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Il Tao della Psicoanalisi di Gherardo Amadei

Le "vie orientali" e la psicologia dinamica 1. "In linea di massima è probabilmente vero che gli sviluppi più fruttuosi della storia del pensiero umano si verificano spesso ai punti di interferenza tra due diverse linee di pensiero. Queste linee possono aver le loro radici in luoghi e tempi assolutamente differenti della cultura umana"1. Riportando queste considerazioni, Fritjof Capra inizia il suo libro "Il Tao della fisica", scritto con l'intento di mettere in evidenza le sovrapposizioni tra le due teorie fondamentali della fisica del ventesimo secolo (cioè la meccanica quantistica e la teoria della relatività) ed il nucleo centrale, comune, del pensiero induista, buddista, taoista e zen: peraltro egli osserva che "le corrispondenze con la fisica moderna non si riscontrano soltanto nei Veda dell'induismo, nell'I King, o nei sutra buddisti"2, ma anche nel Sufismo di Ibn Arabi, negli insegnamenti del messicano Don Juan, il maestro di Carlos Castaneda, come pure negli insegnamenti di Eraclito. Il lavoro di confronto operato da Fritjof Capra ha preso però in considerazione esclusivamente la "concezione orientale del pensiero", poiché essa possiede una corrente interna di individuabile unitarietà, pur nella pressoché infinita gamma di sfumature che la differenziano all'interno. Pubblicato a metà degli anni settanta, quel lavoro di avvicinamento tra fisica e spiritualità è stato considerato da molti, tra cui Stanislaw Grof e tutto il movimento della psicologia transpersonale, un passo di decisiva importanza verso per la costruzione di una cultura ecologica e non materialistica di convivenza tra modelli del sapere, tra visioni del mondo e quindi tra persone. La convenienza del processo di individuare coincidenze tra differenti aree di pensiero è stata di recente messa in luce con forza da eminenti scienziati come Edward Wilson ed Erik Kandel, in quanto procedendo con tale modalità si rafforzerebbe la veridicità di rilievi il cui valore cesserebbe di essere esclusivamente locale. Questa ricerca di coincidenze non nega importanza a verità specifiche di settori selezionati della conoscenza ma intende attribuire particolare rilevanza a quei concetti che si ritrovano presenti in concreto, non come metafore, in contesti molto differenti. In questa prospettiva, ho intitolato la relazione di oggi "Il Tao della psicoanalisi" in omaggio al titolo del bellissimo libro prima citato, in quanto la ricerca di Fritjof Capra mi ha fornito lo spunto per una ricerca sulle aree di sovrapposizione tra la psicoanalisi e la "concezione orientale del pensiero", assumendo anch'io come parte per definire il tutto il termine Tao, al quale si potrebbe sostituire quello di dharma o di zen, poiché gli elementi comuni che emergono sono riconducibili ad un nucleo centrale che assimila tradizioni pur differenti. Alan Watts3 sostiene da tempo che la particolare qualità di tale comunanza fondamentale di intenti tra differenti "vie della vita" (come il Buddismo, il Taoismo, il Vedanta, le pratiche dello Yoga) possiede delle caratteristiche che in occidente non sono rintracciabili nei sistemi religiosi o filosofici quanto piuttosto nelle teorie che formano i presupposti della pratica psicoterapeutica. Vorrei subito affermare che non si tratta di un lavoro meramente speculativo: diversamente tale ricerca mi sembra condurre a formulare ipotesi che conducono a ricadute applicative dirette sulla clinica psicoanalitica; non è più tempo di idee staccate dalla pratica, perché, come cantava Giorgio Gaber, rispetto ad altre derive narcisistiche, "se si potesse mangiare un'idea avrei fatto la mia rivoluzione..." ma ahimè... 2. Dopo l'incontro con la fisica, anche quello con la psicoanalisi fa supporre, in modo suggestivo, che il punto di arrivo sul territorio delle intuizioni buddiste sia possibile per le discipline solo quando abbiano raggiunto un certo livello nella loro capacità di comprensione scientifica della realtà. Di fatto solo una parte della cultura psicoanalitica sembra offrire tale grado di maturità. Idee in comune con il pensiero del dharma, del tao e dello zen, sono presenti, in modo implicito o esplicito, nella cultura teorica e nella pratica della psicologia clinica ad orientamento dinamico, oltre che nell'area psicoanalitica anche nella psicologia umanistica-esistenziale (Rollo May, Maslow, Rogers), in quella gestaltica ed anche nei nuovi modelli cognitivi tra cui il MBSR di Jon Kabat-Zinn, la DBT di Marsha Linehan e certamente nel modello relazionale di Safran e Muran. Per rimanere in campo psicoanalitico, alcuni autori (in primis Jung, Karen Horney, Emanuel Ghent, Mark Epstein, Nina Coltart) hanno reso esplicitamente evidenti i propri legami con la tradizione che si è andata differenziando dalla originaria matrice buddista, altri invece (tra cui Balint, Bion, Mitchell e l'ultimo Stern) non solo non ne fanno menzione ma sarebbero forse stupiti che nei loro scritti si possano riscontrare, e con evidenza, non tanto semplici assonanze quanto coincidenze sostanziali con il pensiero buddista. In particolare molta della teoria psicoanalitica intersoggettiva ed influenzata dall'infant research, sembra riferirsi a concetti presenti nelle vie orientali, le cui pratiche di training mentale di fatto prefigurano la cura psicoanalitica del sé. La "psicologia" del dharma e dello zen può contribuire ad espandere la teoria e la pratica di questo modello clinico, arrivando a prefigurare una psicoanalisi contemporanea intersoggettiva ed esperienziale.