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Bion il mistico di Leonardo Ancona

                                         Tratto da FUNZIONE GAMMA
Thttp://www.funzionegamma.edu/articolo.asp?id=207&id_numero=37          
                  



Se si vuole trattare della mistica nel pensiero di Bion, riconoscendone la presenza, è innanzitutto necessario precisare cosa, nell'Autore, mistico non è: perché i fraintendimenti al proposito sono molteplici e frequenti.



La prima considerazione che si propone riguarda il fatto che la mistica di Bion non coincide con quella propria del campo religioso, dove essa si definisce nei termini seguenti:"Esperienza spirituale in cui, posta l'assoluta realtà del divino, lo spirito individuale conquista la propria perfezione nella massima adeguazione e risoluzione possibile di sé in tale realtà" (G.Devoto, G.C.Oli, 1980).



Il pensiero di Bion rimane infatti incontestabilmente laico, ancorchè non ateo, anche se egli tratta di una verità assoluta che non può mai essere conosciuta direttamente (1970), riconoscendo peraltro che i mistici religiosi si sono probabilmente al massimo grado avvicinati alla espressione di questa esperienza. Grotstein (2000) ha sottolineato al riguardo: "I posit that unconscious is perhaps as close to God experience as mankind can ever hope to achieve" (2000) e Schneider ha precisato questo riferimento dicendo che non si tratta di una : "religious experience per sé, but a spiritual, mystical unconscious perception" (2003).



Il contenuto "mistico" di Bion non si ritrova certamente nemmeno in ciò che A. Ferro, lo psicoanalista italiano che più di tutti ha esplorato in modo magistrale i contributi dell'Autore, ha denotato come "mystical drift" (2005); questo orientamento non consiste soltanto nel leggere Bion come un testo sacro e non scientifico, ma soprattutto, sottolinea Ferro, nel vezzo di riferirsi a Bion con un "language for the initiated only, instead of one making explicit concepts which, after all, are simpleand useful ." essendo "also necessary to avoid using with patients a slang that, rather than potentially leading to transformations, would simply celebrate a ritual of belonging" . Come sicuramente Bion non avrebbe in alcun modo voluto, essendo per lui "impossible to be a Bionian" (Bion Talamo, 1987).



E ancora, non vi è certamente mistica dove Bion ha trattato della relazione fra il mistico ed il gruppo sostenendo che il primo, assimilato al genio, ha bisogno della istituzione, più specificamente del gruppo di riferimento, come quest'ultimo ha bisogno di lui; per il mistico è infatti necessario che il gruppo riceva ed applichi le sue rivelazioni, e per la istituzione che il mistico le esporti nel suo seno. Una relazione che può essere "simbiotica" e cioè che, anche se intrisa di sospetto e di ostilità, sia potenzialmente benevola e come tale reciprocamente vitale; oppure può essere "parassitaria" se il gruppo è primariamente polarizzato a distruggere il mistico o le sue idee, o quanto meno ad imporre le proprie verità. In questo caso le idee precipitano in un coagulo non più suscettibile di pensiero.



Nella recensione fatta al volume di J. e N. Symington (1996), R. Caper ha commentato al proposito che "the Bion's ideas of the mystic and the group are an abstraction from psychoanalytic experience.. specifically, the experience of a new idea or state of mind being resisted. A "mystic" in this reading is a new idea or something that conveys a new idea (this may be an interpretation, for exemple, or a projection of some state of the mind, for another.... Bion is providing a model of mysticism abstracted from his psychoanalytic experience of the interplay of interpretation, projection, containment and resistance. But this is a psychoanalytic model of mysticism and not a mystic model of psychoanalysis" (1998, p.420).



A questo punto occorre comunque sottolineare che questo modo di trattare del gruppo è evidentemente diverso, e inconfrontabile, con quello che Bion aveva elaborato negli anni '60 e per il quale era peraltro assurto alla celebrità; ricordo al proposito una sua comunicazione personale nella quale mi disse di non ritenere più valide le considerazioni che aveva fatto sulla dinamica di gruppo negli anni '50 - '60 e che solo dopo aver conosciuto il pensiero degli schizofrenici avrebbe potuto, e voluto, scrivere ancora sul gruppo. Un desiderio che non riuscì a realizzare.



Ad ogni modo il lavoro sul mistico ed il gruppo, pur non potendo identificare una mistica, si può assumere come il testimone di un intervenuto spartiacque fra due prospettive diverse del modo di pensare di Bion, di una radicale diversione, a partire dalla metà degli anni '70, dal modo abituale di pensiero che egli aveva avuto in precedenza.



Si deve dire al proposito che nel corso del suo procedere clinico analitico Bion era giunto a notevoli livelli di profondità, mettendo in luce contenuti mentali, e loro modo di codificazione, ritenuti da tutti assolutamente straordinari: la sua dinamica della identificazione proiettiva realistica, i pensieri in cerca di un pensatore, gli oggetti bizzarri, gli elementi alfa o beta, la griglia.; questi e altri concetti rivoluzionari, soprattutto quello di aver posto la conoscenza (K) in una nuova posizione, dandole la stessa cardinalità attribuita alle pulsioni di amore (L) e di odio (H), indicano bene come Bion fosse entrato nel mondo della complessità (Langlands) e che ciò gli aveva dimostrato la insufficienza del modo ordinario di pensare e dell'uso della logica comune, proponendo un nuovo tipo di logica: da quella aristotelica-kantiana seguita in precedenza ad una nuova logica che si potrebbe dire platonica-matteblanchiana.



Più di un Autore della psicoanalisi contemporanea aveva offerto a Bion uno spunto per questo superamento, fra di essi D. Winnicott, J. Bowlby, P. Fonagy; ma soprattutto I. Mattte Blanco col suo discorso sull'infinito, basato su processi di omogeinizzazione-simmetrizzazione (1975). Questo Autore, come peraltro anche gli altri che sono stati ricordati, riconoscevano la derivazione fondamentale del proprio pensiero da S. Freud, e la loro fedeltà allo stesso, ma di questo pensiero avevano elaborato in modo esponenziale e inatteso quanto vi era rimasto implicito.



Bion si trovò confrontato, e perplesso, di fronte a queste aperture e si può pensare che questo fatto sia stato probabilmente rinforzato alla esperienza esistenziale, un vero "evento catastrofico", vissuta da Bion in U.S.A., nel rapporto con Freud e con la psicoanalisi Nord-Americana. Sembra che in quel frangente, Bion abbia addirittura temuto per la propria incolumità personale.



L'esperienza Nord-Americana con grande probabilità si innestò col suo momento di crisi, scuotendo radicalmente la mentalità sulla quale egli si era sin a quel momento impostato; che era una mentalità "militare",una dimensione che egli aveva evidentemente trasfuso nella sua concezione di gruppo e che, per quanto nascosta era stata in lui determinante: per essere egli stato, a 21 anni, comandante di tank nella prima guerra mondiale, per aver condotto nel 1942 la selezione di ufficiali nel W.O.S.B. (War Office Selection Board), valutati in "compiti di gruppo" di natura pratica secondo i principi lewiniani (1936); per avere presieduto, al Northfield Hospital, alla riabilitazione di reduci in dissesto dal fronte di guerra.



Come conseguenza di tutto ciò Bion aveva introdotto nella psicoterapia fatta al Northfield una mentalità di "regime militare", continuata anche dopo la sua partenza dall'Ospedale e che si era trovata in forte opposizione alla mentalità medica e terapeutica del luogo; al punto che Main (1977) non aveva mancato di mettere in evidenza questa unilaterale e idiosincrasica replica della esperienza di guerra in un ospedale e di sottolineare la contestazione che essa ne aveva ricevuto.



Questo presupposto è provato comunque dal fatto che l'approccio di Bion al gruppo fu caratterizzato in radice dalla esperienza personale della "appartenenza, raggiunta tramite l'attività". Un approccio che aveva trovato rinforzo, quanto meno non era stato infirmato, dalla esperienza psicoanalitica fatta con M. Klein; fu quest'ultima che indusse infatti Bion a considerare quegli Assunti di Base che aveva rilevato nel gruppo a modo di strategie difensive contrapposte al conflitto e alle seriate minacce provenienti da un gruppo analitico. Non è senza significato il fatto che gli stessi Assunti di Base riportano a processi tipici di un gruppo militare in combattimento, esprimendo la Dipendenza la sudditanza dal comandante del reparto, l'Attacco/fuga il proprio della strategia militare, e l'Accoppiamento il riferimento ad un messianico ideale di salvezza, come era l' "Avanti Savoia!" delle truppe dell' Italia monarchica.



Prima di procedere in questa rivisitazione del pensiero di Bion è allora necessario elaborare liberamente, come si farebbe in una seduta psicoanalitica, sulle premesse e sulle conseguenze dinamiche del fatto che si è assunto essere capitato a Bion e la cui ricaduta si pensa che si sia fatta sentire sul suo modo di vivere la psicoanalisi.



Sembra dunque di poter dire che la sua impostazione mentale di tipo "militare", e dove in alcun modo è possibile ritrovare una connotazione di "mistico", già messa in crisi dalla evoluzione della psicoanalisi contemporanea, venne repentinamente a cadere in seguito all'esperienza nord-Americana; facendo sì che il Bion degli ultimi tempi, a partire dalle Conferenze brasiliane fino alla Memoria del futuro e alle Conferenze romane , risulti decisamente diverso da quello originario; anzi, ha detto al proposito I. Matte Blanco, nei suoi ultimi scritti Bion "At times even seems impatient with the restrictions that such notions put on the understanding-of, and fusing-with, his present self-whole: the drama of the difference and at the same time the identity between part and whole" (1981).



In realtà a E. O'Shaughnessy (2005) il pensiero più recente di Bion "becomes less boundaried, the defects of these very qualities make the texts too open, too pro- and e-vocative, and weakened by riddling meanings" è apparso - "meno disciplinato, troppo aperto, troppo pro- ed e- evocativo, indebolito da significati enigmatici", in quanto il linguaggio incomincia a soffrire dei difetti della sua qualità. La stessa Autrice ha precisato che "By less disciplined I mean mixing and blurring categories of discourse, embracing contradictions, and sliding between ideas rather than linking them.These features are apparent, indeed intentional, in A memoir of the future (1975,1977, 1979); they are part of the spirit in which Bion offers his autobiographical trilogy. They are present, too,in his later psychoanalytic papers and in the seminar records".



Di fatto Grinberg, Sor, Tabac de Bianchedi (1993), hanno da parte loro sottolineato la natura particolare dei concetti e termini usati dall'ultimo Bion; ad esempio quello di "cesura" (1977), indicante la separazione tra due stati mentali (conscio/inconscio, follia/salute mentale, presente/futuro, sogno ad occhi apert/sogno p.d. etc.), di "trascesa della cesura" come condizione ultima della crescita mentale, di "necessità" della sua indagine e di sua possibile patologia, il concetto di "linguaggio della affettività o della sostituzione", quello di "unisono" e più in generale la "estensione spaziale del concetto di mente" comprendente anche l'infra e l'ultra-sensoriale" nonchè il modello della "continuità" temporale fra il presente e la vita intra-uterina; tutti concetti meno scientifici e più insaturi di quelli del discorso più preciso e formale dei primi lavori e scritti bioniani ma anche più veri e interessanti, ciò che ha indotto A. Ferro a sentirli "the most fascinating precisely because of the insaturity of his texts and the opening of meaning which it continuously allows"..(2000 cit.).



Vi è stato anche chi ha messo in collimazione quest'ultima dimensione del pensiero di Bion all'emergere dalla profondità del suo spirito di antichi imprinting e costrutti mentali che sino a quel tempo erano stati assenti dallo scenario della sua vita: le radici culturali primordiali del millenario pensiero indiano alle quali Bion era stato esposto nella sua prima infanzia: era nato in India e aveva avuto per qualche anno una "tata" indiana.



In questo pensiero "la credenza fondamentale è l'irrealtà trascendente del mondo fenomenico. Mentre i sensi, per noi occidentali, ci appaiono testimoni e garanti irrefutabili, in India sono origine di errore e illusione cosmica. Per gli Indiani la sola realtà immediata, incontestabile, è quella che dà la coscienza, l'intuizione, che rivela al di sopra degli aspetti ingannevoli dell'Io, l'Assoluto, sia in forma positiva, l'Essere in sé, sia la forma negativa, il nulla" (M. Giampà, 2000).



Mario Giampà, psicoanalista S.P.I., ha di fatto elaborato questa derivazione culturale di Bion, discussa nel suo contributo alla presente raccolta di file e che parte dalla assunzione di Partenope Bion, secondo la quale nel padre "vi era certamente un livello, una stratificazione che era diventata del tutto inconscia di una conoscenza di una lingua indoeuropea che è stata completamente dimenticata" (Bion Talamo, 1997).



In realtà l'India ha inventato lo zero; Bion vi è del pari arrivato, partendo dal concetto di "capacità negativa" preso da Keats (1817), transitando per quella "sospensione di memoria, desiderio, comprensione" che egli considerava come la situazione ottimale per l'analisi, e tramite la stessa giungendo alla possibilità di "stato mentale insaturo, poli-senso, dream-like", cioè a quell' "0" che può essere sperimentato solo per attimi.si viene così a formulare un concetto di "infinito" e "senza forma" che ricorda la teorizzazione di inconscio proposta da Matte Blanco, nel suo L'inconscio come insiemi infiniti, (Giampà, Caldironi, 2004).



A questo proposito nella trilogia " Memoria del Futuro ", ( Il sogno ), Bion ha scritto: "Ciò che sto dicendo, e le nostre componenti fisiche e sensoriali, sono manipolabili mediante la teoria degli insiemi. I pensieri associati ad un pensatore sono essi pure riconducibili alla teoria degli insiemi. La mente, la personalità, la relazione, il "credere" non lo sono; non possono neppure essere ragionevolmente definiti. La "definizione ragionevole" comporta la "restrizione" ad una "congiunzione costante".



E nella nota 14 relativa a questo brano si legge: "Questo approccio sembra illuminare molti degli eventi ed episodi che mi sono familiari quando faccio uso della psicoanalisi per esplorare la personalità.Tutto ciò è particolarmente illuminante rispetto a pensieri e a idee che non sono mai stati consci, vale a dire alle vestigia residue di qualcosa che sembra essere un pensare primordiale risalente ad ancor prima della nascita": un modello che indica uno stato collegato alla scoperta e alla creatività.





E qui la "mistica" che ricerchiamo in Bion sta proprio di casa; si tratta di quella che Elizabeth Tabac (2005) ha denotato " philosophic mysticism, as a doctrine which, recognizing the impotence fo human reason to solve the fundamental metaphysical problems, approaches them with a special intuitive knowledge". La stessa Autrice aggiunge che: "I believe we psychoanalysts also (but not only) deal with fundamental metaphysical problems :life and its sense, death, being, plus the search for truth about psychic reality - thruth/reality which ultimately many of us consider infinite and unknowable but whose search implies learning and mental growth. And many of us believe that intuition is one of our tools in this search; that intuition will, sometimes, produce a revelation/discovery. Believing this implies an "act of scientific faith" (Bion, 1970) and, philosophically, a move from Kant to Plato".





E' evidente quanto si è qui lontani dal pensare razionale che aveva caratterizzato Bion all'inizio della sua esplorazione del campo psichico; questo cambiamento è provato dal fatto che mentre nel 1962, in Learning from Experience " 0" denotava il processo e l'esperienza del giungere a conoscere, l' 0 sensoriale che deriva dall'impatto con una realtà fisica o psichica (uno scenario), nei lavori più recenti si mescola con l'ultima realtà, la verità, assoluta, la divinità, l'infinito, la cosa-in-se stessa; perché dietro l' 0 sensoriale, di per sé già a potenzialità infinita, vi è un altro 0, non sensoriale, misterioso e di natura intuizionista, in una parola lo zero come l'origine di tutte le cose; ciò è provato anche dalla trasformazione subita, come si dirà nel seguito, dal concetto di "elemento beta" ed è evidente che ora per Bion la autentica posizione psicoanalitica, la psicoanalisi scientifica, sta nella conquista della " dream-like memory "; proprio questa nella sua evoluzione conduce a quel vertice assoluto della vita mentale che per Bion coincide col divenire, coll' essere nell' 0 non sensoriale, o meglio ad una spirale crescente di trasformazioni in K e trasformazioni in 0: il termine al quale lo psicoanalista deve ad ogni modo concentrare tutta la propria tensione, mirando agli attimi di attunement col paziente. Per capire, al massimo,il fatto che non si capisce più niente. Ed è qui che si raggiunge la soglia della mistica!.



Per comprendere adeguatamente questa trasformazione occorre tuttavia una propedeutica del pensiero, che parte dalla necessità di oltrepassare la "conoscenza a impianto" che è quella tradizionale, illuministica, categoriale, basata sul principio post hoc erga propter hoc ad una conoscenza ad essa antinomica: quella "a reticolo", dimensionale, anzi pluri-dimensionale, dove post hoc, erga ante hoc . Una conoscenza dove scompare la distinzione fra oggetto osservato e osservatore, dove il percipiente modifica il percepito e viceversa e dove la relatività, non l'assiomaticità, la verosimiglianza e non la verità costituiscono il codice del conoscere (Ancona 1999).



La psicoanalisi classica ha di fatto introdotto questa nuova possibilità di conoscenza, sostituendo in grande parte del suo procedere il gioco della induzione/deduzione con quello della abduzione, e indicando le tracce da seguire per giungere alla meta da conoscere: non certo i fatti di rilievo, nitidi, processabili secondo il procedimento razionale del controllo, ma quelli di margine, evanescenti e residui, mitici, processati in chiave emotivo/affettiva e conoscibili solo per partecipazione inconscia.



Tuttavia la psicoanalisi classica è rimasta ancora intrappolata nelle maglie della intellezione, della conoscenza a impianto, ancorata cioè a quel procedere "ocnofilico" (Balint, 1937) che le ha impedito di allargare il mondo interno dei suoi pazienti alla loro natura relazionale multi-personale, "filobatica"; un rifiuto che le è costato sia la defezione di Jung sia la integrazione del proprio codice scientifico con quello analitico di gruppo.



Anche Bion nella fase kleiniana della sua elaborazione era evidentemente rimasto impigliato in queste remore della intellettualizzazione ma al punto della sua trasformazione qui in esame se ne era liberato, costringendo pertanto il suo lettore a operare una analoga trasformazione del suo pensiero, transitando dalla logica aristotelico-kantiana seguita in precedenza ad una nuova logica, che si potrebbbe dire platonica-matteblanchiana.



Secondo questa logica l'essenza del lavoro psicoanalitico consiste nel cogliere intuitivamente la verità del soggetto in analisi, e nel trasformarsi con lui ed in lui.



Lungo questa dimensione Bion è giunto a configurare "a pre-natal level of the mind and...related to this primitive level, the conjecture of the existence of a sub-thalamic terror as a possible explanation of certain human violent actions without previous thought.



Lo ha messo in evidenza Elizabeth Tabac (cit.), che ha parlato della instaurazione di un modo qualitativo di "feel and tolerate the emotional storm of being mentally in touchwith someone else, to make the best of feelings and thoughts without putting barriers in the mind, to tolerate the dangerous emotional experience of the meeting of pre-natal and post-natal parts of the personality, to practice psychoanalysis not excluding the intuition of the most primitive aspects of the mind, and to tolerat not understanding, hopefully searching for news ideas and trying to make them public in a creative way".



Si comprende allora bene perché l'analizzando deve abituarsi "a sostare con la sua emozione - paura vicino a questo ignoto, indeterminabile come essere o come non essere, il senza forma, l'infinito, l'ineffabile, il non esistente." (M. Giampà, cit.).



Per questa drammatica vicenda l'analista è tentato di immobilizzarsi nella posizione paranoide-schizoide in cerca di pensieri imprevedibili, -- like the officer wth his soldiers on the battlefield (Bion 1978, 1980) - e il senso che allora lo pervade è la consapevolezza - "that in the session one is concerned with two dangerous an ferocious animals" (Bion, 1978, 1980); perché anche il proprio apparato di pensiero è, come quello del suo analizzato, primitivo e appena abbozzato - he himself is a "bad news" in so far as he cannot be completely analysed and that, at the end of his anlysis "I have to make the best I can of who I am" (ivi).



Allo scopo di realizzare questo fine l'analista come già accennato deve porsi necessariamente in uno "stato quanto più possibile vicino al sogno, cioè deve proporsi di udire quanto il paziente fa sapere come se si stesse sognando, in uno stato di rêverie. Questo stato ha in comune con il sogno il fatto di un maggiore slegamento dagli stimoli esterni, rendendo possibile in questo modo un maggiore contatto con gli stimoli interni: il che equivale a lasciarsi toccare emozionalmente dal paziente. Allo stesso tempo questo stato è diverso dal sogno, nella misura in cui l'analista deve mantenersi in certo modo legato alla realtà esterna, cioè legato al paziente e legato anche a certe circostanze come il tempo (attenzione all' orario) e lo spazio (accorgersi ad esempio di un eventuale incendio). Ciò fa sì che questo stato di rêverie assomigli a, e si differenzi da, uno stato di allucinazione vicino a quello della psicosi." (S.Langslands, cit.).



E' lo stato "privo di memoria, di desiderio, di comprensione", che porta direttamente all' 0. La sua immaginazione porterà allora lo psicoanalista non tanto e non solo a combinare elementi già dati per produrne un altro, ma alla capacità di produrre una nuova forma e di vedere ciò che non era lì. E di avvertire al contempo di essere in ciò del tutto solo.



In questa impresa Bion non si rivela mai come an orthodox thinker; if anything, he is a mystical one who knows thruth to be unreachable, but also that we cannot give up going towards it, even if the journey is painful and sometimes impossible (Ferro, cit.). Il suo è un guardare senza cercare di vedere, una attesa che qualcosa si organizzi, un significato si imponga, all'interno di un campo nel quale non si cerca niente.



Questa stessa situazione confusiva è d'altra parte quella che prova il lettore di Bion nell'affrontare testi che, come si ha nella Memoria del Futuro e nei suoi ultimi, tramite narrazioni meravigliose e visionarie adottano uno stile altamente figurativo, nella forma di film o di tragedie. Testi che - dice con pertinenza Tabac de Bianchedi - (cit.) "- which are impossible to synthesize, banalize, or bury as something already known, since one has to read them (preferably aloud, in a group context) without memory, desire or understanding, appreciating the poetry, the science-fiction, the verbal fun, as well as the many short psycoanalytic essays included....taking up Bion's use of Keats's definition (cit.) of "language of achievement" and "negative capability" e resistendo decisamente all'idea di essere di fronte a testi psicotici. Come si verifica in questo frammento del 1975:



"CAPT. BION : I stared at the speck of mud trembling on the straw.Wot 'happened then? 'E fell on is arse. And 'is Arse wuz angry and said, Get of my arse! You've done nothing but throw shit at me all yore life and now you expects Englands to be my booty! Boo-ootiful soup; in a shell-hole in Flanders Felds. Legs and guts.must 'ave bin twenty men in there-Germ'um and frogslegs and all strarts!" .



L'analista, Bion, il lettore, si perdono in questo mare, sono acciecati e contemporaneamente illuminati, hanno paura e attingono per ciò stesso all' acme della pienezza.



Sono assolutamente congruenti, allora, le conclusioni che sul piano clinico Sonia Langslands ha tratto da tutto ciò: "nell' analisi le associazioni di idee si comporterebbero come una successione di metonimie che indicano un cammino, mentre i vari significanti si comporterebbero come una associazione di metafore che indicano le trasformazioni che, ad ogni momento, capitano in questo percorso. Affinchè io possa aiutare il mio paziente a seguitare facendo la sua propria poesia, bisogna però che io sia da un lato partecipe nella relazione con il mio paziente e da un altro che io possa avere sufficiente umiltà per mostrare al mio paziente che egli può fare a meno di me per lasciare spazio alle idee che gli piacerebbe sperimentare per conto proprio. Solo così, partendo da questa esperienza di vincolo e di separazione potrò aiutare il mio paziente a poter essere in grado tanto di fidarsi della sua stessa capacità di creare vincoli per il mondo, da adesso in avanti, quanto di sopportare le separazioni, che è infatti la stessa cosa che poter accettare la propria condizione di dipendenza e di isolamento" (cit.).



E' in questa particolare e intensa dinamica, teorica e clinica, che come si è già sottolineato si realizza compiutamente la "mistica" in cui Bion sta ed alla quale conduce: una mistica laica ma del tutto corrispondente a quella dell' estasi religiosa, alla quale può comunque fare da intelaiatura e da codice interpretativo. In ambedue i casi si richiede infatti un "atto di Fede": scientifica nel lavoro psicoanalitico (1970), religiosa nel campo del sacro.



Valga per tutti la seguente considerazione: in uno studio sulla dinamica della mistica religiosa chi scrive aveva svolto nel 1966 l'analisi di una Santa, la carmelitana S.ta Maria Maddalena de' Pazzi ed aveva proposto il riconoscimento, in essa come in tutti i casi analoghi di franche nevrosi nei santi, della inserzione nella struttura psichica umana di una forza soprannaturale capace di trasformare il merito delle azioni umane, unificandole. Egli aveva poi definito questo processo col termine di "surlimazione", in analogia con quanto si denota sul piano clinico come "sublimazione", un processo contrapposto al precedente perché invece di essere promosso dall' alto viene dal basso, svolgendosi solo nella sfera delle pulsioni istintuali e quindi tale da lasciare l'uomo al suo livello.



Il proposito era stato pertanto quello di prospettare la surlimazione come una corrente ascensionale che attraversa ogni vivente, da ciascuno potendo peraltro essere o negato, o trascurato, o fatto proprio secondo le più varie disponibilità, raggiungendo il colmo della fruizione nel mistico.



Ora, se si guarda con attenzione alle cose, è possibile cogliere una sconcertante analogia, quasi una sovrapposizione, fra questa raffigurazione dinamica e un aspetto fondante della teoria di Bion: il metabolismo degli elementi beta nella loro trasformazione in elementi alfa.



Nella prima parte della sua evoluzione teorica Bion aveva pensato che gli elementi beta fossero costituiti da impressioni sensoriali non trasformate: fatti grezzi della esperienza emotiva, indigeriti, inadatti alle operazioni del pensiero ed estremamente mobili, tendenti come tali alla esternazione, alla proiezione, all'agglomerazione caotica del pensiero psicotico; uno stato selvaggio sul quale sarebbe intervenuta la "funzione addomesticante" (Ferro, 1999) degli elementi alfa.



Questa concezione non soddisfa tuttavia dal punto di vista della clinica, e Matte Blanco ha avuto buon gioco nel dimostrare le contraddizioni interne di questo punto di vista. Egli ha affermato al proposito: "My puzzlement increases or at least is not solved when I consider.the beta-elements; . I do not succeed in being at peace with the beta-elements... I cannot digest them....from my own vantage point, the beta-elements appears to me something rather an open wound" (1981, cit.).





Di fatto nella sua elaborazione successiva, quella che qui interessa, Bion giunse a concepire gli elementi beta come la matrice arcaica della funzione alfa, rudimentali precursori del contenuto mentale, alla ricerca di un contenitore trasformativo: una esperienza simbolica uditiva e ritmica incominciata già durante la vita intra-uterina (Meltzer, Harris, 1989) e come tale possibile origine sia della psicosi che della mistica.



In questa prospettiva gli elementi beta hanno radicalmente perduto la connotazione di cosa degradata che prima li connotava, appartengono all' 0 intuizionista ed esprimono in qualche modo la dinamica dello "stato nascente"; essi si rivelano come i "pensieri bizzarri' del sogno e dell'inconscio individuale e collettivo, essendo pertanto possibili sorgenti di creatività. Di fatto essi subiscono una sorta di evoluzione trascendente verso il sublime o verso l'abbietto: essi possono infatti transitare dalle parti profonde del sistema cerebrale a quelle superiori della corteccia oppure, in mancanza di questa trascesa, continuare ad attivare quelle emotive della primordialità: rappresentando così nel primo caso il divenire mistico, nel secondo quello psicotico; e la prima eventualità pare essere proprio quella della "surlimazione".



Conosciamo tutti molto bene come questa dinamica si svolge nel quadro proposto da Bion (1962): il neonato non può esimersi dal riversare nel seno psichico della sua nutrice raffiche di elementi mortiferi, costituenti un sensoriale asimbolico del quale intende sbarazzarsi. Ed è proprio della madre adeguata atteggiarsi a quella rêverie che permette l'accoglimento di queste bordate di elementi beta e la loro metabolizzazione nei simboli vitali degli elementi alfa. Che poi essa porge al neonato, promuovendone l'ulteriore sviluppo in quanto questi re-introietta, insieme agli elementi alfa, anche la stessa funzione elaboratrice della madre.



In mancanza di che, le istanze mortifere ricadono raddoppiate sul piccolo, inondandolo di morte e sprofondandolo in un "terrore senza nome", premessa della sua possibile futura psicotizzazione e comunque addossandogli l' elaborazione di quel compito di trasformazione che la mancanza della rêverie materna non ha compiuto.



Orbene, proprio questa è la dinamica che si dispiega nel quadro che Benedetto XVI (2006) ha descritto relativamente al processo teologico dell'Amore: questo parte dal basso come eros , amore sensualizzato e ascendente e si trasforma in agape , amore spiritualizzato e discendente, mirando al proprio oggetto; ritornando quindi in circolo come carità compiuta e possibile origine di stato mistico. La circolarizzazione, analoga alla re-introiezione della dimensione alfa!



Ma se questo è lo scenario che si dispiega alla mente, allora l'incombere originario su di essa di innumerevoli elementi beta richiama direttamente il principio bioniano che il primo l'inizio della vita umana e della conoscenza si svolge a partire dalle pre-concezioni (Bion, cit.), rappresentanti di elementi beta e costituenti una sorta di disposizione innata in attesa di realizzazione; viene da ciò un sentimento di attesa, una multidimensionalità illimitata, a-simbolica ed espressa come emozione pura, destinata ad incontrarsi con l'esperienza sensoriale: cioè con quella tri-dimensionalità della logica che prelude alla conoscenza. Ne deriva che la prima dimensione non può ovviamente essere contenuta nella seconda se non riducendosi, e cioè che è possibile conoscere soltanto le risultanti spazio-temporali delle esperienze emozionali. La loro traduzione in realtà percepita ne risulta pertanto drammaticamente limitata, mentre la loro verità rimane quella di un campo emotivo inconoscibile, senza dimensioni, l' 0, una totalità indefinibile che affascina e terrorizza.



Da parte sua anche Matte Blanco ha insistito sulla distinzione fra il sentire corporeo originario, indifferenziato, omogeneo, privo di spazio e di tempo, e come tale infinito e infinitizzante e quello del conoscere , dividente ed eterogeneizzante; denotando il primo come "simmetrico" il secondo come "a-simmetrico", due modi inconciliabili ed antitetici.



E poiché la conoscenza logica appartiene al modo a-simmetrico, ci ritroviamo di nuovo nell'impossibile contenimento della simmetria nella a-simmetria: uno scarto incolmabile tra il sentire e il pensare, per cui il pensato è sempre uno scarto, una "pallida rappresentazione, una parziale estrazione di relazioni tri-dimensionalizzabili rispetto alla totalità multidimensionale emozionalmente sperimentata" (F.Oneroso, 2004).



Questo stesso fatto rende indispensabile che solo un gruppo sia particolarmente adibito a riceverne l'impatto in quanto nel suo seno vi è qualcuno, quello più sintonico alla situazione contingente, che sente risuonare in sé uno dei pensieri vagolanti nel campo gruppale, lo capta e lo esprime verbalmente: una funzione della mistica laica, che trova riscontro in ciò che si verifica nella mistica del sacro.



Questa ulteriore elaborazione della psicodinamica conferma pertanto la sua possibile collimazione con quella della mistica p.d.; innanzitutto nel fatto che in essa si verifica la consapevolezza, quasi sempre vaga e inavvertita ma possibilmente piena e definitiva, che Dio eccede incommensurabilmente la creatura umana e che essa si ritrova ad essere quell' "aleph", quel soffio istantaneo di nulla, quel "nada" che è stato magistralmente indicato da Qoheleth (1987).



La stessa collimazione si ritrova anche nel fatto che la mistica sacra si fonda in realtà sulla orazione continuata e approfondita, la quale si appropria dell' incessante flusso soprannaturale che secondo Paolo attraversa la creatura umana: un flusso dal quale è comunque possibile alienarsi, ignorandolo, contestandolo, inaridendolo oppure è possibile accettare, coinvolgendovisi sempre di più.



Proprio come si verifica nella riuscita "alfabetizzazione" degli elementi beta, disposta a costituire la mistica laica della quale è stato qui discorso, oppure nel suo fallimento, condizione del funzionamento psicotico.



Per queste considerazioni sembra essere del tutto congruente la seguente affermazione di Grotstein:



"I believe Bion left behind the saturated pre-conceptions of the psychoanalytic establishment and ventured inward in a soul-searching, mystic journey with what I have come to believe was a mission to transcend the positivistic certainity of its determinism and "messianically" return it to its provenance in numinous parallax and doubt, where the ultimate mystic and relativistic "science of man" truly resides. What emerged perhaps become the state of the art in psychoanalytic metatheory and metapsychology" (1996).







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