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La mente può trovarsi in stati diversi , il sonno ,il sogno, la trance,l'ipnosi,l'attenzione fluttuante,
l'estasi,la preghiera,la meditazione,la creatività artistica e scientifica,
l'esplorazione dello spazio e degli abissi marini,l'agonismo sportivo.

Stati della mente pubblica lavori originali o già pubblicati con il consenso degli autori, interviste e recensioni di libri e promuove eventi culturali e scientifici.

“Sull’intolleranza: il Mediterraneo come metafora geofisica e mentale di scontro e composizione delle identità” di Guglielmo Campione



A cinque braccia sul fondo

tuo padre è sepolto.

Son fatte corallo le sue ossa

due perle quelli che erano i suoi occhi.

Nulla di lui va disperso

ma una magia del mare

lo tramuta in qualcosa di ricco e strano.

A ogni ora le ninfe del mare rintoccano per lui".


Canto di Ariel nella "Tempesta" di Shakespeare




“Nessun uomo è un'isola
intero in se stesso.
Ogni uomo è un pezzo del continente
una parte della terra.
Se una zolla viene portata via dall'onda del mare
la terra ne è diminuita
come se un promontorio fosse stato al suo posto
o una magione amica o la tua stessa casa.
Ogni morte di uomo mi diminuisce
perché io partecipo all'umanità.
E così non mandare a chiedere
per chi suona la campana:
essa suona per te “.

Per chi suona la campana, John Donne



La tragedia delle democrazie moderne

è che non sono riuscite a realizzare la democrazia


Jacques Maritain, Cristianesimo e democrazia




Introduzione



La politica non è che un riflesso dei nostri mondi interni dove si svolgono, ancor prima che nel mondo esterno, agòni cruciali nei quali dobbiamo integrare ogni voce per evitare dittature interne altrettanto micidiali. La democrazia interna degli affetti e il diritto di cittadinanza interna alle parti straniere di noi stessi è conditio sine qua non della democrazia esterna e del diritto di cittadinanza ai cittadini di altri stati, religioni e culture.

La complessità del reale e la sua irriducibilità all'uso dell'antinomìa e del contrasto forzato degli opposti, di certo spaventa, come nei grandi gruppi induce depersonalizzazione, timore di annichilimento dell'identità e i confini dell'Io vacillano vertiginosamente. Se ne produce di converso un ingenuo, per quanto comprensibile, tentativo di semplificazione per ristabilire i confini e la densità dell'Io. Ma si dimentica in tal modo che la vita è sempre molto vicina alla morte, così come il bianco al nero, il maschile al femminile e che i confini sono più figli del concetto di mappa che di quello di territorio.

Assistendo inermi all'ignobile spettacolo delle guerre mi chiedo se solo permanendo così a lungo nello stato megalomanico schizoparanoide e mai frequentando proficuamente lo stato depressivo - e cioè utilizzando la consapevolezza della propria vulnerabilità personale per cogliere l’altrui vulnerabilità - si può giustificare una Guerra così odiosa. Kierkegaard sottolineò che solo la consapevolezza del nulla porta alla presentificazione dell'Altro, alla responsabilità e ad una Vita etica. Comunque siano andate realmente le cose, il comportamento violento resta ancora libero per quanto confinato nel cervello Rettile-Amigdalico dove si piange il sequestro della nostra più grande conquista evolutiva: la neo corteccia.

E, dunque viene da chiedersi: quale primato evolutivo?

Penso a questo particolare momento sociale e politico come un momento necessario a rilanciare utopie dall’ampio respiro che forse abbiamo dimenticato schiacciati come siamo dall’essere focalizzati ossessivamente a faccende individuali com’è della nostra epoca globalizzata. E penso dunque al termine COSMO POLITISMO con tutte le sue propensioni morali e sociali rivolte al cambiamento, alla pacificazione e all’uguaglianza nella diversità non di questa o quella parte della Terra ma di tutta la Terra.

Il senso del tempo è assolutamente necessario e con esso il senso del nostro passato. Ma ugualmente abbiamo bisogno del senso dell’Oltre, del darsi di qualcosa che non c’è ancora, che non coincide con l’esistente, ma che è ancora inesplorato. Il non ancora lega infatti il nostro passato al nostro futuro.

La concezione aristotelica dell’uomo come animale politico, l’uomo che è veramente tale solo se partecipe di una polis, di una comunità, pare aver lasciato il posto all’assunto postmoderno dell’inarrestabile sviluppo dell’individualismo: l’uomo monade, l’uomo IO.

Ma il tu? Il lui? Il noi, il loro? L’altro?

Il liberalismo, pur nelle sue indubbie virtù pare insoddisfacente se poco temprato dall’attenzione rivolta al tu, lui, noi, loro.

Un uomo non è solo un Io, un mero individuo. L’uomo come diceva Holderlin è un colloquio. Siamo dotati di una intuitiva volontà di comprendere, approfondire attraverso un continuo scambio di idee di emozioni, di affetti, di inquietudine e di bisogni. Attraverso la tolleranza del rispetto per il pensare, sentire, essere e agire dell’altro.

In sanscrito, il linguaggio dei Veda, il termine che più si avvicina a "rapporto" è sambandh, che deriva da sam, che significa intero e bandh, che significa limitato.

Questa parola nasconde un paradosso.

Per sentirci esseri completi, liberi, realizzati, dobbiamo scegliere di limitarci, di essere legati a noi stessi o a un altro.

E questi limiti, questi legami, ci consentono di progredire in piena libertà.

Uno dei grandi meriti della psicoanalisi sociale e di gruppo è stato anche quello di svelare le dinamiche gruppali da cui origina l’aggressività, la guerra, la paranoia come suo motore principale: una paranoia, una guerra ed una violenza che pare dover fare i conti con il nostro mondo interno, se non prima al meno al contempo con il nostro mondo esterno .

Noi tutti stiamo attraversando una Tempesta dai tempi e dagli esiti incerti che si riverbera nelle nostre menti con ansia, timori di perdita, di rovina, di fine del mondo.

Il mare in tempesta compare spesso nei sogni della fase iniziale dell'analisi, significativi di impedimenti a poter mettere insieme aspetti scissi di sé.

Uno dei grandi messaggi che la psicoanalisi sociale lancia alla politica è la necessità di conoscere gli aspetti scissi e cercare di integrarli: la scissione fra falso sé e sé autentico, la scissione fra aspetti personali reali e aspetti ideali a volte tirannici e la conseguente vergogna, la rabbia che può venire dal sentirsi al centro di un offesa per fare solo qualche esempio della sfera personale. Ma quanto queste tendenze individuali alla polarizzazione marcata diventano poi fattori collettivi, scontri ideologici? Quanto, viceversa i fattori culturali e ideologici avvallano, stabilizzano e autorizzano certe tendenze individuali patologiche?

Quanto il Mediterraneo oggi si fa dunque teatro dello scontro delle identità, affondamento di barconi, aspetti scissi che si vuole restino eternamente scissi?

Quanto invece la sua vocazione al viaggio, come nella celeberrima Itaca di Kafavis, come dice Eugenio Gaburri grande metafora del viaggio dell’analisi, fa del Mediterraneo il luogo ancor prima mentale che geofisico di dialogo e composizione delle conflittualità?

Il Mediterraneo, il Mare Nostrum, mi sembra luogo da interrogare nuovamente per il suo significato autenticamente e potenzialmente cosmopolita e capire se e cosa e quando l’abbiamo dimenticato.

Nell'epistemologia marinara mediterranea il domani può portare naufragi è vero, ma anche una ricca pesca. Lo straniero, il diverso è ricercato e indispensabile, perché con lui si possono fare "traffici" e scambi e da lui si può imparare.

Come dice Lo Verso, nel mondo marinaro l'altro è spesso stato nemico ma vi è troppa “cultura” ed esperienza per parlare di “civiltà superiori”.

Il Mediterraneo ha conosciuto e conosce tuttora l’incontro e lo scontro tra civiltà. Il Mediterraneo antico fu greco, fenicio-punico, romano, arabo: sempre si è trovato a fare i conti con diverse identità.

Il Mediterraneo, come dice Lo Verso, è uno dei miti e delle epistemologie fondativi del mondo occidentale, luogo centrale nella nostra civiltà perché attorno ad esso c'è stato lo scontro tra le culture fondamentalista e la grande apertura alla cultura dello scambio, della relazione, della condivisione e del crogiolo delle differenze.

Da questo punto di vista il mediterraneo rappresenta un possibile grande NOI, palestra della polis, di conoscenza, consapevolezza, di democrazia degli affetti, luogo simbolico di politica psichica interna ancor prima che entità geopolitica.

L’Europa sarà capace di rispondere alle sfide del mondo moderno solo se sarà capace di difendere la sua cultura mediterranea. E la sua cultura si difende se tutti saremo capaci di riappropriarci della tradizione e rendere questa tradizione identità del e per il futuro.

Considerate queste premesse, accennerò brevemente, rivisitando uno studio di Marco Lollini su Vincenzo Consolo, alle figure mediterranee mitiche per eccellenza di Ulisse ed Enea, alle concezioni geofisiche antiche della terra e del mediterraneo e alla disamina che ne ha dato il filosofo esistenzialista F. Rosenzweig, ed infine accennerò all’incidenza del trinomio pace conflitti intolleranza nel Mediterraneo insanguinato dei nostri giorni.


Ulisse, Enea e il Mediterraneo .


Come nota Adriana Pedicini: “ Il mito mediterraneo per eccellenza è quello di Ulisse, seguito da quello di Enea. Il loro viaggio si compie per mare, esso rappresenta il futuro. Entrambi gli eroi hanno in comune l’esperienza di navigazione, dei ritorni avventurosi e delle sofferenze: Ulisse anela a ritornare nella propria patria lontana, Enea, sopravvissuto alla guerra, desidera trasmigrare in nuove sedi. L’Odissea insegna la sapienza greca appresa dalla lunga conoscenza del mondo e dalla conoscenza della fortuna, le cui vicende, come spesso dal sommo della felicità ci urtano nel sommo delle disgrazie, così dal fondo delle disgrazie ci sollevano al sommo della felicità; in modo che né sicuri delle cose prospere dobbiamo vivere, né abbandonarci nelle avversità; ma piuttosto armarci di forza, per resistere e riservarci allo stato migliore. Perciò Ulisse sbattuto dai venti, minacciato dai pericoli, allontanato dalla patria da tante tempeste, pur non si perde mai di animo. All’opposto di Ulisse il destino di Enea nasce dalla distruzione, dalla fuga e dall’esilio definitivo. Troia brucia, c’è il massacro dei vinti. Enea fugge dalla sua terra e comincia a percorrere una nuova rotta; perduta ogni speranza cerca nuove radici. La patria, i Penati, gli affetti se li porta con sé verso l’ignoto, ma con l’idea della terra promessa e l’occulto progetto di fondare una nuova patria e un nuovo ordine. Entrambi vengono da un lutto, da una perdita ma il primo non vuole che il ritorno, il secondo abbandonata ogni speranza va verso il nuovo”.


Il mare, l'infinito e la guerra .

Quale nesso si stabilisce nella cultura greca da una parte tra il mare e l'orientamento verso l'infinito, e dall'altra tra il mare e la guerra ?

Massimo Lollini in un importante saggio dal titolo” Il mare, l'infinito e la guerra”ci introduce ad un'importante riflessione sull'eredità mediterranea nella cultura europea:

“Lo storico Georges Duby osservava un ventennio fa – scrive Lollini - che da circa un secolo il Mediterraneo offre a chi lo scruta, agli avamposti della speranza, un volto di violenza". In realtà questo volto violento richiama alla memoria storica la "parte più tenebrosa" dell'eredita del classicismo greco-romano presente fin nelle origini della civiltà mediterranea.

Fernand Braudel ha sottolineato il carattere decisivo dei "conflitti tra civiltà :questi conflitti mettono bene in evidenza quali urti sordi, violenti e reiterati si scambino quegli animali possenti che sono le civiltà; e come le civiltà siano "intrise di guerra e di odio, una immensa zona d'ombra che le divora quasi per metà. Tuttavia le civiltà non sono solo questo odio fabbricato e nutrito per l'altro. Esse rappresentano anche l'"eredità dell'intelligenza", l'accumulo dei beni culturali, sacrificio. Questi due elementi, quello "distruttivo" e quello "costruttivo", appaiono strettamente intrecciati .

L'eredità mediterranea della cultura europea è al centro della riflessione dello scrittore siciliano Vincenzo Consolo, che nell'esperienza di Odisseo ha trovato l'immagine più vera e rappresentativa della violenza che pervade il presente. Odisseo per Consolo è anche immagine di un esilio inappagato per l'infinito che lo pervade e lo proietta in una dimensione di alterità, in cui è ancora possibile, senza superficiali rimpianti o speranze utopiche, continuare il lavoro di scavo alla ricerca di una parvenza di umano che non aspira più all'infinito e non è più rischiarato da alcuna luce provvidenziale”.

Una posizione come si vedrà quasi opposta a quella religiosa di Rosenzweig.

Gli achei trasmisero ai greci la tradizione marinara e commerciale degli egei, infaticabili esploratori e naviganti temerari che non riuscivano a vivere entro i confini e le coste delle regioni conosciute. I Greci temevano l'elemento marino e che la spinta fondamentale che li motivava ad avventurarsi per i cammini infiniti del mare non era l'amore del viaggio ma la dura necessità economica. Il viaggio in mare era un male necessario e attraversamento di ciò che separa ed estranea Tuttavia, una volta riconosciuti i limiti di un'interpretazione romantica del viaggio di Odisseo e del rapporto dei Greci con il mare, si deve ammettere che la vicenda mitica di Odisseo e l'esperienza storica della colonizzazione greca del Mediterraneo rivelano l'esistenza di qualità intellettuali che non si spiegano unicamente con la necessità economica.

Un insaziabile spirito di curiosità, di avventura e di un desiderio di conoscere ed esplorare l'ignoto che vengono attivati proprio dall'esperienza del mare.

Il mare rimane la figura dominante della geofilosofia dell'Europa, non solo per questo orientamento verso l'infinito della ricerca intellettuale, ma anche per il nesso che lo collega alla guerra.

Il mare è l'elemento nemico in cui e impossibile trovare dimora; è l'elemento ribelle ad ogni costituzione e ad ogni legge e rappresenta un passaggio obbligato per chi intende fondare il potere politico nella città.

“Oggi- prosegue Lollini- è ampiamente riconosciuto che Odisseo rappresenta l'archeologia dell'immagine europea dell'uomo, l'immagine originaria di un'intera episteme fondata sulla scienza, il simbolo della civiltà fondata sul mare (Andreae)”.

Proprio per questa ragione la figura di Ulisse rappresenta un modello centrale nell'immaginario occidentale multiforme e aperto non più contrapposto al mito di Abramo fondatore della tradizione ebraica.

“In realtà, come è stato notato, tra Ulisse e Abramo non c'e vera contrapposizione, si deve parlare piuttosto di interazione dialettica tra i due. Ulisse e Abramo indicano due momenti che sono presenti in ogni viaggio, il primo momento è la partenza dell'io verso l'altro e l'ignoto, il distacco, la purificazione. Il secondo momento del viaggio cosi come il primo ha caratteri comuni tra Abramo e Ulisse. Si tratta del percorso: la nave per Ulisse, con l'incertezza e il pericolo connessi, e il deserto (con l'esposizione alla solitudine che esso comporta) per Abramo. Tuttavia il pensiero umano, così come l'identità umana, non ha una consistenza ontologica ed è sempre il risultato dell'incontro e del contatto vivo con l'altro. Allo stesso modo il viaggio autentico comporta sempre il distacco e la messa in discussione di sé nell'incontro con l'altro. Certo per Odisseo il nostos è anche riconquista dei beni e del potere, riappropriazione del proprio passato di re, compiendo una terribile vendetta sui Proci che avevano insidiato il suo regno e la sua sposa. La fine della guerra di Troia non rappresenta dunque la fine della violenza, che al contrario esplode con forza inaudita proprio a Itaca, dove Odisseo il "distruttore di città" consuma una strage di uomini e donne per riconquistare il potere politico.. Si deve poi considerare che nel libro XXIII Omero riprende la profezia di Tiresia (Libro XI) secondo cui una nuova prova terribile attende Odisseo, che sarà costretto a ripartire. Di questo egli è pienamente consapevole nel momento in cui ricorda a Penelope che i travagli non sono finiti con il ritorno (XXIII). Di questo ulteriore viaggio non si parla nell'Odissea.

Tuttavia il tema del viaggio si prolunga al di là della struttura narrativa del poema e della sua fine. Senza fare di Odisseo un eroe romantico che viaggia per il puro piacere di viaggiare, si deve riconoscere che lo schema circolare del suo viaggio da Itaca a Itaca passando per Troia, viene messo in discussione all'interno del poema con un'allusione al carattere non definitivo del punto di approdo raggiunto.

Solo nell'interpretazione di Dante Ulisse sarà posseduto da una passione incontrollata per i viaggi e la conoscenza. Nella lezione di Dante Ulisse è già un eroe "moderno" che ha perduto definitivamente la propria patria e rimane condannato all'erranza fino alla scomparsa nel fondo del mare. È interessante notare come anche quella parte della cultura araba contemporanea che ha voluto fare i conti con la problematica moderna senza condannarla o esorcizzarla abbia letto il mito di Ulisse in questa stessa chiave.

Nella poesia di Adonis, In cerca di Ulisse:

“Ma anche se tu tornassi se le distanze si accorciassero e la guida fiammeggiasse nel tuo sembiante tragico o nel tuo terrore intimo, sempre per me tu saresti la storia della partenza per sempre tu saresti in una terra senza promessa in una terra senza ritorno. Anche se tu tornassi, Ulisse”. Questi versi, letti insieme a quelli di un'altra poesia di Adonis, L'erranza, bastano da soli a far comprendere come la condizione dell'esilio e dell'erranza siano una condizione irreversibile nella cultura mediterranea moderna sia nel mondo cristiano che in quello arabo.

“L'erranza, l'erranza l'erranza ci salva e guida i nostri passi. L'erranza è chiarezza E il resto è solamente maschera L'erranza ci lega a tutto quello che è altro Ai nostri sogni imprime il volo dei mari E l'erranza è attesa”.

E’Il senso profondo della condizione dell'Odisseo moderno cosi come si manifesta nella tradizione mediterranea araba e cristiana, con molti punti in contatto con analoghe concezioni ebraiche che pure non si riferiscono al mito di Ulisse ma a quello di Abramo.

Si tratta di una condizione di continuo esilio che rifiuta ogni certezza in nome di un apprezzamento intrinseco di tutto ciò che è altro.

Pur comprendendola, Dante condanna la ricerca intellettuale di Ulisse dal momento che non è illuminata dalla luce divina.

Per questo il viaggio di Ulisse rimane un "folle volo" che mantiene comunque qualcosa in comune con qualunque aspirazione alla conoscenza autentica e creativa, come sapeva bene Dante e come sanno gli scrittori moderni e contemporanei che sono venuti dopo di lui “.

Rosenzweig e la Teoria storico universale dello spazio.


Franz Rosenzweig (18861929), è stato un filosofo tedesco, esistenzialista, amico e collaboratore di Martin Buber e maestro di Walter Banjamin, un esponente dell'ebraismo più aperto al Cristianesimo.

In Globus, per una teoria storico universale dello spazio del 1917, Rosenzweig compie un’analisi filosofica dello spazio geografico e psicologico di grande importanza per noi analisti di gruppo, utilizzando la metafora della dialettica Mare Terra come dispositivo per interpretare la fondazione della mente:

Il primo uomo che delimitò per sé e per i suoi un pezzo del suolo terrestre per farne una proprietà inaugurò la storia mondiale. Poiché dicendo “mio”, non solo fece “suo” il “suo”, ma rese tutto il resto possesso di tutti coloro che restavano.

Cosi facendo, col ʻmioʼ, creò contemporaneamente il “tuo” e il “suo”.

Tracciando il primo confine, l’umanità prese possesso della terra.

Alla definizione di questa prima frontiera corrisponde una rispettiva presa di possesso della terra, sancita dall’insorgere del primo pronome possessivo — “mio” — cui segue di rimando la costituzione dei posses-si(vi) altrui— “tuo”, “suo”, ecc.

Con la demarcazione del confine l’io stabilisce ed attesta la propria dimora nel mondo, il possesso di una porzione di terra che lo divide dagli altri. Viene qui istituita la legge dell’oikos, del proprio, della casa: ecumene; la parola scelta per la terra abitata che rimanda etimologicamente al tratto della domesticità.

Il tracciato di separazione segna la differenza, che sola può aprire lo spazio per il dialogo e per la relazione.

Rosenzweig scrive che l'intera storia universale altro non è se non il continuo spostamento in avanti di quel primo confine, altro non è che un sempre rinnovato incastro l’uno nell’altro del “mio”, del “tuo” e del “suo”, la creazione sempre più articolata di relazioni Io-Tu a partire dal caos indiviso dell’esso.

Solo a partire dalla fissazione di questa dimora, che dischiude uno spazio di distinzione al “c’è” indifferenziato del mondo, al neutro dominio dell’esso, si rende possibile il gioco infinito di relazioni io-Tu che scandisce il cammino del mondo nella storia.

Quindi da una parte c’è la divisibilità propriamente terranea, dell’altra il principio opposto dell’illimitatezza: dal momento in cui è stata creata, la terra è destinata ad essere attraversata in tutte le epoche da confini. L’essere limitabile è nella sua natura, l'illimitatezza il suo fine ultimo.

L'elemento naturale in cui tale principio trova la propria visibilità è il mare.

Il mare ammonisce l’uomo a ricordare la sua più intima vocazione all'autotrascendimento, all’essere sempre costitutivamente assegnato all'oltre del proprio limite, al dover cercare instancabilmente l’al di là del confine posto.

Finché l’aura di questa immagine riluce, sarà sempre impossibile per l’uomo votarsi in pace a quella zolla limitata e perenne, e ammuffire nel "mio": dal mare continua ad irradiare una luce che risveglia nell’anima incline al sonno la magia del fuori sconosciuto.

Qui, risvegliato ad un altrove, l’uomo rimane così posseduto da una memoria di libertà e non disimpara il desiderio.Si pensi alla “manque” in Lacan come condizione di alimentazione infinita del desiderio e del significante.

ll mare è la cifra di un altrove che permette all’uomo di non disimparare il desiderio.

Come sottolinea Guarneri” la logica del desiderio che si nutre d’infinito, risponde a quello che Freud chiamava "sentimento oceanico". E’ il sentimento oceanico cui fa riferimento il famoso carteggio fra Freud e Rolland. Il desiderio è infinito e inesauribile come l’oceano. L’esperienza Mistica della beatitudine oceanica nella fusione primaria dell’ immersione in amnios, una armonia primaria fra mondo esterno ,noi e nostra madre.

“Il mare risveglia l’uomo dal sonno dell'autoreferenzialità, lo strappa alla logica del possesso egoico, la sua libertà va intesa come apertura all’altro da sé”.

L’idea di sottofondo di Rosenzweig,è una grandiosa riunificazione di terra e mare in un globo che non conosca più separazioni.

“La terra è metafora della divisibilità, luogo originario del confine e, in fondo, della finitezza. Rappresenta un territorio che si offre alla presa di possesso,alla delimitazione di uno spazio proprio distinto e separato dagli altri. In molti miti e in molte leggende la terra appare come la grande madre, luogo dell’autoctono, luogo d’origine. La terra è spesso considerata dagli uomini come il loro fondamento materno», e dunque rappresenta l’utero, il grembo della propria definizione identitaria.

Nel mare si dischiude invece una spazialità altra e alternativa che d’un tratto apre dinanzi un mondo diverso da quello della terra e della terraferma. La spazialità del mare sembra caratterizzata dall’impossibilita del confine e dal carattere dell’illimitatezza.

Rosenzweig cita due diverse immagini del mondo che sono anche due diverse rappresentazioni della socialità e della mente:

“La prima- ci dice ancora Guarneri- è la raffigurazione Talasso centrica OMERICA che pone al centro un grande mare interno circondato da un sottile anello di coste abbracciato tutt’intorno dalla striscia del fiume Oceano. Il mare è al centro .

La Terra, la casa, circoscrive il mare e lo rende un mare interno, chiuso.

L’uomo si poteva sentire a casa avendo raggiunto la costa di questo mare interno. Vedere il mare significa vedere la costa e quindi sentire la propria casa vicina anche se si era lontani. Il mare era garanzia di ritorno. La costa era perimetro che segnalava il sentimento della strada per la casa.

L’immagine greca del mediterraneo privilegia la terra e i confini. Il mare è familiarità, è casa perché il mediterraneo è chiuso e quindi ha terre–coste dall’altra parte di esso anche se non si vede”.

Questo ci fa capire bene ancor oggi il sentimento dei nordafricani che attraversano a rischio della vita il mediterraneo alla ricerca di una terra di fronte alla loro che è sentita come casa e forse come mente comune, Koinos.

“La seconda, più antica della prima, è l’immagine BIBLICA del mondo di Isaia, Geocentrica, tolemaica, che al contrario pone al suo centro un enorme terraferma che emerge dal mare e sulla quale sorgono e periscono i grandi imperi. Tutto il mare intorno a questo blocco compatto di terra è Oceano. In questa raffigurazione esistono delle coste situate al di là del mare, le isole, che rimangono comunque frastagliate e disperse, non danno al mare alcuna forma, non gli conferiscono nessun carattere chiuso: disseminati in un mare infinito, lontano, estremo, che si presenta come l’al di là rispetto alla sola terraferma centrale in sé conchiusa . Nella visione di Isaia dunque, non vi è alcun mare interno o chiuso. Piuttosto c’è l’Oceano, come emblema di un infinito incommensurabile, noi diremmo di un inconscio privo di forma e di contini, che si offre alla vista come un al di là sconosciuto e inquietante, un abisso che si spalanca intorno alla terra familiare, nel quale navi e navigatori osano calarsi. Un mare dal carattere oceanico e abissale, infinito e perturbante, terra di Leviatani e mostri “.

Terra e mare sono due metafore non di decisioni esistenziali ma caratteri costitutivi della realtà –finito e infinito, limite e limitatezza.

Il mare è segno dell’oltre, di un fuori sconosciuto che spinge l’uomo verso l’infinito, è l’alterità che consente di uscire dal proprio io e aprirsi all’estraneo.

Il mare batte le coste della terra come simbolo di una liberta che bussa alle porte dell’io, di un’alterità che viene a sconvolgere e perturbare le divisioni ratificate dai possedimenti degli uomini sulla terra.

Dirà Rosezweig:

“Il mondo può diventare un globo. C’è un solo mondo e un solo mare ma sembra ancora che nonostante si sappia che il mondo è sferico si continui a pensare come se fosse piatto.

In una visione davvero tridimensionale il regionalismo e il localismo non avranno più senso. Manca ancora tridimensionalità.

Il ruolo che l’identità europea giocherà sarà fondamentale. L’Europa incarna il progetto ideale del dialogo fra culture, ad essa spetta il compito di universalizzare su scala planetaria la tensione all’incontro e all’integrazione degli spazi marittimi e terrestri del globo in un unitaria costruzione geopolitica ma anche mentale, capace di attraversare le diverse culture, congiungere finito e infinito limitato e illimitato, Mediterraneo e Oceano affinché l’umanità dimori in un’unica casa”.

Il sogno che animò le conquiste di Alessandro Magno , poi di Cesare, centinaia di anni dopo Cristoforo colombo,e piu recentemente suez e gibilterra : unire il mediterraneo all’oceano.


Tolleranza intolleranza, pace conflitti.

Penso al nostro Mediterraneo insanguinato, che accoglie solo in parte i nostri fratelli nordafricani ma che anche non vuole vedere i cadaveri degli immigranti raccolti ormai a centinaia dalle reti dei pescatori siciliani durante le loro consuete giornate di pesca, non vuol farsi carico in alcun modo, se non con proclami politici, dell’ennesimo dramma causato dal non vedere l’altro e di non elaborare il lutto di queste perdite.

Viviamo in un’epoca in cui, abbandonate le grandi ideologie, sembra rialimentarsi l’illusione di una pace vista come condizione idealizzata d’assenza di conflitti e non come momento d’indispensabile sintesi e composizione delle diversità. “Shalom, in ebraico, è invece il traguardo della pace derivante dalla shelemut, che significa interezza, la pienezza conseguibile attraverso uno sforzo di completamento interiore”.

Il più grande testo dell'epopea contadina Le opere e i giorni di Esiodo, parla della speranza che tutto sia sempre uguale e postula l'estraneità e la novità come ciò che distrugge le messi e le vite.

Una fantasia onnipotente e autarchica d’assenza di ciò che è altro da noi che, di fatto, conduce a una sua eliminazione (l'ignorare è eliminare) apparentemente pacifica e priva di assunzioni di responsabilità.

In questo modo si evita l’elaborazione del lutto, termine che etimologicamente deriva dal verbo latino labor, labersis, lapsus sum, labi, che vuole dire "faticare con sofferenza” e dalla preposizione “e” che appunto indica separazione, uscita da quello stato.

Fornari, nell'insuperata opera del 1966 Psicoanalisi della guerra parlò di elaborazione paranoica del lutto: il lutto non è più sofferenza per la morte della persona cara ma uccisione del nemico illusoriamente pensato come uccisore.

L'originario terrificante sentimento interno depressivo emergente sotto forma di senso di colpa per la morte dell'oggetto amato viene eluso pensando che la responsabilità non sia propria ma di un nemico esterno.

Questo significa che nessuno - neanche il pacifista militante - può aspettarsi che l'abbandono delle verità assolute si realizzi spontaneamente se non attraverso un atto di faticosa (labor) dolorosa , autoimposta ma indispensabile rinuncia…

La complessità crescente del reale spaventa e induce un sempre più diffuso timore di annichilimento dell'identità che esita di converso in un ingenuo, per quanto comprensibile, tentativo di riduzionismo.

Non vedere è essenziale per questa specie di agnosìa.

Vedere è infatti sapere.

Orazio (Epistole 1, 2), nella lettera all’amico Massimo Lollio, lo invita a “sapere aude”, osare sapere, farsi carico, assumere la responsabilità del rischio di sapere.

Non vedere è, dunque, ignorare.

Così pare che, lì dove la salute possa consistere nell’aver faticosamente conquistato la libertà di poter fluttuare dalla considerazione dei propri desideri e bisogni individuali alla necessaria condivisione della realtà con gli altri, nella nostra epoca ci si trovi invece "costretti", “obbligati” (nel senso del latino compulso) a stare o da una parte o dall’altra. O attestati - cioè- su posizioni ultraindividualistiche o identificati con la massa nel conformismo gregario dell’"Ululare con i lupi" che impedisce la solitudine dell’essere individuo differenziato: non si pensa, si fa come fanno tutti. Ci si nasconde nell’anonimato e nell’illusione dell’essere potente quanto la massa così come ci ha insegnato Freud nei suoi scritti sociali Psicologia delle masse e analisi dell'io, Totem e tabù, Il disagio della civiltà, Mosè e il monoteismo.

Nel suo scritto del 1784 Risposta alla domanda: che cos'è l'Illuminismo?, Kant riprende il sapere aude di Orazio e ne dà una celeberrima interpretazione illuministica:

L'Illuminismo è l'uscita dell'uomo dallo stato di minorità che egli deve imputare a se stesso. Minorità è l'incapacità di valersi del proprio intelletto senza la guida di un altro. Imputabile a se stessa è questa minorità, se la causa di essa non dipende da difetto di intelligenza, ma dalla mancanza di decisione e del coraggio di far uso del proprio intelletto senza essere guidati da un altro. Sapere aude! Abbi il coraggio di servirti della tua propria intelligenza!

Dialogando idealmente con Kant noi pensiamo però che l'autonomia di giudizio e di ricerca, pur permanendo un valore essenziale, può essere raggiunta anche grazie al confronto e all'aiuto dell'altro.

La dipendenza è una cosa, l’interdipendenza un’altra.

Dove e come è possibile formare, allenare e rendere saldo un sé che possa permettersi invece il rischio - ma anche il lusso- di interfacciare le sue diverse sfaccettature, dando diritto di cittadinanza ai diversi aspetti del proprio mondo interno – prima – e quindi, in un secondo momento, all’esistenza dell’altro da sé.

Nell'ambito della "democrazia degli affetti" abbiamo bisogno di sostare nelle aree conflittuali e non di evitarle o di pensarle pacificate con un puro atto, pur se etico della volontà come si ritiene in ambito religioso.

I diversi affetti lottano per l'affermazione del loro ideale dell'Io, ma tutti sono necessari, per lo sviluppo.

Come sottolinea F.Tagliagambe : “La lotta politica rappresenta l’esternazione nella “polis” del mondo interno dell’individuo. L’area del conflitto si ritrova trasversalmente quindi nella sfera intrapsichica e sociale, e la sua elaborazione è imprescindibile e decisiva per il benessere o per il malessere dell’individuale ma anche del sociale. In un'epoca attuale che enfatizza l'individualismo e la competizione sono sempre più diffuse le manifestazioni di un disagio nell'area del narcisismo, della dipendenza e della distanza.Le patologie del “come se” e del “falso sé”, le diverse forme di tossicodipendenza, le depressioni, i disturbi alimentari e gli attacchi di panico rappresentano malesseri di un sé che si nasconde e si isola nei suoi inconfessabili vissuti di inadeguatezza e di vergogna. L'elaborazione di questa conflittualità interna, nella cassa di risonanza del gruppo terapeutico diventa possibilità di rappresentarla e vederla come conflittualità di rapporti con gli altri con l’opportunità di sperimentare modelli relazionali nuovi interni a noi ma anche sociali, che diano diritto di cittadinanza e quindi democrazia interna ad aspetti non nati, o soffocati di sé . L’amore è infatti possibile solo fra esseri distinti “.

Dice il Talmud: “cura un uomo e avrai curato il mondo”.





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