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l'esplorazione dello spazio e degli abissi marini,l'agonismo sportivo.

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Subacquea Psicologica : i vissuti corporei e l’autostima di Guglielmo Campione







Nell’immersione subacquea si passa da subito, repentinamente, nel momento della discesa in acqua, da una condizione mentale a un’altra.
 Per questo motivo e altri che cerco di mostrare in questo articolo essa si presta particolarmente bene a evidenziare il nostro funzionamento psicologico.
Il tempo rapido ma sempre intenso d’un tuffo e si passa da una postura verticale e di presenza di gravità a una orizzontale e di assenza di gravità, da una condizione di respirazione automatica ad una di respirazione controllata, da una condizione di percezione uditiva e visiva ad un’altra, dal rumore al silenzio, dal muoversi reggendosi sulle gambe e in un peculiare equilibrio, ad un galleggiare in tutt’altra posizione, da una gamma di colori ad un’altra ma soprattutto da quella sensazione beata di essere unito al tutto, di essere appunto immerso, non separato. Appena si entra in acqua la sequenza respiratoria cambia. Si passa dalla sequenza nasale inspirazione, espirazione –pausa alla respirazione orale inspirazione – pausa espirazione. Tutte queste variazioni sono all’origine e/o si accompagnano a un mutamento nel funzionamento mentale, a un diverso modo di sentire il corpo e lo stato di coscienza.
La prima esperienza dell’incontro con il Blu, termine usato dai subacquei per indicare l’immersione senza punti di riferimento se non quello della cima della barca o della shamandura, come si dice in Egitto, può essere in alcuni casi, soprattutto nelle persone più ansiose, equiparabile a una prima esperienza agorafobica: dal greco αγορά: piazza e φοβία: paura, etimologicamente “paura della piazza” è la sensazione di paura che un soggetto prova quando si ritrova in ambienti non familiari o comunque in ampi spazi all’aperto privi di riferimento spaziale, temendo di non riuscire a controllare la situazione che lo porta a desiderare una via di fuga immediata verso un luogo da lui reputato più sicuro. La discesa nel blu è considerata un indice alto di difficoltà nelle immersioni subacquee per via dell’esperienza di disorientamento cui si può andare incontro nella deprivazione di punti di riferimento spaziali e temporali e di gravità, le coordinate che reggono il nostro essere nel mondo terrestre. Progressivamente l’esperienza del disorientamento può diventare un’esperienza di passaggio intensa ma affrontabile perché conosciuta e ripetuta tante volte, perché esperita come un’esperienza parziale e non totale, comunque come un’esperienza a termine con un inizio e una fine e soprattutto alla fine della quale c’è in discesa l’apertura a un mondo meraviglioso e in risalita il ritorno all’aria e alla terra.
Proprio per questo la subacquea si presta bene a intervenire terapeuticamente sulle paure e le fobie.
L’esperienza immersiva, d’altronde, rappresenta una forma di riedizione tecnologizzata di un’altra esperienza fondamentale della nostra vita: la nostra prima esperienza vitale di esseri umani, infatti, avviene per nove mesi in immersione. I più recenti studi di psicologia fetale hanno dimostrato non solo che il feto, immerso com’è nell’amnios, è in grado di ricevere informazioni sonore sia dal mondo esterno che da quello interno al grembo materno, ma anche di memorizzarle e ritenerle per un periodo di tempo limitato dopo la nascita. La funzione di queste “memorie sonore” sarebbe proprio quella di consentire al feto, una volta nato, di percepire il mondo come un po’ più familiare di quanto non sarebbe altrimenti, consentendogli per esempio di “riconoscere” la madre, i familiari o addirittura i modelli musicali e linguistici propri della sua cultura appena li incontra nella vita extrauterina. L’utilizzazione delle sonorizzazioni acquatiche per favorire il rilassamento in acqua potrebbe avere queste basi esperienziali arcaiche profondamente iscritte nella componente mentale della memoria implicita. (M. Mancia)
Da un punto di vista sonoro il mondo del sommozzatore e quello del feto sono molto simili, se non altro perché, essendo entrambi immersi in un liquido, la trasmissione dei suoni avviene con le stesse modalità fisiche e quindi per conduzione ossea. Sott’acqua, proprio per l’inefficacia quasi assoluta dell’apparato uditivo umano, è possibile ricevere solo alcune delle componenti del segnale acustico, in particolare quelle captate dalla risonanza della scatola cranica che definiscono una conduzione ossea del suono con una diminuita capacità di distinzione della provenienza spaziale del suono tale da generare una percezione del tutto particolare che può sfociare in un’attitudine mentale maggiormente introspettiva. In alcuni casi invece, trovandoci in un ambiente sconosciuto che non ci offre la possibilità di sfruttare i nostri canali sensoriali preferenziali, il nostro livello di allarme può aumentare.
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La subacquea come strumento di approccio somatopsicologico ai penosi vissuti corporei e all’autostima.
L’immersione, da questo punto di vista, pare funzionare, in primo luogo, come fedele monitor del tipo di percezione che abbiamo del nostro corpo, dello stato di base integrazione fra il corpo e la mente, evidenziandone i limiti e i problemi irrisolti. E’ possibile, cioè, che persone che non abbiano un buon vissuto del proprio corpo, un rapporto di sfiducia nel proprio corpo, un corpo vissuto non come alleato ma come nemico che tradisce, in immersione riattualizzino più facilmente queste penose sensazioni. Lo studio sulle motivazioni psicologiche, spesso non consapevoli, alla scelta della subacquea ha rivelato che una di esse è la cura dell’autostima… D’altro canto, una buona integrazione fra corpo e mente, un corpo e una mente che vanno d’accordo e non sono in guerra fra loro, rappresenta una base sicura per una buona vita ed è dunque molto importante per tutti noi.
In secondo luogo, l’immersione può rappresentare un’occasione nuova e favorevole proprio per curare questi penosi vissuti del proprio corpo ed essere quindi indicata per persone con bassa autostima personale, che “non si vedono bene”, “non si amano”, per dirla con un’espressione linguistica semplice e chiara.
In questo senso l’immersione è uno strumento di diagnosi e cura somato-psicologica: un approccio che parte non dalla mente per andare al corpo, ma al contrario parte dal corpo per arrivare alla mente. Questo può essere particolarmente utile per persone caratterizzate da uno stile maggiormente concreto, pragmatico, operativo razionale e da scarsa capacità riflessiva, scarsa capacità di cogliere gli aspetti emotivi propri e dei propri familiari, partner o amici, scarsa memoria per i sogni (dicono di non sognare mai, cosa impossibile umanamente). In queste persone partire dal corpo può rappresentare una facilitazione.
Nei tradizionali approcci psicologici infatti, in cui la parola psiche si riferisce solo agli aspetti cognitivi, affettivi ed istintuali, viene a mancare la dimensione corporea. In somatopsicologia si interviene sul corpo, sulle emozioni, sulla mente e anima con pratiche corporee, con tecniche di respiro, meditazione e con l’analisi del carattere in grado di mostrare come la personalità acquisita attraverso le esperienze si traduce in un corrispondente modo di vivere il corpo, di respirare, camminare, provare piacere.

La subacquea strumento di coaching di gruppo e team building.

L’altra grande motivazione alla scelta subacquea è il bisogno di gruppo, la relazione nel e con il gruppo e i relativi bisogni di autonomia e dipendenza. Proprio per questo motivo essa può prestarsi bene per formazioni aziendali outdoor, fuori dalle mura dell’azienda, per evidenziare i conflitti del team o gruppo di lavoro in modo nuovo, la spinta verso l’autonomia o la leadership o la spinta verso la dipendenza dagli altri o come strumento di Team building.
In acqua vengono più facilmente individuati gli atteggiamenti individualisti che trasgrediscono le regole annunciate nel briefing pre-immersione a riguardo della scelta del compagno, della quota massima di profondità, della durata, della regola dei terzi d’aria nelle bombole, degli stop di decompressione. In condizioni non naturali, infatti, il legame di gruppo è sentito come una fonte di forza e rassicurazione, che permette solo a queste condizioni, l’esplorazione e la presa di contatto con dimensioni altre familiari e ignote al contempo, in condizioni di tranquillità e di benessere. I legami solidaristici in acqua fanno sì che la durata dell’immersione sia tarata sul subacqueo che ha meno autonomia e consumi, spesso ma non sempre il subacqueo meno esperto o meno allenato in quel momento della stagione. Man mano che procede la nostra esperienza di subacquei può (anche se non necessariamente, dipende da vari fattori personali e del contesto favorevole o meno) migliorare la nostra capacità di stare in gruppo: immergersi nell’ignoto, non poter barare con se stessi e non poter usare maschere sott’acqua se non quella di vetro e silicone, stare in ascolto di se stessi attraverso i segnali mentali e quelli corporei, infatti è fondamentale nella subacquea.

La subacquea come occasione controllata di crescita e sviluppo personale.

Parallelamente, la subacquea si presta particolarmente bene per lavorare in adolescenza e nei giovani adulti (ma non solo) sull’autonomizzazione responsabile in cui è necessario sapersi ascoltare nei limiti e nei punti di forza e competenza personali e farsi carico, essere cioè responsabili, delle proprie scelte. Per usare una metafora colta nella mia esperienza di subacqueo si potrebbe dire che per immergersi è necessario poter contare sulla fiducia nel saper riemergere, che è fiducia in sé stesso e nel proprio corpo mente ma anche fiducia nella capacità e disponibilità dei propri compagni d’immersione di cooperare ai propri reciproci bisogni di sicurezza in un ambiente nuovo e potenzialmente ostile oltre che misterioso e affascinante.

Assetto, fedele monitor psicofisico.

L’assetto è considerato uno degli strumenti più importanti nell’immersione. Dalla capacità di saper usare l’assetto giusto al variare delle situazioni (grotte, tunnel, relitti, correnti, pareti) è possibile riconoscere l’esperienza del sub. Esso non può essere dato una volta per tutte, ma cambiare a secondo della condizioni (correggere l’assetto diventando più negativi per scendere o più positivi per risalire, stabilizzare l’assetto).
In immersione s’impara che a qualsiasi modificazione mentale corrisponde una diversa velocità della respirazione, cardiaca, una diversa contrazione muscolare, una diversa coordinazione psicomotoria e che tutti questi fattori influenzano la galleggiabilità e l’assetto. L’assetto è dunque un fedele monitor delle condizioni mentali e fisiche. Mentre una condizione mentale rilassata permette il funzionale controllo dell’assetto, ogni turbamento mentale e fisico squilibra la posizione orizzontale e richiede un controllo cosciente manuale e/o respiratorio per riconquistarla.
Per affrontare le difficoltà che possono insorgere in immersione è necessario conoscere i segnali premonitori (affanno, tachicardia) dello stress fisico e mentale. Le condotte impulsive vengono reputate molto pericolose per la propria e l’altrui incolumità e addebitabili all’emersione di patterns comportamentali arcaici di attacco o fuga assolutamente disfunzionali e inadatti al contesto. In tali condizioni, al contrario, ci si deve invece fermare, pensare e solo dopo decidere come agire, distaccandosi dalla concentrazione percettiva sul pensiero intrusivo della paura attraverso la concentrazione sul respiro e il suo rallentamento alla frequenza base. Nel training subacqueo rescue o di soccorso si impara che, se so come e quando farlo su di me, saprò come e quando intervenire sugli altri e viceversa.
E’ necessario risintonizzare il proprio sistema attentivo per mettersi all’ascolto del proprio mondo interno. Ma come può indursi e stabilizzarsi questo stato mentale particolare o stato di coscienza? Le tecniche che permettono di entrare in uno stato di flusso sono di tipo autoinduttivo e hanno, in generale, una stessa metodologia: quella di concentrare l’attenzione su un campo di stimoli limitato (concentrazione sul respiro per es.). Nel mondo della subacquea, grazie al contributo di Jacques Mayol, abbiamo imparato a capire che le tecniche yoga possono essere molto utili ad entrare in un diverso stato mentale più funzionale di quello ordinario. Per questo è per esempio importante non snobbare come si fa sempre più spesso ma sottolineare invece l’importanza psicologica, oltreché naturalmente operativa, della fase di passaggio, molto sentita dai sub, ritualizzata dal briefing pre-immersione e dalla preparazione dell’attrezzatura, dalla vestizione della muta, dal controllo della strumentazione ecc.
L’immersione subacquea resta dunque un’esperienza, sportiva, ecologica e ricreativa ma, per chi vuole, anche un’esperienza psicologica personale e potenzialmente terapeutica in contesti specialistici controllati. (Guglielmo Campione)