Blog fondato da Guglielmo Campione www.guglielmocampione.it

La mente può trovarsi in stati diversi , il sonno ,il sogno, la trance,l'ipnosi,l'attenzione fluttuante,
l'estasi,la preghiera,la meditazione,la creatività artistica e scientifica,
l'esplorazione dello spazio e degli abissi marini,l'agonismo sportivo.

Stati della mente pubblica lavori originali o già pubblicati con il consenso degli autori, interviste e recensioni di libri e promuove eventi culturali e scientifici.



-(Joanna Field) A Life of One's Own. London 1934

-(Joanna Field) An Experiment in Leisure. London 1937

-The Human Problem in Schools. Hg. von Susan Isaacs. London 1938

-Some aspects of phantasy in relation to general psychology. IJP 26, 1945, 143-152

-On Not Being Able to Paint. London 1950

-Aspects of symbolism in comprehension of the not-self. IJP 33, 1952, 181-195

-The role of illusion in symbol formation. In Melanie Klein et al.: New Directions in Psycho-Analysis. London 1955

-The Hands of the Living God. An Account of a Psycho-Analytic Treatment. London, New York 1969; London 1988

-The Suppressed Madness of Sane Men. Forty-Four Years of Exploring Psychoanalysis. London, New York 1987

-Eternity's Sunrise. A Way of Keeping a Diary. London 1987


Benedetto, Paolo di: La creatività nella stanza d'analisi. Marion Milner 1900-1998. Bologna 2003

-Brearley, Michael: Obituary: Marion Milner. The Independent, 10 June 1998(13.11.2009)

-Raab, Kelley A.: Creativity and transcendence in the work of Marion Milner. American Imago 57, 2000, 185-214

-Rabain, Didier: Milner-Blackett. Marion. In Dictionnaire international de la psychanalyse (2002). Hg. von Alain de Mijolla. Paris 2005, 1063f [International Dictionary of Psychoanalysis (22.2.2009)]

-Parsons, Michael: Obituary Marion Milner 1900-1998. IJP 82, 2001, 609-611

-Sayers, Janet: Marion Milner, mysticism and psychoanalysis. IJP 83, 2002, 105-120

-Turner, John F.: A brief history of illusion. Milner, Winnicott and Rycroft. IJP 83, 2002, 1063-1082

Marion Milner , Antologia di scritti

... I had discovered in painting a bit of experience that made all other usual occupations unimportant by comparison.
It was the discovery that when painting something from nature there occurred, at least sometimes, a fusion into a never-before-known wholeness; not only were the object and oneself no longer felt to be separate, but neither were thought and sensation and feeling and action.
All one's visual perceptions of colour, shape, texture, weight, as well as thought and memory, ideas about the object and action towards it, the movement of one's hand together with the feeling of delight in the 'thusness' of the thing, they all seemed fused into a wholeness of being which was different from anything else that had ever happened to me.
And when the bit of painting was finished, there was before one's eyes a permanent record of the experience, giving a constant sense of immense surprise at how it had ever happened: it did not seem something that oneself had done at all, certainly not the ordinary everyday self and way of being.Marion Milner, On Not Being Able to Paint
Marion Milner kept a journal of her observations of her inner activities of thinking, perceiving, and feeling for many years.  This fascinating and courageously honest self-inquiry overflows into her books, particularly A Life of One's Own.  She was a master of the wondering mind and a ruthless tracker of her mental operations.
… as soon as I began to study my perception, to look at my own experience, I found that there were different ways of perceiving and that the different ways provided me with different facts.  There was a narrow focus which meant seeing life as if from blinkers and with the centre of awareness in my head; and there was a wide focus which meant knowing with the whole of my body, a way of looking which quite altered my perception of whatever I saw.
She came to see the narrow focus as the "everyday way", in which she saw only that which concerned her personally – her immediate purpose – and ignoring the rest.  The other way involved a wide attention with purposefulness held back.
Only a tiny act of will was necessary in order to pass from one to the other, yet this act seemed sufficient to change the face of the world, to make boredom and weariness blossom into immeasurable contentment.
… broadly, what the painter … conceptualize[s] in non-verbal symbols is the astounding experience of how it feels to be alive, the experience known from inside, of being a moving, living body in space, with capacities to relate oneself to other objects in space. And included in this experience of being alive is the very experiencing of the creative process itself.Marion Milner, On Not Being Able to Paint
I'm really only interested in finding more and more ways of saying what I feel about the extraordinariness of the world and of being alive in it.andBut I do know that to find the language, gestural, verbal or pictorial, one has recurrently to let everything go, all thoughts of what one loves, all images, and attend to the nothingness, seemingly nothing there – silence.Marion Milner, Eternity's Sunrise

.. Those flickering leaf-shadows playing over the heap of cut grass. It is fresh scythed. The shadows are blue or green, I don't know which, but I feel them in my bones. Down into the shadows of the gully, across it through glistening space, space that hangs suspended filling the gully, so that little sounds wander there, lose themselves and are drowned; beyond, there's a splash of sunlight leaping out against the darkness of forest, the gold in it flows richly in my eyes, flows through my brain in still pools of light. That pine, my eye is led up and down the straightness of its trunk, my muscles feel its roots spreading wide to hold it so upright against the hill. The air is full of sounds, sighs which fade back into the overhanging silence. A bee passes, a golden ripple in the quiet air. A chicken at my feet fussily crunches a blade of grass. ...
Marion MilnerA Life of One's Own.



                                                 Marion Milner (1900-1998)                                                                                     

Marion Milner iniziò in giovane età col tenere un diario, inizialmente per registrare i suoi appunti di giovane naturalista e in seguito, all'età di 26 anni, per registrare i propri pensieri e riflessioni. Da questo tipo di scrittura intima nacquero tre libri: A life of One's own (Una vita in proprio, 1934), An experiment in Leisure(Un esperimento in libertà, 1937), Eternity's Sunrise (L'alba dell'eternità, 1958). La Milner dà così un alternativa, una maniera diversa di relazionarsi con sé stessi, di guardarsi dentro, compiendo un'osservazione che ha come punto di partenza proprio il nostro corpo finché non si giunge a un altro modo di guardare.

Corpo come centro delle sue teorie dunque. Anche Freud era partito dall'osservazione del corpo per poi deviare e concentrarsi sui misteriosi meccanismi che è in grado di compiere la nostra mente; Bion continuerà su questa strada arrivando poi a legare psicoanalisi e epistemologia. Proprio riguardo a ciò Milner e Bion , che molto hanno in comune, compiono un percorso diverso: Bion porterà al suo apice lo studio dei processi mentali mentre la Milner radicherà nel corpo tutta la sua ricerca arrivando a concepire una mente autosservante e autoaccudente. Con questo mostrerà quanto è necessario per l'analista far posto e sviluppare aspetti femminili della personalità al fine di un ascolto migliore.

L'autrice firma con lo pseudonimo di Joanna Field il suo primo lavoro, A life of One's own. In quest'opera sono già presenti tutte le tematiche che caratterizzeranno e sbocceranno in Eternity's Sunrise opera più matura, frutto delle conquiste interiori di tutta una vita. Questa prima opera ci permette di vedere come la sua ricerca vada prendendo forma, partendo da una chiara divaricazione mente-corpo per arrivare poi a una totale corporeità, condizione indispensabile per la costruzione di uno spazio mentale adatto alla nascita del pensiero. Con questo testo possiamo capire come procede l'autrice, il suo metodo. Con la scrittura del diario l'autrice va alla scoperta di sé stessa; la domanda che si pone inizialmente è: <>, dopodiché inizia con il riportare tutti i momenti felici che contraddistinguono le sue giornate. Il suo scopo è ricercare le regole, le leggi, che presiedono alle condizioni di tale felicità. Il libro inizia ripercorrendo il diario quattro anni dopo la sua fine; l'autrice ce lo presenta come un esperimento, con lo spirito di un detective che va avanti tra dubbi e false piste, sapendo che la scrittura stessa fa parte di questa ricerca. La ricerca parte dalla scoperta del divario tra il sapere e il vivere e dalla voglia di un apprendimento costruito sui sensi e non sulla ragione.

Un posto centrale avrà la percezione e i diversi modi di percepire; un percepire che avrà il suo centro di consapevolezza nella testa, con un focus più ristretto, e un percepire con tutto il resto del proprio corpo, con un focus più ampio, condizione capace di alterare la percezione stessa delle cose. Marion Milner scopre che è proprio questa condizione la base della felicità. Successivamente si chiede cosa sta alla base di questo modo di percepire con un focus più ampio e perché questa condizione non sia sempre raggiungibile.

Inizialmente incontriamo una Marion ancora “adolescente” che lamenta il sentirsi costantemente tagliata fuori dagli altri, incapace di concentrarsi, sempre in attesa di qualcosa che deve accadere. Si accorge di essere sempre preoccupata per il proprio aspetto fisico e dell'immagine di sé rimandata dagli altri, vive nell'attesa di dimenticare sé stessa e dedicarsi agli altri, immergersi, sentire pienamente la vita. Appare per la prima volta , ma in seguito si svilupperà meglio, un tema importante per il rapporto dell'autrice con sé stessa: il “lasciare andare” che si contrappone all' ”immergersi” . Appaiono anche quelli che sembrano essere i due poli entro cui si muoverà la sua ricerca: il rapporto con le sue emozioni, il suo mondo interno e la realtà.

Nel primo capitolo del libro vediamo come l'autrice sia consapevole di vivere senza una guida, in balia delle influenze esterne, dove emozioni e umori dominano incontrastati; da qui anche la consapevolezza di poterla cambiare. Ne consegue la decisione di descrivere i fatti e un'importante scoperta di metodo: investigare ciò che effettivamente fa; cercare di essere consapevole di sé stessa e della propria esperienza. Da dove iniziare quindi l'investigazione? Ci sono guide attendibili per la propria vita? La nostra autrice scarta ragione e scienza, per lei insoddisfacente. Forse l'istinto può essere la guida che cerca, così arriva a formulare il seguente piano: tenere un diario in cui registrare i fatti della propria vita, basandosi sull'osservare e sullo sperimentare.

Osservazione e sperimentazione quindi, come presupposti basilari; come indicatore di senso: l'esperienza di l'essere felici. Forse quando si arriva alla consapevolezza di essere felici, si arriva a sapere quali cose sono indispensabili per la propria vita. O forse non è essere felici l' importante ma andare avanti con ciò che si vuole purché sia piacevole. Trovare una strada in cui uno possa arrivare a sapere chi è direttamente.

Da qui la decisione, nel 1926, di tenere un diario. La Milner cita Robinson Crusoe, come il naufrago anche lei ha la necessità di esplorare il luogo in cui si trova, di guardarsi attorno. In queste pagine assistiamo alla trasformazione della Milner da adolescente a donna. Il cambiamento è percepibile attraverso le descrizioni, le annotazioni riguardanti eventi sociali, impressioni personali e eventi naturali. La Milner diventa un po' alla volta consapevole del “rumore” che la circonda e che ha dentro di sé, delle tante cose che la distraggono da sé stessa, diventa consapevole di una concentrazione che dovrà acquisire e che sarà un suo pensiero costante. Individua il suo desiderio nella vita, lentamente inizia a comprendere le leggi che stanno alla base della crescita delle cose, che l'importante è vivere in mezzo alle cose che crescono. Fa anche altre scoperte, per il momento solo abbozzate, come l'importanza dei tempi e non tanto delle cose che accadono, l'importanza di certi momenti. Scopre che lo scrivere delle proprie esperienze, parlare di sé, implica aprire nuove possibilità; scopre che l'interesse va spostandosi dal che cosa fare della propria vita al come guardarlo. A questo punto l'autrice scoperta che l'atto di vedere è molto più importante di ciò che si vede e che ci sono due cose ancora separate: l'esperienza fatta giorno per giorno e le teorie sulla vita. L'autrice si chiede come sia possibile legare le due, come rendere concrete le teorie attraverso l'esperienza e come far chiarezza sui fatti attraverso le teorie.

Si accorge che, se fino ad adesso, i fatti riportati nel diario non l'avevano portata molto avanti sulla strada desiderata, l'avevano sicuramente messa davanti alla non-conoscenza della propria mente. Da qui la Milner inizia a sperimentare una scrittura automatica, lo “stream of consciousness” usato da scrittori come Joyce e la Woolf; scopre così la possibilità di liberare i propri pensieri sulla carta, senza controllo, di uno spazio della mente a lei sconosciuto che chiamerà mente automatica, capace di influenzare l'altra mente (l'autrice non parla ancora di conscio e inconscio). Grazie a ciò si rende conto della propria incapacità nel prendere decisioni, della loro esile natura, del senso di piattezza della propria vita. Si rende conto che la sua mente è piena di pensieri a lei sconosciuti, che ci sono momenti in cui vive con intensa felicità e altri con estrema chiusura, e che tutto questo avveniva in un modo a lei sconosciuto. Proprio usando questo scrivere automatico la Milner scopre che l'atto stesso dello scrivere è un tuffo in un altro elemento in cui rivive il passato e che le da la possibilità di osservare i più piccoli movimenti della sua mente. Scopre poi la molteplicità dei modi di percepire e che questi possono essere controllati da quello che lei descrive come <>, <>. Scopre di conseguenza che questo vero centro di sé tenuto di solito nella propria testa poteva essere spostato a proprio piacimento in altri luoghi, fuori di sé, o in altre parti del proprio corpo. Ciò comporta la possibilità di alterare il proprio modo di percepire, non direttamente cercando di guardare meglio o ascoltare di più, ma ricorrendo a questo speciale gesto interno. Questo speciale gesto interno consiste nel collocare se stessa fuori di sé, in diversi luoghi e semplicemente ascoltare. La possibilità di ascoltare in maniera diversa porta ai diversi modi di guardare, l'autrice scopre che ora la sua consapevolezza si è ampliata , è in grado di sentire ciò che vede, come anche pensare ciò che vede. Come inizialmente la Milner, mettendo fuori se stessa, fa l'esperienza della musica, tenta lo stesso col guardare: inizia l'esperimento cercando di mettere fuori se stessa, in una sedia, e guardarla cosicché la sedia sembri acquistare una nuova realtà. L'autrice sente le sue proporzioni, così facendo scopre di essere capace di sapere se e cosa le piace. Si rende conto che il suo usuale modo di guardare ha origine “nella sua testa”, come se fosse chiusa in una torre e potesse guardare solo dalla finestra. La novità è proprio l'uscire dalla torre, partecipare attivamente alle cose diventando parte di ciò che si vede, che si sente. Una conseguenza di ciò è il diventare consapevole anche dei movimenti del corpo, capacità che cambierà non solo il modo di percepire ma anche di fare le cose, un affidarsi al corpo e al suo naturale saper fare. Per esprimere questo stato Marion usa la figura dell'anemone di mare con il suo aprirsi verso l'esterno

estendendo i propri sensori.

La scoperta di questo “gesto”interno della mente comporta altre esperienze come quella dolorosa di possesso, per esempio di un paesaggio (in questo la Milner è molto vicina al Keats delle Odi). Forse il disegno potrebbe sopperire a questo desiderio ma l'autrice si ricorda di poter ricorrere a questo gesto, di allargare le braccia della propria consapevolezza verso gli alberi, lasciarsi circondare, di loro nutrirsi, finché non diventano parte del proprio essere. Così il doloroso bisogno di possesso si è trasformato in un esperienza di pace e pienezza. Collegata a quest'esperienza c'è quella di allargare la consapevolezza dal proprio interno fino ai confini del proprio corpo, sentirne la vitalità in tutte le sue parti, sentirsi liscia e rotonda, esperienza che Marion chiamerà the fat feeling. Sono scoperte importanti, Marion avrà modo di provare su se stessa i collegamenti tra mente e corpo e scoprire, sempre sul proprio corpo, le conseguenze di gesti puramente mentali. Successivamente applicherà queste esperienze hai vari campi del vivere, scoprirà il valore del “lasciarsi andare” (I simply let go) come mezzo per cambiare la percezione delle cose e scoprirà il semplice “sedersi ed aspettare” come condizione creatrice. Davanti a ciò Marion si troverà a sperimentare anche una sensazione di panico, una resistenza fatta di paure intense ed elusive. E' la paura di perdersi e di essere sopraffatta.

Con lo scoprire di poter lasciare i propri sensi liberi è normale chiedersi se ci si possa fidare di essi. Nonostante queste nuove scoperte l'autrice sente che deve ancora individuare uno scopo nella propria vita. Persino il suo concetto di ricercare, inteso come fare esperienza delle leggi che presiedono alle cose, non le basta ancora. Lentamente, andando avanti e sopportando i dubbi relativi ai problemi degli scopi l'autrice arriva ad una consapevolezza nuova: che la vita vada intesa come un graduale emergere, un crescere, di uno scopo ancora sconosciuto.

L'autrice scopre che deve imparare a tollerare l'incertezza; deve abbandonare il rincorrere le cose per acquisire invece un'attitudine giocosa che significa libertà dalle proprie paure. Scoprire in ultimo che l'unico scopo della vita potrebbe essere il non averne.

Nelle pagine di questo libro troviamo anche la sofferenza e l'incapacità di fare uso dell'esperienza che continua a registrare nel proprio diario, la difficoltà di ricordare qualcosa di già intuito: il non cercare di afferrare ma di arrendersi e lasciar andare. Lentamente inizia a intuire qual è la direzione da seguire: è il desiderio di intensità, la ricerca della qualità e non della quantità, l'imparare a riconoscere le cose importanti nella vita. La Milner a questo punto capisce che ciò che le interessa sono gli esseri umani e le scoperte a loro relative, sa che una conoscenza puramente intellettuale non le sarà di nessun aiuto. Per ciò lei stessa dev'essere prima di tutto una persona, un essere umano. Ora può riscoprire la necessità della concentrazione in un modo diverso dallo sforzo intellettuale che era all'inizio.

Scopre che le cose esistono nella loro esistenza indipendente, seguono i suoi “esercizi di concentrazione”, simili ad esercizi di meditazione Zen, in cui esprime tutta la sua creatività e poesia. C'è la scoperta di un pezzo di carbone nel focolare, da qualcosa che serviva solamente ad essere bruciato alla scoperta della sua nerezza (blakness), della sua consistenza, della sua esistenza come cosa (thingness) fino ad arrivare al suo passato in foreste gigantesche, le miniere, etc; o ancora l' esperienza fatta con una tazzina su cui concentrò il suo pensiero per quindici minuti, il sentirne la fisicità, la forma e il colore, la sua solidità fino ad arrivare al tavolino che la sorregge. L'autrice scopre così una nuova forma di conoscenza. Ciò ci permette di guardare in modo diverso quello che ci sta intorno, edifici e statue, opere d'arte. Lei stessa da una interpretazione singolare della “Tempesta” di Giorgione, che chiama La zingara e il soldato, dove parla di pilastri spezzati come simbolo della perdita dei seni, della tempesta come rabbia infantile per la perdita, del fulmine come forza della crescita della personalità. Successivamente parla della paura di dimenticare le scoperte fatte e del bisogno di marcare in qualche modo questa nuova “strada” trovata. L' insoddisfazione è però ancora presente, si rende conto che la sua mancanza di concentrazione sembra connessa con il sentimento di paura, un continuo scappar via, sente che la cosa che sta facendo non è quella giusta e che solo quello che non sta facendo la potrebbe salvare. Da cosa scappa? Riprendendo il diario e le esperienze registrate si accorge che l'unica cosa da fare è lasciare i pensieri liberi di crescere, non servono la volontà o l'intensificazione degli sforzi.

La Milner finora aveva scoperto due atteggiamenti verso il proprio pensiero: il lottare per imporre ai propri pensieri la strada scelta (con il conseguente fallimento in quanto i pensieri seguivano per conto proprio), e il lasciarli vagare limitandosi a seguirli. Ora si rende conto che gli atteggiamenti possono essere molti e tutti validi nelle diverse situazioni. L'idea che emerge è che tutti i gesti scoperti consistono in un'attività mentale e che non è il tipo di gesto interno ad essere importante, ma che qualcosa viene fatto. No guidare il proprio pensiero, no lasciarlo andare alla deriva ma semplicemente sedersi in una posizione un po' arretrata e da lì guardare. La funzione della volontà non è quella di forzare ma di vigilare.

Seguono altre scoperte, ad esempio quella relativa ai due modi di guardare e percepire: quello con un focus ristretto che fissa la sua attenzione solo su ciò che ci interessa nell'immediato; e quello con un focus allargato dove si fa attenzione alla globalità delle cose. Tra questi due tipi di attenzione la Milner ne inserisce un terzo che chiama attenzione trasformativa. Si rende conto però di come questo tipo di attenzione possa essere messa in difficoltà da altri fattori quali un aspettativa troppo grande, in quanto satura la mente e impedisce di percepire il nuovo, oppure l'aspettativa di fallimento, che impedisce l'incontro con il nuovo perché produce una contrazione e un restringimento della propria disponibilità verso il mondo.

La Milner si accorge di aver scoperto molte cose riguardanti la propria mente; l'importanza della propria capacità di percepire e di come questa capacità dipenda da lei stessa. L'ostacolo alla totale ricettività sembra quindi essere la paura della difficoltà, che danneggia le capacità dell'autrice. Successivamente mette a nudo gli aspetti infantili della propria personalità; scopre un metodo grazie al quale può mettere in parole i rapidi pensieri che si nascondono dietro la propria mente. Scopre la possibilità di far luce sulla difficoltà di concentrazione e ascolto grazie all'esplorazione di questi pensieri-farfalla. Si accorge che questi pensieri hanno le caratteristiche del pensiero infantile: non distinguono tra realtà e fantasia, tra il fare e il pensare, non conoscono altre menti al di fuori della propria etc. Scopre un livello primitivo della mente, dove il pensiero si fa rapidamente azione, proietta facilmente le parti non conosciute di sé all'esterno, non c'è il rispetto delle leggi logiche, il tempo non esiste. Chiamerà tutto ciò pensiero cieco (blind thinking) responsabile di quel rumore di fondo presente nella propria mente e della difficoltà dell'apprendere dall'esperienza. La Milner sostiene che solo imparando a pensare si possa uscire da questo pensiero cieco; non si nasce con la capacità di pensare ma la si acquisisce solo attraverso la parola, il parlare. L'autrice, per quanto riguarda queste riflessioni sul pensiero, anticipa Bion. E' cosciente della necessità di liberare i propri pensieri e delle paure che questo comporta. Ricordiamo il suo terrore della morte, del vuoto da cui non sa come salvarsi, la scoperta di come la sua mente sia sempre stata occupata, distratta col problema della vita e della morte quindi la necessità di avere degli obiettivi per dimostrarsi di esistere come persona. L'autrice collega alla paura della morte il sogno di un onda gigante che minaccia di sommergerla. Da ciò derivano le difficoltà dell'autrice di usare le scoperte sul “lasciarsi andare” poiché poche volte si sente sicura per farlo.

Scopre così l'esistenza di pensieri opposti (pensiero addomesticato e pensiero selvaggio) e di come i sogni possano esserle utili per interpretare i pensieri stessi. Facendo questo percorso Marion si rende conto che può avere delle indicazioni anche sui propri bisogni, non tutti conosciuti. Seguendo nell'analisi del diario arriviamo al momento in cui l'autrice affronta il desiderio e la sua negazione

di avere un bambino. C'è ora una maggior presa di coscienza di se stessa; fino ad adesso aveva fatto molte scoperte sui sensi, sui collegamenti mente-corpo, si era resa conto che comunque i pensieri continuavano a costituire una barriera tre sé e la possibilità di apprendere dall'esperienza, sperimenta ora una tecnica che le permette di raggiungere un profondo rilassamento del tono muscolare. Proprio apprendendo l'arte del rilassamento impara molte cose sugli effetti della mente sul corpo e viceversa. Scopre così che il “lasciar andare” non è solamente un porsi passivo dell'essere (immersione nell'inconsapevolezza del pensiero cieco) ma consiste nell'essere attivamente ricettivi. Attraverso il rilassamento scopre come usare la volontà per fermare la mente su un fine, su una meta lasciando libero il corpo di trovare la propria strada. E' il dimenticarsi di sé che tanto cercava all'inizio, ora lo applica deliberatamente a varie attività come per esempio al disegnare, dove la mano è libera di vagare e tracciare il disegno o al canto, dove dimenticandosi della propria gola riesce ad “ascoltare” la propria voce.

L'affidarsi ai propri sensi fa si che l'esperienza acquisti spessore, che l'autrice inizi a vivere con il cuore e non con la testa. Comincia a nascere in lei la consapevolezza che deriva dall'osservazione dei propri pensieri, dall'attesa e dall'ascolto, dall'immergersi profondamente in sé stessi, nel proprio cuore, “essere”.

Così Marion riesce ad azzittire il continuo rumore della propria mente e sperimentare cosa vuol dire essere viva. Riesce ad accettare persino il terrore dell'annichilimento, per arrivare a quella forma di conoscenza che ha la sua sede nel cuore e non nella testa.

La Milner chiamerà questo mantenersi ferma, in attesa ,questo guardare e ascoltare, “attività di risposta” , in essa c'è il senso di una conoscenza vera che nasce dall'interno di sé e che può trovare espressione in diversi linguaggi per esempio religioso(Bibbia), filosofico (zen,...), psicoanalitico( posizione depressiva della Klein; trasformazione delle esperienze in elementi di Bion,...).

(da www,marcoavena.it , thanks for )

La Mistica,il corpo, la creatività , l’orgasmo, la fusione,la solitudine,il vuoto nel pensiero di MARION MILNER

La vera crescita psichica consiste nel potersi pemettere di andare periodicamente attraverso la valle dell’umiliazione, perdere deliberatamente il senso della propria identità per poter essere posseduti e fecondati dall’esperienza

 (Marion Milner)

"Non sono affatto una mistica, amo troppo il mondo creato per rifiutarlo per più di pochi istanti.
Voglio solo capire il mistero che è vivere o anche solo pensare.
Probabilmente non sono neanche religiosa, qualunque cosa questo significhi.
Ma per percepire bene il mondo creato ci si deve mettere in contatto con il mare interno privato". (MM,1987)

“Niente memoria e desiderio o conoscenza : una parte del compito di reintegrazione della Madre (O di Bion) deve consistere nell’acquisizione da parte della coscienza della capacità di porsi in rapporto con essa diffondendo visi, con ogni parte del corpo (madre Natura) mediante un attivo concentrarsi sulla respirazione “
“ Per me il dubbio significava l’accettazione del vuoto , un presentimento di quello che avrebbe potuto riempirlo ma al contempo la capacità di accettare il nulla, il non sapere, ed essere persino capace di mettersi in rapporto con esso ” (MM.1987)

Il vuoto è uno spazio in cui c’è il terrore del pozzo,angosce persecutorie –depressive- di disintegrazione,
dovute all’impotenza che si prova quando si abbandona la razionalità
Ma ciò in cui bisogna aver  fede è il Nulla, l’assenza, un vuoto.
 In realtà non è il nulla, c’è sempre il mare del respiro , la sensazione del nostro peso e il silenzio, a meno che lo stomaco non brontoli (MM ,1987)

Milner e la fusione  , il sentimento oceanico .

“Sebbene il mio training analitico e le mie esperienze di vita mi avessero  insegnato ad affrontare separatezza , vulnerabilità e dolore della perdita era chiaro che bisognava essere capaci di sperimentare l’esatto opposto : le gioie della fusione, il cui prototipo è l’orgasmo ma che trova una molteplicità di forme in altri tipi di attività come le altezze del godimento artistico e musicale .
La capacita di dissoluzione  è quel processo dell’io che ho postulato come base della capacita creativa : l’io cerca la dissoluzione momentanea o nell’esperienza orgiastica oppure nel suo equivalente artistico.”
Dissoluzione dei propri confini ma anche dissoluzione nell’altro , immersione nell’altro, artista che si immerge nel materiale con cui lavora. (MM, 1969)

Orgasmo e creatività richiedono sospensione della consapevolezza, un abbandono del pensiero razionale, fare il vuoto, lasciarsi andare che richiede un annebbiamento dei confini esterni ed uno scendere all’interno di essi , alle radici del proprio sé corporeo .

“Probabilmente bisogna creare nel proprio corpo l’equivalente psichico dell’utero , equivalente dello stadio del miracolo della crescita per permettere i passi successivi della crescita psichica “ (M.M.1987)

Ciò è possibile se si introietta una buona madre: “ Tenere delicatamente le proprie ossa , lo spirito della propria madre, madre natura,tenuto delicatamente dentro perdonandole per le sue reali mancanze umane ma anche con gratitudine per ciò che ha dato: il corpo che lei accudiva cosi teneramente viene ora accudito gentilmente in ricompensa per le sue cure “( M.M.1987)

“Keiser sostiene la tesi che la mancata accettazione del vuoto , della vagina , della bocca, degli orifizi è il prototipo di blocchi del pensiero astratto. Egli sostiene anche che il rifiuto intralcia l’introiezione, l’identificazione e lo sviluppo dell’io”.( M.M,1969)

(MM ,le mani del dio vivente, 1969)
(MM 1987 - L’Alba dell’eternità)

Trasmutazione” le poesie esoteriche di Diego Guadagnino


Con la raccolta Trasmutazione (Libroworld Editore, Ragusa, 2007), opera prima che riunisce testi scritti in anni e anni di attività letteraria svolta privatamente, Diego Guadagnino segna un grande ritorno alla poesia autentica, che scaturisce dalle profondità ancestrali del cuore e della mente, e si alimenta di temi alti e nobili, addirittura ardui. Guadagnino sfrutta le risorse di una cultura vertiginosa, solido terreno in cui mette radici la sua poesia.
Sul piano espressivo, Diego Guadagnino punta sull’innegabile originalità stilistica e metrica, segnalata dall’introduzione della rima, presente in tanti componimenti.
Trasmutazione è in primo luogo una stupefacente avventura del pensiero, senza che la poeticità ne abbia a soffrire, anzi! Come nel caso di Eliot o di Montale, la poesia di Diego Guadagnino trae forza da una robusta riflessione, occupata dal problema fondamentale del senso della vita, come risposta alle domande “chi siamo, da dove veniamo e dove andiamo?”.
La risposta offerta da Trasmutazione risiede nella tradizione esoterica e spirituale nell’accezione più ampia del termine. Il concetto di trasmutazione diverge sostanzialmente dalla metànoia paolina, che è il rinnovamento del credente che abbraccia la religione e ne osserva supinamente riti e regole. La trasmutazione secondo Diego Guadagnino è un’espressione tecnica di quell’antica dottrina iniziatica in odor di eresia che è l’Alchimia. Nella trasmutazione culmina il processo alchemico, scandito da varie fasi, dall’Opera al Nero all’Opera al Rosso, in cui si ottiene l’oro dalla materia bruta.
La metamorfosi di Kafka, autore citato nella bella poesia Franz e molto apprezzato da Guadagnino, si mostrava come momento negativo-dissolutore precedente all’annullamento dell’identità del singolo, una sorta di agonia dell’anima che il corpo si limita a registrare assumendo una forma differente. Invece la trasmutazione indica proprio il contrario, cioè l’affermazione della vera vita, la vita dello spirito, a seguito del superamento della coscienza infelice, intesa quale perdita dell’armonia originaria tra l’umano e il divino. In altri termini, la trasmutazione segna l’avvenuto passaggio dall’ignoranza alla conoscenza, dal sogno visionario del divenire alla realtà concreta dell’essere, e la relativa consapevolezza del Sé autentico, il Sé spirituale.
Intercettando precise influenze alchemiche, Guadagnino identifica la sua personale versione della Trasmutazione con la liberazione dalle maglie delle catene dell’esistenza inautentica. In questo senso, è particolarmente rivelativa la lirica Il Disinganno, che si intitola esattamente come il meraviglioso gruppo marmoreo presente all’interno della Cappella Sansevero, il noto tempio ermetico partenopeo. Ciò che ha colpito Diego Guadagnino è la figura umana che tenta di liberarsi da una fitta rete, chiaro simbolo indicante il progressivo emanciparsi dello spirito dal giogo della materia. Questa concezione sapienziale è la traccia da seguire per comprendere a fondo il significato di tutto il libro. E che spiega l’interesse di Diego Guadagnino per diverse dottrine del risveglio o dell’illuminazione, dal Buddismo nelle sue disparate correnti al Taoismo cinese, dal Sufismo al Cristianesimo Esoterico, dalla Quarta Via di Gurdjieff all’Evoluzionismo spiritualistico di Aurobindo. Da non sottovalutare neanche l’apporto dell’Induismo, l’antica religione indiana, come testimonia il sonetto proemiale di Trasmutazione, Kali-yuga.
Lo schema di fondo dell’esperienza poetica racchiusa in Trasmutazione si radica sul bipolarismo prigione e liberazione, ravvisabile in alcune delle poesie più significative, come Scalo ferroviario, Da lì, Adamo, Amica della sera, Il luogo karmico, Autunno. Tutto il dettato della raccolta sembra avviarci sul cammino della liberazione, intesa nell’accezione della moksha buddista quale emancipazione ascetica dai vincoli della realtà sensibile.
L’intera opera svolge un discorso organico e coerente, che verte sul concetto di illuminazione, non lontanissimo, peraltro, dal compimento dell’Ars Regia alchemica nel nome e nel segno di quella trasmutazione reale e metaforica che renderebbe possibile il processo di trasformazione del metallo vile in nobile oro. Ma, come notavano gli antichi cercatori della pietra filosofale, per trovare l’oro bisogna averne di già, concetto che indica la presenza nell’alchimista di qualità ascetico-sapienziali tali da consentirgli il superamento della morte dell’io empirico e la seconda nascita.
Ciò è simboleggiato nell’ambito dell’alchimia medioevale dall’idea dell’imitatio Christi: come Cristo ha vinto la morte, risorgendo dalle tenebre dell’esistenza fisica, terrena, così l’alchimista autentico deve comportarsi in vista dell’autorealizzazione della personalità in chiave eminentemente spirituale, tramite l’iniziazione. In questo senso si comprende il fascino che il tema apparentemente nichilistico della morte esercita su Diego Guadagnino: non si tratta quasi mai della morte del materialista, che sancisce l’epilogo dell’avventura umana, ma della morte del mistico o dell’illuminato, che è la porta di accesso alla verità trascendente.
La morte alchimistica, come Opera al Nero, o mistica, nel senso della notte oscura dell’anima cantata poeticamente da San Giovanni della Croce, è esito di un percorso iniziatico da sperimentare in vita, ma va intesa anche come anticipazione della fine della vita nel mondo e come principio dell’altro mondo, che è il mondo della vera vita.
La Trasmutazione si accompagna all’accettazione della realtà, per quanto tale accettazione sia vincolata alle leggi divine e alla consapevolezza del carattere doloroso e illusorio dell’esistenza, che il poeta invita tuttavia ad assumere stoicamente su di sé, quale fardello inevitabile ed ineliminabile dell’uomo, di ogni uomo (“non volgere le spalle a questa pena”, afferma un verso della raccolta poetica, che risulta veramente rivelativo della visione del mondo di Diego Guadagnino).
Domenico Turco