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La mente può trovarsi in stati diversi , il sonno ,il sogno, la trance,l'ipnosi,l'attenzione fluttuante,
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l'esplorazione dello spazio e degli abissi marini,l'agonismo sportivo.

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L’ILLUSIONE NARCISISTICA DELLA LIBERTÀ SESSUALE DIGITALE DELLE SEXINFLUENCER . Psicoanalisi del Sé nell’era della offerta 'erotica virtuale sui social media. Di Guglielmo Campione: Stati della Mente Edizioni 2025




1.
DESCRIZIONE DEL FENOMENO

In questo saggio parleremo di un fenomeno socioculturale complesso, che mescola nuove forme di auto-rappresentazione femminile, alla sessualizzazione delle relazioni virtuali e alle dinamiche dell'attenzione dei clienti digitali dei social media.

Le principali componenti di questo fenomeno sono:

1. Fenomeni di “Sexual Empowerment” : processi di nuova organizzazione personale e sociale che permette a individui e gruppi femminili di ritenere di acquisire più potere, controllo e autonomia sulla propria vita rivendicando il diritto di esprimere liberamente la propria sessualità e il proprio corpo, anche in contesti pubblici come i social.
Spesso i soggetti in esame , influencer, contents creators o come altrimenti  si facciano chiamare, si presentano come “sex educators” o “intimacy coaches”, ma lo fanno con linguaggio e immagini molto sensuali, ribaltando i ruoli tradizionali in cui la donna doveva essere discreta o “pudica”.
Questa autorappresentazione ipersessualizzata viene venduta dalle influencer di questo tipo  come una forma di autoaffermazione femminile  anche se non sempre è percepita così universalmente ed in seguito discuteremo dell'illusione che soggiace a questa rivendicazione.

2. Strategia di “attention economy
I social premiano i contenuti che catturano attenzione visiva.
Un corpo attraente, un’uniforme come quella da infermiera (che richiama fantasie erotiche), e un linguaggio spinto generano più visualizzazioni, più follower e quindi più guadagno (tramite sponsorship, abbonamenti, o link a contenuti “premium”).
È parte della cosiddetta “economia dell’influenza erotizzata”: il corpo come strumento di branding personale.

3. Aspetto culturale e “Asian Fetishization”.
Nel caso di ragazze asiatiche, c’è un ulteriore livello:
In America esiste una lunga storia di fetishizzazione dell’immagine femminile asiatica (la “cute nurse”, la “docile ma sexy”, ecc.).
Alcune creator giocano consapevolmente con questo stereotipo, lo esagerano e lo trasformano in una forma di potere (“uso il cliché per guadagnarci io”).
Altre invece lo subiscono o interiorizzano, credendo che solo così potranno avere visibilità.

4. Pseudo-sessuologia.
Molte di queste ragazze danno “consigli sessuali” che mescolano elementi di psicologia pop, auto-aiuto e intrattenimento erotico.
Non sono vere sessuologhe, ma “sexfluencer”: figure che parlano di sesso in modo più spettacolare che clinico.

5. Ambiguità sociale
Questo fenomeno divide molto:
alcune donne lo vedono come liberazione e autonomia del corpo femminile, altrr come mercificazione e banalizzazione della sessualità, altre ancora come un sintomo della società dell’immagine, dove tutto — anche l’intimità — diventa contenuto.

6. Il.cuore di questo tipo di fenomeno é eminentemente economico: gli abbonamenti servono principalmente a monetizzare la visibilità e a creare un rapporto diretto e “privilegiato” con una Monetizzazione diretta.
Su piattaforme come Instagram, TikTok o X (ex Twitter) non si guadagna molto solo con i post normali, quindi molte creator aprono canali secondari a pagamento:
piattaforme tipo Patreon, Fansly, OnlyFans, Ko-fi, o anche abbonamenti privati su Instagram;
l’utente paga una cifra mensile (da pochi dollari a decine).
Lo scopo è offrire contenuti “esclusivi” a chi paga: foto, video, chat o livestream non accessibili al pubblico.

Contenuti “più intimi” (non sempre espliciti, ma più personali o provocanti)
In molti casi gli abbonati ricevono foto o video più sensuali o “dietro le quinte”;
talvolta ci sono anche chat personalizzate o messaggi vocali; oppure “lezioni” o “consigli” sessuologici più diretti, che però spesso non sono realmente scientifici ma un pretesto per mantenere un tono erotico.

In pratica, si paga per sentirsi in una relazione più esclusiva o personale con la creator.


Il punto cruciale sociologico é la simulazione di intimità.

Gli abbonamenti creano l’illusione di un legame personale (“lei parla proprio con me”, “mi ringrazia per il supporto”, ecc.)
È una forma di “intimità commerciale”: paghi per un’interazione che sembra affettiva o romantica, ma è solo parte di una strategia economica.
Questo meccanismo è stato studiato come forma di “emotional labor” (lavoro emotivo): la persona vende una versione della propria vicinanza.

Ci sonl diversi livelli di offerta:
spesso le creator hanno più livelli di abbonamento Basic con contenuti extra, ma pubblici (foto, consigli); Premium con  messaggi diretti o video personalizzati;
VIP con contenuti esplicitamente erotici o interazioni su misura.

Non tutte costruiscono contenuti sessuali veri  molte rimangono nel territorio del “soft erotic”, altre invece si spingono molto oltre.

Perché funziona ?

Perché unisce curiosità sessuale,
desiderio di connessione e attenzione,
e il fascino dell’“intimità digitale personalizzata”.
Il risultato è una nuova forma di mercato affettivo-digitale, dove il corpo e la personalità diventano una sorta di brand relazionale.

Il fatto che questo modello sia così frequente tra ragazze asiatiche-americane (cioè donne di origine est- o sud-est asiatica che vivono negli Stati Uniti) non è casuale: nasce da un intreccio di fattori storici, razziali, sociali e psicologici.

La “fetishizzazione” storica della donna asiatica: negli Stati Uniti (e in generale in Occidente), l’immagine della donna asiatica è stata per decenni filtrata da stereotipi erotici e coloniali:
la “geisha” dolce, remissiva e misteriosa;
la “sexy nurse” o “schoolgirl” sottomessa ma provocante; oppure la “tigre esotica” aggressiva e seduttiva.
Questi cliché vengono continuamente riprodotti nei film, nella pornografia e nei media.
Molte giovani asiatiche-americane sono cresciute consapevoli di essere viste attraverso questa lente sessualizzata, e alcune la riutilizzano strategicamente: “Se mi vedete così, ne faccio un marchio e ci guadagno io, non voi”.
È un modo per riprendere il controllo dello sguardo altrui (un concetto noto come reappropriation of the gaze).

2. Conflitto identitario tra culture
Le ragazze asiatiche-americane vivono spesso un duale codice culturale:
da un lato, una educazione familiare conservatrice (modestia, disciplina, pudore); dall’altro, la cultura americana iperindividualista e ipersessualizzata, dove il corpo è libertà e visibilità.
Questo crea una tensione interna: per alcune, mostrarsi in modo apertamente sessuale diventa un gesto di ribellione e autodeterminazione — una liberazione dall’immagine della “brava figlia
 obbediente”.

3. Mercato e visibilità
Sui social americani, la combinazione “asian + sexy + confident” genera altissimi livelli di attenzione perché gioca sugli stereotipi occidentali (attrazione esotica, curiosità culturale) ma anche perché i pubblici asiatici e americani insieme creano un doppio bacino di follower.
Molte creator asiatiche-americane hanno imparato a usare l’algoritmo a loro favore, trasformando uno stereotipo in un brand redditizio.
È una forma di capitalizzazione dell’identità razziale e di genere.

4. “Soft power” e ironia.
C’è spesso una componente autoironica o giocosa:l’uso dell’uniforme da infermiera, da studentessa, da maid — tutte immagini ipersessualizzate in Occidente — viene talvolta messo in scena in modo consapevole e teatrale, quasi meta-erotico.
In altre parole: “So che questo vi attira. Lo so e vi mostro che lo so”.
È un linguaggio che unisce consapevolezza, ironia e desiderio di potere.

5. Riconoscimento e autostima sociale
Un altro aspetto meno visibile é che 
le ragazze asiatiche negli USA sono spesso sottorappresentate nei media tradizionali o percepite come “invisibili”.
Nei social, invece, possono ottenere:  visibilità immediata, riconoscimento, autonomia economica.
Mostrarsi diventa un modo per esistere pubblicamente, per “essere viste” in una società dove prima erano trasparenti.

6. Un terreno ambiguo.
Non tutte peró vivono questa scelta come libertà:
alcune finiscono per ricadere negli stessi stereotipi da cui volevano liberarsi.
È un equilibrio costante tra autoaffermazione (io scelgo come mostrarmi).e auto-oggettivazione (mi mostro come gli altri vogliono vedermi).
Molte di loro lo sanno benissimo e giocano su questa ambiguità, come se stessero dicendo:
“Sì, sto interpretando il ruolo della sexy asian nurse… ma sono io a scrivere la sceneggiatura.”

É importante distinguere tra contenuto erotizzato e attività sessuale o di escorting reale.
 La grande maggioranza non fa escorting reale.
La maggior parte di queste ragazze non svolge attività di escort (cioè non incontra fisicamente clienti o offre prestazioni sessuali).
Ciò che fanno è mostrarsi online, spesso in modo sensuale o erotico, ma senza contatto diretto né rapporti reali.
Sono content creator che lavorano nel campo dell’erotismo digitale, non del sesso a pagamento fisico.
Vendono immagini, video, conversazioni o attenzioni personalizzate, non incontri
É un modello di business basato sull’illusione della vicinanza.
Il loro guadagno nasce dalla simulazione di intimità: si mostrano, parlano con toni affettuosi o seducenti, magari rispondono a messaggi o fanno dirette “private”, ma l’interazione resta digitale.
È un marketing del desiderio, non un servizio sessuale concreto.

3. Eccezioni e zone grigie.

Detto questo, esistono eccezioni.
Alcune creator, specialmente su piattaforme come OnlyFans o Fansly, possono spingersi oltre e vendere contenuti esplicitamente pornografici (ma sempre registrati e consensuali) o in rari casi, offrire incontri privati, che però ricadono nel mondo dell’escorting vero e proprio.
Tuttavia, questo è minoranza e avviene di solito fuori dalle piattaforme principali, perché quelle attività violano i loro termini d’uso.

4. Perché molti pensano che siano escort.

Ci sono motivi sociologici e visivi si vestono e si esprimono in modo molto erotico, usano linguaggio o immagini simili a quello del sex work.e talvolta parlano di “intimità” o “relazioni speciali” con i follower.
Questo può creare confusione: sembra che offrano incontri reali, ma in realtà vendono una rappresentazione del desiderio — non il desiderio in sé.

5. “Sex work digitale” prostituzione.

Molte di loro si definiscono sex worker digitali o erotic performer, ma non “escort”.
Sono consapevoli che il corpo è un linguaggio e un brand, e lo usano come mezzo di comunicazione e di sostentamento economico.
È una forma di lavoro basata sull’immagine e sulla connessione, non sul contatto fisico.

Nella stragrande maggioranza dei casi, si mostrano e interagiscono — non incontrano.
Vendono attenzione, immaginario, intimità simbolica, non sesso reale.

La distinzione chiara e completa tra i tre modelli principali — utile per capire dove si collocano le influencer: 

1. Erotismo digitale (“soft erotic”)
Si mostrano in modo seducente o provocante (bikini, lingerie, pose sensuali).
Parlano di sessualità, intimità, autostima o relazioni, ma senza atti sessuali espliciti.
Possono vendere contenuti “esclusivi” o chattare in modo affettuoso su
Instagram, TikTok, X, Patreon, o abbonamenti Instagram.
Il guadagno consiste in sponsorizzazioni,
abbonamenti ai contenuti, donazioni dei follower.

Si tratta di intrattenimento erotizzato ma resta nel campo dell’immagine e della suggestione.
È qui che si colloca la maggior parte delle influencer asiatiche-americane


2. Le Sex workers digitali (esplicito, ma online)

Producono e vendono contenuti pornografici o autoerotici (foto, video, live streaming) spesso gestiscono abbonamenti personalizzati (OnlyFans, Fansly, ecc.), possono rispondere a richieste private o messaggi diretti a pagamento su Piattaforme a contenuto adulto controllato (OnlyFans, ManyVids, Fansly) guadagndo su Abbonamenti mensili, “tip” (mance), contenuti su richiesta.

È sex work vero e proprio, ma digitale, cioè senza incontri fisici.
Tutto avviene tramite schermo, in modo consensuale e regolato dalle piattaforme

3. Escorting reale (offline)
Offrono incontri fisici dietro compenso.
Possono presentarsi come “accompagnatrici”, “girlfriend experience”, ecc. non sui social mainstream  ma tramite siti specifici, agenzie o contatti privati.
Guadagno con il pagamento diretto per incontro o per tempo trascorso.
È prostituzione a pagamento, anche se può essere presentata in modo “lussuoso” o discreto.
Richiede logistica reale, quindi è completamente diversa dal modello social.

Le influencer stanno quasi sempre nel primo livello, cioè nell’erotismo digitale.
Si mostrano, giocano con la sensualità, creano una community e monetizzano attenzione  senza offrire sesso reale né escorting.
É proprio lì, in quel confine tra desiderio e realtà, che si gioca tutto il successo di questo tipo di comunicazione.
molte influencer scelgono di restare esattamente su quella soglia (mai oltre), e perché quel confine è così potente per chi le segue

IL POTERE DEL QUASI 

La chiave è il “quasi”: quasi nuda, quasi disponibile, quasi intima.
Quel non detto, quella sospensione tiene viva l’attenzione.
Se mostrassero tutto o andassero oltre, il desiderio si esaurirebbe (diventerebbe pornografia esplicita, con meno mistero e meno valore emotivo).
Restando a metà, mantengono la tensione erotica costante, trasformandola in una relazione di attesa continua.
È lo stesso principio del flirt prolungato o del gioco di sguardi: si resta nel “forse”, e quel forse è la calamita.

Controllo e sicurezza

Molte scelgono di fermarsi lì anche per motivi pratici e personali:non vogliono esporsi a rischi fisici o giudizi estremi.
Restando nel soft erotic, possono dire: “Sono libera, ma non sto vendendo sesso.”
È un modo per avere potere sull’immagine senza perdere rispetto sociale (specialmente nelle culture più tradizionali o nelle famiglie asiatiche).
Quindi: libertà sì, ma controllata, gestita, curata.

Relazione emotiva, non sessuale

Il follower non compra solo un corpo  compra una sensazione di connessione:
attenzione, dolcezza, un sorriso “rivolto solo a lui”.
È un legame parasociale:
Una relazione unilaterale, in cui una persona sente di conoscere e di essere conosciuta da chi in realtà non la conosce davvero.
Questo meccanismo crea dipendenza emotiva: l’illusione dell’intimità è più forte del sesso stesso, perché tocca il bisogno umano di essere visti e desiderati.

Il Marketing del desiderio risulta più efficace del sesso esplicito.

Da un punto di vista economico, mantenere la distanza è strategico: il follower continua a sperare in un accesso “più intimo”. Quindi rinnova abbonamenti, interagisce, commenta, regala, sostiene.
Mostrare tutto una volta sola darebbe un picco  ma poi il gioco finirebbe.
Mantenere il limite produce coinvolgimento a lungo termine: è una forma di erotismo seriale più redditizia della pornografia.

Identità e controllo dell’immagine

Molte influencer, soprattutto asiatiche-americane, vedono in questo equilibrio una forma di auto-definizione femminile:
“Mi mostro come voglio io, non come la società pretende.”
Restare sulla soglia consente loro di giocare col desiderio senza appartenergli,
usare il proprio corpo come linguaggio, non come merce sessuale.
È una forma di potere soft, un modo di dire: “Controllo io la narrativa, e il limite lo decido io.”

PERCHE FUNZIONA SUI FOLLOWER

.Dal punto di vista psicologico l’“accesso limitato” aumenta il desiderio.
La gentilezza e l’illusione di familiarità fanno sentire “speciale”.
L’assenza di contatto reale elimina la minaccia del rifiuto o del giudizio.
Risultato: un rapporto emotivo sicuro ma eccitante, un fantasma dell’intimità che vive solo nello schermo ma che per molti è più intenso della realtà.
Il confine è tutto: è lì che il desiderio resta vivo, la sicurezza resta intatta, e il potere resta nelle mani di chi si mostra.
Le influencer non vendono sesso  vendono l’attesa, l’attenzione, e la sensazione di essere “scelti”.

Come viene costruito il linguaggio del “quasi” – cioè il modo in cui certe influencer usano tono, immagini e interazioni per creare un’atmosfera di vicinanza sensuale senza oltrepassare limiti reali o sessualmente espliciti ?

Con tecniche comunicative e psicologiche comuni, non con contenuti espliciti. 

La costruzione dell’immagine (visuale) passa attraverso uniformi e simboli ambigui: abiti da infermiera, camici, occhiali, luci soffuse. Non servono a mostrare nudità, ma a evocare ruoli e fantasie in chi guarda.
La Composizione é controllata: le foto hanno inquadrature “suggerite” (mai totalmente rivelatrici), che lasciano immaginare più di quanto mostrano.
Lo sguardo in camera, diretto e dolce, è uno strumento di contatto personale; comunica “ti vedo”, creando intimità simbolica.

2. l Linguaggio verbale si esprime con un 
Tono amichevole e confidenziale: scrivono come se parlassero a una persona sola (“tesoro”, “amore”, “mi sei mancato”), anche se il messaggio è per tutti.
Fanno di solito domande aperte: “Come stai oggi?” o “Ti piace?.Esse servono a generare risposta e coinvolgimento, non a ricevere informazioni reali.
Fanno uso del doppio senso: il linguaggio é ironico, allusivo o giocoso e resta interpretabile in più modi.
In pratica, il linguaggio mantiene un equilibrio tra cura emotiva e attrazione, non tra offerta e richiesta.

3. Strategie di interazione
Le Risposte sono selettive: rispondono solo a pochi follower, per far sentire “speciale” chi riceve attenzione.
Usano Messaggi privati automatizzati: standardizzati, ma scritti in tono personale.
Ringraziano e inviano piccoli gesti di riconoscenza: cuori, emoji, nomi propri – tutto serve a simulare reciprocità.

4. Gestione della distanza
Mostrano vicinanza (selfie casalinghi, confidenze, emozioni quotidiane)
ma ribadiscono distanza (“sono molto impegnata”, “oggi non rispondo a tutti”).
Questo alternare presenza e assenza tiene vivo l’interesse, come nel corteggiamento: troppo accesso stanca, troppa assenza fa dimenticare.

5. Narrativa personale
Raccontano momenti di vulnerabilità, routine, sogni: costruiscono un personaggio autentico.
Così l’erotismo si intreccia con la vita quotidiana e appare “vero”, non artificiale.
La coerenza narrativa (stile visivo, tono, valori) è ciò che fidelizza i follower.

L’intero “gioco del quasi” non si basa sul mostrare, ma sul far immaginare.
Il potere nasce dal controllo dell’ambiguità: calore emotivo + distanza fisica + linguaggio allusivo.

Nonostante la mia lunga esperienza professiomale resto ancora allibito dal fatto che queste ragazze ci mettano la faccia con tanta superficialitá e mi chiedo see come potranno mai recuperare un immagine normale quando si stancheranno.

Il punto più delicato di tutto questo fenomeno è il prezzo dell’esposizione personale, soprattutto in un’epoca in cui niente sparisce davvero da Internet.

Quando infatti una persona mette online la propria immagine in chiave erotizzata, firma — spesso senza rendersene conto — un contratto implicito di permanenza:
le foto, i video, i contenuti possono essere copiati, salvati, redistribuiti.
Anche se un giorno decide di smettere, l’immagine pubblica rimane in rete, e può riemergere anni dopo.
È uno dei motivi per cui molte creator gestiscono il proprio contenuto con estrema cura del controllo del copyright e del brand: sanno che ciò che mostrano è “per sempre”.

2. La distinzione tra persona e personaggio.

Molte di loro costruiscono un personaggio digitale distinto dalla persona reale usando un nickname, un’estetica coerente, un tono specifico;
fuori dai social conducono vite normali, con lavoro o studi.
Questo le aiuta a preservare una parte privata e, un domani, a “lasciare” quel ruolo.
Il problema nasce per chi non ha separato i due livelli — lì il recupero dell’immagine “normale” diventa più difficile.

3. Reinvenzione e “rebranding”.

In realtà, alcuni riescono a trasformare la propria immagine nel tempo: alcune passano a fare divulgazione seria su temi di sessualità o salute, altre diventano imprenditrici digitali, fotografe, coach, autrici, altre ancora si ritirano gradualmente, mantenendo solo i fan più fedeli in spazi privati.
In tutti questi casi, la chiave è rinarrare se stesse: cambiare il contesto in cui il pubblico interpreta ciò che è stato.
Internet dimentica male, ma reinterpretare può essere più forte che cancellare.

4. Lo stigma sociale.

Nella vita offline, molte subiscono giudizi duri — soprattutto donne e soprattutto in ambienti conservatori.
La società è ancora molto più severa con le donne che mostrano il corpo rispetto agli uomini che ne traggono piacere.
Molte lo sanno e accettano il rischio come parte della propria libertà:
“So che mi giudicheranno, ma preferisco essere libera ora che vivere nascosta.”

Quando “si stancano”, molte semplicemente spariscono gradualmente:
smontano gli account, cambiano nome, lasciano che l’algoritmo le dimentichi.
Con il tempo, e soprattutto con l’arrivo di nuovi contenuti virali, l’attenzione collettiva si sposta — e questo, paradossalmente, le protegge.

Le  nuove generazioni sanno che ogni click è un atto pubblico.
Molte scelgono di farlo comunque, preferendo vivere pienamente la fase della propria libertà, anche se sanno che in futuro dovranno gestire le conseguenze.

Quasi nessuna potrà “cancellare” ciò che ha fatto, ma molte potranno restituirgli significato — diventando altro, raccontando altro, o semplicemente lasciando che il tempo faccia il suo lavoro.

Ma che liberta é questa , vendere illusioni e dipendenza?
Questa é la domanda profonda.
: che tipo di libertà è quella che si esercita dentro un sistema che trasforma il corpo, l’intimità e l’attenzione in merce?

C’è infatti una distinzione importante:
Libertà individuale: la possibilità di scegliere, di mostrarsi, di guadagnare con la propria immagine.
Libertà strutturale: la possibilità di scegliere davvero, non condizionata da pressione sociale, economica o culturale.
Molte ragazze sentono di essere libere, ma la loro scelta avviene dentro un sistema che premia solo chi si mostra, misura il valore in “like”e mercifica ogni forma di attenzione.
Sará come dicono libertà — ma in un recinto ben preciso: il recinto del capitalismo dell’immagine.

Spesso questa libertà è una forma sofisticata di adattamento.
La società dice:
“Vuoi essere visibile, riconosciuta, amata? Devi mostrarti.”
E allora la persona si espone non per esibizionismo, ma per sopravvivere alla propria invisibilità.
È una libertà “di superficie”, dove si sceglie solo come mostrarsi, non se farlo

Questo sistema vive di desiderio e dipendenza — non solo sessuale, ma emotiva, sociale, narcisistica.
Chi crea contenuti e chi li consuma sono due facce dello stesso bisogno:essere visti,
essere desiderati, riempire un vuoto di relazione reale.
L’influencer vende attenzione, ma anche lei ne è dipendente.
Non è un carnefice: spesso è intrappolata nello stesso meccanismo che alimenta.

È un paradosso del mondo digitale:
più sembri libero di mostrarti, più sei vincolato allo sguardo degli altri.
La libertà vera, quella interiore, non ha bisogno di conferme continue.
Ma il sistema dei social vive di conferme, e quindi trasforma la libertà in performance.

Nonostante in alcune persone ci sia anche il coraggio di affrontare il giudizio,
la capacità di parlare apertamente di desiderio e corpo e la volontà di rompere tabù si tratta sempre di.una forma di libertà fragile, perché facilmente risucchiata dal mercato.

Non è una libertà “piena”, ma una libertà contrattata: concessa dal sistema finché produce profitto o attenzione.
È libertà nella forma, ma spesso dipendenza nella sostanza.

O, come direbbe Bauman:
“La libertà di scegliere tra mille possibilità non è vera libertà, se tutte portano alla stessa solitudine.”

Come fanno ad avere poi , queste influencers relazioni vere con dei veri partners ?
Non esiste una risposta universale: dipende molto da persona a persona.

Chi esce con qualcuno che ha un pubblico ampissimo potrebbe sentirsi messo in secondo piano rispetto all’audience. C’è uno sbilanciamento: il partner può soffrire per la presenza costante dei follower, del bisogno di apparire, o per un’immagine “pubblica” che viene prima della relazione privata.

Quando una persona è abituata ad offrire “intimità virtuale” a molti, può essere difficile definire cosa sia intimità reale. Cosa è “personale” e cosa è “contenuto”? Qual è la linea tra partner e follower?

Il partner può chiedersi: quanto di quello che vedo è “reale” e quanto é“sceneggiato” per i contenuti? Anche nelle relazioni normali, ma nel contesto social questo dubbio può essere 

Chi ha una presenza costruita attorno a un’immagine sexy o provocante può subire giudizi da ambienti familiari, amici o colleghi “offline”. Questo può creare tensione tra vita social e vita privata.

Essere influencer richiede spesso tempi di risposta ai follower, creare contenuti, mantenere presenza online. Questo può ridurre il tempo “libero” da dedicare al partner nella vita reale, o rendere difficile separare lavoro da vita privata.

Anche se è difficile, ci sono modi in cui alcune creator DICONO di  riuscire a costruire relazioni “vere” (o quantomeno più autentiche) attaverso alcune 
strategie.
Non tutto deve essere condiviso. Mantenere zone “private” dai social, dove partner, sentimenti, problemi reali non diventano contenuto.Comunicazione aperta col partner. Dialogo sulle esigenze reciproche, sui limiti (tipo: “non voglio che tu risponda a certi tipi di commenti”, oppure “prima di postare foto insieme voglio parlarne con te”). Stabilire orari/spazi offlineImporre momenti in cui non si lavora con i social, fare attività insieme “fuori dallo schermo” per nutrire la relazione reale.Essere trasparenti nei limitiSe il partner chiede chiarimenti su cosa è pubblico, cosa è per contenuto, poterlo spiegare senza nascondersi. Avere progetti o interessi comuni al di là del social media branding. Coltivare amicizie non “di follower”, hobby reali, esperienze condivise.

Uno studio su influencer citato in una tesi universitaria americana racconta che molte influencer sentono la necessità di mantenere una separazione tra ciò che mostrano online e ciò che vivono offline. Ad esempio non tutto del partner, della famiglia o delle relazioni personali viene condiviso sui profili social, per preservare la “parte privata”. (Erasmus Thesis Repository)

Il concetto di parasocial interaction (relazioni unilaterali create online con personaggi pubblici) spiega bene come alcuni fan possano sentire una vicinanza emotiva anche senza relazione reale. Ma questo non sostituisce necessariamente le relazioni “vere”. (Wikipedia)

Un altro  studio ha mostrato che coppie che si sono incontrate nella realtà (offline) tendono ad avere più soddisfazione nella relazione rispetto a quelle che si sono conosciute solo online. (Institute for Family Studies)

Un’altra ricerca indica che, per alcuni creator/influencer, l’attività online invade la vita offline — per esempio scegliere foto o momenti pensando subito a come appariranno online — e per questo cercano consapevolmente di ritagliarsi momenti “reali” in cui non essere al servizio dell’immagine. (Erasmus Thesis Repository.)

Che cosa possiamo imparare da queste testimonianze?
Da questi studi emergono alcune idee che collegano bene al quesito su “come fare relazioni vere”:
È importante porsi confini chiari tra ciò che viene mostrato al pubblico e ciò che resta sotto intimità privata.
Il dialogo onesto con il partner sull’attività online può aiutare a ridurre incomprensioni (ad esempio su cosa diventa contenuto).
Vivere momenti offline “senza schermo”, con il partner e amici reali, aiuta a coltivare relazione reale al di là dei follower.
Riconoscere che la presenza online può pesare (tempi, attenzione, ansia da immagine), e gestirla insieme — non come “qualcosa in più”, ma come parte della vita che va integrata, non sovrapposta.

Come medico psicoanalista e resto davvero molto intristito da questa realta . Il livello narcisistico emerge prepotentemente e anche quello perverso di un potere che é molto illusorio e non crea salute ma illusione e dipendenza patologica .

É cuore del disagio psichico contemporaneo: un narcisismo iperconnesso ma svuotato, che confonde la visibilità con l’esistenza.

La rete, in questo senso, funziona come un grande specchio lacaniano senza cornice: rimanda immagini continue di sé, ma non restituisce mai un Io coeso — solo frammenti, pose, sguardi altrui interiorizzati.
Il potere che molti credono di esercitare sul proprio corpo e sulla propria immagine è, come noti, un potere speculare, totalmente dipendente dall’occhio dell’altro.
Non è mai potenza soggettiva, ma potere riflesso.
E da lì nasce il corto circuito psichico:
l’illusione di essere liberi mentre si è prigionieri del consenso,l’illusione di sedurre mentre si è divorati dallo sguardo collettivo, l’illusione di comunicare mentre si parla solo con il proprio doppio digitale.
È un paradosso non si tratta di moralismo, ma di sofferenza psichica mascherata da autoaffermazione.
Il “piacere dell’esibizione” non è mai solo erotico, ma anche difensivo — una strategia contro il vuoto, la mancanza di riconoscimento reale, la paura di non contare nulla senza il riflesso dello sguardo esterno.

2.

L’illusione narcisistica della libertà digitale.

Viviamo in un tempo in cui il desiderio ha perso il suo oggetto e il suo orizzonte.
La rivoluzione digitale, che avrebbe dovuto ampliare i confini dell’umano, ha finito per restringerli dentro lo schermo, dove tutto è potenzialmente visibile e dunque, paradossalmente, nulla è più realmente visto.

L’epoca dei social media ha trasformato l’antico “guardami” del desiderio in un “seguimi”.
Non basta più esistere: occorre apparire.
Freud aveva colto con lucidità il bisogno narcisistico come momento costitutivo dell’Io; ma ciò che oggi osserviamo è un narcisismo svuotato della sua funzione strutturante.
Non un amore di sé che consolida l’identità, bensì una continua fuga da sé travestita da autoaffermazione.
L’Io digitale non si specchia per conoscersi, ma per moltiplicarsi.
Ogni profilo, ogni immagine, ogni “storia” è una piccola reincarnazione effimera del soggetto, che cerca di sopravvivere attraverso lo sguardo altrui.
Come scrive Lacan, “il desiderio dell’uomo è il desiderio dell’Altro”: ma quando l’Altro è ridotto a pubblico, a contatore di like, il desiderio si trasforma in consumo.
Non desidero più l’altro come essere, ma come conferma della mia esistenza digitale.

Il potere dell’immagine contemporanea è un potere senza sostanza.
Byung-Chul Han, in La società della trasparenza, descrive questo fenomeno come il trionfo della “pornografia dell’esposizione”: tutto è visibile, tutto è mostrato, ma nulla è più veramente erotico.
L’enigma, che è l’anima del desiderio, viene cancellato in nome della visibilità assoluta.
Il corpo, offerto in pasto allo sguardo collettivo, non è più corpo vissuto, ma vetrina dell’Io.
E dietro quella vetrina si consuma una solitudine radicale.
Molte giovani donne e uomini, oggi, vivono la propria identità attraverso una “drammatizzazione estetica” costante: ogni gesto, ogni sorriso, ogni parola è filtrata dal pensiero di come apparirà.
È un teatro dell’Io dove la spontaneità muore, e il piacere è sostituito dall’ansia da performance.
Non c’è più il rischio dell’incontro, ma solo la sicurezza dell’esposizione.

Nell’economia libidica dei social, il corpo è ridotto a superficie comunicante.
Si mostra per ottenere visibilità, e la visibilità diventa l’unica forma di riconoscimento.
Ma in questa transazione simbolica qualcosa si perde: il corpo non è più luogo del sentire, ma del mostrare.
Come osserva Recalcati, “il godimento contemporaneo è un godimento senza desiderio”.
Il soggetto crede di essere libero, ma è catturato da un circuito pulsionale senza simbolizzazione, dove il piacere è immediato e il senso evapora.
Il potere seduttivo, che un tempo implicava distanza e mistero, è oggi sostituito dall’offerta totale.
E quando tutto è offerto, nulla è più desiderabile.
L’erotismo, scriveva Bataille, nasce dal confine: dal rispetto della soglia.
La pornografia dell’esibizione digitale ha distrutto la soglia, e con essa il pudore, l’attesa, la mancanza — i veri motori del desiderio.

La retorica della libertà digitale maschera un nuovo tipo di servitù.
Il soggetto crede di esprimersi, ma in realtà si adatta a un algoritmo che decide cosa merita visibilità.
La libertà diventa funzione di mercato.
Ogni “io” è un brand, ogni emozione un prodotto, ogni relazione una strategia di engagement.
Bauman l’avrebbe chiamata “modernità liquida”: tutto scorre, nulla resta.
Ma il flusso non è libertà — è dispersione.
Siamo di fronte a un paradosso clinico: l’illusione di potere coincide con la perdita di ogni potenza soggettiva.
Il soggetto che si espone illimitatamente non domina lo sguardo dell’altro, ne è prigioniero.
Come Narciso, crede di amare la propria immagine, ma in realtà affoga in essa.
E mentre si mostra al mondo, si disintegra nel suo stesso riflesso.

Forse la vera rivoluzione non è più mostrare tutto, ma sottrarsi.
Ritrovare il valore dell’invisibile, del segreto, dell’intimità non condivisa.
Il silenzio come forma di resistenza all’invadenza dell’immagine.
Il desiderio, per sopravvivere, ha bisogno di spazio, non di luce.
Ricominciare a vivere davvero significa reintrodurre la mancanza — quella mancanza che oggi la cultura digitale tenta disperatamente di negare.
Solo riconoscendo il limite, il soggetto può tornare a desiderare, e dunque a esistere.
L’immagine, allora, non sarà più feticcio, ma volto.
E la libertà non sarà più il diritto di mostrarsi, ma la forza di restare interi, anche quando nessuno guarda.


SINOSSI RIASSUNTIVA

“Nel mondo digitale ognuno è libero di mostrarsi, ma raramente di essere.”
Il saggio esplora le dinamiche psicologiche profonde che alimentano il mito della libertà online. Dietro la promessa di connessione universale, si nasconde spesso una trappola narcisistica: il bisogno di apparire, di esistere attraverso lo sguardo altrui, di essere costantemente riconosciuti e confermati.
Attraverso la lente della psicoanalisi e della sociologia contemporanea, Guglielmo Campione indaga la metamorfosi dell’Io nell’era dell’iperconnessione, dove la solitudine si traveste da visibilità e il desiderio di relazione si smarrisce tra i riflessi speculari dello schermo.
Un’analisi lucida e inquieta del nuovo inconscio digitale.


Guglielmo Campione

Medico psicoanalista e scrittore, Bari 1957, vive e lavora a Milano da 50 anni.
Dopo quarant’anni di esercizio clinico, ha trasformato l’ascolto profondo dell’umano in materia viva per la scrittura producendo
libri di psicologia ma anche di poesia, , romanzi e antologia di racconti reperibili su Amazon.
Le sue opere nascono da un dialogo costante tra psicoanalisi, cultura e mutazioni sociali del nostro tempo





LUISA ESTER CITTERIO : 5 SEMINARI (20101-2011) SU BION, LA PSICOANALISI E LA MEDITAZIONE a cura di Guglielmo Campione e Claudia Yvonne Finocchiaro

LUISA ESTER CITTERIO


SEMINARI SU BION,

LA PSICOANALISI E LA MEDITAZIONE.



 A cura di Guglielmo Campione

e

Claudia Yvonne Finocchiaro



Prefazione

Luisa Citterio è stata medico ematologo, psichiatra e psicoanalista, docente della scuola psicoanalisi di gruppo (IIPG) di Milano, già Direttrice della scuola di psicoterapia psicoanalitica(SIPP) di Milano, psicoanalista con funzioni di training di entrambe le scuole.

I cinque seminari ideati e diretti da Luisa Citterio, tenuti a Milano nel 2010 e 2011, fino ad ora inediti, offrono uno spaccato molto interessante del modo d'intendere il suo originale lavoro in tutti i suoi aspetti, psicoanalitici, cristiani, psichiatrici, meditativi, orientali, personali, di autocoscienza dell'esperienze corporee e psichiche, con un forte accento sulla self disclosure Ferencziana, una delle sue più singolari e feconde caratteristiche eterodosse rispetto all'ambiente psicoanalitico istituzionale, molto amate dagli allievi.

Il tema più ricorrente nei seminari è quello dell'esperienza meditativa, dei riferimenti a Osho, dell'essere in O per dirla con Bion, del linguaggio, del vuoto, del deserto, della psicosi,del chiacchiericcio della mente di Marion Milner, una grande analista inglese cha Luisa contribuì a far conoscere in Italia con un suo libro di cui ho raccolto il testimone scrivendo a mia volta un libro dal titolo "Creatività e trascendenza nel pensiero di Marion Milner", per Amazon libri,

Ritengo che da tutto questo materiale, tra i tanti interessanti spunti sullo studio comparato delle discipline della mente occidentali e orientali ,deriva anche un’interessantissima implicazione formativa del se, come e con quali tecniche non psicoanalitiche è possibile allenare lo stato mentale dell’analista a stare nel flusso con grande apertura a quello che accade volta per volta in seduta.


Guglielmo Campione
Medico Psichiatra
Psicoanalista I.I.P.G e E.F.F.P.





                                                    TEMI

  1. Vicinanza e differenza tra l’esperienza meditativa e l’oriente, il pensiero Bioniano e la pratica clinica.
  2. La meditazione nei paesi orientali come una pratica che si mescola con le attività quotidiane o meglio come pratica che è un tutt’uno con le attività quotidiane.
  3. La trasformazione e l’acquisizione di un’abilità meditativa legata al semplice stare in mezzo ai popoli orientali. L’esercizio della consapevolezza come pratica non verbale che si accompagna all’esperienza
  4. La possibilità - capacità di mantenere la lucidità in situazioni confuse
  5. Come le esperienze influenzano lo sviluppo e la formazione del pensiero. L’infanzia indiana di Bion e la sua tata indiana, la possibilità che le influenze culturali e spirituali indiane abbiano contribuito a dar vita al pensiero Bioniano.
  6. Il “trovare” come possibilità che passa attraverso il “ritrovare” elementi che entrano in risonanza perché familiari.
  7. L’attaccamento agli oggetti materiali o mentali e la possibilità di riconoscerli semplicemente come oggetti.
  8. Senza memoria e senza desiderio non solo nella pratica clinica me anche nella meditazione e nella vita quotidiana.
  9. Quanto era spirituale e meditavo Freud? Si possono ritrovare degli aspetti spirituali nelle opere di Freud che fanno da presupposto alle opere Bioniane (ripensandoci “al di là del principio del piacere mi sembra molto orientale … )
  10. Esperienza negli Ashram: i cani che accompagnano i maestri. Sono anche i cani meditativi? E i gatti? La capacità di saper aspettare degli animali.
  11. Noi vediamo solo una parte dello spazio e ci muoviamo limitatamente nello spazio.
  12. Dobbiamo esercitarci per ampliare le prospettive ed aprire nuovi spiragli.
  13. La possibilità di raggiungere lo stato O della griglia di Bion (stare nella verità) sfruttando i molteplici punti di vista nell’esperienza pratica come nella clinica e nella meditazione. Permettersi di lasciar scorrere e di poter assumere molteplici punti di vista senza memoria né desiderio, senza aspettative né senso critico.

SEMINARIO 1

9.06.2010



Ho fatto una riflessione sulla “doppia freccia” di Bion.

Una riflessione che mi è venuta anche dal lavoro che abbiamo fatto insieme

È qualcosa secondo me che vuol dire questo: la realtà non è un polo o un altro, questa è un’astrazione teorica.

La realtà sta nel mezzo, nel percorso dall’uno all’altro.

È il fatto che Bion lo metta a “va e vieni” dà l’impressione di una situazione in cui non c’è una processualità diacronica nel tempo (come passato, presente e futuro), ma lui chiede proprio uno stare che è nella realtà in quel momento.

Ed è questo il “va e vieni”.

Perché in quello spazio lì che non punta verso il futuro c’è proprio la realtà che è, con la possibilità di andare avanti e indietro.

Tra l’altro se tu vai in un polo o nell’altro (A e B), ti identifichi in A o in B, rimani immobile.

Mentre la freccia è qualcosa che si muove, ma si muove e ritorna, sta quindi in uno spazio che non ha la temporalità di passato, presente e futuro, ma piuttosto di presente.

Lì è più ampio, il fatto della doppia freccia nella mia fantasia allarga lo spazio, nel senso che permette di stare e però di muoversi insieme alla raccolta degli elementi che la realtà ti presenta. È come uno spazio ampio intorno alle due frecce in cui si possono raccogliere a 360° gli elementi che la realtà ha, perché la realtà è qualcosa che non cogliamo

Quando Bion dice “essere senza memoria e senza desiderio”, dice essere senza quello che è “essere senza la mente” di Osho, perché è la mente che ha memoria e desiderio, nel senso che si rifà dell’esperienza che ha già fatto (la memoria) e il desiderio di andare verso una meta.

Anche secondo Bion si tratta di stare nel momento, di stare con la realtà che è in quel momento, senza mettere delle etichette di qualche cosa che conosciamo già. Allora se noi azzittiamo la mente, e ci poniamo vergini di fronte a questo, come se fosse la prima volta che vediamo il paziente, dice Bion tanto più siamo tabula rasa, tanto più abbiamo possibilità di contattare il paziente.

“Molto meditativo tutto questo, di stare nel presente, senza andare al passato o al futuro, perché se no si perde la fragranza di quello che è il momento, non si può godere di niente”:

E la meditazione non è che tu mediti su qualche cosa è proprio stare con quello che c’è. È stare allerta in uno stato di coscienza, essere allerta con quello che accade, con quello che sei.

Ci sono delle grosse vicinanze secondo me.

“Mi viene in mente una novella buddista: 
c’è un discepolo che torna dal maestro dopo 10 anni di isolamento su una montagna a meditare, lontano da tutto e da tutti. Torna dal maestro per dirgli di essere riuscito a meditare e di sentirsi più profondo. Mentre arriva davanti alla capanna, dopo aver fatto tutta la strada appoggia il suo bastone ed entra. Saluta e gli dice di tutti i suoi progressi, e il maestro gli chiede “ma dove hai appoggiato il tuo bastone entrando?” e il discepolo non sa rispondere. Allora il maestro gli dice “va a meditare altri 10 anni sulla montagna”. Come per dire: non ti è servito a niente tutto questo meditare, se l’isolamento non ti ha portato a nessun miglioramento nella vita quotidiana. Perché la meditazione ti deve aiutare a vivere meglio, non a isolarti su una montagna…”.

Ecco, quello che è il lavoro su di te, analista, dice Bion, deve servire a stare con paziente, ad essere nella realtà del paziente, con quello che lui ti porta, con quello che è quel giorno, senza chiedergli conto di quello che è la seduta prima e senza avere pregiudizi rispetto alla seduta di domani.

“È un po’ essere senza giudizio, senza aspettativa rispetto al punto in cui si potrà arrivare nel percorso analitico”.

La mia analista diceva una cosa: l’unica aspettativa che lei si poneva era che i suoi analizzati potessero stare meglio. Non lo so se questo è consono con la meditazione, io credo di no. Nel senso di stare meglio, però può essere accettabile se stare meglio può voler dire sentirsi meglio.

“Che cosa vuol dire stare meglio? Di fatto molti pazienti possono stare meglio senza risolvere i loro sintomi”.

Essendo sé. Che non vuol dire essere bravi, perché questo è un giudizio.

“Più che a stare bene, a “stare”, perché forse l’obiettivo poi è riuscire a vivere in situazioni difficili, riuscire a stare anche in queste situazioni.

Lo stare è stare, altrimenti è andare via. Se non stai non sei, se non sei non c’è benessere. Perché il benessere è stare con quello che c’è. Almeno per la meditazione, è dire sì a quello che c’è.

Io sto un po’ passando queste cose ai pazienti, già da un anno… e io adesso vedo delle cose… per esempio con una con cui sembrava che questo discorso non andasse assolutamente… proprio nell’ultima settimana dice delle cose che mi sembra che le sia passato qualcosa. Con la sua mente lei rifiutava qualsiasi cosa quando io andavo su questi discorsi. Io mi sentivo di dover parlare proprio a chi non è pronto, e non è tanto parlare, è proprio fare spazio a questo. Si è anche arrabbiata, io credevo che non tornasse certe volte… però è sempre tornata, e col piacere delle sedute. E ci sono anche dei cambiamenti nella sua vita nel tipo di vacanze, nel modo di porsi… e questo è quello che io credo. E io non posso fingere, perché non farei il mio lavoro.

“Forse si passa qualcosa di se stessi, più che una tecnica o un metodo. Si passa un po’ quello che si è, indipendentemente dall’approccio teorico che si ha”.

Una mia allieva ha fatto la supervisione con me. Ha fatto un lavoro di tesi molto bello in cui ha guardato il gruppo dal vertice “lei nel gruppo”, “il supervisore e lei”, “come il supervisore guardava lei e il gruppo”. Nessuno aveva mai fatto questo, molto originale. All’inizio mi sembrava così rigida che pensavo di dirle che non stavamo andando avanti ma poi invece sono andata avanti. Mi ha rivelato che non veniva talvolta per provocarmi, per vedere che cosa io avrei fatto. Dice che quello che ha imparato nella supervisione è come io ero, non quello che io le ho passato con le parole… mai mi sarei aspettato questo da lei.

“È un po’ quello che succede tra genitori e figli: non è tanto la regola che dai che viene assimilata, ma piuttosto il modo in cui la dai, che cosa fai e quello che sei, l’essere. Forse è un po’ questo il lavoro in analisi, aiutare l’altro ad essere piuttosto che ad agire, a farsi prendere dall’emotività”.

Lei voleva proprio le regole, io invece semplicemente non gliele ho date. Lei con quello che ha scritto mi ha restituito il mio modo di essere.

“Riuscire poi a sentirsi come l’analista è poi quello che si apprende in una stanza di analisi e che ti porti dietro nella vita, non è una lezione teorica, non sarebbe trasformativo”.

Trasformativo è la disponibilità non ad identificarsi con un modello standard ma ha trasformare gli elementi primitivi che emergono e lasciarli scorrere, non fermare il flusso. E questo ti trasforma continuamente, se sei rigido invece non puoi.

Un mio collega, Stefano Angeli, mi diceva che Bion non parla mai del contenitore e del contenuto separatamente, ma della relazione contenitore-contenuto. Nel senso che effettivamente non c’è uno senza l’altro, e poi il contenuto si trasforma in contenitore, è proprio una relazione dinamica.

“Si penso che possiamo immaginare l’analista come il contenitore e il pz come contenuto, ma in realtà i ruoli si possono benissimo ribaltare perché l’analisi del paziente è in qualche modo trasformativa anche per l’analista”.

È come identificazione e contro-identificazione, sono incrociate.

“In qualche modo anche il pz permette all’analista di affrontare parti di sé, anche forse in base a quello che sta vivendo nella sua vita, alcuni elementi possono avere più risonanza”.

L’altro giorno una collega che è in analisi con me mi ha parlato di una sua paziente, è stato possibile vedere che quello che portava la paziente era pari pari quello che stava vivendo lei. Io non lo volevo dire e l’ha detto lei. Questi sono dei momenti che ogni tanto capitano e che danno aria a tutti e due. Il nostro lavoro è faticoso, come la meditazione, e poi ci sono questi momenti di contatto in cui uno sente il piacere, l’armonia, la fragranza dell’essere.

“È proprio come la meditazione, quando arrivi non sai mai se sarà una buona o una cattiva meditazione. Così come non c’è un buono o un cattivo analista. In qualche modo nella tua mente a volte arrivi sfinito e vorresti essere ovunque tranne che col paziente… e invece magari quella è proprio una di quelle volte in cui cogli gli aspetti più…”

È proprio perché non hai aspettative. La stanchezza che senti è quella della mente. La mente tace. Questo si potrebbe approfondire Marion Milner parla del “chiacchiericcio della mente”, lei riesce a raggiungere dei livelli profondi quando tace il chiacchiericcio della mente.

Anche Eckhart Tolle ne parla in “Portare la quiete nella vita quotidiana” :

Mentre ascolti queste parole potresti essere in grado di sentire l'energia interiore del tuo corpo, la vitalità, lì nel tuo corpo. È lì. Sullo sfondo, le tue mani, le tue braccia, le tue gambe, tutto il tuo corpo hanno questa vitalità interiore. La maggior parte degli esseri umani non sente mai di essere viva, che ogni cellula è viva, intelligentemente viva, perché il corpo ha migliaia di funzioni contemporaneamente, quindi esiste un'intelligenza che funziona. Questa intelligenza che coordina le mille funzioni del corpo, non è qualcosa che si vede, nessuno l'ha vista, eppure è lì. Non lo stai facendo in questo momento, stai lavorando, sentendo le tue braccia, il tuo cuore, il corpo sta lavorando per se stesso. Quindi, la vitalità del corpo è una vitalità dell’intelligenza. E la cosa meravigliosa è che quando dirigi l'attenzione lì, l'attenzione viene rimossa dal modo di pensare. Non puoi sentire la vitalità del corpo interiore perché non hai la consapevolezza di pensare senza pensare e di muoverti nel corpo. Senti tutto e poi diventi un po' più instradato nel tuo essere. Non solo l'essere fisico che è esterno, ma l'essere che sei invece di vivere solo nell'altro piano, che è esclusivamente la mente. Quindi, mentre ti siedi qui e ascolti le parole, presta attenzione alla tua energia interiore, senti che sei una presenza viva, con l'intero essere, non solo con la testa. E’ li che si trova la tua attenzione, dove è il tuo senso di presenza, di essere presente. Non puoi essere presente solo nella testa, stai solo pensando e quando pensi non sei presente. Tutto il pensiero è rivolto al passato, al concetto del passato, all'essere qui presente come ad essere instradato in te stesso, nel tuo essere. È la sensazione del senso di vitalità. L’attenzione si finisce per perdere per ascoltare le parole ma non è ciò di cui abbiamo bisogno per allenarci. […]



“Il velo di Maya copre la realtà e non Ci fa percepire: questo è molto orientale. Molto bello quel senso di esserci al 100%. Incredibile anche il modo di parlare di Tolle, sembrava quasi una meditazione”.

Lui lo dice, dice che ha parlato tanto per poter parlare alle persone meditative. Ascoltarlo è una meditazione, proprio perché una persona si accorge degli intervalli di silenzio tra le parole e tra le frasi.

“È quasi una tecnica ipnotica, questa cadenza delle parole è utile anche per le visualizzazioni guidate. 
Ho pensato anche a una mia paziente che mi ha detto “Dottoressa, da quando vengo da lei parlo più lentamente, e tutti mi hanno detto come ho fatto e io rispondo che è perché da quando sento parlare lei, nel modo in cui lei parla, è come se mi fossi sentita poco adatta nel mio modo di parlare, quindi parlo con la sua stessa cadenza”. 

Non avrei mai pensato che il mio tono potesse influenzare più del contenuto”.

Lui dice che la meditazione è già iniziata, col silenzio.

“Penso a quando, i primi anni, andavo qualche volta ai convegni. In ogni posto ero sempre curiosa di sapere che cosa ci sarebbe stato nell’altra aula, e avevo sempre l’impressione di essere nel posto meno interessante. Perché la mente vuole sempre di più. 
Mentre da quando ho cominciato a meditare, poi dopo non ho più avuto questa sensazione”.

Perché la meditazione ti fa scendere di livello. Mentre noi tutti analisti ci identifichiamo nel funzionamento della mente. 
Ma questo, come Marion Milner dice, è il chiacchiericcio della mente, che diventa qualche cosa… ogni tanto hai dei pensieri continui, e poi ne vuoi ancora e ancora, uscendo dal momento presente perché ne vuoi ancora e ancora.

“È un pensiero terribile, perché non ti permette di essere lì, di prendere quello che puoi prendere dalla situazione in cui sei. Una sorta di bramosia della mente, di frenesia. Mentre ora sono all’estremo opposto, ora sono molto meno così. Sono meno rigida. Anche coi pazienti, anche se mi perdo tre parole mi rendo conto che va bene, che è un flusso”.

Anche il vuoto, è come il polmone quando respira, se non si svuota non si può riempire.

“Mi viene in mente una cosa che mi ha detto mia mamma di recente. Quando ero bambina c’erano delle notti, una volta ogni tanto, in cui le dicevo “mamma non riesco a respirare, come faccio a respirare?” e lei mi diceva “non ci pensare, è una cosa naturale”. Allora io mi tranquillizzavo, perché il respirare è una cosa per cui non si deve pensare. Questa mi è sembrata la mia prima lezione in senso meditativo. “Lascia che tutto scorra”. Anche lei con i suoi difetti è una brava mamma”.

Ha avuto una funzione materna. Le mamme ce l’hanno dalla natura, se si lasciano andare è una cosa istintiva. Lo diceva anche Winnicott, che alla BBC faceva trasmissioni per le mamme e diceva che i bambini sanno loro come crescere, come una margherita, ha bisogno solo che tu gli dia la luce e l’acqua. Per il resto non ha bisogno di niente. E diceva alle mamme che loro, dei loro bambini, sono quelle che sanno di più. C’è la funzione di Rêverie. E quindi il pediatra dovrebbe capire se la mamma sente qualcosa di diverso perché probabilmente ha ragione lei. Deve seguire quello che lei sente. Io amo molto Winnicott per questo.

“Trasposta nella situazione analitica è quello che succede in analisi, il terapeuta dice al paziente che non è lui a trovare la via per il paziente ma è lui a sentire quale sia”.

Il terapeuta, che certe volte pensa di dare le indicazioni, può solo fornire lo spazio, il field, il campo perché uno possa far uscire quello che è, prendere consapevolezza di quello che autenticamente è. E qui ancora ritorna Winnicott con il falso sé e il vero sé.

“Sì, non ci sono regole, si lascia semplicemente che tutto sia, senza darsi un ordine o un tempo predeterminato”.

Come nella meditazione. “Anche Osho utilizza molto questa tecnica: io ricordo in India, quando sono andata l’ultima volta, un medico mi ha fatto vedere un video di Osho e la cadenza e il tono sono così come quelli di Tolle che abbiamo ascoltato prima.”.



SEMINARIO 2

17.2.2010


Sono stata presa da incantamento da questa lettura e dicevo “Caspita ma io non sapevo che Bion avesse scritto queste cosa” lo avevo già letto apprendere dall’esperienza ma non mi ricordavo. E sono rimasta convinta che fosse quello, poi la mattina del seminario sono andata a prendere “Apprendere dall’esperienza” per segnalare quello che avevo letto e non l’ho più trovato. Solo oggi che mi sono messa qui mi sono resa conto che era invece Lucio Russo.

Comunque mi pare sia venuta fuori una cosa che ha interessato abbastanza ed era questo discorso che mi aveva colpito della parola che è significazione ma fa da tramite con l’inconscio.

Russo lo chiama la corrispondenza verbale. Usa una parola che ha il significato di un’ombra, dove l’ombra è la parte indifferenziata, quella che è sempre lì per essere significata ma che non lo è e che accompagna sempre il significato. Io lo sento in contatto con gli aspetti meditativi non so bene perché.

L’altro giorno una mia amica maestra di yoga mi ha detto “Sono andata in internet oggi e ho guardato Bion perché sono anni che tu parli di Bion, sai che mi hanno colpito le consonanze forti che ci sono con lo yoga?”.

Lucio Russo, a proposito di quello che dice Freud in Lutto e Melanconia, introduce l’idea che l’io possa svanire in conseguenza del processo regressivo e difensivo nei confronti del dolore del lutto, attraverso il quale il soggetto si ritrae dagli investimenti libidici oggettuali. C’è un discorso di un io che si ritira ma come un processo regressivo e difensivo di disinvestimento.

Mi chiedo se il distacco di cui parla Osho e Tolle è un disinvestimento libidico oggettuale nel senso di Freud? O è qualcosa d’altro? Io penso che sia qualcosa d’altro.

Lucio Russo, nel “L’indifferenza dell’anima” dice che l’analista cerca di dare una trasformazione verbale alle esperienze di malinconico disinteresse e di mancanza di speranza.

Io ho scritto “la meditazione è un contatto con l’essenza come silenzio e vuoto”.

Quello che è vero, dice Osho, non può essere detto, quello che è detto non è vero”.

Russo parla di una trasformazione verbale delle esperienze di melanconia.

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Io ho sofferto recentemente, per un emianopsia visiva da edema cerebrale, di un momento depressivo di disinvestimento. Con questa malattia che mi è venuta son dovuta ripartire da capo ma questo adesso è fonte per me di energia, e non perché l’ho verbalizzata, forse è stata una fortuna che non ho avuto nessuno con cui verbalizzare questo aspetto.

Il modo per uscirne è stato quello di essere li totalmente dove mi trovavo, nel dolore.

Certo ho passato dei momenti di dolore molto forte però essendoci rimasta l’ho visto entrare e l’ho visto anche andare via.

Claudia Finocchiaro:

In India io lavoravo in questo ospedale per midollo lesi e li c’era una ragazza che era sulla sedia a rotelle e che faceva pranayama, esercizi di respirazione gli altri pazienti con delle tecniche di visualizzazione ed esercizi di respirazione. Secondo lei la meditazione può essere usata come uno strumento quando la si apprende in un contesto di salute. Quasi una sorta di normalità psicofisica. Allora in quel caso può essere usata come strumento nel momento in cui uno sta male fisicamente se la conosceva già mentre nel caso in cui uno non la conosce apprenderla nel momento di crisi diventa quasi controproducente o comunque molto più difficile.

Citterio :

Io sono convinta che l’esperienza che ho avuto mi avrebbe devastato senza la conoscenza della meditazione però io sono stata molto aiutata. C’è stato un momento che credevo che sarei morta nel senso che non avevo più nessuno che mi parlava, credevo ci fosse un complotto contro di me, ed è dolorosissimo questa cosa, la paranoia. Quando mi vedevano nella visita tutti insieme, il primario e tutti gli altri io dicevo queste cose e dicevo, “lo so che si chiama paranoia ma è così che io sento” non c’era interlocuzione e un giorno ho in mente di essermi messa seduta per terra a gambe incrociate ma non so se è impossibile, sarò stata a letto o da qualche altra parte ed ho incominciato a scendere ed era buio, buio, buio mi è sembrato un viaggio lungo poi qui ho trovato una fiammella e da lì è cambiato, sono cambiata io, è cambiata la risposta del contesto perché hanno incominciato a fare dei programmi per farmi qualcosa. C’erano anche i lunghi weekend per cui tutti andavano via non c’era più nessuno, solo un medico di guardia, non ti facevano un esame non si vedeva nessuno, comunque hanno cominciato a fare un progetto, ho avuto un trasferimento, io ero in guardia seconda. Ho saputo poi in un seminario dove c’era un neurologa, che forti dosi di cortisone fanno dare fuori di matto, e però potevano anche dirlo. Non ero così folle perché quando per esempio mi chiedevano che giorno è oggi e poi mi dicevano vede che è confusa, io ho dicevo loro, “se aveste preso un campione di persone normali e le aveste messe qui con noi a passare 5 giorni senza calendario, il telefono, senza i giornali, avendo soltanto le visite dei parenti, un’ora al giorno, voglio vedere quanti avrebbero risposto alla data”. Gli assistenti che erano dietro mi sorridevano e facevano sì con la testa.

In questa mancanza totale di sapere, sono stata in un isolamento incredibile, non c’era più niente, non era in grado da sola di accudirmi, venivo accudita e lavata dalle infermiere. Questo mi ha permesso di andare e poi di ritrovare, Anche se è stata un’esperienza di depauperamento è stata una cosa che poi mi ha aiutato perché si sono mosse altre mie risorse che non conoscevo. Noi con i pazienti, spesso rinforziamo solo l’io per poter accedere ad altre energie, facciamo un lavoro di rafforzamento. Il narcisismo impera. Siamo tutti un po’ narcisisti, una paziente mi ha detto “ho scelto lei perchè era quella meno narcisista”.

Io credo che i numeri danno sicurezza mentre la vita è insicura come la morte, la vita è così. Uno dei dvd di Osho è “Vivere nell’insicurezza” e a me sembra un punto fondamentale ma anche per Bion.

Stare in PS è stare nell’insicurezza e poterla tollerare. Se tu fai per avere una certezza ti allontani dalla verità realtà. Se aspetti di avere gli elementi puoi prendere una decisione ma nel momento in cui hai preso una decisione l’insicurezza riparte perché noi puoi sapere dove ti porterà quella decisione. Invece nel fare a scarica è evacuativo

Bion in Apprendere dall’esperienza parla del metodo scientifico che si avvicina al pensiero psicotico. Un po’ è quello che si diceva della neurologa, il problema è che la neurologa parla del suo pensiero scientifico. Non sta parlando con il pz ma con quello che è la sua procedura matematica

Parlava con se stessa. Stava facendo il gioco d’azzardo anche lei con se stessa. In realtà la neurologa si stava preoccupando solo per se stessa, quindi il problema è della neurologia, del metodo scientifico?

Bisogna sempre stare attenti a non osservare solo alcune cose, anche l’occhio vuole la sua parte. Bion lo diceva “con tutti i sensi”. Perché la mente che sta li in alto cataloga e basta. Anche quello che abbiamo visto di Kernberg è tutto strutturato.

Dopo questa mia esperienza di “follia” diciamo mi sento più libera, davvero, ci sono passata è come se avessi acquistato dei gradi di libertà.

Citterio
:

La fine è la fine.

Finocchiaro:

E infatti mi piacciono le novelle arabe, quelle indiane, quelle che non hanno fine.

Citterio
:

Lasciare il corpo, lo spirito lascia il corpo e ritorna nell’universo, nell’oceano, è la goccia d’acqua che raggiunge l’oceano, pensato in questo modo è la dissolvenza. Come nelle novelle arabe.

Io ho accompagnato mia zia fino all’ultimo respiro. Una esperienza con la morte come non avevo mai avuto prima. Ho fatto i certificati di morte ma è un’altra cosa che stare al capezzale. Le ultime 3 notti e l’ultima notte. Il suo trapasso, è scesa una grande pace nell’ultima mezzora, gli ho tolto l’ossigeno, il respiro si è acquietato, i lineamenti si son distesi e ha detto “mamma” … è stata un’esperienza, in quella mezzora ho avuto il senso del trascendente come mai nella mia vita l’ho avuto così intenso. 94 anni non aveva avuto figli, ero la parente più prossima

La mamma non è soltanto la mamma biologica ma anche chi ci accoglie, a proposito dello spirito,è quella da cui hai avuto vita in presa di retta, c’è questo legame in cui la vita e la morte sono insieme in qualche modo.

Pensate che c’era in camera con mia zia una donna down di 60 anni assistita dalla sorella che si era dedicata a lei. Quando io ho capito che stava andando mi sono messa a piangere e questa down tenerissima “Lella lella, non piangere per la nonnina”. La sorella non voleva che lei si avvicinasse ma lei mi accarezzava delicatamente.

Parlavo dei down perché quando Osho parlava di azzittire la mente che ha delle rigidità, deve separare, catalogare, mentre se scendi ad un livello più basso è come a 360 gradi e si colgono tanti aspetti a tanti livelli e li c’è davvero la sapienza che è quella che la bibbia chiama la sapienza del cuore.

Ci vorrebbero parole diverse secondo me.

Anche in ospedale. Io ho osservato un’esperienza di un contatto con gli altri pz più autentico. Quando ero in terapia intensiva la prima volta che mi hanno fatto alzare mi sembrava di essere su una barca con il mare grosso e ho avuto la fantasia di essere su una grossa barca con un gruppo di persone, gli altri pz i medici e gli infermieri e che fossimo per un viaggio, non si sapeva per dove e questo mi dava molto respiro. Quando i neurologi mi chiedevano come va davo informazioni sulla barca.

Questa idea del viaggio con il gruppo era bella. Qualche collega quando è venuto a trovarmi subito dopo mi hanno detto che ero in una fase di maniacalità. Non credo fosse maniacalità era semplicemente una grande gioia di essere viva, questo si. Ho visto un video di una neurologa tedesca che ha avuto una roba come la mia dallo stesso lato e anche lei ha parlato di questo eccitamento, una gioia, ma mi sembra che sia una roba sana. Questa neurologa ha fatto un seminario ai colleghi sulla sua esperienza parlando degli spetti neurologici ma presentando se come pz.

E' il tema Junghiano del guaritore ferito, del resto noi abbiamo l’esperienza di essere pz per fare gli analisti. Come analista sono stata pz, come psichiatra non lo ero stata, ora lo sono stata, un grado formativo in più.

La persecutorietà è nell’aria e come diceva Freud il delirio ha sempre una parte di realtà.

Finocchiaro:

Avevo una paziente che fa la ricercatrice e ha lavorato nella ricerca sull’oncologia per cui quando le è venuto un tumore lei mi ha detto che le sembrava, lavorando in quel settore, di essere in qualche modo protetta dall’averlo e non considerava che in realtà anche un oncologo può avere un tumore, anche uno psichiatra può impazzire.

La paura degli psichiatri: vedevano loro stessi in te questa era forse la difficoltà maggiore che gli impediva di ascoltare di fatto. Come se non tollerassero la possibilità di vedere loro stessi così. Uno deve sempre rispettare l’altro e non vedere solo se stesso nell’altro. Se uno non ascolta gli altri non ascolta se stesso.

Citterio:

Quello da cui mi sono sentita proprio aiutata in questa esperienza è stata la meditazione. Lo stare nel qui ed ora, prendere la realtà per quello che è, senza negarla. Mi sembra di aver visto le cose abbastanza.

L’istituzione non protegge

l’Istituzione protegge se stessa. Sono i membri dell’istituzione che si proteggono non i pz.Questo inquietante quando uno è bisognoso ed entra in un ambiente così.



SEMINARIO 3

27.10.2010


Stasera vorrei farvi sentire un dvd di Osho.

Pensavo prima ancora di sentirlo di fare un silenzio e vedere che voce interiore poteva sorgere. Ci vuole un minimo di preparazione.

Osho parla del fatto che ci sono delle voci che vengono messe in noi, dai genitori, dai preti, dai maestri e varie persone e quelle voci parlano ma noi crediamo di essere noi che parliamo ma nella realtà è un altro. Se crediamo di essere noi a parlare ma invece è la voce di un altro, veniamo guidati dall’esterno, da un altro. Si tratta di rintracciare la nostra voce.

Bion
non mi è venuto in mente, però mi è venuto in mente il discorso dell’oggetto alieno, ne parla anche Borgogno nella psicoanalisi come percorso e nel suo lavoro su Ferenczi.

Ed è questo che dice Osho: questa voce dell’altro educatore arriva in un momento in cui il sé autentico è ancora così piccolino che non c’è difficoltà per questa voce a prendere il sopravvento sull’altra che non ha ancora voce. È la stessa cosa dell’oggetto alieno che si instaura nel momento in cui l’oggetto sé autentico è in una fase in cui non ha la possibilità di distinguersi ed è questo il danno perché poi al sé autentico viene tolto lo spazio per svilupparsi e da qui in poi ne risulta menomato; è la stessa cosa che dice Osho.

Io credo che la meditazione sia proprio un prendere contatto con il sé autentico e potere quindi farsi largo, noi con la meditazione ci facciamo largo tra le voci altre e possiamo metterle in silenzio e quando troviamo, quella autentica che è una vocina più piccola rispetto a quelle autorevoli che hanno preso il posto della nostra, poi può essere sentita.

Nell’ultima seduta che ho fatto io di gruppo come terapeuta, un gruppo di pazienti tra i 23 e 32 anni, che conduco al San Raffaele, ognuno di loro ha qualcosa di somatico cioè una patologia organica legata al corpo ed è venuto fuori proprio questo argomento nel senso che affrontato il tema della famiglia, alcuni rimandavano come in realtà con il passare degli anni si rendessero conto di dire delle cose che non erano loro ma dei loro genitori o di non fare delle cose che quindi non facevano perché il realtà era un divieto dei loro genitori.

Uno dei ragazzi ha portato come esempio la sua casa che ora non ha quadri perché il padre, fotografo, nella sua casa da bambino non gli permetteva di attaccare nulla sulle pareti se non delle piccole cornici nere con foto in bianco e nero. Lui diceva che in realtà si rendeva conto di non fare quel gesto perché gli era stato proibito dal padre quando in realtà non era una cosa sua ma di suo padre. Mentre loro facevano queste riflessioni una ragazza che è diabetica diceva che ogni tanto si sente parlare come parlava suo padre come se non fosse lei stessa e anche il marito le rimanda “guarda che sembri tuo padre”. Mentre loro ne parlavano mi veniva in mente di Bion e della meditazione e pensavo che la psicoterapia lavora proprio sul cercare di far sentire queste voci, di lasciarle andare nel tentativo di individuare qual è la propria voce, cioè qual è il proprio quadro da appendere alla parete e la meditazione fa la stessa cosa perché nel silenzio interiore senti tutte queste voci finché non te ne liberi, fino a quando non senti la tua.

Potrebbe essere un mezzo per entrare in contatto con te stesso. Anche io mentre ascolto, mi è venuto in mente di un paziente che spesso non viene o è in ritardo, che ha sempre il bisogno di avere una conferma da parte della moglie, come nell’acquisto delle scarpe, per esempio, non deve mai dispiacere la moglie ma far piacere. Talmente bisognoso che tu sei dipendente e inerme e che subisci molti influenzamenti. Mi viene in mente Winnicott e l’ambiente facilitante che lascia sviluppare le forze stesse che sono nell’essere umano.

Winnicott quando dice di essere solo in presenza della madre, nonostante ci sia la madre, lui solo vuol dire che c’è solo la sua voce e quella della mamma sta zitta. Se è una mamma sufficientemente buona che può lasciargli lo spazio, perché questo è il punto.

Si certo, non solo per il figlio ma credo valga anche per il genitore se riesce a farlo stare per conto suo.

Ecco, a proposito di questa teorizzazione dell’oggetto alieno, c’è una nota che dice che nella tecnica psicoanalitica, alla luce di questa teoria dell’oggetto alieno, la tecnica ha subito un cambiamento, nel senso che si tratta proprio di prendere un contatto con l’oggetto alieno e poter aiutare il paziente a riconoscerlo che è alieno e a liberarsene e quando lo ha riconosciuto poter lasciarlo andare, perché soltanto facendo spazio, questo sé può prendere voce.

Nel senso forse di non cacciarlo fuori come si fa nella meditazione, non si caccia niente ma lo si guarda e lo si lascia lì, in modo da poterlo vedere e riconoscere perché se lo si caccia è come se lo si buttasse fuori, una evacuazione e poi ritorna indietro.

Anche Osho diceva: “Non devi combatterlo” e quindi c’è sempre nei saggi questo fatto di non mettersi in lotta, contro, ma anche nella psicoanalisi sappiamo che finché c’è una lotta, una difesa contro l’altro, anche quello è un legame e tanto più forte è la lotta, tanto più forte è il legame. Il poter lasciare andare, l’idea è poter diventare liberi. O si è liberi o non lo si è.

Questo credo sia un passaggio importante, credo che questo sia difficile. Un legame ti tiene unito, è difficile lasciare andare o lasciare scorrere perché in quel momento sei più solo, devi affrontare una solitudine. Ti autorizzi anche a fare delle cose, come appendere un quadro che ti piace, che tu sia d’accordo oppure no.

Non mi interessa cosa pensa l’altro se sia favorevole o no. Tu sei arrivato al punto della solitudine che è proprio il seguito di Osho, non so se lo avevi sentito.

Lui dice che noi siamo tutti soli. Abbiamo sempre l’idea di qualcuno che ci protegge, lui dice non si è protetti da nessuno e il togliere la protezione non è per sentirsi perseguitati ma è l’idea di prendere atto del fatto che nella misura in cui siamo noi che viviamo la nostra vita, siamo liberi e noi stessi e per essere noi stessi dobbiamo sapere chi siamo, altrimenti come facciamo ad essere, che è anche un intento dell’analisi, quello di portare la persona a sapere chi autenticamente è. Mi sembra che ci siano delle convergenze non piccole.

Mi viene in mente un collega in un seminario tanti anni fa diceva che c’era uno che ogni tanto parlava lui e ogni tanto il super-io. Si svolgeva a NY.

Io ho avuto una paziente che diceva: “Io oggi sono Super-Io”, non credo di averla influenzata. C’è quindi questo fatto di identificarsi in maniera rigida e assoluta con una parte del sé per esempio, che non è tutta. Come se in un appartamento uno decidesse di stare sempre in una stanza senza spostarsi nelle altre.

Anche questo è meditativo: la possibilità di vivere un’emozione al 100% senza porsi dei filtri ma di sentirla, di lasciarsi attraversare e solo se ci si lascia attraversare entra e può uscire e non è cacciata, non c’è un meccanismo contro. Forse è un po’ la cosa che dicevi tu prima Claudio delle persone che accumulano odio per tanti anni verso una persona, come se non riuscissero a viverlo e se lo tenessero in sospeso per tutti gli anni senza vivere di fatto perché è come se si privassero di anni della loro vita e rimanessero in sospeso, come se rimandassero la possibilità di farsi attraversare da questa emozione. Infatti sono sempre in attesa, come se guardassero sempre da fuori.

La meditazione è entrare in uno spazio vuoto e silenzioso e questi aspetti lo attraversano, deve entrare e uscire e questo cambia molto.

È come se non li fermassi, come se vedendoli passare li vivi e li attraversi ed è come se raggiungessi la consapevolezza che tutto passa in qualche modo; quindi se stai male, stai male ma è passeggero; mentre se non li guardi passare e continui a mandarli indietro si ripropongono ogni volta. È il discorso di Eraclito che dice che non ci immergiamo mai due volte nello stesso fiume.

Il fluire è la vita, perché la vita fluisce, non si ferma, quel che è fermo non è più vivo. Quindi l’idea anche nell’analisi è di rendere vivo quello che non è vivo, riportare la vita o meglio aiutare il paziente a riportare la vita perché non è che noi possiamo portare qualche cosa per un altro.

Io non so, forse ve l’ho già detto che ho avuto la necessità di riabilitare delle funzioni, io ho avuto la sensazione che tutte le funzioni del mio corpo fossero collassate fin quando in ospedale mi facevano fare esercizi senza lasciarmi coinvolgere. Quando io ho preso consapevolezza, essendo presente al movimento e ascoltandolo di un ascolto con tutto l’essere, il sentire e questo ha cambiato tantissimo, come una rinascita è molto vitalizzante.

È come se spesso non avessimo la consapevolezza di tante cose.

Sì, anche al livello del corpo che è la base da cui parte tutto.

Mi è venuto in mente un bel libro, molto bello, che parla del preconscio e della respirazione. Lo chiama contenimento psicofisico. Delle volte ti capita di fare delle sedute e grazie al Tai che mi rilasso, magari sto assorbendo qualcosa.

Anche in seduta ci si può chiudere e non ascoltare.

Al Seminario sull’emergenza, io ho fatto un intervento breve. Ad un certo punto è uscito un discorso di setting interno ma solo citato. Del setting interno io avevo già sentito parlare più di venti anni fa e non mi ero mai prefigurata bene cosa fosse. Lì a proposito dell’emergenza mi è venuto in mente che l’operatore psi, quello che può apportare è uno spazio di ascolto e quello è il setting interno; lì non c’è all’esterno uno spazio perché l’emergenza è proprio una mancanza totale di setting.

Portando questo spazio di ascolto veramente si dà un apporto rilevante, diverso da quello che danno tutti gli altri.

Hanno parlato del terremoto in Abruzzo, Marco Longo ha fatto dei gruppi di terremotati e di operatori: era venuto fuori il discorso della passivizzazione delle persone traumatizzate dal terremoto che è qualche cosa che non le aiuta di fatto. Ho pensato quindi che il gruppo è uno strumento utile: uno può parlare, evacuare, ma è tenuto anche ad ascoltare poi, l’ascolto è una situazione non di una passività inattiva ma è un offrire uno spazio di contenimento e quindi una forma attiva, dove loro escono da una passività frustrante.

Lo spazio di ascolto, in luoghi dove tutto è incentrato sul fre , diventa un elemento importante nella relazione. Non ci sono solo i terremoti esterni, anche noi abbiamo le emergenze all’interno della stanza con i nostri pazienti che spesso hanno forti terremoti interni.

Parlando di setting interno, mi viene in mente un paziente che ho seguito per un paio di anni in Besta, un ospedale piccolo con una sede antica dove è difficile far sì che quella stanza sia sempre la stessa, per cui ogni volta cambiavamo stanza e le abbiamo girate praticamente tutte. Ad un certo punto il paziente mi dice: “Dottoressa in che stanza andiamo oggi? L’unica cosa che rimane fissa è la sua stretta di mano”. Anche in una situazione di emergenza in cui non hai uno spazio fisico che è sempre fisso, sempre quello, ci sono cose che fanno da contenitore che rimangono fisse, indipendentemente dalla stanza fisica. È qualcosa di mentale, che si sente e che passa nella relazione.

La relazione funziona se c’è un setting e un setting è sempre possibile in qualunque situazione anche nel pronto soccorso medico piuttosto che psichiatrico, in ogni situazione, al letto del paziente, in ambulanza. Credo ci sia una maggiore apertura a questi tipi di interventi.

Mi sembra molto utile, le situazioni di frontiera ci sono però anche all’interno della stanza. Io ho avuto una paziente, una in particolare che si sedeva per terra. Non era una psicotica militante ma una donna laureata in filosofia che insegnava in una scuola media-superiore. Lei si sentiva in grosso disagio e quando si sentiva così a casa sua si sedeva per terra. Mi è sembrata una libertà.

Se diceva che lo faceva a casa sua vuol dire che anche lo studio era diventato casa sua.

Sì, si sentiva a casa. È importante, dove la casa è poi un luogo interno.

Essere sé, significa poi ritornare nella propria casa, riuscire a parlare con la propria lingua e non con quella degli altri. Anche la casa dei genitori rispetto alla propria.

Quando uno può tornare a casa sua, lì è proprio quello che lui è.

Mi sembra anche che, sto pensando a queste possibilità di legami che si creano tra situazioni che non hanno un nesso causa-effetto ma sono legami altri, ecco io credo che bisogna proprio fare silenzio con i nessi forti della mente per potere sentire queste voci che sono poi voci che hanno a che fare con il sé autentico che le sente e che può mettersi in contatto con altri livelli che sono analoghi, come un’autenticità non una maschera, perché le maschere non hanno la possibilità di essere messe insieme, sono finte, non vere.

Per i nostri pazienti quando noi abbiamo questa possibilità e la possiamo avere se siamo rilassati, perché se ci sediamo e ci contraiamo non ci sono gli spazi per creare questi nessi, allora io credo che ai nostri pazienti questo dà uno spazio di libertà, non di qualche cosa che è assoggettato al conformismo, piuttosto che alle regole, è qualche cosa che fa sentire un flusso. Anche un po’ la percezione del “se quello che ti dico non ti fa paura, non fa paura neanche a me” in qualche modo. Come se si ridimensionasse un po’.

Il poter nominare quello che è.

Con i pazienti che hanno dei tumori, alcune volte hanno voglia di parlare della morte e non possono farlo con i loro famigliari perché li spaventa molto. L’impressione è che le prime volte ti studiano e capiscono se possono parlare anche di questo argomento, come se selezionassero un po’ gli argomenti in base alla persona che hanno di fronte e quando dicono la parola morte o morire è come se fossero li pronti a cogliere la tua reazione fisica di fronte alla parola e quando vedono che tutto sommato non ti spaventa in maniera così intensa, cioè che l’hai già sentita, allora è come se si concedessero la possibilità di parlarne. Questo è più facile quando si è rilassati e tranquilli mentre nei momenti in cui si è in tensione è come se questa cosa passasse come argomento che non vuoi affrontare.

Se non si vuole affrontare la morte non si può affrontare la vita. Anche io ho avuto esperienza di accompagnare pazienti alla morte e nel momento in cui possono parlare del morire, poi possono parlare della vita. Si sente la vitalizzazione, il poter avere uno spazio in cui passare da uno all’altro significa proprio essere vivi.

Winnicott aveva scritto o detto “Vorrei essere vivo e presente al momento della mia morte”
Aveva scritto qualcosa come se lui fosse già morto.
Come se parlasse di sé come se fosse già morto.
L’ha scritto proprio apertamente. Credo che questo essere presente alla propria morte è, come dicono i saggi orientali, lasciare il corpo, lo spirito si separa dal corpo e nel momento in cui lo fa è presente.

“Il Sari Rosso”, racconta la storia di Sonia Maino sposata Gandhi e parla della famiglia Nehru-Gandhi e quando è stato ucciso il marito di Sonia, racconta in dettaglio il rito Indù della pira che viene accesa dal parente più prossimo, se è il padre quello che muore, dal figlio. C’è un momento in cui il cranio scoppia e fa un suono particolare e a quel punto significa che lo spirito si è liberato e c’è un rituale. A quel punto la persona morta è libera di salire, si è liberata dai vincoli. L’ho trovata una cosa toccante.

Io ho assistito a un paio di riti sul bordo del Gange a Varanasi. Accendono questi legni sui quali è depositato il cadavere e c’è un grande fumo che va addosso alle persone che è come se li respirassi, ti entrano dentro. È una sensazione molto particolare, in questo clima di ritualità che è legato semplicemente al luogo dove si svolge la funzione, mentre intorno c’è un caos incredibile con bambini che corrono e urlano. Questa cosa che respiri il cadavere è incredibile.Il cadavere o lo spirito. Hai proprio la sensazione che quello che c’è di materiale ti si appiccichi addosso in qualche modo.

Nel rito indiano Ibeda non c’è traccia concreta ma solo frammenti di parole: non hanno lasciato nessuna costruzione verbale perche tutto quello che è costruzione poi è soggetto a distruggersi come tutte le manifestazioni Ci sono solo dei suoni all’interno di questi riti essendo spirituali e come tale non soggetti ad estinguersi come tutto quello che è manifestazione fisica.

Il “Sari Rosso” narra dei volti che si vedono e si confondono nel fumo, della spiritualità che si diffonde tra le persone presenti.

In India la spiritualità è stata da millenni avvicinata in una maniera più intensa e profonda più di quanto non sia stato fatto altrove. Osho dice che l’India non è un luogo geografico ma uno spazio interno ed è lì che noi possiamo andare, non serve andare in India.

Io credo che noi nel lavoro che facciamo, prima si è parlato delle parole, lavoriamo su aspetti di questo tipo. Lo spirito abita all’intero di un corpo, che poi comunica con lo spirito. Noi non possiamo prescindere dalla totalità della persona.

Quante volte le nostre comunicazioni compiute e ben integrate non sono utili. A volte la singola parola può essere molto più incisiva se si inserisce in modo magico e trasformativo.
Non si tratta di costruire un bel discorso, ben fatto.
Veda vuol dire conoscenza e Sanscrito vuol dire perfetto. La parola avrebbe in sé una sua perfezione nel senso che è meno deformata rispetto alle manifestazioni concrete di altro tipo.

Quando una persona sente che è riuscita a comunicare quello che desiderava, a prescindere che sia una comunicazione allegra o triste è contenta di essere riuscita a comunicare quello che desiderava comunicare, come se ci fosse una compenetrazione tra parola e infinito dentro di noi.

A me viene in mente una paziente che ha fatto una lunga analisi e abbiamo rintracciato un suo sé autentico con il quale non era mai entrata in contatto ed era rimasto un pensiero solitario,una parte di sé autentica che credeva fosse una parte matta. Sua mamma era psicotica per cui c’era questa difficoltà per lei a capire cosa fosse sano e cosa fosse matto e quando abbiamo rintracciato questa parte ed ha cominciato a parlare questa parte, lei balbettava, con parole frammentate e diceva “Lei capisce quello che sto dicendo?”. Questa parte ha iniziato a parlare qui e per lungo tempo ha parlato solo qui e pensava che non sarebbe mai riuscita a parlare fuori e invece poco a poco ha iniziato a comunicare anche con gli altri e quando lei ritornava indietro, al pensiero solitario e comunicava con l’altra parte, come aveva sempre fatto, si sentiva più a suo agio perché era la parte che conosceva.

Anche questo mi ha insegnato perché nel cambiamento c’è il disagio della parte nuova. Lei quando ha finito l’analisi, ed è nata la sua parte nuova, ha anche concepito una bambina che poi è nata e abbiamo allungato il termine che avevamo posto perché nasceva proprio in coincidenza con la data che avevamo posto come fine dell’analisi e non poteva fare entrambe le cose e quindi abbiamo protratto. È stata per me un’esperienza straordinaria il fatto che nascesse il suo sé autentico e concretamente anche la bambina. Per me e anche per lei.

Lei pensava che non sarebbe mai diventata mamma, lo è diventata a 33-35 anni dopo un percorso lungo perché era ancora all’università quando ha iniziato con me. Credo che sia successo nel momento in cui nello spazio interno si è aperto lo spazio per il suo sé autentico, allora anche nel corpo si è fatto lo spazio.

Pensavo ancora alle parole e al fatto che forse la prima volta che mi sono spiegata un po’ come funzionava questo mestiere avevo appena finito l’università e sono andata in India e penso di averlo capito lì.

È come se la domanda fosse: “Com’è possibile aiutare le altre persone attraverso la parola?” perché di fatto non è un intervento sul corpo ma un intervento attraverso la comunicazione.

Me lo sono spiegata in qualche modo in India perché per la prima volta ho capito come le parole possano in qualche modo cambiare anche le sensazioni, gli stati d’animo in maniera non comprensibile, come se non ci fosse la possibilità di controllo razionale.

L‘esperienza è stata quella di ripetere i Mantra, cioè ripetendo parole che non si conoscono è come se tu raggiungessi una trasformazione che sembra impossibile e questo avviene attraverso il sentirti parlare in qualche modo, che è un po’ quello che avviene anche ai pazienti che sentendosi parlare in qualche modo trasformano degli aspetti di sé in una maniera che è difficile da spiegare.

Un benessere attraverso le parole è possibile, coinvolgendo anche il corpo.

È come se non ci fosse divisione, è come se in un secondo mi si fosse annullata la divisone corpo-mente cartesiana. Lo vedi agire, ti rendi conto di come attraverso le parole puoi avere una rivoluzione globale in qualche modo.

C’è il titolo di un libro di Danielle QuinodozLe parole che toccano” molto bello. Il l’ho letto molto tempo fa ma ricordo che ho trovato qualche cosa che dice che mi ricordava Bion. Lei è svizzera-francese e ho trovato molte connessioni con Bion anche se lei non lo nomina mai.

Non solo c’è un aspetto somatico, già le parole sono la traduzione, già io sto traducendo qualcosa dentro che poi arriva e chi ascolta fa un’altra traduzione.

Pensate quando c’è una traduzione da un’altra lingua, anche Bion lo leggiamo tradotto.

Quest’anno avevo proposto agli alunni di comprare libri con testo a fronte, di acquistare in inglese e anche in italiano e quando ci sono punti non chiari andare a vederlo in lingua originale. Perché se tutti avessero accettato si poteva pensare di leggerlo direttamente in inglese. L’idea era di vedere qualcosa per sentire come suona, non si può fare tutto in un corso.

Anche il suono delle cose è trasformativo, ho in mente le campane tibetane che loro usano come strumento di guarigione, te le posizionano sul corpo in corrispondenza attraverso le vibrazioni. E così anche quando ripetono le parole è come se utilizzassero il corpo, come gli islamici che pregano e dondolano in qualche modo, così loro utilizzano delle affermazioni mentre fanno delle posizioni di Delta Yoga. Ogni posizione ha un’affermazione corrispondente.

Se pensi agli islamici, pensano che il loro Dio abbia scritto il Corano, se pensi a Bion quella cosa è “O”, la verità.

A Delhi pregano continuamente e si muovono fisicamente, lo senti, con il corpo fisicamente.


SEMINARIO 4

24.11.2010



Sto rileggendo un libro intitolato “Nel deserto il profumo del vento”, è uscito 2 mesi fa.

È un mistico, un piccolo fratello del Vangelo di Charles Focauld. dice tante cose che sono vicine a Osho. Ha una sessantina d’anni e parla dell’esperienza mistica, dove per deserto si tratta proprio di entrare dentro di sé e arrivare ad un punto che è il vuoto, che è la situazione psicotica. Ecco, prima parlavamo della situazione psicotica in cui c’è questa sensibilità. Il deserto è poter lasciare tutte le difese, tutto quello che è strutturato dell’Io, anche il nome, e lì c’è una possibilità di contatto col tutto, proprio di prossimità e sofferenza.

Arturo Paoli , sacerdote cattolico,ha fatto la prefazione e dice che ad ogni pagina lui si è sentito accarezzato e scalfito allo stesso tempo. Sei a un passo dal paradiso e a un passo dall’inferno. E c’erano un gruppo di mistici nel quarto secolo nel deserto: sono andati una quantità di monaci, alcuni soli, altri in gruppetti (quelli che poi sono diventati monasteri). C’è stata una fioritura di questo nel Cristianesimo e probabilmente per trovare proprio un’autenticità della spiritualità, cosa che si è persa nella struttura della Chiesa che ha costruito le cattedrali. Invece, questi vivevano sotto la tenda. Ecco, l’autenticità della spiritualità è proprio sotto la tenda, e la tenda è quella che pianti sulla terra, e parte da lì. È bellissimo. Io l’ho letto l’estate scorsa, perché io conosco Arturo Paoli ed era lì e lui aveva la prima stesura. Aveva fatto la prefazione, me l’aveva passato, io l’avevo letto Ed è una lettura che si avvicina all’Oriente veramente molto. Io lo trovo bellissimo. E appunto “Nel deserto il profumo del vento”: lì non ci sono fiori, ma il vento del deserto, a seconda di dove va, ha un suo profumo. Ed è quello che anche è in grado di sentire lo psicotico di cui parlavamo prima. Poi lo psicotico è anche un porsi nostro. Lo psicotico ha una povertà dell’Io e lì per poter avere una comunione mistica con Dio si tratta proprio di poter annullare il proprio Io, perché nell’annullamento trovi Dio, che si annulla anche lui. Lui si è annullato. E lì c’è l’incontro, quello del Vangelo, di Gesù che si è incarnato. C’è un perdersi per trovarsi: ossia, si perde il tuo Io e anche Dio deve perdersi se si tratta di trovarsi, ma non si sa chi si perde. E dove inizia uno e finisce l’altro, ossia si è fusi ma anche separati, e qui c’è il discorso dell’unità e della trinità. Ecco, io non ve lo so dire meglio.


                                             
                                             SEMINARIO 5

                                                 19.01.2011



Anni fa, quando ho fatto il gruppo per la sclerosi multipla, poi incontravo anche terapisti della riabilitazione e poi ero stata inviata a fare dei seminari alla scuola, quella del S. Carlo, a tenere un corso. E quello che secondo me era utile per i fisioterapisti era il discorso di una relazione che era particolarmente coinvolgente perché lunga nel tempo e in più dove c'era un corpo a corpo. Avevo sperato, ai tempi di riuscire ad organizzare un gruppo, tipo il Balint, per i terapisti della riabilitazione, proprio centrato sul fatto della relazione.

Esperienza molto intensa, passa molto attraverso il non verbale ma poi si trasforma, per molte persone, anche in verbale. Io ho presente molto chiaro nella mente un cliente di Marco, mi sembra, che andava in terapia con un psicologo. Da molti moltissimi anni e non riusciva a sbloccarsi e si era un po' depresso, stava malissimo. Ma ha fatto un paio di massaggi con Marco, ha pianto tantissimo e quando lui massaggiava continuava a piangere non si fermava più. Insomma, in due o tre volte che si sono incontrati, lui ha incominciato con frequenza settimanale a fare un massaggio e ora sta molto bene. E sono passati quasi tre anni e lui non salta una settimana. Per lui è molto importante, cioè hanno stabilito una relazione tale per cui parlano, lui gli fa il massaggio e sta molto meglio. E lo identifica proprio come un punto di trasformazione, il momento in cui ha incominciato a farsi massaggiare e toccare. Un canale molto efficace per alcune persone.

Io ho una paziente, che è un’allieva o ex allieva, che aveva dei dolori per cui va da una donna naturopata, e la naturopata l’ha mandata da una massaggiatrice e col massaggio, da subito, questi dolori vaganti e muscolari o articolari e stanchezza anche molto spiccata a tratti sono passati

Perché verosimilmente erano dell’energia che era ferma lì e si è attivata e ha avuto beneficio dopo poche volte. Credo stia ancora continuando. Adesso io, essendo in una terapia analitica, non posso chiederle se lei non mi dice, però insomma…

Infatti lei dice che, al primo, già ha cominciato a sentire l’energia circolare: nelle pratiche di yoga che faccio da un anno e mezzo, c’era stato proprio un, mi viene da dirlo in inglese, un’impairment di tutte le funzioni, comprese tutte le articolazioni. Io non riuscivo più ad alzare le braccia, non riuscivo a camminare perché mi si gonfiava una caviglia. Allora ho incominciato ad utilizzare quello che conosco delle tecniche di yoga mettendolo insieme anche alla meditazione, seguendo una pratica di Satiana Under che si chiama Pavana muktasana, che parte dalle articolazioni, dalle dita dei piedi, poi le caviglie, le ginocchia e così salendo tutte le articolazioni accompagnandola col respiro.

Io inspiro, trattengo quanto posso, poi sto col corpo (è il corpo che mi dice quando devo espirare), espiro…perfetto…e di nuovo trattengo…Ecco…E così per tutte le volte. Ecco, allora il respiro insieme al movimento richiede un contatto. Intatto, si azzittisce la mente, perché se la mente funziona e ti comanda non funziona…All’inizio succede così ma non è un esercizio di mente, non è una meditazione. E invece si tratta proprio di fare il vuoto dentro e potere muoversi. Io, per esempio, ho capito o meglio ho sperimentato…perché Camiro mi diceva “Non sei tu che rilassi ma è il corpo”. Io non intendevo. Di fatto, io adesso lo sento: quando ci si rilassa, è il muscolo che si rilassa, è l’articolazione che si rilassa. Questo è la meditazione che io faccio ogni mattina; certe volte dura un’ora anche, almeno due o tre volte alla settimana, se no più di mezzora. E questo movimento accompagnato dal respiro, dove non è un respiro obbligato, perché sono io che lo seguo ed è l’articolazione che si accompagna al respiro, ossia sono loro che si armonizzano e tu segui. E io lo faccio al risveglio, lo faccio a letto. Io mi sveglio presto. E così mi inserisco nella giornata, in questa maniera armonica e meditativa, e io faccio tutto fino anche alla temporo-mandibolare e faccio degli esercizi per gli occhi, il palming, un esercizio yoga che è sbattere le palpebre dieci volte per tre volte, poi riposo, poi faccio di nuovo il palming e faccio quello degli occhi. Io sono molto migliorata, ma anche questo degli occhi va bene a chiunque perché è qualche cosa che tiene in allenamento il sistema comunque, che fa in modo che non si atrofizzi

Questa esperienza che io non avevo messo in conto che potesse essere una meditazione, è una meditazione che si è approfondita con la pratica e mi sembra che la connessione col corpo sia un punto importante, che non isolarsi nel corpo. In uno stato meditativo si può fare anche quello, ma quando l’ho legato a queste pratiche muscolari che accompagnano il corpo, io lo sento più completo e più intenso.


Finocchiaro :
Bion parla tanto del concetto di psicosomatica.

Groddeck, ha lavorato tutta la vita in queste cliniche così a metà strada tra lo psichico e il corporeo, che utilizzavano anche il veicolo corporeo. 

Citterio:

In Grotstein “Un raggio di intensa oscurità. Bion, forse nei “Seminari brasiliani”, prima del seminario, “Sono curioso di sentire quello che dovrò dirvi”. Questo è orientalissimo. E’ come se in realtà fosse il corpo a parlare.

Io nei seminari su Bion adesso utilizzo più quello che ho appreso dell’Oriente, della meditazione, di Osho, per parlare di Bion. Vado a guardarmi quello che lui dice, ma poi quello che dico io lo lascio come mi viene e si avvicina di più appunto a quello che è l’esperienza dell’Oriente.

Forse per riuscire a sentirlo veramente, a comprenderlo, un po’ di consapevolezza di esperienza orientale è fondamentale in qualche modo. Perché altrimenti è come se rimasse un po’ superficiale.

Finocchiaro :
Leggere un libro di Bion ha un senso completamente diverso rispetto agli altri libri. E’ come se non lo sentissi subito, mentre poi, con il tempo, è come se lo metabolizzassi, in qualche modo. Cioè, come se tante cose acquisissero un senso. Quando le sperimenti ma non con la mente, fai l’esperienza. 

Citterio:
Quello che dico anche nei seminari: si tratta di scendere più in basso, perché “senza memoria e senza desiderio” è questo poi. Perché preso razionalmente così sembra una follia. Invece, sentirlo nella relazione te lo fa comprendere. Lo capisci solo attraverso quello che hai vissuto, non puoi capirlo.

Se è una lettura con la mente non capisci niente, non entri in Bion, non rende assolutamente.

Se invece noi possiamo andare come viene…

Finocchiaro:

Come per eliminare l’incertezza, come per eliminare la sofferenza dell’incertezza.


Citterio :
Noi non riusciamo a pensare, in termini di Bion, quando non tolleriamo la frustrazione dell’incertezza, del non sapere, del vuoto, l’assenza dell’oggetto. E’ questo è tipicamente orientale. Perché riuscire a stare anche lì dove non sai quello che succederà.

Quando uno legge quello che ha scritto qualcun’altro, una sensazione in cui si è ritrovato, è come se lo avesse scritto un po’ lui stesso.

Quando parla uno non sa esattamente che cosa dirà un secondo dopo. È come se fosse un flusso che viene fuori, non troppo controllato. Se tutto fosse rigido e controllato, già predisposto, non ci sarebbe la libertà di poter spaziare e di sentirsi dire magari anche delle cose che uno non pensa neanche di pensare, perché quelle cose sono quelle che senti.

Quanto ti senti, come dicevi prima, parlare, il pensiero va in una direzione che tu non sai. Perché le parole ti tracciano una strada che non sei tu che tracci. Perché le parole autentiche sono quelle che vengono dal silenzio, quindi da quello che tu senti, e tu, nel momento in cui le formuli e le ascolti, poi parlando costruisci pensiero.

Io quando parlo, soprattutto nelle sedute ma anche nei seminari, io comincio a dire una cosa e poi vado, non so dove arrivo, se sono libera. Ossia libera di trasferire, quello che dice Bion “sono curioso di sentire”, di provare come sensazione quello che vi dirò. Quindi, quello che vi dirò, quando è autentico, viene dal silenzio, va a pescare nel profondo. È nel corpo, perché è il corpo che sento. Perché la parola è corpo, in un qualche modo, è qualcosa che c’è.

Quindi, davvero le similitudini con il pensiero orientale sono moltissime, perché se uno pensa a questo fluire di parole, a partire dal quale viene una specie di illuminazione. Perché poi, quando uno è con un analista, è come se guardasse i suoi pensieri ad alta voce: è un po’ come una meditazione in cui uno vede i suoi pensieri che passano.

Ed è come se uno li sentisse dentro le sue orecchie. Li vede passare, li lascia passare e poi, ad un certo punto, è come se avesse una specie di illuminazione.

E’ come se avesse una comprensione di qualcosa, è come se quadrasse quel qualcosa in più a cui prima, con coscienza, non si aveva pensato, a cui razionalmente non si riusciva a pensare.

Per cui, è come se il processo fosse molto simile, in realtà.E’ simile perché ti avvicini al funzionamento che c’è davvero, nella misura in cui ti avvicini. Poi, se ci sono quelli che applicano delle regole soltanto, allora si dicono e si chiamano analisti di nome ma nella realtà non lo sono.

Con l’analisi forse hai un osservatore esterno, nel senso che, producendo pensiero ad alta voce, hai poi un analista che ti dà un feedback, un altro punto di vista; mentre, con la meditazione, è un po’ come se tu facessi tutto da solo. E’ come se cambiassi continuamente vertice, è come se tu fossi l’osservatore e l’osservato contemporaneamente.

Anche in analisi. Nel senso che poi, quando parli ad alta voce, tu sei l’osservato perché vieni osservato da un analista, ma forse lo sei anche tu. Cioè sei osservato dall’analista ma sei anche tu l’osservatore di te stesso nel momento in cui parli. Per cui questi vertici, questa molteplicità di vertici c’è comunque.

Ho capito che avevo bisogno di poter confrontarmi con quello che mi è successo con un’analista perché è il mio linguaggio, è la mia lingua madre, e quindi è lì che avrei bisogno di confrontarmi. E io sto già meglio nel senso che, per esempio, anche prima di conoscerla, quando già avevo l’appuntamento, io ho cominciato a raccontarle dentro di me, così a guardare delle cose e quindi a vedermele e questo glielo ho detto. Noi ci vediamo una volta a settimana. E anche adesso, io tra una seduta e l’altra e continuo a parlarle e posso farlo sentendomi meglio perché ho un interlocutore, perché in questo momento ho avuto una regressione per dei fatti, per cui ho dovuto tornare indietro. Ecco, stavo pensando: questo modo che io utilizzo è vicino a una meditazione, perché io guardo i miei pensieri che passano e vedo delle cose che nel momento in cui le vedo le trasferisco, diventano pensiero, parole. Comunque vedo la realtà dei pezzi della mia vita, anche di prima che vada a riprendere, come vado a riprendere le cose in casa. Tale per cui sai quello che ti passa per la mente, hai un contenitore, in un qualche modo, da qualche parte.

Mentre quando mediti, sei tu stesso che ti fai da contenitore.

Per cui ci sono riflessioni e pensieri che rimangono per te stesso. C’è il piacere della relazione, è come se fosse una scoperta di te stesso.

Però Osho incontrava le persone che poi gli facevano delle domande. Mentre andavo all’Ashram di Sarchi Ananda, ho parlato con delle persone indiane che avevano come guru Sarchi Ananda, e andavano più frequentemente che se uno andava a Dehli o a Calcutta. Per esempio, una diceva che il guru le aveva detto di cambiare lavoro e di fare un certo tipo di lavoro diverso: lo aveva fatto e il suo lavoro era fiorito. Per cui, anche lì però hai bisogno di un punto di riferimento, di un altro che ti osserva e ti dice delle cose.

Per cui, è possibile che loro, originariamente, la intendessero proprio così, come un rapporto con una figura di riferimento. Perché era un rapporto discepolare, poi alla fine. C’è un guru e dei discepoli che si confidano con lui, in un qualche modo. Per cui è possibile che il guru facesse da punto di riferimento esterno, così come è l’analista nel rapporto analitico.

Forse, poi il guru diventava quel punto esterno che è il riferimento che ti permette di pensare, di esplicitare il tuo pensiero, forse di produrre anche il pensiero in un qualche modo.

Tu gli dici delle cose, lui ti guarda e ti dà delle indicazioni guardandoti da fuori. Quindi, anche lì non ce la fai da solo.

Non so se Tolle è illuminato o no, comunque è molto avanti, anche in questa demonizzazione della parola: la usiamo tutti, se no come comunichiamo? Che poi ci siano altri livelli non verbali, ma nel momento in cui vogliamo dire qualcosa ce lo dobbiamo dire usando le parole, altrimenti…

Questa analista, la seconda volta, mi ha detto che mi ha sentito “umile e coraggiosa”. E su questo ho riflettuto. Mi sono sentita riconosciuta, devo dire. Io le ho detto “Mah sa umile. Io ho toccato livelli…Come potrei non esserlo? Perché la vita mi ha portato questo. E coraggio? Beh come ne sono uscita, quindi mi ci vuole coraggio”. Comunque dall’analista è un altro ascolto, per quella che è la mia esperienza.

Quindi, aver un’esperienza di analisi ti dà delle possibilità di guardare le varie facce davvero senza dare giudizio e interpretazioni selvagge. Magari uno può darle, ma non costantemente. Abbiamo delle capacità altre, che messe insieme alla meditazione aiuta. Non è che sia o una o l’altra; una è giusta e l’altra è sbagliata; una è demonica e l’altra no. Assolutamente no. Non è questo.

Diverso è il karma yoga: a me è rimasta una traccia. L’ho tutt’ora presente. È due volte che sono andata in India. Ma quella lì è un’esperienza all’interno dell’Ashram e che comunque ti dà una traccia per cui, non so, anche stasera lavavo i piatti e capivo: tu stai facendo quello e lo fai con tutte le tue energie, perché sei solo lì, fai una cosa per volta.

Come anche una cosa pratica e umile anche, diventa piacevole. Pensi che non la possa fare nessun’altro al tuo posto perché ti sta bene essere lì e farla.

In quel momento è quello e c’è quello e lo fai. Non è quello che fai, potrebbe essere lavare i piatti o fare un intervento chirurgico: poni la stessa attenzione.

È la capacità di esserci al 100%, con consapevolezza.

E anche quando sei nella situazione d’analisi, lì sei al 100%, disponibile. Lì non si tratta di fare, ma di essere, essere un ascolto, guardarti: è la stessa cosa.

Guardi il campo al 100% e con distacco senza immedesimarti in quella che è l’emozione di un momento o quello che senti.

Se non la pensiamo nella forma che abbiamo portato in Occidente, ma pensiamo a quella originaria orientale: lo yoga è una meditazione in movimento. Per cui è come se il collegamento tra il corpo e la mente fosse costante. Per cui ciò che senti attraverso il corpo è nella mente, e viceversa. Non so se mi sono spiegata. Ad esempio, ho in mente le autoaffermazioni Paranansa Yogananda che associa una frase ad una posizione yoga, per cui una sensazione fisica ad una frase. Per cui la posizione del guerriero dice “Mi sento forte e pronto”, oppure picchiettandosi la testa dice “Svegliatevi cellule del mio corpo”: come se ci fosse un collegamento tra il sintomo fisico, che puoi sentire, il movimento fisico e la sensazione che ti può far provare a livello psichico. È come se la tecnica li appiccicasse assieme. Per cui, l’esortazione verbale, come un mantra che ti ripeti, che è qualcosa che ti sta nella testa, associata ad una specifica sensazione corporea.

Mi è venuto in mente che mi piacerebbe poterla trasmettere ad un gruppo di persone questa esperienza. 
Mi piacerebbe, anche per trasmettere qualche cosa, ma l’idea è anche per me, per poter ampliare l’esperienza, perché l’esperienza fatta in un gruppo è diversa che quella fatta da soli. 
Loro fanno shiatsu, c’è anche un osteopata. 
E allora ho detto che mi piacerebbe fare un gruppo e loro sembrano interessate. Io non lo so come, perché mi è venuto in mente proprio in queste meditazioni mattutine. Mi è venuta in mente questa cosa e mi sono venute in mente loro, perché questi pensieri poi nella meditazione ti arrivano e tu li vedi.
E allora sono arrivati e adesso la cosa sembra che possa interessare. E io prima pensavo di farlo solo come maestra di yoga, poi oggi ripensandoci, per esempio, con queste persone potrei avere dei colloqui prima di fare questa cosa. Così, per conoscerci e poter vedere se vogliono sapere qualche cosa, poter dire in che cosa può consistere il tipo di lavoro insieme.
Renderlo anche un po’ psicoanalitico, in qualche modo.

E devo pensare come, perché io sono psicoanalista a pieno titolo non con una trasgressione dalla psicoanalisi. Ecco, penso che ne parlerò con questa persona in maniera da poter fare un discorso. Ma non per una questione di forma. Perché poter mettere insieme le due cose potrebbe essere una cosa nuova.

Sarebbe un gruppetto piccolo, perché massimo possono stare sei persone in quella stanza. Quindi quattro o sei persone, per partire. Io sento il bisogno che siano poche persone.

E d’altronde per quanto mi riguarda quello che mi sento di trasmettere, che faccio, è proprio sulla mia esperienza e posso trasmettere proprio essenzialmente perché ho le esperienze nel mio corpo. E facendo l’esperienza nel mio corpo, io, nel mio tragitto, ho preso le tecniche che potevano essere messe insieme. E poi non è nato così, all’inizio.

Freud diceva che ogni tanto uno dovrebbe fare le tranches di analisi, ma è difficile farlo perché ci si conosce fra noi analisti. Ma poi però non è necessariamente così un ostacolo il fatto che ci si conosca. Io questa terza analista non la conoscoevo, l’ho trovata.
Sono gli incontri casuali quelli che funzionano di più. Ogni tanto l’intuito ci porta in luoghi inaspettati. Perché se no non li vedi.  Magari ti passano davanti e non li vedi se non è il momento.