della personalità normale o patologica. Il fattore biologico consiste nella protratta impotenza e dipendenza del bambino che nasce più incompleto di altri animali e per il quale quindi il valore dell’oggetto protettivo si accresce enormemente. Il timore di perdere i genitori ed il bisogno di essere amati, che non abbandonerà mai l’essere umano, produce la sottomissione educativa e la dipendenza, che in età adulta diventa sottomissione sociale, bisogno religioso, aspirazione etica e morale (Galimberti, 1992).
Come abbiamo visto nella prefazione a questo volume di Eugenio Gaburri «esiste una parola per esprimere un concetto che percorre ormai da cento anni la letteratura psicoanalitica, una parola che in lingua italiana prende un aspetto riduttivo: “l'impotenza”. Il suo corrispettivo nel lessico psicoanalitico freudiano è “hilflosigkeit” e sta a significare lo stato psico-fisico del lattante nella prima fase della vita.
Letteralmente “ilflosigkeit” significa mancanza di aiuto (hilfe), il concetto rinvia alla fisiologica impotenza, più marcata nel cucciolo umano che in altre specie. Con questo concetto la psicoanalisi cerca di esplorare la condizione (di dipendenza) che caratterizza la situazione somato/psichica del neonato del tutto impotente a provvedere alla sua sopravvivenza e alla sua crescita, impotenza evidente fin dal passaggio dall’ambiente originario al nuovo ambiente extrauterino, dove, da subito, dovrà imparare a respirare, mangiare, espellere e, soprattutto, a farsi capire (e ad essere capito) nei suoi bisogni elementari».
Nella psicoanalisi freudiana delle origini, la dipendenza nevrotica dell’adulto rimandava alla fissazione allo stadio orale come conseguenza di atteggiamenti frustranti o iperprotettivi dei genitori. La tossicomania veniva spiegata, all’inizio del ventesimo secolo, come un esempio di fissazione narcisistica allo stadio orale. La fase orale sarebbe stata caratterizzata da legami di tipo fusionale, da in- differenziazione fra il Sé e il Non- Sé e dalla prevalenza, come si diceva poc’anzi, del registro comportamentale su quello del pensiero. Le tossicomanie, così, parevano corrispondere ad una bramosia orale caratterizzata da tendenza alla passività, paura di restare soli, insaziabilità, ipersensibilità alla frustrazione e l’assunzione di droga veniva paragonata ad un atto magico con cui ci si procura un piacere pre-genitale.
In considerazione di tali motivi già allora si sosteneva,  come bene sanno  coloro che si occupano da anni di addiction, che non si può considerare guarito un tossicomane solo perchè si è potuto disintossicare o sottoporre a programmi pedagogici. Ciò che agli psicoanalisti appariva cruciale già nei primi decenni del secolo scorso era la necessità di svolgere un lavoro analitico teso a svelare e neutralizzare i veri motivi psichici del bisogno compulsivo delle droghe.
Gli sviluppi successivi della ricerca sottolinearono il carattere impulsivo del disturbo e questo permise di allargare l’osservazione a due disturbi confinanti con le tossicomanie: la bulimia e il gioco patologico.
Dobbiamo riconoscere, dunque, alla psicoanalisi, molto tempo prima che si sviluppasse l’attuale ricerca neuroscientifica, il grande merito di avere intuito per prima la fisionomia unitaria dell’addiction. La letteratura psicoanalitica giunse così a descrivere una personalità  tipicamente dipendente caratterizzata da una fissazione allo stadio orale dello sviluppo psicosessuale che condiziona la ricerca compulsiva del piacere e la sua capacità di differirlo nel tempo, da una scarsa maturazione dell’io, dall’intolleranza alle frustrazioni e da una tendenza maniaco-depressiva.
Un altro concetto di grande rilevanza euristica e clinica per la psicoanalisi e per l’interpretazione psicologica delle dipendenze, andato affermandosi sin dai primi anni ‘30,  fu quello di narcisismo: si incominciò a pensare che, al di là della pura e semplice bramosia orale, come la chiamava Abraham, la sostanza permetteva difensivamente di aumentare un’autostima deficitaria grazie all’effetto euforizzante che ricordava, per così dire, al Sé la sua dimensione narcisistica originaria, la cosiddetta beatitudine oceanica.
 Questi concetti conseguentemente, a loro volta, promossero la ricerca sulla qualità fondante della relazione primaria madre-bambino nella costituzione della cosiddetta base sicura del sé degli umani. Gli studi sulla teoria dell’attaccamento hanno cercato di dimostrare come lo stile relazionale (sicuro/libero/autonomo, rifiutante, preoccupato/invischiato, irrisolto per trauma, inclassificabile) e l’organizzazione della personalità rispecchino il tipo di relazione che c’è stata fra madre e bambino. È intuibile dunque che certi disturbi si possono tramandare di generazione in generazione (Bowlby, 1983). Da questo punto di vista nei tossicomani sarebbero frequenti tratti di personalità iperdipendenti e immaturi, caratterizzati da uno stile di attaccamento ansioso-insicuro (rifiuto regole sociali, aggressività, sfiducia negli altri).
Olivenstein (1984) ha invece correlato la tossicomanìa al fallimento della fase dello “specchio infranto” (6-18 mesi): la madre, come uno specchio, dovrebbe rinviare un’immagine unitaria e differenziata da sé in modo da permettere al bambino di costituire un Io diverso da quello della madre. Se questo non si realizza si parla di fase dello “specchio infranto”. Il bambino è vissuto e si vive al posto di un altro (per es. di un fratello morto, del desiderio di una bambina se è maschio) in una specie di non identità. A differenza dalla psicosi, dove la fase dello specchio non si realizza, qui, appena ha luogo il riconoscimento, avviene anche la frattura: lo specchio si infrange rimandando un’immagine frammentata e incompleta che riporta al precedente stato di indifferenziazione. Contemporaneamente si ha la nostalgia per lo stato di fusione perduto e la malinconia di “essere e non essere” (sofferenza come misto fra rabbia e impotenza).
Green (1992) ha descritto nel dipendente un’organizzazione narcisistica caratterizzata dal “complesso della madre morta”. È assente in queste persone l’esperienza fisica e psichica di una relazione su cui ci si possa “appoggiare” e che permetta uno sviluppo narcisistico adeguato. La madre propone al figlio una relazione in cui il bambino non viene percepito in quanto portatore di specifici bisogni e desideri ed è pertanto da ritenersi una relazione oggettuale devitalizzata. In questo modo non si realizza, come ha indicato nella sua interpretazione dell’addiction Joyce McDougall (1990), l’esperienza transizionale (nè c’è, di conseguenza, la possibilità di introiettarla e di usarla quando è necessaria) e perché, con gli agiti compulsivi e ripetuti e con la difesa narcisistica che abbiamo delineato, non si può riuscire a costruire o a sviluppare l’oggetto transizionale, né quello interno né quello esterno. In questi casi il dolore psichico è tanto forte da arrivare a mettere in discussione il senso profondo di sé.


Le tossicomanie e il narcisismo

Gli studi sul narcisismo e sulle vicissitudini nella formazione del Sé sono stati molto importanti per l’interpretazione psicoanalitica di questi disturbi.
Kohut (1976) ha  descritto i tossicomani come pazienti adulti con disturbi narcisistici caratterizzati da un Sé frammentato. La dipendenza da sostanze riflette un tentativo di ristabilire la coesione di un Sé poco coeso e difettoso nel suo funzionamento. L’origine di questa carenza strutturale sta nella mancanza di empatia nelle relazioni con i genitori che non ha permesso loro di rispecchiare il Sé del bambino. La scarsa stima di sé che ne deriva si tramuta reattivamente nel suo contrario: un Sé grandioso ed esibizionistico, che cerca la perfezione per ottenerne approvazione; la carenza di empatia dei genitori, e della madre in particolare, non permette al bambino di idealizzare i genitori e lo condanna a cercare senza sosta dei modelli genitoriali degni di essere idealizzati. Ovunque ci siano vulnerabilità si sviluppa un carattere compensatorio onnipotente, che al contrario rivela la vulnerabilità (Khantzian, 1997).
Kohut (1976) sposta il discorso dalla vulnerabilità al disturbo narcisistico e descrive la vulnerabilità come un difetto del sé che può manifestarsi nella tossicodipendenza: «L’individuo narcisisticamente disturbato desidera elogio e approvazione o la fusione con un altro idealizzato e supportivo perché non riesce a rifornirsi sufficientemente con l’autoapprovazione o con un senso di forza attraverso proprie fonti interne. Il tossicodipendente chiede insistentemente la droga perché gli sembra capace di curare il difetto centrale del suo sé (…) ingerendo la droga simbolicamente costringe l’oggetto sé riflettente ad amarlo, ad accettarlo, l’assunzione di droga gli fornisce l’autostima che non possiede. Attraverso l’incorporazione di droga supplisce da sé il sentimento di essere accettato e quindi di sentirsi bene con sé stesso, o determina l’esperienza di immergersi in una fonte di potenza che gli dà un vissuto di forza e di validità. Sono questi gli effetti della droga che tendono ad aumentare la certezza che egli esiste in questo mondo».
I tossicodipendenti sono vulnerabili nella capacità di accedere ai sentimenti, tollerare e regolare i sentimenti, sono vulnerabili di conseguenza nelle relazioni, nella capacità di stimarsi e prendersi cura di sé. Provano emozioni estremizzate, sentimenti troppo forti o troppo deboli. Questi pazienti vivono in uno stato di confusione dei sentimenti, nell’incapacità di esprimerli (alessitimia), o nella loro assenza (disaffettività). Essi spesso lottano difensivamente per non provare sentimenti. La droga da questo punto di vista è una protesi, dal greco stare al posto di, sostituire: un’autocura per angoscia, tensione, rabbia, vergogna, solitudine o per impulsività o inibizione. Spesso è stato osservato come i tossicodipendenti usino eroina per autocurare emozioni come la rabbia e la collera, o cocaina, anfetamina, per autocurare sottostanti stati depressivi, mentre le personalità contraddistinte da chiusura e controdipendenza si autocurano con alcol e sedativi (Khantzian, 1997).
Spesso i cocainomani compensano la scarsa autostima puntando molto sul risultato, la prestazione, l’azione e l’attività. La cocaina aiuta a superare gli stati di anergia e svuotamento associati alla depressione e alimenta uno stile di vita iperattivo e irrequieto, un esagerato bisogno di indipendenza. Per questo motivo sono egocentrici, controdipendenti e iperattivi.
Da un punto di vista eziologico Khantzian (1997) ritiene che un impoverimento evolutivo e strutturale ha intaccato la capacità del sé e la capacità di tollerare e regolare gli affetti, prendersi cura di sé e gestire bene le relazioni
Spesso questi pazienti mostrano come hanno fallito nell’internalizzare adeguatamente quella parte evolutiva che permette di tollerare le esperienze infantili dell’ammirare e essere ammirati.
Le prime esperienze danno la sensazione di sentirsi buoni o validi dal di dentro o di poter avvicinarsi facilmente agli altri, quanno necessario per ottenere nutrimento e conferma. Queste prime esperienze non sono state positive nei tossicodipendenti. Essi oscillano tra atteggiamenti seduttivi e manipolatori per ottenere soddisfacimento e posizioni di indipendenza e autosufficienza sdegnose e distanzianti che allontanano il bisogno degli altri. Il problema centrale è una sottostante organizzazione depressiva che si presenta con disforìa, rabbia, angoscia, sentimenti di vergogna, dubbio, colpa, noia, solitudine e vuoto basati sulla vulnerabilità narcisistica interna.
In questi pazienti c’è il desiderio di regredire ad un immagine di sé che può fare ed essere tutto, avere ogni cosa e non conoscere limiti e frustrazioni. Una forma illusoria di padronanza del controllo. I cocainomani possono sentirsi di conseguenza grandiosi e invincibili, ma sono impantanati nella ipomaniacalità che nasconde la sottostante depressione (Khantzian, 1997).
Zucca Alessandrelli (2002) ha sottolineato come «la relazione additiva si presenta fondata sul narcisismo, sul dover centrare cioè su di sé e sui propri bisogni di riconoscimento e di conferma ogni rapporto con gli affetti, i sentimenti e l’oggetto dell’investimento. Si tratta di una relazione narcisistica dove predomina il desiderio del non desiderio, il rifiuto degli affetti. Questi vengono sentiti come pericolosi, a causa del fragile assetto narcisistico di base. Sono minacciosi perché si rivolgono all’esterno, verso quell’oggetto che, indipendente, può ferire gravemente con il suo comportamento non adesivo ai bisogni. Il narcisismo patologico, il sé grandioso, servono come difesa rispetto al senso di fragilità e disvalore, ma hanno anche lo scopo di catturare l’oggetto per controllarlo e dominarlo, come necessario intermediario nel rapporto con la realtà. L’oggetto, quindi, è una funzione; serve da schermo protettivo, para-eccitamento verso l’interno e verso l’esterno e quindi come parte importante dell’identità». La dipendenza patologica corrisponde al «bisogno dell’altro o di qualcosa per avere un’identità, altrimenti non si riesce a sentire il proprio sé come fatto vitale e la propria vita istintuale come ricchezza interiore» (Zucca Alessandrelli, 2002).
Francois Ladame ha recentemente sottolineato che anche nei comportamenti di attacco al corpo e nei comportamenti di messa in pericolo di sé tipici delle dipendenze da sostanze o da cibo, ciò che bisogna sempre mettere in evidenza o, al contrario, escludere è la nozione di dipendenza (“addiction”), quindi di “asservimento”. 
Un elemento fondamentale per dire che ci troviamo nella psicopatologia e non di fronte ad un fenomeno di moda consiste nell’assenza di scelta (absence de choix-perte de controle). Quando, ad esempio, qualcuno porta dei “piercing” e li rinnova continuamente fino a divenire simile ad un albero di Natale, ciò rappresenta un’assenza di scelta (“Io non posso impedire di farmi dei piercing” dicono tali ragazzi) e, quindi, la perdita di controllo sull'Io.
Ma cosa può essere sottostante a tutti questi comportamenti? Secondo Ladame a queste condotte soggiace il disturbo narcisistico o, in altri termini, un fallimento della costruzione d’identità, e qui troviamo una seconda complicazione perchè la costruzione dell’identità adulta è precisamente il compito dell’adolescenza (Ladame, 2004).

Bion (1971) ha per primo connesso il termine di dipendenza al funzionamento dei gruppi umani, attraverso il concetto degli assunti di base, una particolare organizzazione inconscia assunta da un gruppo il quale si riunisce ed opera allo scopo di essere sorretta da un capo dal quale dipendere per ricevere nutrimento e protezione. È una credenza collettiva nell’esistenza di un oggetto esterno la cui funzione è quella di dare sicurezza a un certo organismo immaturo; ciò significa che viene sempre attribuita a una persona la capacità di soddisfare i bisogni del gruppo, mentre tutti gli altri sono in attesa di vedere soddisfatti i loro bisogni. Il gruppo in assunto di base di dipendenza mostra subito che nella sua struttura è parte integrante il convincimento che un membro del gruppo sia onnisciente e onnipotente. In questo senso il suo potere non deriva dalla scienza, ma dalla magia. Una delle caratteristiche richieste al capo è che sia un mago e si comporti come tale. Questi fenomeni sono reazioni difensive di gruppo di fronte alle ansie psicotiche di annichilimento riattivate dallo stare in gruppo e della conseguente regressione difensiva al servizio del bisogno di sicurezza dell’individuo.



La dipendenza nella cultura occidentale e orientale

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La dipendenza è una modalità di relazione in cui un soggetto si rivolge continuamente ad altri per essere aiutato, guidato e sostenuto (Galimberti, 1992).
Questo è il significato del termine nella cultura occidentale in cui il termine “dipendenza” è quasi sempre negativo. Nella cultura indiana, invece, per esempio, l’atteggiamento nei confronti del termine è più positivo e conciliante. Lo dimostra anche la parola “asrayana” che significa “cercare appoggio in”, “riposarsi su”, “cercar rifugio e sicurezza in”.
Parallelamente dal punto di vista psicologico il modello educativo occidentale è teso a promuovere l’autonomia del bambino, il distacco, l’indipendenza personale è una virtù apprezzata come segno di maturità. In occidente il neonato, dopo la nascita, viene allontanato dalla madre e riportato a lei solo per la poppata anche se questo atteggiamento sta radicalmente mutando. Man mano che cresce il bambino viene incoraggiato a costruire e mantenere una cerchia di amici che frequenta senza i genitori. Allo stesso modo quando gli anziani non sono più autonomi vengono, in genere, allontanati dalla famiglia e ricoverati in apposite strutture dove qualcuno si occupi di loro. Nella cultura giapponese esiste, al riguardo, un concetto fondamentale quello di amae (Takeo Doi, 1991), tipico della cultura giapponese, ma intraducibile e assente nel mondo occidentale. La traduzione italiana di amae può essere quella di “dipendenza”: dipendenza affettiva o, in termini psicoanalitici, “amore passivo di oggetto”. L’esempio più pregnante di amae è quello dei rapporto che il bambino instaura con la madre a partire dal primo anno di vita: il bambino comincia a vedere la madre come un qualcosa di separato da sé, ma anche come qualcuno che gli è indispensabile. L’imponenza di questo concetto, secondo l’autore, risiede nel fatto che «l’amore passivo, amae, contraddistingue la natura specifica della società e della cultura giapponesi». Un altro esempio tipico di amae riguarda la figura dell’imperatore: «l'imperatore si aspetta che quanti lo circondano si occupino di ogni cosa, compreso, ovviamente, il governo dei paese. Per un verso egli dipende completamente da loro, ma dal punto di vista gerarchico è superiore a tutti. Quanto a dipendenza, non è diverso da un lattante, e tuttavia il suo è il rango più elevato del paese, prova innegabile dei rispetto accordato in Giappone alla dipendenza infantile».
Nella cultura indiana si valorizza colui che si prende carico di altri ed è poco sentita la spinta all’autonomia strenua dei bambini e alla loro emancipazione dal contesto familiare. Non viene esercitata alcuna spinta per accelerare lo svezzamento e l’anziano non più indipendente viene “inglobato” nel gruppo familiare che si prende cura di lui. Si tratta di gruppi familiari ampi, allargati, in cui i bambini di varie madri stanno insieme e in cui varie madri si occupano dei bambini delle altre, insieme a nonne e zie non ancora maritate. In un simile modello l’individuo è portato anche da adulto a privilegiare i rapporti affettivi. D’altro canto, come sottolinea Lingiardi (2005), «un’indipendenza autentica poggia sulla capacità di dipendere. Più che di una polarità dipendenza-indipendenza sarebbe meglio parlare di un continuum dipendenza sana/patologica o sicura/insicura, definendo insicure le forme eccessive di dipendenza o, in senso controfobico, d’indipendenza (…) una ricerca disperata dell’altro, visto come unico regolatore del sé o una fuga atterrita dall’altro, visto come una minaccia». In effetti, definire a priori la dipendenza come sempre negativa ci impedisce di verificare se ne esista anche una “buona” o normale e cosa la differenzi da quella “artificiale” o provocata e sempre patologica. I significati di “dipendenza”, propri del linguaggio comune, sembrerebbero accogliere due accezioni antitetiche:
la dipendenza fa parte dell’essere dell’uomo per cui non è possibile non essere dipendenti. Il problema che si pone è sapere quali dipendenze aiutino il soggetto ed il suo gruppo sociale e quali dipendenze, al contrario, assumano forme e contenuti, finalità e conseguenze che minacciano la sua stessa vita;
la dipendenza non fa parte dell’essere proprio dell’uomo, è una condizione artificiale totalmente altra. Se si considera il polo estremo della dipendenza, l’essere ridotti e costretti ad una relazione duale esclusiva, allora è difficile sostenere che la dipendenza faccia parte dell’essere umano come una sua qualità. Ma se questa affermazione è plausibile, è indubbio che la dipendenza non fa che portare alle estreme conseguenze premesse ed organizzazioni cognitive ed affettive già funzionanti nel quotidiano e nei processi di crescita di ognuno.


Le dipendenze : dissociazione ,alessitimia e perversioni.

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Dissociazione e alessitimia
        
In questa prospettiva la dipendenza patologica sarebbe il risultato di un uso massivo e rigido della dissociazione, nel tentativo di regolare stati affettivi intensi avvertiti come una minaccia dall’io (Caretti, 2005).
Il termine “alessitimia” (Sifneos, Nemiah, 1973), deriva dal greco  “lexis”, parola, “thymos”, emozione: mancanza di parole per le emozioni.
La lessitimia è stata riscontrata nella dipendenza da sostanze, nei disturbi di personalità antisociali, nei soggetti che hanno subito gravi traumi, nelle malattie psicosomatiche, nelle perversioni sessuali.
Il disturbo è caratterizzato dall’incapacità ed esprimere verbalmente le emozioni, scarsa capacità di elaborazione delle emozioni, esplosioni di collera o pianto immotivato, espressione delle emozioni tramite l’azione, amnesie, oscillazioni tra comportamento dipendente ed evitante, carenza di attività simbolica, linguaggio stereotipato, scarsa fantasia, incapacità di ricordare i sogni o vita onirica banale, scarsa capacità empatica e conseguente povertà delle relazioni personali, angusto, pragmatico e fossilizzato rapporto con la realtà, incapacità di distinguere tra sensazioni corporee ed emozioni con una assoluta prevalenza del registro corporeo, incapacità di riferirle agli eventi vissuti come reazioni ad essi. Questi soggetti non sanno riflettere su di sé e sui loro stati d’animo. L’incapacità ad esprimere verbalmente le emozioni, la scarsa capacità di elaborazione delle emozioni, la carenza di attività simbolica, il linguaggio stereotipato, la scarsa fantasia, l’incapacità di ricordare i sogni o la vita onirica banale e la povertà delle relazioni personali rappresentano tratti comuni a quelli dei disturbi di personalità borderline, antisociale e istrionica.
Secondo Caretti e La Barbera (2005) le caratteristiche dell’alessitimia sono funzionali a modulare le risposte individuali allo stress emotivo, attraverso l’utilizzo della dissociazione per indurre stati alterati di coscienza finalizzati a regolare quelle emozioni che sfuggono alle capacità del soggetto. Questa difesa è adattiva se l’allontanamento dalla realtà è parziale e temporaneo, ma disfunzionale se rappresenta una modalità ricorsiva per gestire i fatti della vita.
La dissociazione impedisce la formazione di espressioni verbali dell’esperienza e questo coincide con la difficoltà di accedere al proprio mondo interno, ai sogni, alle fantasie e di poterle regolare, utilizzare e scambiare nelle relazioni interpersonali (Caretti, Craparo, Mangiapane, 2003).
Queste esperienze dissociative transitorie permettono al soggetto di sottrarsi ad una realtà avvertita come causa di forti angosce che non possono essere elaborate efficacemente. Steiner (1993) ha chiamato queste esperienze di isolamento del sé “rifugi della mente”, luoghi mentali dissociati dal resto della personalità in cui ci si ritira nel tentativo di sfuggire a una realtà vissuta come persecutoria.
I dipendenti sembrano contrastare difensivamente la capacità di rappresentare gli stati mentali propri e altrui, creando così un vuoto affettivo e cognitivo che viene colmato con l’uso delle sostanze. La dipendenza patologica è cioè il risultato di un uso massivo e rigido della dissociazione, nel tentativo di regolare stati affettivi intensi avvertiti come una minaccia dall’io.
L’uso compulsivo di Internet rappresenta, per esempio, un’occasione o una serie di occasioni narcisistiche: ci si può presentare come si vorrebbe essere o si vorrebbe essere visti dagli altri, permettendo di fuggire dal contatto reale e dalla valutazione reale tanto temuta perché frustrante e non controllabile. Si capisce allora perché il tema dell’identità sia così importante in questo discorso. La sperimentazione di diverse identità (identità multiple) anche sessuali  è una delle potenzialità della rete che può generare addiction. Il web può diventare quindi un rifugio. «Il rifugio funziona come una zona della mente in cui non si deve affrontare la realtà, in cui le fantasie e l’onnipotenza possono esistere senza controllo e qualunque cosa è permessa. È spesso questa caratteristica che costituisce l’attrattiva del rifugio per il paziente, o di solito comporta l’utilizzazione di meccanismi perversi e psicotici» (Steiner, 1993).
I rifugi della mente si possono intendere come luoghi mentali ossessivo compulsivi o riti magici in cui ci si ritira quando la realtà è insopportabile, in cui si automedica l’io danneggiato per un lutto o per una perdita dolorosa. La perdita non elaborata comporta angoscia, dolore e costante sensazione di pericolo.
Il concetto di luogo mentale fa pensare alla funzione di reverie materna bioniana in grado di accogliere e rendere pensabili gli stati mentali primitivi, i dati grezzi dell’esperienza, sperimentati come angosciosi e dolorosi in quanto privi di significato e altrimenti proiettati all’esterno tramite l’identificazione proiettiva. Tale funzione materna corrisponde a quello stato di calma ricettività che accoglie i sentimenti caotici del bambino e gli dà significato, calmando quindi dolore e angoscia.
Secondo Caretti (2005) i rifugi della mente servono a neutralizzare e controllare l’angoscia di morte e l’aggressività di tipo primitivo, ma in quei soggetti in cui le problematiche collegate alla distruttività sono particolarmente disturbanti, il rifugio mentale può giungere a dominare la psiche dando luogo ad una patologia che va dal ritiro dal mondo oggettuale, alle attività autoerotiche, all’aggressività contro se stessi (anoressia e tossicomania) fino ai disturbi dissociativi (trance dissociativa da videoterminale).


Dipendenza sessuale, parafilìe  

Secondo Carnes (2001) le caratteristiche principali delle dipendenze sessuali sono: pattern di comportamenti sessuali fuori controllo, gravi conseguenze dovute ai comportamenti sessuali, incapacità di smettere nonostante le gravi conseguenze, persistente perseguimento di comportamenti autodistruttivi, crescente desiderio e sforzo di controllare i comportamenti, ossessione sessuale e fantasie come prime strategie di adattamento, incremento dell’attività, gravi cambiamenti dell’umore dovuti ad attività sessuale, smodato aumento di tempo speso nella ricerca di occasioni sessuali o per riprendersi da esse, trascuratezza nei confronti di attività sociali, lavorative ecc., piacere, dipendenza fisica, craving, astinenza, compulsione, segretezza, cambiamento di personalità, contraddizione delle proprie convinzioni etiche (Carnes, 2001).
Il disturbo compare per la prima volta nel 1991 nel DSM III  tra i disturbi non altrimenti specificati come “disagio collegato a modalità di conquiste sessuali ripetute o ad altre forme di dipendenza sessuale non parafilica che comportano una successione di persone che esistono solo per essere usate come oggetti”.
Nel DSM-IV viene eliminata la dizione dipendenza sessuale e si usa il termine di disturbo sessuale non altrimenti specificato: si tratterebbe di un “disagio connesso a quadro di ripetute relazioni sessuali con una successione di partner vissuti dal soggetto come cose da usare”.
Attualmente il dibattito scientifico verte su tre possibili ipotesi patogenetiche: le dipendenze patologiche (Goodman, 1993), i disturbi impulsivi-ossessivo compulsivi (Hollander, 1992; Cloninger, 1993), la teoria psicoanalitica della compulsione e della perversione secondo cui ogni comportamento usato per produrre gratificazione e fuggire da stati interni di angoscia può diventare compulsivo e diventare un disturbo da dipendenza.
Secondo Goodman (1993) ci sono sensibili differenze tra dipendenze e fenomeni compulsivi. Le dipendenze patologiche sono caratterizzate da attività sessuale egosintonica (impulsiva ?) di ricerca del piacere e riduzione del disagio, e risposta ai farmaci antidepressivi simile a quella osservata nella depressione. Le compulsioni sono legate a fenomeni di eccessività caratterizzati da attività sessuali egodistoniche che vanno intese come attività di difesa non finalizzata al piacere, ma alla riduzione di ansia e depressione e da una risposta agli antidepressivi diversa da quella nella depressione.
La dipendenza sessuale spesso coesiste con quella da sostanze ed è frequentemente una causa negletta di ricaduta. Questo è particolarmente vero per la cocaina. Molti pazienti appaiono intrappolati in un meccanismo di reciproca ricaduta in cui il comportamento sessuale compulsivo precipita la ricaduta nell’uso di cocaina e viceversa. Spesso i sex addicts sono anche affetti da dipendenza da alcol , soffrono di disturbi alimentari, di disturbi compulsivi consistenti nello spendere denaro, o sono giocatori compulsivi.
Dal punto di vista prognostico si è concordi ormai nel ritenere che vi possano essere significativi cambiamenti a livello comportamentale solo se viene affrontata in terapia in modo diretto la questione della natura compulsiva del comportamento sessuale e del poliabuso di droghe.
Goodman (1993), ispirandosi al sistema diagnostico categoriale del DSM, ha proposto un modello diagnostico unitario per tutte le dipendenze. Sono necessari almeno tre criteri per fare diagnosi e alcuni sintomi del disturbo devono durare da almeno un mese o verificati ripetutamente per un più lungo periodo:
frequente espressione del comportamento per un lungo periodo di tempo, maggiore di quanto comunemente inteso;
persistente desiderio di esprimere il comportamento con uno o più sforzi inefficaci di controllarlo o ridurlo;
molto tempo speso in attività necessarie al comportamento o per riprendersi dai suoi effetti;
frequenti preoccupazioni per il comportamento e le attività preparatorie;
frequente ingaggio nel comportamento nonostante le scadenze lavorative, accademiche, domestiche o sociali;
abbandono dei doveri sociali, lavorativi, ricreazionali a causa del comportamento;
continuazione del comportamento a dispetto del sapere di avere persistenti e ricorrenti problemi sociali, finanziari, psicologici o fisici causati o esacerbati dal comportamento;
bisogno di aumentare l’intensità del comportamento (della sostanza) per ottenere l’effetto desiderato o diminuiti effetti con comportamenti della stessa o maggiore intensità;
incapacità di rilassarsi e irritabilità se non è possibile agire il comportamento.

a Scienza”.