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Le dipendenze patologiche e la Mania.


Fra la fine dell’ Ottocento e gli inizi del Novecento al termine “dipendenza” era preferito il termine “mania”. Com’è possibile, di seguito, rilevare nell’analisi etimologica, il contenitore comune di queste forme, il loro comun denominatore, era l’eccesso: una disposizione e/o una fissazione eccessiva, una tendenza o passione spiccata (bibliomania, grafomania), oppure un bisogno ossessivo e talvolta decisamente patologico (cleptomania, cocainomania, morfinomania, tossicomania).
 Analizziamo dunque il termine “mania”, così come ci viene descritto nel dizionario etimologico:
- nome di una terrificante divinità italica, madre dei Mani e dei Lari. Ad essa un tempo si sacrificavano vittime umane, soprattutto fanciulli, che venivano decapitati. Una volta aboliti i sacrifici umani, in ricordo di questi si offrivano teste di papavero e di aglio. Le Furie erano anche chiamate Maniae.
 - v.c. dotta, greco manía (e nelle glosse anche l'agg. maniakós), dal radicale man- del v. máinesthai ‘essere furioso’, da una base indeuropeo col senso fondamentale di ‘pensare’ (solo in greco il significato è deviato verso la nozione di un ardore folle e furioso);
- disturbo mentale caratterizzato dall'avere un’idea fissa: mania suicida;  
- idea ossessiva, fissazione: ha la mania dell'ordine. Abitudine insolita, ridicola: ha la mania di parlare da solo;  (est.) Passione, gusto, interesse eccessivo per q.c.: ha la mania del ballo;
- secondo elemento che, in parole comp., spec. della terminologia medica, indica tendenza o passione spiccata, eccessiva (bibliomania, grafomania) oppure bisogno ossessivo e talvolta decisamente patologico (cleptomania, cocainomania, morfinomania, tossicomania) di ciò che è espresso dal primo elemento;
- stato mentale anormale, caratterizzato da un senso generale di euforia e grande ecc.itazione, allegria irrefrenabile e immotivata, ottimismo ecc.essivo
- stato mentale anormale caratterizzato da allegria irrefrenabile, sopravvalutazione di se stessi e fuga delle idee (1905, E. Morselli, Psicologia moderna, Livorno ) pp. 220-221: “nel vero significato scientifico la manìa equivale ad un delirio generale che è accompagnato da forte agitazione, in precedenza ebbe altre accez. sempre come affezione patologica, “alienazione”: sec. XIV, Fiori di Medicina, ‘delirio’: 1763, G. L. Bianconi; per mania di grandezza V. grandézza e per mania di persecuzione; V. persecuzione), fig.smania o velleità smaniosa (1772, F. Paoletti).

Tossicomania, s. f. “tendenza morbosa ad assumere sostanze più o meno tossiche” (1942, Migl. App.),tossicosi, s. f. ‘complesso delle manifestazioni morbose che conseguono alla presenza nel sangue di sostanze tossiche, tossina,Vc. dotta, lat. toxicu(m) ‘veleno’, dal gr. toxikón, toxicomane (dal 1923), toxicomanie (dal 1923: V. -mania), toxine (dal 1896: V. –ina )”.

Probabilmente il termine “tossicomania” è caduto in disuso, pur senza scomparire del tutto fino ad una sua più recente ripresa, per due principali motivi .Il primo è che con l’affinarsi della capacità di osservazione  del comportamento e del reale interesse per il malato, al di là della secolare e soverchiante preoccupazione di etichettarlo alla luce della norma, ci si accorse che non si osservavano sempre in tutte le dipendenze patologiche i segni fondamentali dell’ipertimismo, come il senso generale di euforia e grande eccitazione, l’allegria irrefrenabile e immotivata, l’ottimismo eccessivo, la sopravvalutazione di se stessi e  l’accelerazione ideativa fino alla fuga delle idee. Il secondo motivo è che man mano si è inteso elevare a valore principe dell’esistenza la capacità volitiva di autonomìa e di autodeterminazione, la dipendenza è andata connotandosi di un significato peggiorativo e sinonimo di patologico.
Oggi, tuttavia, si è tornati a porre una particolare attenzione all’umore del dipendente e ai suoi aspetti impulsivi e compulsivi. Il dipendente potrebbe talvolta configurarsi infatti come un bipolare che cerca di rafforzare o prolungare la fase maniacale-euforica tramite la sua condotta additiva per non cadere nella fase depressiva, ma anche come un depresso che cerca stimolanti per autocurarsi la depressione.
Un’altra caratteristica tipica di questi fenomeni è la loro egosintonicità: si tratta di comportamenti in grado di fornire piacere o direttamente o indirettamente attraverso il sollievo dal dolore, dall’angoscia e dall’ansia. Sono proprio la gratificazione, il piacere ed il suo conseguente effetto di ricompensa che permettono la loro memorizzazione profonda e la loro stabilizzazione. Il paziente maniacale ha, in effetti, questo tratto comune al paziente affetto da dipendenza patologica: non aderisce alla terapia, sono gli altri che chiedono prima di lui una terapia, non vuole rinunciare al suo stato di euforia e di esaltazione, non vuole prendere farmaci che attutiscano queste emozioni, teme di ricadere nello stato depressivo o di malessere da cui cerca insistentemente di sfuggire. In psicoanalisi si dice che la maniacalità è un comportamento difensivo nei confronti di una sottostante depressione, tutto questo a dispetto delle conseguenze affettive, familiari, sociali, lavorative, legali, economiche. Questo genere di fenomeni sono da ritenere più impulsivi che compulsivi se è vero che la compulsività, la coazione a ripetere come si dice in psicoanalisi, si incrocia con la sofferenza e l’egodistonia causata dalla perdita del controllo. 
Una convergenza tra impulsività e manìa era già stata tracciata nella psichiatria delSettecento,Ottocento,Novecento: Esquirol (1838) parlò di “cleptomania”, “ninfomania” e “dipsomania”, mentre Tanzi (1905) nel Trattato delle malattie mentali usò il termine di “manie periodiche”.
L’impulsività può essere infatti intesa come un equivalente espansivo-eccitatorio: le cosiddette “monomanie”, sindromi caratterizzate da orientamento del pensiero e/o dell’azione verso un oggetto, eccitazione motoria, umore esaltato, oppure come sindromi impulsivo-affettive nell’ambito delle sindromi bipolari con componente impulsiva.