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La mente può trovarsi in stati diversi , il sonno ,il sogno, la trance,l'ipnosi,l'attenzione fluttuante,
l'estasi,la preghiera,la meditazione,la creatività artistica e scientifica,
l'esplorazione dello spazio e degli abissi marini,l'agonismo sportivo.

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Eutanasia, suicidio e testamento biologico di Guglielmo Campione




 Due designati sono: l'uno è il responsabile della Vita e l'altro della morte ed essi sono preposti all'uomo. Quando l'uomo riscatta suo Ben (figlio), lo riscatta dalla mano di quel responsabile della morte ed egli non può dominarlo. “E Dio vide tutto quello che aveva fatto. Ed ecco, era molto buono .Originalmente "Tov meod" in ebraico. "Tov" (buono) è l'angelo della Vita, "Meod" (molto) è l'angelo della morte. E perciò in quel riscatto permane l'angelo della Vita e s'indebolisce l'angelo della morte. Con questo riscatto egli acquisisce la Vita, com'è stato detto, e quello stesso lato maligno lo lascia, e non lo  afferra".

(Il Libro dello Zohar, Prefazione, brano 246).



"L'angelo della Vita e l'angelo della morte", simboleggiano due forze spirituali che operano in ognuno di noi. L'angelo della Vita è la forza che innalza l'uomo verso la sensazione della spiritualità. Questa sensazione sublime è chiamata nella Saggezza della Kabbalah "Vita".In confronto all'angelo della Vita, l'angelo della morte è la forza che attira l'uomo verso direzioni che lo allontanano dalla Vita Spirituale e di conseguenza è chiamato "Il responsabile della morte".

Parlare di morte è un paradosso .


L’espressione verbale d’una pseudo conoscenza, d’una conoscenza non basata sull’esperienza.


Una conoscenza intellettuale.


In “ Cecità” di Saramago o nella meravigliosa scena del Tango del protagonista cieco impersonificato da Al Pacino del film “Profumo di Donna” l'essere ciechi paradossalmente permette di vedere, sentire e capire meglio l’Altro potenziando le capacità empatiche.


Come nel Corano, infatti, la conoscenza del fuoco si distingue fra il “vedere” il fuoco,lo “scaldarsi” al fuoco e il “bruciare” nel fuoco.


Come umani possiamo conoscere per approssimazione, nel “come se “, nella metafora, per “Analogon”. Questa è la conoscenza che ci è data di sperimentare da vivi sulla morte.


Il diffondersi di possibilità sempre piu avanzate dal punto di vista della tecnica medico scientifica rianimatoria ci permette oggi di leggere o ascoltare racconti dell’esperienze di near death experience o esperienze di premorte nelle persone risuscitate .


La mente guarda ma può non vedere . Questo dipende dallo stato della coscienza in cui siamo in quel certo frangente .


La conoscenza non è solo attività di rappresentazione : essa può essere analitica in uno stato mentale e sintetica –olistica in un altro.


Il dispositivo rituale ha la funzione di viatico verso diversi stati della mente in cui è possibile una certa conoscenza catartica di tipo psico drammatico che lavora con la potenza dell’immagine, del suono e di tutti gli altri sensi per evocare, presentificare e pertanto trasformare.


L’esperienza psicoanalitica analogamente è un’altra esperienza psico drammatica in grado non solo di ram-mentare (mente) ma di ri-cordare (cuore), di far rivivere la dimensione dell’hic et nunc, la dimensione emotiva, affettiva e dunque complessiva dell’adesso e non solo la dimensione quotidiana dello stato di coscienza ordinario analitico- razionale In tale esperienza Freud, previde un accecamento funzionale del terapeuta rispetto al paziente ..E’ proprio per questo motivo che egli siede dietro il lettino del paziente e non accanto come si vede nella maggior parte delle vulgate televisive o cinematografiche. W.R Bion ,parlerà molti anni dopo, di “opacity” rispetto alla propria memoria e al proprio desiderio, come conditio sine qua non della conoscenza (K come Knowledge) vera che permette di essere all’unisono con “O” , l’oggetto della conoscenza, la cosa in sé , il noumeno Kantiano. Bion parla di capacità negativa riprendendo la famosa metafora di Keats, quello stato di tolleranza dell’incertezza , noi diremmo del Dubbio,che solo può tenere aperta la domanda e la ricerca .


Qui non si tratta più di guardare infatti, ma di vedere con altri occhi.


D’altronde il viaggio nella Psiche richiede dispositivi per essere affrontata, come ci ricorda il mito di Orfeo, il mito della Medusa, Dante nella Divina Commedia, Omero nell’Odissea e Virgilio nell’Eneide,


Nella ricerca verso la conoscenza come sostiene Grotstein, “occorre un raggio di intensa oscurità” per fare luce nelle catastrofi interiori.


Il suicidio


Come sottolinea l’archeologo ed egittologo Cristian Jacq nel suo “ il viaggio iniziatico o i 33 gradi della saggezza”,il suicidio è espressione di una volontà negativa, la volontà di distruggere la particella divina che si trova in ogni essere,l’uomo che si uccide è colui che ha trascurato troppo a lungo la sua luce interiore. E’davvero responsabile se si è accontentato di subire la vita, in balia di passioni e reazioni, perchè viene un giorno in cui i fantasmi sono troppo opprimenti e lui non è capace di trasformazione , non sente la comunione con l’universo e gli altri. Ed allora per evitare l’insopportabile tensione elimina la sua coscienza, rompe il suo arnese di lavoro e ne fa strumento di morte per far tacere la particella divina che gli poneva troppe domande insolubili .


Prudenzio, parla a tale riguardo, della lotta tra pazienza e rabbia : per quanto la rabbia colpisca la pazienza ,non ne ha ragione ed allora la rabbia furiosa finisce per colpirsi da sola e la pazienza a quel punto dice : la furia cieca è nemica di se stessa , si uccide con la sua frenesia e muore con le sue stesse armi.


Il narcisismo è un'altra forma di suicidio , vedersi ed accettarsi non come si è ma come si dovrebbe essere .


La fine dell’esistenza profana rappresenta anche la morte dell’uomo vecchio Saturnino, il passaggio dall’uomo statico all’uomo in divenire.


Dice Maestro Eckart : la luce brilla nelle tenebre ed è allora che la vediamo.


E’ quando sono nelle sofferenze che deve apparire loro la luce.


Ramon Panikkar diceva : "L'ossessione psicologica per la certezza, affermata da un grande filosofo quale fu Cartesio, ha portato all'ossessione patologica per la sicurezza" che caratterizza in mille modi il nostro vivere quotidiano.
Grazie a Dio niente è sicuro e l'aggrapparsi a presunte certezze ci pone sulla difensiva e finisce per renderci intolleranti, chiusi, incapaci di dialogo.
"Chi ha desiderio di sicurezza non può avere pace".
Tra gli ostacoli che impediscono un vero dialogo, non a caso, c'è la paura.
Ma a partire dal riconoscimento di tale paura si può lavorare al suo superamento ("il cuore puro").
Ed è la consapevolezza della propria vulnerabilità, la principale componente del dialogo: "Se sono convinto di avere ragione, di essere il più forte e penso di avere tutte le risposte, che dialogo è? Mi chiuderò al dialogo, pensando che l'altro non sia in grado di capirmi, e poi mi lamenterò della sua chiusura".
"La vulnerabilità, d'altra parte, non è una debolezza, ma una richiesta di dialogo discreta e senza parole. È quello che mi consente di aprirmi, senza essere una minaccia per l'altro".
Il dialogo è essenziale alla vita umana - noi non siamo monadi chiuse in un narcisismo individualista - ma anche alla cultura e alla religione .


Togliersi volontariamente la vita è la conseguenza di una patologia biologica depressiva che spegne l’istinto vitale di conservazione o è anche il risultato di una letteralizzazione dell’esperienza umana del dolore, d’una disconnessione dall’universale che in una serie infinita di rimandi simbolici ed analogici ci tiene collegati al mondo ? Dell’incapacità di un meta pensiero, di una meta cognizione ,di un pensiero in grado di cogliere ciò che c’è al di là della realtà fattuale?


Hilmann sostiene che la depressione però , non è solo un evenienza funesta ma piuttosto una risposta al diffuso contemporaneo iper attivismo maniacale che piattamente aderisce alla lettera ai falsi miti che eternamente costruisce e consuma. Questo spostamento verso l’interno dell’anima è necessario allora , perché crea uno spazio psichico per una riflessione piu profonda dove l’anima cresce e la superficie degli eventi diventa meno importante. La depressione, allora, come ci ricorda Marsilio Ficino nella Firenze medicea del rinascimento, è sotto l’influenza del Pianeta interiore di Saturno -che non è solo un pianeta tetro e molesto da evitare- ma un modo per attraversare la scarsa profondità del presente.


Pensiamo alla pena di Morte : un classico esempio di fanatismo psichico , la legge del taglione, in cui nulla, neanche la pena, è metaforizzato ma tutto è preso alla lettera nella sua esclusiva rilevanza materiale.


Il ritualismo ,in fin dei conti, invece non è che un modo per permettere di apprendere la possibilità di una lettura metaforica della morte reale.


Dobbiamo, infatti, credere a tutto ciò che la mente ci dice ? La mente …mente ?


Se penso metaforicamente non agirò letteralmente nel concreto .


Il caso del suicidio o della morte rituale è un esempio di metaforizzazione antiletterale .






L’eutanasia


L'eutanasia - letteralmente buona morte (dal greco ευθανασία, composta da ευ-, bene e θανατος, morte) - è la pratica che consiste nel procurare la morte nel modo più indolore, rapido e incruento possibile a un essere umano (o ad un animale) affetto da una malattia inguaribile ed allo scopo di porre fine alla sua sofferenza.


Nel pensiero filosofico antico, invece, essa indicava - in genere - una morte serena e consapevolmente accettata come naturale chiusura della vita (eventualmente auto inflitta).La"buona morte"era la morte che compete all’uomo che ha condotto la sua vita senza prevaricazioni e senza eccessi, attenendosi alla giusta misura (kata metron).


Il testamento biologico






Una dichiarazione anticipata di trattamento (detta anche testamento biologico, o più variamente testamento di vita, direttive anticipate, volontà previe di trattamento) è l'espressione della volontà da parte di una persona (testatore), fornita in condizioni di lucidità mentale, in merito alle terapie che intende o non intende accettare nell'eventualità in cui dovesse trovarsi nella condizione di incapacità di esprimere il proprio diritto di acconsentire o non acconsentire alle cure proposte (consenso informato) per malattie o lesioni traumatiche cerebrali irreversibili o invalidanti, malattie che costringano a trattamenti permanenti con macchine o sistemi artificiali che impediscano una normale vita di relazione.


L'articolo 32 della Costituzione della Repubblica Italiana stabilisce che «nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge» e l'Italia ha ratificato nel 2001 la Convenzione sui diritti umani e la biomedicina (L. 28 marzo 2001, n.145) di Oviedo del 1997 che stabilisce che «i desideri precedentemente espressi a proposito di un intervento medico da parte di un paziente che, al momento dell'intervento, non è in grado di esprimere la sua volontà saranno tenuti in considerazione» . Il Codice di Deontologia Medica, in aderenza alla Convenzione di Oviedo, afferma che il medico dovrà tenere conto delle precedenti manifestazioni di volontà dallo stesso .


È importante sottolineare che nonostante la legge n. 145 del 2001 abbia autorizzato il Presidente della Repubblica a ratificare la Convenzione, tuttavia lo strumento di ratifica non è ancora depositato presso il Segretariato Generale del Consiglio d'Europa, non essendo stati emanati i decreti legislativi previsti dalla legge per l'adattamento dell'ordinamento italiano ai principi e alle norme della Costituzione. Per questo motivo l'Italia non fa ancora parte della Convenzione di Oviedo .


Il disegno di legge attuale invece prevede che le volontà del paziente in merito ai trattamenti da ricevere o non ricevere, non siano in ogni caso vincolanti per il medico. Il medico non può prendere in considerazione indicazioni orientate a cagionare la morte del paziente o comunque in contrasto con le norme giuridiche o la deontologia medica. Questa come si vede è una palese contraddizione del testo con il succitato parere del codice di deontologia medica secondo Oviedo .Le indicazioni sono valutate dal medico, sentito il fiduciario, in scienza e coscienza, in applicazione del principio dell’inviolabilità della vita umana e della tutela della salute, secondo i princìpi di precauzione, proporzionalità e prudenza.


In ogni caso nella dichiarazione può essere esplicitata la rinuncia ad ogni o ad alcune forme di trattamenti sanitari in quanto di carattere sproporzionato, sperimentali, altamente invasive o altamente invalidanti. Non possono invece essere inserite indicazioni relative alla possibilità di sospendere alimentazione e idratazione forzata .


Io penso che il dibattito sul testamento biologico deve guardare alla centralità della persona e al suo unico sacrario: la coscienza.
Non si tratta solo di rifiuto delle cure da parte del paziente, ma di preservare l’integrità psicofisica della persona, la sua emotività e dignità. In gioco non c’e’ soltanto un corpo da tenere in vita con ogni mezzo : tenere in vita letteralmente ,cioè trattenere la vita staticamente , bloccando il tempo contro lo scorrere ineluttabile del Panta Rei.
La legge sul testamento biologico deve prendersi cura della persona umana e della qualità della sua vita. Penso che- dopo una vita professionale dedicata e consacrata all’uomo , alla sua salute, alla qualità della sua vita , delle sue emozioni, dei suoi affetti, dei suoi principi come modo per onorare in lui la grande Opera – sarebbe davvero irrispettoso per me medico non tenere conto della sua volontà di refluire come un ruscello nel grande fiume dell’Oriente Eterno .
Per Eugen Minkowsky la morte fa nascere la nozione non della vita ma di una vita , quella vita: “Sulla grande arena della vita vediamo attorno a noi avvenimenti, azioni, scontri,conflitti, sofferenze,episodi,gente che amiamo, invidiamo,ammiriamo ma tutte queste cose sono come gli atti di uno spettacolo teatrale che si susseguono e concatenano senza inizio e fine , come qualcosa di amorfo e impreciso.


Per quanto noi riusciamo a intravedere la trama di una vita è solo la morte che come un sipario obbliga alla visione sintetica della vita di quell’uomo. Di fronte alla morte vedo sempre tutta una vita ergersi di fronte a me , che sia cencioso o sontuosamente vestito come nella livella di Totò o nelle Catacombe dei cappuccini di Palermo essa mi rivela sempre la stessa cosa: una vita ora si è compiuta. Sentirò il bisogno di ricapitolare una vita come mai mi era successo. E’ la morte che inquadra il succedersi o la trama degli avvenimenti in una Vita. Non è nel nascere che è solo un fatto biologico ma nella morte che si diventà un unità, un uomo. Qui è solo l’ultimo paletto che conta , quando questo è piantato tutti gli altri spuntano dal suolo come per incanto a segnare tutta la vita trascorsa. La morte lascia dietro di sé una scia luminosa: riunisce in un sol fascio in una vita , tutto ciò che ha interrotto. L’identità tra gli uomini si stabilisce con la sim-patia e con la morte. La vita va in me verso l’avvenire ed io invece vado verso la morte.


Forse c’è un aspetto ” pro-spettivo” e un aspetto “retro-spettivo” nella personalità e il carattere degli umani oltre che l’introversione l’estroversione”.






Gli uomini di scienza non possono che essere favorevoli alla libertà della ricerca scientifica contro ogni intolleranza e oscurantismo, il punto di partenza e il punto di arrivo dovrebbe essere solo l’uomo e il suo bene .

Nel ricordare con Kant che è la morale per l’uomo non l’uomo per la morale, o la citazione del Talmud: "Non é l'Uomo per il Libro, ma il Libro per l'Uomo" ritengo che non esistono concetti umani, come la Morale - per quanto alta sia, che non vadano misurati sull'Uomo.


Penso sia giusto ed etico rivendicare la “libertà di indicare, in caso di malattia, come morire, interrompendo le cure senza subire la violenza della nutrizione forzata”. Il pensiero che un trattamento sanitario possa essere imposto ad una persona anche in presenza d’una esplicita volontà contraria mi spaventa molto e mi pare inutile e crudele.


Questo pensiero che accompagna la vita di noi tutti è una faccenda da affidare solo alle sorti della materia di cui siamo fatti ?


Il letteralismo a cui mi sono riferito , ancora una volta invece, confina la vita solo sulle sorti della materia e ci impedisce di vedere il significato spirituale della vita consegnandoci irrimediabilmente solo a quell’evento non nostro che è la morte organica. Mi chiedo dove sia la Pìetas in tutto questo ? Il preteso atteggiamento teologico che attribuisce a Dio la volontà di dare e togliere la vita pare qui ispirarsi ad un crudele atteggiamento letteralista e materialista nei confronti della morte e che teme la morte.