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Mistica e Psicoanalisi di Jeremy Safran

FIDUCIA, DISPERAZIONE e IL PARADOSSO DELL'ACCETTAZIONE Il termine FIDUCIA non è comunemente utilizzato nel discorso psicoanalitico. Un'importante eccezione la si può ritrovare negli scritti di Bion (1970), dove egli si riferisce allo stato della mente che emerge quando l'analista affronta il suo lavoro senza ricordo, desiderio o discernimento come quello di fiducia: "fiducia che esiste nella realtà ultima e nella verità - l'ignoto e l'inconoscibile, "l'infinito senza forma" (pag. 31) Egli sottolinea il modo in cui il desiderio dell'analista nei confronti del controllare e del capire possano bloccare l'apertura della mente, necessaria per percepire la verità emotiva che emerge durante la seduta. In una pagina suggestiva, Coltart (1992) fa affidamento su Bion per argomentare la fondamentale ineffabilità del processo analitico ed il ruolo che la fiducia dell'analista gioca di fronte a tale ineffabilità. Nonostante i migliori sforzi fatti da Freud per allontanare la psicoanalisi dalle sue radici nell'ipnosi e suggestionabilità, la fiducia gioca inevitabilmente un ruolo centrale. Se si cerca sollievo per un dolore psichico o fisico affidandosi ai medicinali, alla spiritualità, o alla psicoanalisi, sotto certi aspetti, fondamentali, deve esserci la possibilità di credere che le cose possono essere diverse. Uno deve avere una qualche speranza di possibilità di cambiamento e che il guaritore sia in grado di aiutarlo. Tutte le persone che sono in analisi combattono contro diversi livelli di depressioni varie. In molti casi l'equilibrio tra speranza e disperazione è tale che il paziente può prontamente arrivare a credere nella buona volontà e nel potere dell'analista e nella validità del processo analitico. In alcuni casi, comunque, il processo per arrivare ad avere fiducia è una battaglia di dimensioni ciclopiche. Ciò che sto dicendo ora è stato preso, per certi versi, dalla concettualizzazione di Bion (1963) del ruolo che il riserbo dell'analista nei confronti di sensazioni difficili e dolorose gioca nel processo analitico. Sia Aron (1996) che Mitchell (1997) hanno recentemente avanzato banali e sfumate critiche sui concetti di neutralità e identificazione proiettiva. Nel momento in cui io penso a me stesso nei termini di un contenitore dell'identificazione proiettiva del mio paziente, prendo le distanze dalla mia esperienza vissuta. Ciò può allontanare dalla reciprocità dell'incontro -un elemento che, come dico in seguito, è essenziale al cambiamento di processo. Al fine di poter sopportare le profondità della disperazione del paziente, l'analista deve essere in grado di sopportare qualsiasi tipo di sensazioni dolorose che vengono evocate. In questo contesto, è possibile comprendere la disperazione dell'analista a due livelli. Il primo consiste nella disperazione provata come risonanza empatica dell'esperienza di disperazione personale del paziente. Il secondo livello consiste nella disperazione correlata alle sensazioni di impotenza dell'analista di fronte al paziente. Quando noi abbiamo qualche difficoltà ad accettare i nostri limiti come terapeuti, c'è la tendenza a rispondere, stando sulle difensive, alle impossibili domande dei nostri pazienti e la tendenza ad allontanarsi dalla loro sofferenza e disperazione. Quando noi sentiamo il bisogno di mettere alla prova noi stessi per essere di aiuto ai nostri pazienti, inconsapevolmente essi possono sentirlo e sentirsi forzati a prendersi cura dei nostri bisogni invece che badare ai loro. In questo modo diventa critico per noi accettare il fatto che alla fine c'è un numero limitato di cose che un essere umano può fare per un altro. Comunque, possiamo essere profondamente empatici nei confronti dei nostri pazienti, quando la seduta è terminata, il paziente va a casa e noi andiamo avanti con la nostra vita. Questa presa di coscienza, comunque, non deve essere trasformata in un'arrogante indifferenza, ma piuttosto in compassione per un essere umano che prova il dolore della vita per un atro essere umano. VOLONTA' contro RESISTENZA Con alcune importanti eccezioni (p.e. Farber, 1966; Rank, 1945; Shafer 1976; Shapiro, 1981), il campo della psicoanalisi ha trascurato il concetto di volontà. La sfida di Freud contro l'enfasi vittoriana sulla predominanza della razionalità e dell'auto-controllo introdusse un'importante rivoluzione nel nostro concetto di esperienza umana. Creò anche, comunque, un precedente nell'ignorare un'importante sfera delle funzioni umane - la volontà, o la scelta umana, e l'azione. Mitchell (1988) fa un eccellente lavoro di revisione dei più importanti contributi psicoanalitici al concetto di volontà e conclude cha la volontà gioca un ruolo determinante nello viluppo e nella conservazione dei problemi dei pazienti, e che la volontà gioca un ruolo cruciale quando il paziente deve scegliere di guardare a ciò che ha rimosso e rinnegato. La mia preoccupazione qui riguarda la questione di come l'analista possa aiutare i pazienti a recuperare la loro esperienza di essere in grado di volere quando sono immersi nella profondità della depressione e percepiscono la loro volontà come atrofizzata o non esistente. E' qui che il profetico ed abbastanza trascurato pensiero di Otto Rank a proposito della volontà può tornarci particolarmente utile. Per Rank, lo sviluppo della volontà ha giocato un ruolo centrale nell'analisi. Nei suoi pensieri, l'espressione di volontà è indissolubilmente legata all'atto creativo, che per lui è il sine qua non di una sana esistenza umana e di auto espressione. Di contro, la nevrosi è associata alla paralisi della volontà, che risulta dal fallimento nel conseguire l'importante compito evolutivo di sviluppare un senso di azione. Un aspetto centrale del suo approccio terapeutico includeva l'aiutare l'individuo a sviluppare il suo stentato senso di volontà. Secondo lui, la terapia in qualche modo comprende il normale processo evolutivo ed è inevitabile che i pazienti rispondano all'analisi con opposizione nello stesso modo in cui lo avrebbero fatto con i loro genitori. L'opposizione in terapia viene chiamata resistenza. Come suggerisce Aron (1966), il punto di vista di Rank a proposito del ruolo della volontà e della resistenza nel processo analitico fornisce uno strumento importante per ripensare al concetto di resistenza da un punto di vista relazionale. Dal punto di vista rankiano, la resistenza non è qualche cosa che debba essere rielaborata od analizzata. E' un processo che dovrebbe essere alimentato, poiché esso porta in sé i semi di una sana volontà, che, se coltivati, porteranno al processo di individualizzazione ed espressione creativa di sé. Con il passare del tempo, le momentanee esperienze di azione possono essere trasformate nella capacità di intraprendere una prolungata ricerca dell'obiettivo scelto. Il fondamento della volontà è la garanzia basilare che le cose funzioneranno e che il mondo, fondamentalmente, è un posto ospitale. In questo modo, la capacità di volere evolve in un contesto di relazione non compromesso dall'auto-espressione dell'individuo. Una volontà di questo tipo ha in sé una qualità spontanea e rilassata. Poiché avviene nel contesto di un fondamentale senso di fiducia, l'esperienza di disperazione non è catastrofica. Se uno ha fiducia nel futuro, può investire più pienamente nel momento presente, sapendo che il futuro si prenderà cura di lui. In questo modo uno riesce a relazionarsi meglio con il momento presente così come è, piuttosto che provare a forzarlo ad essere qualche cosa che non è. Nello stesso senso, uno riesce meglio a relazionarsi con l'altro come soggetto, o, secondo i termini di Buber, come Tu, piuttosto che come oggetto dei propri bisogni. Questo paradossalmente trasforma la situazione così che uno riesce meglio ad essere nutrito dalla propria relazione con l'altro. In questo modo la volontà richiede il tipo di fiducia di cui parla Bion (1970). Il processo della negoziazione intersoggettiva in analisi può aiutare i pazienti a sviluppare questo tipo di fiducia nel modo seguente. Nel momento in cui essi arrivano ad accettare i limiti dell'analista, ed apprezzare ciò che ha da offrirgli, senza reprimere la loro vitalità o primari bisogni fisici, essi sono in grado di lasciare andare i loro tentativi di manipolare se stessi e l'altro per ottenere la perfezione. Ciò permette loro di essere ricettivi verso quelle cose che l'analisi è in grado di fornire (Safran e Muran, in corso de stampa). Questo processo, per certi aspetti, viene ripreso da Winnicott (1969) quando pensa all'uso dell'oggetto, nel senso che la sopravvivenza dell'analista dalla distruttività del paziente permette all'analista di essere percepito come avente una propria esistenza (pertanto, che esiste più come Tu che come Esso). DISPERAZIONE, RESPONSABILITA' e DISILLUSIONE OTTIMALE Spesso trovo che con i pazienti che si sentono completamente senza speranza e che non hanno esperienza nella loro capacità di scegliere e di agire in accordo alle loro scelte, la capacità di volere in contrapposizione a me può essere un punto di svolta critico nella terapia. In questo modo io sono particolarmente interessato alle sottili indicazioni di non comprensione, rinuncia, irritabilità o disapprovazione nei miei pazienti poiché, se esplorati con attenzione, possono fornire loro un'opportunità per cominciare ad esprimere la loro resistenza in modo più diretto. (Safran & Muran, in corso di stampa). Questo punto focale è simile per certi aspetti all'intenso punto focale sul modo in cui i pazienti rispondono alle interpretazioni dell'analista, che è la caratteristica del lavoro dei kleiniani contemporanei come Joseph (1989). Mentre io ammiro l'attenzione dettagliata agli aspetti più microscopici dell'interazione analista-paziente, sono meno d'accordo con la sua prontezza a interpretare la non comprensione e disapprovazione dei pazienti nei termini di preesistenti elaborazioni riguardanti l'invidia o l'aggressività. E' inevitabile che ci sentiamo frustrati quando i nostri pazienti non cambiano, e la linea fra comprendere che i nostri pazienti sono alla fine responsabili della loro vita ed accusandoli, stando sulle difensive, può essere qualche volta corretta. Le persone che provano dolore o angoscia sono già sature di avversione nei loro stessi confronti, si sentono accusati per qualche cosa sulla quale non hanno controllo. Pertanto diventa estremamente difficile per loro prendere coscienza del modo in cui potrebbero contribuire ai loro propri problemi. Pertanto, risulta per noi vitale essere in grado di apprezzare la realtà fenomenologia di essere incapaci di volere. Imparare a volere è solo metà della battaglia. L'altra metà comprende il farsi una ragione dei limiti della capacità di ciascuno di ottenere i propri scopi (Safran e Muran, in corso di stampa) Un tema ricorrente nella letteratura psicoanalitica è che il processo di disillusione ottimale costituisce un ingrediente fondamentale sia di uno sviluppo sano e normale che di un processo analitico di successo. Mentre Freud enfatizzava il processo di abbandono istintivo come il passaggio verso la maturità, gli analisti relazionali contemporanei, influenzati da teorici quali Ferenczi e Winnicott, sono sempre più propensi ad enfatizzare la centralità della negoziazione fra i bisogni del sé e i bisogni dell'altro. Storicamente, Ferenczi (1931,1933) fu il primo ad enfatizzare i rischi conseguenti all'atteggiamento del bambino che si adatta oltremodo ai bisogni dei genitori, perdendo, di conseguenza, il suo centro affettivo e vitale. Winnicott (1965) aggiunse ulteriori considerazioni a queste linee di pensiero abbozzando un processo evolutivo in cui la madre a poco a poco si sposta da uno stato di primaria preoccupazione materna e di adattamento ai bisogni del bambino facendone le spese in prima persona, verso un processo in cui lei si adatta maggiormente ai suoi propri bisogni. Nel pensiero di Kohut (1984), il concetto di lavorare attraverso fallimenti empatici nella relazione analitica è visto come un meccanismo centrale di cambiamento. Egli elabora e allarga un numero di concetti presenti negli scritti di teorici precedenti. Laddove Ferenczi, Winnicott e Balint tutti sottolinevano l'importanza sia del ricostruire un trauma evolutivo all'interno dela relazione analitica che del riattivare un processo evolutivo interrotto, Kohut ha reso chiaro che il processo ripetuto di lavorare attraverso i fallimenti è ciò che porta al cambiamento. Egli inoltre sottolineò che i pazienti necessitano di un equilibrio ottimale fra il supporto e la frustrazione per crescere, e che il supporto senza la frustrazione inficerebbe la crescita. Egli credeva che un tollerabile grado di frustrazione rende possibile al paziente interiorizzare alcune funzioni auto oggettive dell'analista (p.e. attenuando la validità di un'esperienza soggettiva, il riconoscimento e la conferma di unicità), di conseguenza diventando più di auto sostegno e di non dover fare un uso patologico delle relazioni per compensare le risorse interne mancanti. La delusione che i pazienti provano quando l'analista viene meno alle loro aspettative, gioca un ruolo critico nell'aiutarli a farsi una ragione della realtà dei limiti dell'analista. Nell'assenza di elaborazione di questa delusione, comunque, il rischio è che il paziente possa ritirarsi in un tipo di pseudomaturità che riconosce i limiti dell'analista, ma maschera una profonda disperazione circa la possibilità che le cose possano essere diverse. Ciò si manifesta nella chiusura di vitalità spontanea, desiderio ardente e speranza del singolo. Quando l'analista è in grado di entrare in empatia con questa delusione, comunque, i pazienti sono in grado di provare la loro delusione come ricca di significato e la loro bramosia profonda e desiderio come validi. Ciò fa progredire una crescente accettazione dei loro stessi sentimenti e bisogni. Allo stesso tempo, essi sono in grado di sentire che l'analista che in un certo senso è lì per loro, a dispetto del fatto che lui o lei non siano in grado di soddisfare le loro fantasie dell'analista perfetto. Il viaggio dalla disperazione alla speranza include una sottile dialettica fra l'imparare a volere ed agire per conto di se stessi e l'imparare che gli altri vogliono e possono essere di aiuto. Quando i pazienti provano l'incapacità di volere e non agiscono per volontà propria, essi si sentono delle vittime. D'altro canto, quando essi provano ad aiutarsi senza alcuna fiducia che l'analista voglia venire incontro ai loro sforzi, non esiste l'apertura/consapevolezza per cui l'analista sia lì per loro. Potrebbe essere utile in questo caso distinguere fra due diversi tipi di volontà: caparbietà contro volontà. In un modo che ricorda la distinzione di Ghent (1992) tra necessità e bisogno. (traduzione di Flavia Milesi) Ho detto alla mia anima di stare ferma, e di stare ad aspettare senza sperare. Perché sperare sarebbe sperare la cosa sbagliata; Di stare ad aspettare senza amore. Perché l'amore sarebbe amore per la cosa sbagliata; Ma resta ancora la fede. Ma fede e amore e speranza sono tutte nell'attesa. Aspetta senza pensare, perché non sei pronto per pensare. E allora l'oscurità sarà luce, e l'immobilità danza. T. S. Elliot, "East Coker" PSICOANALISI e BUDDISMO Mi viene chiesto spesso in che modo il Buddhismo influenzi la mia pratica psicoanalitica. Non è facile rispondere ad una tale domanda. Solitamente non insegno ai miei pazienti a meditare, sebbene qualche volta lo faccia. Solitamente non parlo di concetti buddhisti con i miei pazienti, anche se qualche volta lo faccio. È più una questione di atteggiamento che qualche cosa d'altro, e penso che questo atteggiamento abbia di fondo a che fare con l'accettazione - una parola troppo abusata. Penso che la pratica del Buddhismo mi aiuti a coltivare un maggior senso di accettazione sia dei miei pazienti che di me stesso. Ed in molti modi mi aiuta a consentire ai miei pazienti di diventare più auto-accettanti. Mi sento imbarazzato a sostenere ciò perché sembra una modesta asserzione data dal mio coinvolgimento da molti anni nella pratica buddhista . E spesso quando racconto ciò alle persone, loro dicono:" Bene, ma la psicoanalisi non sottolinea l'importanza dell'accettazione allo stesso modo? Per esempio Freud metteva in guardia gli analisti dal loro eccessivo zelo nel curare. E che dire del rimprovero di Bion che noi affrontiamo ogni seduta senza memoria e desiderio?", e così via. La mia risposta è "Sì, ma...". Sì, la psicoanalisi in effetti sottolinea l'accettazione, ma allo stesso tempo non lo fa. O sì, lo fa, ma c'è qualche cosa di più radicale per quanto riguarda la prospettiva Buddhista sulla relazione tra accettazione e trasformazione - una prospettiva che è paradossale in natura. Inoltre, in diversi modi questo paradosso giace nel cuore del Buddismo, o certamente nel cuore di qualche via del Buddhismo. C'è un efficace vecchio aforisma Zen che dice: "Prima che l'asino se ne sia andato, il cavallo è già arrivato" Ora, pensiamoci un attimo. Che cosa significa? Cercare di spiegare un detto Zen è come cercare di spiegare una barzelletta- O la capisci o non la capisci. Ma dato che l'alternativa di lasciare il detto non spiegato è forse peggio, proverò a spiegarlo. Il cavallo è uno stato dell'essere desiderabile, associato alla grazia ed alla velocità. Il ciuco o l'asino è un lento animale da soma, oggetto di beffe. Probabilmente la maggior parte di noi preferirebbe essere un cavallo piuttosto che un asino. So che lo vorrei anche io. E noi immaginiamo o speriamo che la psicoanalisi possa far accadere una simile trasformazione. Ma se stiamo guardando al futuro, all'arrivo dell'idealizzato cavallo ed alla partenza del maledetto asino, stiamo guardando nel posto sbagliato. Il messaggio dell'aforisma è che l'asino è già il cavallo, per così dire. Se ciò è vero, perché intraprendere un trattamento/cammino psicoanalitico? Questo è il paradosso con cui siamo alle prese. Questo è il paradosso dell'accettazione. Secondo il punto di vista buddhista, la vita è inevitabilmente connessa alla sofferenza -malattia, perdita, dolore, morte e così via. Ma il problema non è questa sofferenza. Il problema è il tentativo di evitarla. Come sottolinea Freud, la psicoanalisi non elimina la sofferenza. Trasforma la sofferenza isterica in infelicità ordinaria. A questo punto è intrigante il fatto che ci sia una sorta di parallelismo con il pensiero di Freud a proposito di questo argomento, nel senso che Freud enfatizza l'importanza di rinunciare ai propri sforzi istintivi e di riconoscere l'impossibilità di vivere una vita secondo il principio del piacere. Secondo Freud, le persone hanno bisogno di riconoscere le loro illusioni e fantasie come sforzi infantili ed imparare a vivere la propria vita secondo il principio di realtà. Così, sia in Freud che nel primo Buddhismo (ed anche in filoni importanti del Buddismo contemporaneo) il problema è il desiderio. E la discussione verte su che cosa fare con il nostro desiderio, dato dal fatto che verrà inevitabilmente disatteso, e (come credeva Freud) e che l'istinto è in conflitto con la civilizzazione. Ora, io voglio contraddire una prospettiva post-freudiana di ciò che viene riferito come il problema del desiderio con i successivi sviluppi nel pensiero Buddhista. Ed inoltre, al fine di limitare il mio obiettivo, mi focalizzo sulla psicoanalisi americana, ed in particolare sulla psicoanalisi di relazione. Nella psicoanalisi contemporanea c'è stato un allontanamento dall'enfasi di Freud sulla rinuncia agli sforzi istintivi e la sostituzione della fantasia e dell'illusione con la razionalità. Il mutamento è avvenuto verso la creazione di un significato personale e la rinascita di sé.