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Zen, Lacan e l'Io alieno di Anthony Molino

Psicoanalisi e buddismo (Cortina, 2001), la versione italiana dell'importante testo originariamente curato in inglese da Anthony Molino (titolo originale: The Couch and the Tree: Dialogues in Psychoanalysis and Buddhism) risulta purtroppo sprovvista di una folta serie di preziosi contributi, scritti tra il 1924 e il 1979, che costituiscono un vero e proprio scrigno per chi volesse capire la storia dei rapporti fra le due discipline. Perchè di storia si tratta, ormai quasi secolare, che conta la partecipazione di nomi illustri quali Alexander, Fromm, Suzuki, Jung, Hisamatsu, Watts, e di altri personaggi meno noti ma non per questo meno essenziali. Partendo dalla genesi di questo mio progetto di ricerca confluito in The Couch and the Tree, cercherò di offrire una panoramica storica sull'intreccio vitale, che oggi riaffiora in modo tanto vigoroso, fra psicoanalisi e buddismo; passerò quindi ad affrontare un aspetto particolare di tale intreccio, dedicato a Lacan. Nel corso degli anni alcuni psicoanalisti hanno espresso un certo interesse per il buddhismo zen intraprendendo un lavoro comparativo mirato soprattutto a integrare gli aspetti dello zen con la loro teoria e pratica. Quel che sembra mancare a questa ricerca, però, è il tentativo di confrontare i principi teorici specifici dello zen e della psicoterapia orientale in quanto riflettono e forniscono spiegazioni differenti della condizione umana. A mio avviso un genuino confronto tra questi due sistemi può favorire l'indagine circa i principi metafisici e i presupposti metapsicologici sui quali entrambi si fondano. In ogni caso occorre considerare la distanza che intercorre dall'immagine unificata offerta dalla psicoanalisi, come pure dalla tradizione buddhista che abitualmente rifugge da chiarimenti intellettuali, concettuali o analitici dei suoi intenti e della sua visione del mondo. A tal fine, vorrei focalizzare l'attenzione su due figure singolari i cui scritti, benché non appartengano alla corrente principale dello zen o della psicoanalisi, rendono ciò nonostante possibile il fertile confronto a cui penso. Se si guarda alla psicoanalisi, gli autori contemporanei hanno notato, di passaggio, una certa somiglianza - almeno di "stile - tra Jacques Lacan e la persona allusiva e beffarda del Maestro zen. Ma al di là di ogni divertente e facile analogia tra la seduta breve di Lacan e il colpo del Maestro sulla testa annebbiata del discepolo, o il meditare sui nodi e la natura del Buddha, quasi nessun lavoro interdisciplinare di natura teorica ha esplorato i legami tra il pensiero di Lacan e lo zen. Parimenti, una notevole eccezione alla proverbiale avversione del buddhismo zen per una sistematizzazione della propria teoria è rappresentata dal lavoro pionieristico, ma spesso trascurato, di Richard De Martino. Studioso, collega, traduttore e inteprete di luminari come D.T. Suzuki e Shin'ichi Hisamatsu, De Martino è una figura fondamentale nella trasposizione postbellica dello zen sul suolo americano. Se è vero, come hanno indicato Polly Young-Eisendrath e altri, che una delle forze del buddhismo è la sua flessibilità all'adattamento culturale, il tentativo di De Martino di elaborare la teoria della concezione zen della condizione umana può essere considerato come un momento essenziale nella lenta internalizzazione da parte dell'Occidente di una filosofia esperienziale un tempo aliena. Inoltre, nella storia del dialogo tra Oriente e Occidente, De Martino fu molto più che uno mero promotore i cui sforzi permisero di riunificare Maestri zen e teologi, filosofi e psicoanalisti. Mi preme dire che, mentre i suoi scritti riflettono indubitabilmente una comprensione idiosincratica dello zen, essi illuminano anche un clima intellettuale post-bellico in cui psicoanalisi ed esistenzialismo divennero i veicoli occidentali privilegiati per confrontarsi con l'Altro buddhista. È questo aspetto del lavoro di De Martino che vorrei evidenziare. Difatti, mi sembra che la sua visione dell'alienazione come una espressione trans-storica della natura umana sia positivamente contenuta - per una sorta di sincronicità transculturale - negli scritti di Lacan. In breve, chiamiamo io il nucleo dato all'inconscio, opaco alla riflessione, segnato da tutte le ambiguità che [...] strutturano l'esperienza delle passioni nel soggetto umano; questo "io" che, pur di confessare la sua fatticità alla critica esistenziale, oppone la sua irreducibile inerzia di pretese e méconnaissances alla problematica concreta della realizzazione del soggetto. (Jacques Lacan) La posizione corretta del buddhismo zen è che il cuore di tutti i problemi o delle paure dell'uomo comune sta nel non avanzare stabilmente nel terreno del proprio essere come autentico soggetto-ego. In quest'ottica, di conseguenza, se l'uomo comune non riesce a conoscere - o a essere - veramente se stesso, allora la radice di tutti i suoi problemi e paure non verrà estirpata. (Richard De Martino) Come mostrano le citazioni qui riportate, la questione dell'alienazione onto-esistenziale, o "inautenticità", è centrale sia per Lacan che per lo zen. Per entrambi, l'individuo è scisso, intrappolato nelle maglie di un dualismo soggetto-oggetto onnipervasivo (zen) o scisso - per via dei processi di turazione specie-specifici - dal soggetto assoluto e dal Reale dell'inconscio. In entrambi i casi, si ha una rottura primordiale con uno stato "naturale" inifferenziato. Quel che è sorprendente, comunque, è trovare nel lavoro di un pensatore come De Martino un riferimento a una fase maturazionale normativa nel corso della quale la realtà onto-esistenziale dell'Io, e il suo conseguente dualismo, vengono istituiti: Questa norma [della] coscienza dell'ego [...] in genere, appare in primo luogo, fra l'età di due e e quella di cinque anni [...]. Trascurando, per il momento qualsiasi considerazione fenomenologica degli esordi e dello sviluppo di tale coscienza [...].2 A mio avviso Lacan ci fornisce un qualche cenno di tutto ciò. Attraverso la sua concettualizzazione dello stadio dello specchio, infatti, possiamo individuare una base stabile di confronto per due delle più forti critiche esistenti al bastione occidentale dell'identità di sé nota come Io; entrambe, inoltre, sono plasmate da una lettura essenziale se non fondativa delle tesi di Hegel sulla relazione Servo-Padrone e la genesi della soggettività. 1di Werner Heisenberg, uno dei padri della fisica moderna, vedi in Capra (1975, p.7) 2 vedi p.20 3 Psicoterapie orientali ed occidentali (1961, p.10)

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