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La mente può trovarsi in stati diversi , il sonno ,il sogno, la trance,l'ipnosi,l'attenzione fluttuante,
l'estasi,la preghiera,la meditazione,la creatività artistica e scientifica,
l'esplorazione dello spazio e degli abissi marini,l'agonismo sportivo.

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Il mondo puo diventare un globo : Franz Rosenzweig e la filosofia dello spazio geografico .





Franz Rosenzweig (1886- 1929), è stato un   filosofo tedesco, esistenzialista, amico e collaboratore di Martin Buber  e maestro di Walter Banjamin, un esponente dell'ebraismo più aperto al cristianesimo.

In Globus, Per una teoria storico universale dello spazio del 1917, Rosenzweig compie un’analisi filosofica dello spazio geografico e psicologico di grande importanza per noi analisti di gruppo, utilizzando la metafora della dialettica Mare Terra come dispositivo per interpretare la fondazione della mente:

Il primo uomo che delimitò per sé e per i suoi un pezzo del suolo terrestre per farne una proprietà inaugurò la storia mondiale. Poiché dicendo “mio”, non solo fece “suo” il “suo”, ma rese tutto il resto possesso di tutti coloro che restavano.

Cosi facendo, col ʻmioʼ, creò contemporaneamente il “tuo” e il “suo”.

Tracciando il primo confine, l’umanità prese possesso della terra.

Alla definizione di questa prima frontiera corrisponde una rispettiva presa di possesso della terra, sancita dall’insorgere del primo pronome possessivo — “mio” — cui segue di rimando la costituzione dei posses-si(vi) altrui— “tuo”, “suo”, ecc.

Con la demarcazione del confine l’io stabilisce ed attesta la propria dimora nel mondo, il possesso di una porzione di terra che lo divide dagli altri. Viene qui istituita la legge dell’oikos, del proprio, della casa: ecumene; la parola scelta per la terra abitata che rimanda etimologicamente al tratto della domesticità.

Il tracciato di separazione segna la differenza, che sola può aprire lo spazio per il dialogo e per la relazione.

Rosenzweig scrive che l'intera storia universale altro non è se non il continuo spostamento in avanti di quel primo confine, altro non è che un sempre rinnovato incastro l’uno nell’altro del “mio”, del “tuo” e del “suo”, la creazione sempre più articolata di relazioni Io-Tu a partire dal caos indiviso dell’esso.

Solo a partire dalla fissazione di questa dimora, che dischiude uno spazio di distinzione al “c’è” indifferenziato del mondo, al neutro dominio dell’esso, si rende possibile il gioco infinito di relazioni io-Tu che scandisce il cammino del mondo nella storia.

Quindi da una parte c’è la divisibilità propriamente terranea, dell’altra il principio opposto dell’illimitatezza: dal momento in cui è stata creata, la terra è destinata ad essere attraversata in tutte le epoche da confini. L’essere limitabile è nella sua natura, l'illimitatezza il suo fine ultimo.

L'elemento naturale in cui tale principio trova la propria visibilità è il mare.

Il mare ammonisce l’uomo a ricordare la sua più intima vocazione all'autotrascendimento, all’essere sempre costitutivamente assegnato all'oltre del proprio limite, al dover cercare instancabilmente l’al di là del confine posto.

Finché l’aura di questa immagine riluce, sarà sempre impossibile per l’uomo votarsi in pace a quella zolla limitata e perenne, e ammuffire nel "mio": dal mare continua ad irradiare una luce che risveglia nell’anima incline al sonno la magia del fuori sconosciuto.

Qui, risvegliato ad un altrove, l’uomo rimane così posseduto da una memoria di libertà e non disimpara il desiderio.Si pensi alla “manque” in Lacan come condizione di alimentazione infinita del desiderio e del significante.

ll mare è la cifra di un altrove che permette all’uomo di non disimparare il desiderio.

Come sottolinea Guarneri” la logica del desiderio che si nutre d’infinito, risponde a quello che Freud chiamava "sentimento oceanico". E’ il sentimento oceanico cui fa riferimento il famoso carteggio fra Freud e Rolland. Il desiderio è infinito e inesauribile come l’oceano. L’esperienza Mistica della beatitudine oceanica nella fusione primaria dell’ immersione in amnios, una armonia primaria fra mondo esterno ,noi e nostra madre.

“Il mare risveglia l’uomo dal sonno dell'autoreferenzialità, lo strappa alla logica del possesso egoico, la sua libertà va intesa come apertura all’altro da sé”.

L’idea di sottofondo di Rosenzweig,è una grandiosa riunificazione di terra e mare in un globo che non conosca più separazioni.

La terra è metafora della divisibilità, luogo originario del confine e, in fondo, della finitezza. Rappresenta un territorio che si offre alla presa di possesso,alla delimitazione di uno spazio proprio distinto e separato dagli altri. In molti miti e in molte leggende la terra appare come la grande madre, luogo dell’autoctono, luogo d’origine. La terra è spesso considerata dagli uomini come il loro fondamento materno», e dunque rappresenta l’utero, il grembo della propria definizione identitaria.

Nel mare si dischiude invece una spazialità altra e alternativa che d’un tratto apre dinanzi un mondo diverso da quello della terra e della terraferma. La spazialità del mare sembra caratterizzata dall’impossibilita del confine e dal carattere dell’illimitatezza."

Rosenzweig cita due diverse immagini del mondo che sono anche due diverse rappresentazioni della socialità e della mente:

La prima- ci dice ancora Guarneri- è la raffigurazione Talasso centrica OMERICA che pone al centro un grande mare interno circondato da un sottile anello di coste abbracciato tutt’intorno dalla striscia del fiume Oceano. Il mare è al centro .

La Terra, la casa, circoscrive il mare e lo rende un mare interno, chiuso.

L’uomo si poteva sentire a casa avendo raggiunto la costa di questo mare interno. Vedere il mare significa vedere la costa e quindi sentire la propria casa vicina anche se si era lontani. Il mare era garanzia di ritorno. La costa era perimetro che segnalava il sentimento della strada per la casa.

L’immagine greca del mediterraneo privilegia la terra e i confini. Il mare è familiarità, è casa perché il mediterraneo è chiuso e quindi ha terre–coste dall’altra parte di esso anche se non si vede”.

Questo ci fa capire bene ancor oggi il sentimento dei nordafricani che attraversano a rischio della vita il mediterraneo alla ricerca di una terra di fronte alla loro che è sentita come casa e forse come mente comune, Koinos.

La seconda, più antica della prima, è l’immagine BIBLICA del mondo di Isaia, Geocentrica, tolemaica, che al contrario pone al suo centro un enorme terraferma che emerge dal mare e sulla quale sorgono e periscono i grandi imperi. 

Tutto il mare intorno a questo blocco compatto di terra è Oceano. 

In questa raffigurazione esistono delle coste situate al di là del mare, le isole, che rimangono comunque frastagliate e disperse, non danno al mare alcuna forma, non gli conferiscono nessun carattere chiuso: disseminati in un mare infinito, lontano, estremo, che si presenta come l’al di là rispetto alla sola terraferma centrale in sé conchiusa . 

Nella visione di Isaia dunque, non vi è alcun mare interno o chiuso. 
Piuttosto c’è l’Oceano, come emblema di un infinito incommensurabile, noi diremmo di un inconscio privo di forma e di contini, che si offre alla vista come un al di là sconosciuto e inquietante, un abisso che si spalanca intorno alla terra familiare, nel quale navi e navigatori osano calarsi. 

Un mare dal carattere oceanico e abissale, infinito e perturbante, terra di Leviatani e mostri “.

Terra e mare sono due metafore non di decisioni esistenziali ma caratteri costitutivi della realtà –finito e infinito, limite e limitatezza.

Il mare è segno dell’oltre, di un fuori sconosciuto che spinge l’uomo verso l’infinito, è l’alterità che consente di uscire dal proprio io e aprirsi all’estraneo.

Il mare batte le coste della terra come simbolo di una liberta che bussa alle porte dell’io, di un’alterità che viene a sconvolgere e perturbare le divisioni ratificate dai possedimenti degli uomini sulla terra.

Dirà Rosezweig:

Il mondo può diventare un globo. C’è un solo mondo e un solo mare ma sembra ancora che nonostante si sappia che il mondo è sferico si continui a pensare come se fosse piatto.

In una visione davvero tridimensionale il regionalismo e il localismo non avranno più senso.
 Manca ancora tridimensionalità.

Il ruolo che l’identità europea giocherà sarà fondamentale. L’Europa incarna il progetto ideale del dialogo fra culture, ad essa spetta il compito di universalizzare su scala planetaria la tensione all’incontro e all’integrazione degli spazi marittimi e terrestri del globo in un unitaria costruzione geopolitica ma anche mentale, capace di attraversare le diverse culture, congiungere finito e infinito limitato e illimitato, Mediterraneo e Oceano affinché l’umanità dimori in un’unica casa”.

Il sogno che animò le conquiste di Alessandro Magno , poi di Cesare, centinaia di anni dopo Cristoforo colombo,e piu recentemente suez e gibilterra : unire il mediterraneo all’oceano.


Bibliografia

Guarnieri C., “Terra,mare ,oceano. L’al di là del nuovo pensiero in un saggio di Geopolitica”, Universita di Lecce.

Rosenzweig F., Globus,Per una teoria storico universale dello spazio,Marietti

Rosenzweig F.,Il nuovo Pensiero in La scrittura:saggi 1914-1929,Citta Nuova

Rosenzweig F.,La stella della redenzione, Vita e Pensiero





L'europa , il mare e la cultura mediterranea .


Quale nesso si stabilisce nella cultura greca da una parte tra il mare e l'orientamento verso l'infinito, e dall'altra tra il mare e la guerra ?

Massimo Lollini in un importante saggio dal titolo” Il mare, l'infinito e la guerra”ci introduce ad un'importante riflessione sull'eredità mediterranea nella cultura europea:

“Lo storico Georges Duby osservava un ventennio fa – scrive Lollini - che da circa un secolo il Mediterraneo offre a chi lo scruta, agli avamposti della speranza, un volto di violenza". In realtà questo volto violento richiama alla memoria storica la "parte più tenebrosa" dell'eredita del classicismo greco-romano presente fin nelle origini della civiltà mediterranea.

Fernand Braudel ha sottolineato il carattere decisivo dei "conflitti tra civiltà :questi conflitti mettono bene in evidenza quali urti sordi, violenti e reiterati si scambino quegli animali possenti che sono le civiltà; e come le civiltà siano "intrise di guerra e di odio, una immensa zona d'ombra che le divora quasi per metà. Tuttavia le civiltà non sono solo questo odio fabbricato e nutrito per l'altro. Esse rappresentano anche l'"eredità dell'intelligenza", l'accumulo dei beni culturali, sacrificio. Questi due elementi, quello "distruttivo" e quello "costruttivo", appaiono strettamente intrecciati .

L'eredità mediterranea della cultura europea è al centro della riflessione dello scrittore siciliano Vincenzo Consolo, che nell'esperienza di Odisseo ha trovato l'immagine più vera e rappresentativa della violenza che pervade il presente. Odisseo per Consolo è anche immagine di un esilio inappagato per l'infinito che lo pervade e lo proietta in una dimensione di alterità, in cui è ancora possibile, senza superficiali rimpianti o speranze utopiche, continuare il lavoro di scavo alla ricerca di una parvenza di umano che non aspira più all'infinito e non è più rischiarato da alcuna luce provvidenziale”.

Una posizione come si vedrà quasi opposta a quella religiosa di Rosenzweig.

Gli achei trasmisero ai greci la tradizione marinara e commerciale degli egei, infaticabili esploratori e naviganti temerari che non riuscivano a vivere entro i confini e le coste delle regioni conosciute. I Greci temevano l'elemento marino e che la spinta fondamentale che li motivava ad avventurarsi per i cammini infiniti del mare non era l'amore del viaggio ma la dura necessità economica. Il viaggio in mare era un male necessario e attraversamento di ciò che separa ed estranea Tuttavia, una volta riconosciuti i limiti di un'interpretazione romantica del viaggio di Odisseo e del rapporto dei Greci con il mare, si deve ammettere che la vicenda mitica di Odisseo e l'esperienza storica della colonizzazione greca del Mediterraneo rivelano l'esistenza di qualità intellettuali che non si spiegano unicamente con la necessità economica.

Un insaziabile spirito di curiosità, di avventura e di un desiderio di conoscere ed esplorare l'ignoto che vengono attivati proprio dall'esperienza del mare.

Il mare rimane la figura dominante della geofilosofia dell'Europa, non solo per questo orientamento verso l'infinito della ricerca intellettuale, ma anche per il nesso che lo collega alla guerra.

Il mare è l'elemento nemico in cui e impossibile trovare dimora; è l'elemento ribelle ad ogni costituzione e ad ogni legge e rappresenta un passaggio obbligato per chi intende fondare il potere politico nella città.

“Oggi- prosegue Lollini- è ampiamente riconosciuto che Odisseo rappresenta l'archeologia dell'immagine europea dell'uomo, l'immagine originaria di un'intera episteme fondata sulla scienza, il simbolo della civiltà fondata sul mare (Andreae)”.

Proprio per questa ragione la figura di Ulisse rappresenta un modello centrale nell'immaginario occidentale multiforme e aperto non più contrapposto al mito di Abramo fondatore della tradizione ebraica.

“In realtà, come è stato notato, tra Ulisse e Abramo non c'e vera contrapposizione, si deve parlare piuttosto di interazione dialettica tra i due. Ulisse e Abramo indicano due momenti che sono presenti in ogni viaggio, il primo momento è la partenza dell'io verso l'altro e l'ignoto, il distacco, la purificazione. Il secondo momento del viaggio cosi come il primo ha caratteri comuni tra Abramo e Ulisse. Si tratta del percorso: la nave per Ulisse, con l'incertezza e il pericolo connessi, e il deserto (con l'esposizione alla solitudine che esso comporta) per Abramo. Tuttavia il pensiero umano, così come l'identità umana, non ha una consistenza ontologica ed è sempre il risultato dell'incontro e del contatto vivo con l'altro. Allo stesso modo il viaggio autentico comporta sempre il distacco e la messa in discussione di sé nell'incontro con l'altro. Certo per Odisseo il nostos è anche riconquista dei beni e del potere, riappropriazione del proprio passato di re, compiendo una terribile vendetta sui Proci che avevano insidiato il suo regno e la sua sposa. La fine della guerra di Troia non rappresenta dunque la fine della violenza, che al contrario esplode con forza inaudita proprio a Itaca, dove Odisseo il "distruttore di città" consuma una strage di uomini e donne per riconquistare il potere politico.. Si deve poi considerare che nel libro XXIII Omero riprende la profezia di Tiresia (Libro XI) secondo cui una nuova prova terribile attende Odisseo, che sarà costretto a ripartire. Di questo egli è pienamente consapevole nel momento in cui ricorda a Penelope che i travagli non sono finiti con il ritorno (XXIII). Di questo ulteriore viaggio non si parla nell'Odissea.

Tuttavia il tema del viaggio si prolunga al di là della struttura narrativa del poema e della sua fine. Senza fare di Odisseo un eroe romantico che viaggia per il puro piacere di viaggiare, si deve riconoscere che lo schema circolare del suo viaggio da Itaca a Itaca passando per Troia, viene messo in discussione all'interno del poema con un'allusione al carattere non definitivo del punto di approdo raggiunto.

Solo nell'interpretazione di Dante Ulisse sarà posseduto da una passione incontrollata per i viaggi e la conoscenza. Nella lezione di Dante Ulisse è già un eroe "moderno" che ha perduto definitivamente la propria patria e rimane condannato all'erranza fino alla scomparsa nel fondo del mare. È interessante notare come anche quella parte della cultura araba contemporanea che ha voluto fare i conti con la problematica moderna senza condannarla o esorcizzarla abbia letto il mito di Ulisse in questa stessa chiave.

Nella poesia di Adonis, In cerca di Ulisse:

Ma anche se tu tornassi se le distanze si accorciassero e la guida fiammeggiasse nel tuo sembiante tragico o nel tuo terrore intimo, sempre per me tu saresti la storia della partenza per sempre tu saresti in una terra senza promessa in una terra senza ritorno. Anche se tu tornassi, Ulisse”.

Questi versi, letti insieme a quelli di un'altra poesia di Adonis, L'erranza, bastano da soli a far comprendere come la condizione dell'esilio e dell'erranza siano una condizione irreversibile nella cultura mediterranea moderna sia nel mondo cristiano che in quello arabo.

L'erranza, l'erranza l'erranza ci salva e guida i nostri passi. L'erranza è chiarezza E il resto è solamente maschera L'erranza ci lega a tutto quello che è altro Ai nostri sogni imprime il volo dei mari E l'erranza è attesa”.

E’il senso profondo della condizione dell'Odisseo moderno cosi come si manifesta nella tradizione mediterranea araba e cristiana, con molti punti in contatto con analoghe concezioni ebraiche che pure non si riferiscono al mito di Ulisse ma a quello di Abramo.

Si tratta di una condizione di continuo esilio che rifiuta ogni certezza in nome di un apprezzamento intrinseco di tutto ciò che è altro.

Pur comprendendola, Dante condanna la ricerca intellettuale di Ulisse dal momento che non è illuminata dalla luce divina.

Per questo il viaggio di Ulisse rimane un "folle volo" che mantiene comunque qualcosa in comune con qualunque aspirazione alla conoscenza autentica e creativa, come sapeva bene Dante e come sanno gli scrittori moderni e contemporanei che sono venuti dopo di lui “.


Bibliografia

Guarnieri C., “Terra,mare ,oceano. L’al di là del nuovo pensiero in un saggio di Geopolitica”, Universita di Lecce.


Lollini M. “Il mare, l'infinito e la guerra “ in “Intrecci mediterranei : la testimonianza di Vincenzo Consolo,moderno Odisseo,http://statidellamente.blogspot.com/

Matveyvic P. - Mediterraneo. Garzanti




L' intolleranza e il Mediterraneo di Guglielmo Campione



A cinque braccia sul fondo

tuo padre è sepolto.

Son fatte corallo le sue ossa

due perle quelli che erano i suoi occhi.

Nulla di lui va disperso

ma una magia del mare

lo tramuta in qualcosa di ricco e strano.

A ogni ora le ninfe del mare rintoccano per lui".


Canto di Ariel nella "Tempesta" di Shakespeare




“Nessun uomo è un'isola
intero in se stesso.
Ogni uomo è un pezzo del continente
una parte della terra.
Se una zolla viene portata via dall'onda del mare
la terra ne è diminuita
come se un promontorio fosse stato al suo posto
o una magione amica o la tua stessa casa.
Ogni morte di uomo mi diminuisce
perché io partecipo all'umanità.
E così non mandare a chiedere
per chi suona la campana:
essa suona per te “.

Per chi suona la campana, John Donne



La tragedia delle democrazie moderne

è che non sono riuscite a realizzare la democrazia


Jacques Maritain, Cristianesimo e democrazia



La politica non è che un riflesso dei nostri mondi interni dove si svolgono, ancor prima che nel mondo esterno, agòni cruciali nei quali dobbiamo integrare ogni voce per evitare dittature interne altrettanto micidiali. La democrazia interna degli affetti e il diritto di cittadinanza interna alle parti straniere di noi stessi è conditio sine qua non della democrazia esterna e del diritto di cittadinanza ai cittadini di altri stati, religioni e culture.

La complessità del reale e la sua irriducibilità all'uso dell'antinomìa e del contrasto forzato degli opposti, di certo spaventa, come nei grandi gruppi induce depersonalizzazione, timore di annichilimento dell'identità e i confini dell'Io vacillano vertiginosamente. Se ne produce di converso un ingenuo, per quanto comprensibile, tentativo di semplificazione per ristabilire i confini e la densità dell'Io. Ma si dimentica in tal modo che la vita è sempre molto vicina alla morte, così come il bianco al nero, il maschile al femminile e che i confini sono più figli del concetto di mappa che di quello di territorio.

Assistendo inermi all'ignobile spettacolo delle guerre mi chiedo se solo permanendo così a lungo nello stato megalomanico schizoparanoide e mai frequentando proficuamente lo stato depressivo - e cioè utilizzando la consapevolezza della propria vulnerabilità personale per cogliere l’altrui vulnerabilità - si può giustificare una Guerra così odiosa. Kierkegaard sottolineò che solo la consapevolezza del nulla porta alla presentificazione dell'Altro, alla responsabilità e ad una Vita etica. Comunque siano andate realmente le cose, il comportamento violento resta ancora libero per quanto confinato nel cervello Rettile-Amigdalico dove si piange il sequestro della nostra più grande conquista evolutiva: la neo corteccia.

E, dunque viene da chiedersi: quale primato evolutivo?

Penso a questo particolare momento sociale e politico come un momento necessario a rilanciare utopie dall’ampio respiro che forse abbiamo dimenticato schiacciati come siamo dall’essere focalizzati ossessivamente a faccende individuali com’è della nostra epoca globalizzata. E penso dunque al termine COSMO POLITISMO con tutte le sue propensioni morali e sociali rivolte al cambiamento, alla pacificazione e all’uguaglianza nella diversità non di questa o quella parte della Terra ma di tutta la Terra.

Il senso del tempo è assolutamente necessario e con esso il senso del nostro passato. Ma ugualmente abbiamo bisogno del senso dell’Oltre, del darsi di qualcosa che non c’è ancora, che non coincide con l’esistente, ma che è ancora inesplorato. Il non ancora lega infatti il nostro passato al nostro futuro.

La concezione aristotelica dell’uomo come animale politico, l’uomo che è veramente tale solo se partecipe di una polis, di una comunità, pare aver lasciato il posto all’assunto postmoderno dell’inarrestabile sviluppo dell’individualismo: l’uomo monade, l’uomo IO.

Ma il tu? Il lui? Il noi, il loro? L’altro?

Il liberalismo, pur nelle sue indubbie virtù pare insoddisfacente se poco temprato dall’attenzione rivolta al tu, lui, noi, loro.

Un uomo non è solo un Io, un mero individuo. L’uomo come diceva Holderlin è un colloquio. Siamo dotati di una intuitiva volontà di comprendere, approfondire attraverso un continuo scambio di idee di emozioni, di affetti, di inquietudine e di bisogni. Attraverso la tolleranza del rispetto per il pensare, sentire, essere e agire dell’altro.

In sanscrito, il linguaggio dei Veda, il termine che più si avvicina a "rapporto" è sambandh, che deriva da sam, che significa intero e bandh, che significa limitato.

Questa parola nasconde un paradosso.

Per sentirci esseri completi, liberi, realizzati, dobbiamo scegliere di limitarci, di essere legati a noi stessi o a un altro.

E questi limiti, questi legami, ci consentono di progredire in piena libertà.

Uno dei grandi meriti della psicoanalisi sociale e di gruppo è stato anche quello di svelare le dinamiche gruppali da cui origina l’aggressività, la guerra, la paranoia come suo motore principale: una paranoia, una guerra ed una violenza che pare dover fare i conti con il nostro mondo interno, se non prima al meno al contempo con il nostro mondo esterno .

Noi tutti stiamo attraversando una Tempesta dai tempi e dagli esiti incerti che si riverbera nelle nostre menti con ansia, timori di perdita, di rovina, di fine del mondo.

Il mare in tempesta compare spesso nei sogni della fase iniziale dell'analisi, significativi di impedimenti a poter mettere insieme aspetti scissi di sé.

Uno dei grandi messaggi che la psicoanalisi sociale lancia alla politica è la necessità di conoscere gli aspetti scissi e cercare di integrarli: la scissione fra falso sé e sé autentico, la scissione fra aspetti personali reali e aspetti ideali a volte tirannici e la conseguente vergogna, la rabbia che può venire dal sentirsi al centro di un offesa per fare solo qualche esempio della sfera personale. Ma quanto queste tendenze individuali alla polarizzazione marcata diventano poi fattori collettivi, scontri ideologici? Quanto, viceversa i fattori culturali e ideologici avvallano, stabilizzano e autorizzano certe tendenze individuali patologiche?

Quanto il Mediterraneo oggi si fa dunque teatro dello scontro delle identità, affondamento di barconi, aspetti scissi che si vuole restino eternamente scissi?

Quanto invece la sua vocazione al viaggio, come nella celeberrima Itaca di Kafavis, come dice Eugenio Gaburri grande metafora del viaggio dell’analisi, fa del Mediterraneo il luogo ancor prima mentale che geofisico di dialogo e composizione delle conflittualità?

Il Mediterraneo, il Mare Nostrum, mi sembra luogo da interrogare nuovamente per il suo significato autenticamente e potenzialmente cosmopolita e capire se e cosa e quando l’abbiamo dimenticato.

Nell'epistemologia marinara mediterranea il domani può portare naufragi è vero, ma anche una ricca pesca. Lo straniero, il diverso è ricercato e indispensabile, perché con lui si possono fare "traffici" e scambi e da lui si può imparare.

Come dice Lo Verso, nel mondo marinaro l'altro è spesso stato nemico ma vi è troppa “cultura” ed esperienza per parlare di “civiltà superiori”.

Il Mediterraneo ha conosciuto e conosce tuttora l’incontro e lo scontro tra civiltà. Il Mediterraneo antico fu greco, fenicio-punico, romano, arabo: sempre si è trovato a fare i conti con diverse identità.

Il Mediterraneo, come dice Lo Verso, è uno dei miti e delle epistemologie fondativi del mondo occidentale, luogo centrale nella nostra civiltà perché attorno ad esso c'è stato lo scontro tra le culture fondamentalista e la grande apertura alla cultura dello scambio, della relazione, della condivisione e del crogiolo delle differenze.

Da questo punto di vista il mediterraneo rappresenta un possibile grande NOI, palestra della polis, di conoscenza, consapevolezza, di democrazia degli affetti, luogo simbolico di politica psichica interna ancor prima che entità geopolitica.

L’Europa sarà capace di rispondere alle sfide del mondo moderno solo se sarà capace di difendere la sua cultura mediterranea. E la sua cultura si difende se tutti saremo capaci di riappropriarci della tradizione e rendere questa tradizione identità del e per il futuro.

Come nota Adriana Pedicini:

“ Il mito mediterraneo per eccellenza è quello di Ulisse, seguito da quello di Enea.

Il loro viaggio si compie per mare, esso rappresenta il futuro.

 Entrambi gli eroi hanno in comune l’esperienza di navigazione, dei ritorni avventurosi e delle sofferenze: Ulisse anela a ritornare nella propria patria lontana, Enea, sopravvissuto alla guerra, desidera trasmigrare in nuove sedi.

L’Odissea insegna la sapienza greca appresa dalla lunga conoscenza del mondo e dalla conoscenza della fortuna, le cui vicende, come spesso dal sommo della felicità ci urtano nel sommo delle disgrazie, così dal fondo delle disgrazie ci sollevano al sommo della felicità; in modo che né sicuri delle cose prospere dobbiamo vivere, né abbandonarci nelle avversità; ma piuttosto armarci di forza, per resistere e riservarci allo stato migliore. Perciò Ulisse sbattuto dai venti, minacciato dai pericoli, allontanato dalla patria da tante tempeste, pur non si perde mai di animo.

All’opposto di Ulisse il destino di Enea nasce dalla distruzione, dalla fuga e dall’esilio definitivo. Troia brucia, c’è il massacro dei vinti. Enea fugge dalla sua terra e comincia a percorrere una nuova rotta; perduta ogni speranza cerca nuove radici. La patria, i Penati, gli affetti se li porta con sé verso l’ignoto, ma con l’idea della terra promessa e l’occulto progetto di fondare una nuova patria e un nuovo ordine.

Entrambi vengono da un lutto, da una perdita ma il primo non vuole che il ritorno, il secondo abbandonata ogni speranza va verso il nuovo”.


Tolleranza intolleranza, pace conflitti.

Penso al nostro Mediterraneo insanguinato, che accoglie solo in parte i nostri fratelli nordafricani ma che anche non vuole vedere i cadaveri degli immigranti raccolti ormai a centinaia dalle reti dei pescatori siciliani durante le loro consuete giornate di pesca, non vuol farsi carico in alcun modo, se non con proclami politici, dell’ennesimo dramma causato dal non vedere l’altro e di non elaborare il lutto di queste perdite.

Viviamo in un’epoca in cui, abbandonate le grandi ideologie, sembra rialimentarsi l’illusione di una pace vista come condizione idealizzata d’assenza di conflitti e non come momento d’indispensabile sintesi e composizione delle diversità. “Shalom, in ebraico, è invece il traguardo della pace derivante dalla shelemut, che significa interezza, la pienezza conseguibile attraverso uno sforzo di completamento interiore”.

Il più grande testo dell'epopea contadina Le opere e i giorni di Esiodo, parla della speranza che tutto sia sempre uguale e postula l'estraneità e la novità come ciò che distrugge le messi e le vite.

Una fantasia onnipotente e autarchica d’assenza di ciò che è altro da noi che, di fatto, conduce a una sua eliminazione (l'ignorare è eliminare) apparentemente pacifica e priva di assunzioni di responsabilità.

In questo modo si evita l’elaborazione del lutto, termine che etimologicamente deriva dal verbo latino labor, labersis, lapsus sum, labi, che vuole dire "faticare con sofferenza” e dalla preposizione “e” che appunto indica separazione, uscita da quello stato.

Fornari, nell'insuperata opera del 1966 Psicoanalisi della guerra parlò di elaborazione paranoica del lutto: il lutto non è più sofferenza per la morte della persona cara ma uccisione del nemico illusoriamente pensato come uccisore.

L'originario terrificante sentimento interno depressivo emergente sotto forma di senso di colpa per la morte dell'oggetto amato viene eluso pensando che la responsabilità non sia propria ma di un nemico esterno.

Questo significa che nessuno - neanche il pacifista militante - può aspettarsi che l'abbandono delle verità assolute si realizzi spontaneamente se non attraverso un atto di faticosa (labor) dolorosa , autoimposta ma indispensabile rinuncia…

La complessità crescente del reale spaventa e induce un sempre più diffuso timore di annichilimento dell'identità che esita di converso in un ingenuo, per quanto comprensibile, tentativo di riduzionismo.

Non vedere è essenziale per questa specie di agnosìa.

Vedere è infatti sapere.

Orazio (Epistole 1, 2), nella lettera all’amico Massimo Lollio, lo invita a “sapere aude”, osare sapere, farsi carico, assumere la responsabilità del rischio di sapere.

Non vedere è, dunque, ignorare.

Così pare che, lì dove la salute possa consistere nell’aver faticosamente conquistato la libertà di poter fluttuare dalla considerazione dei propri desideri e bisogni individuali alla necessaria condivisione della realtà con gli altri, nella nostra epoca ci si trovi invece "costretti", “obbligati” (nel senso del latino compulso) a stare o da una parte o dall’altra. O attestati - cioè- su posizioni ultraindividualistiche o identificati con la massa nel conformismo gregario dell’"Ululare con i lupi" che impedisce la solitudine dell’essere individuo differenziato: non si pensa, si fa come fanno tutti. Ci si nasconde nell’anonimato e nell’illusione dell’essere potente quanto la massa così come ci ha insegnato Freud nei suoi scritti sociali Psicologia delle masse e analisi dell'io, Totem e tabù, Il disagio della civiltà, Mosè e il monoteismo.

Nel suo scritto del 1784 Risposta alla domanda: che cos'è l'Illuminismo?, Kant riprende il sapere aude di Orazio e ne dà una celeberrima interpretazione illuministica:

L'Illuminismo è l'uscita dell'uomo dallo stato di minorità che egli deve imputare a se stesso. Minorità è l'incapacità di valersi del proprio intelletto senza la guida di un altro. Imputabile a se stessa è questa minorità, se la causa di essa non dipende da difetto di intelligenza, ma dalla mancanza di decisione e del coraggio di far uso del proprio intelletto senza essere guidati da un altro. Sapere aude! Abbi il coraggio di servirti della tua propria intelligenza!

Dialogando idealmente con Kant noi pensiamo però che l'autonomia di giudizio e di ricerca, pur permanendo un valore essenziale, può essere raggiunta anche grazie al confronto e all'aiuto dell'altro.

La dipendenza è una cosa, l’interdipendenza un’altra.

Dove e come è possibile formare, allenare e rendere saldo un sé che possa permettersi invece il rischio - ma anche il lusso- di interfacciare le sue diverse sfaccettature, dando diritto di cittadinanza ai diversi aspetti del proprio mondo interno – prima – e quindi, in un secondo momento, all’esistenza dell’altro da sé.

Nell'ambito della "democrazia degli affetti" abbiamo bisogno di sostare nelle aree conflittuali e non di evitarle o di pensarle pacificate con un puro atto, pur se etico della volontà come si ritiene in ambito religioso.

I diversi affetti lottano per l'affermazione del loro ideale dell'Io, ma tutti sono necessari, per lo sviluppo.

Come sottolinea F.Tagliagambe : “La lotta politica rappresenta l’esternazione nella “polis” del mondo interno dell’individuo. L’area del conflitto si ritrova trasversalmente quindi nella sfera intrapsichica e sociale, e la sua elaborazione è imprescindibile e decisiva per il benessere o per il malessere dell’individuale ma anche del sociale. In un'epoca attuale che enfatizza l'individualismo e la competizione sono sempre più diffuse le manifestazioni di un disagio nell'area del narcisismo, della dipendenza e della distanza.Le patologie del “come se” e del “falso sé”, le diverse forme di tossicodipendenza, le depressioni, i disturbi alimentari e gli attacchi di panico rappresentano malesseri di un sé che si nasconde e si isola nei suoi inconfessabili vissuti di inadeguatezza e di vergogna. L'elaborazione di questa conflittualità interna, nella cassa di risonanza del gruppo terapeutico diventa possibilità di rappresentarla e vederla come conflittualità di rapporti con gli altri con l’opportunità di sperimentare modelli relazionali nuovi interni a noi ma anche sociali, che diano diritto di cittadinanza e quindi democrazia interna ad aspetti non nati, o soffocati di sé . L’amore è infatti possibile solo fra esseri distinti “.

Dice il Talmud: “cura un uomo e avrai curato il mondo”.





BIBLIOGRAFIA



Borgna E. “Noi siamo un colloquio, Feltrinelli

Braudel F. - Memorie del Mediterraneo. Bompiani

Campione G.,”La pace come assenza di conflitti e il mediterraneo ancora insanguinato” ,Congresso mondiale C.o.i.r.a.g. “i gruppi nell’era dei conflitti”,Roma,2009, http://www.coirag.org

Campione G. “La guerra di Gaza e la coscienza”, http://statidellamente.blogspot.com

Campione G., “Ippocrate ,la delazione dei clandestini e la scissione-proiezione per decreto legge”, http://statidellamente.blogspot.com

Campione G. “Revisione della letteratura sul Sentimento oceanico”, http://statidellamente.blogspot.com

Campione G. “La nostalgia dell’oceano”, Psychomedia , sport e psiche

Freud S. Lettera a Romain Rolland del 19 gennaio 1930 in Lettere 1873-1939, Boringhieri, Torino.

Fornari F., “Psicoanalisi della guerra”, Mursia

Gaburri E., Comunicazione personale.

Kant I., “Risposte alla domanda: Che cos'è l'Illuminismo? “in Scritti politici e di filosofia della storia e del diritto, Torino

Lo Verso G., “Psicoterapia e Mediterraneo spunti metaforici, Psychomedia, sport e psiche

Matveyvic P. - Mediterraneo. Garzanti

Pedicini A., “I Miti del Mediterraneo,http://www.sulromanzo.it/blog/i-miti-del-mediterraneo.

Q.Orazio Flacco, Epistole 1, 2, http://www.rodoni.ch/busoni/bibliotechina/orazio/epistole.html

Tagliagambe F.,”Dal conflitto sociale al conflitto terapeutico” , Congresso mondiale C.o.i.r.a.g. “I gruppi nell’era dei conflitti”, Roma,2009,http://www.coirag.org




IMMERGERSI NELLA MENTE, IMMERGERSI NEL MARE









DISPONIBILE SOLO SU PRENOTAZIONE :



SCHEDA TECNICA:

Titolo: Immergersi nella mente, immergersi nel mare
Sottotitolo: L’immersione come metafora psichica
Autore: Guglielmo Campione
Collana: I libri di SerialDiver
Numero Collana: 2
Formato: 148×210
Pagine: 208
Rilegatura: Brossura
Prezzo: 14,00 euro
ISBN 978-88-940776-1-2





INDICE


Introduzione

PARTE PRIMA

I SIGNIFICATI SIMBOLICI,RELIGIOSI, MITOLOGICI, LETTERARI, FILOSOFICI DELL’ACQUA E DELL’IMMERSIONE .

1. Ode all’acqua

2. La simbologia dell’Acqua e dell’immersione .

3.   Oannes, Uomo pesce Sumero e l ‘ interpretazione psicoanalitica della leggenda di Cola Pesce  nella versione di Benedetto Croce.

4. L’ immersione come rito di  battesimo,passaggio e pratica d'iniziazione

5. L'immersione nella poesia Italiana moderna

6. Il Mediterraneo come metafora geofisica e mentale di scontro e composizione 
    delle Identità.


PARTE SECONDA

I SIGNIFICATI PSICHICI DELL’IMMERSIONE


1 Come un subacqueo che s’immerge in sé stesso:
    suoni, rumori e voci nell’universo amniotico, subacqueo e protomentale.

2.  Ferenczi e la nostalgia dell’oceano.

3.  Roheim e il ventre materno


4.  Freud e il sentimento oceanico

5. Balint e la regressione

6. Tomatis : la notte uterina


7. Hilman : il Blue alchemico

8. Bachelard: l’acqua e l’immaginario .

9. Le comuni origini amniotiche della musica e della mistica: ciò che sta in basso e' come  ciò che sta in alto .



PARTE TERZA

DIARIO DI BORDO D’UNO PSICOANALISTA SUBACQUEO


L’Io pelle e la seconda pelle: la Muta.
L’analisi psicologica del profondo di un campione di subacquei attraverso il test di Rorschach
I legami pericolosi  con il mare

Fra Ocnofilia e Filobatismo

La dipendenza dal rischio.

Psicoterapia, psicoanalisi e subacquea


Quel che può  insegnare la subacquea agli psicoterapeuti  e viceversa .

La somatopsicologia e il lavoro sul corpo e sulla mente in acqua: subacquea e psicoterapia secondo Claire Carriere

L'immersione  nella pratica psicoanalitica: esperienza del flusso, attenzione fluttuante e stati di coscienza non ordinari.

Immergersi ed emergere : stati mentali del gruppo .






Introduzione

Questo libro nasce dalle riflessioni e dalle ricerche che da anni conduco sull’incontro fra dimensioni della profondità : la profondità della mente e la profondità del mare.

Da molti anni come subacqueo e come medico e psicoanalista frequento entrambi.

Da questa frequentazione sono nati i pensieri, le connessioni, le intuizioni, le associazioni, le analogie che costituiscono la materia di questo volume dedicato all’immersione subacquea come atto esplorativo-conoscitivo umano della natura che affonda le sue radici nell’istinto epistemofilico di cui parlò Melania Klein, ma anche come metafora psichica del movimento di pensiero umano che scopre e costituisce il nostro spazio interno, così come teorizzato dalla psicoanalisi .

Nei seminari di  Bion a New York and San Paolo riportati in “ Discussioni con WR Bion, Loescher Edizioni, Torino, 1984” Bion dice: “Ho l'impressione che l'esperienza della nascita sia troppo dura; quelli che, quando erano embrioni facevano potenzialmente, ora non è più alla loro portata. Mi sembra che sia gratuitamente insensato supporre che il fatto fisico della nascita sia qualche cosa che crea una personalità che prima non esisteva. Il feto non ha altra scelta che nascere e viene spinto fuori in uno scomodo fluido gassoso. E' costretto ad abbandonare un bel fluido acquoso. I bambini, durante la terapia di gioco, quando trovano che c'è qualcosa di doloroso, spesso hanno l'impressione che abbia a che fare con l'aria. A volte fanno delle bolle di sapone o degli aeroplani.  La prima cosa che bisogna fare è essere consapevoli dell'esistenza di tale trauma. Se vi possono essere delle tracce di quelle che un chirurgo chiamerebbe -fessure brachiali- e, se, nel corso del nostro sviluppo, attraversiamo davvero questi particolari stadi dei nostri antenati pesci, dei nostri antenati anfibi e così via, e se questo lascia dei segni nei nostri corpi, perché allora non ne dovrebbe lasciare nella nostra mente?".

Un pensiero ontogenetico filogenetico che richiama le riflessioni dedicate all’argomento da Ferenczi in Thalassa cui è dedicato un capitolo del libro.

La vita prenatale , sempre più col passare degli anni, in Italia grazie alle ricerche psicoanalitiche di Antonio Imbasciati, appare il tempo e lo spazio dell’ apprendimento del suono e della prosodia della lingua materna , della costituzione delle prime categorie spaziali di interno ed esterno, della formazione della dimensione protomentale. Per Bion i fenomeni allo stadio protomentale sono contemporaneamente, somatici e psichici. Bion rappresenta il sistema protomentale come qualcosa in cui il fisico e lo psicologico o mentale si trovano in uno stato indifferenziato.
Se ne fa riferimento  nel capitolo dal titolo “ Come un subacqueo che s’immerge in sé stesso, suoni, rumori e voci nell’universo amniotico, subacqueo e protomentale “ elaborazione del mio  intervento dal titolo “As a diver inside , water, sounds, voices and mind"  , all’evento “TEDx mediterraneum “,tenuto al Palais Stephanie di Cannes a fine settembre 2010 e dedicato all’universo sonoro,  cui ho avuto l’onore di essere invitato per rappresentare l’Italia insieme a due artisti italiani .

La vita amniotica è la prima immersione subacquea della nostra vita ed è in immersione che iniziamo a formare la nostra mente e il nostro corpo.

Di questa fondamentale e universale esperienza, di cui sappiamo ancora poco, si trova traccia nella mitologia , nella simbologia, nelle religioni , nella filosofia e nella letteratura. A questo ambito è dedicata la prima parte del volume.

Nella seconda parte, prendo in esame i significati psichici dell’immersione attraverso i contributi psicoanalitici di Freud sul sentimento oceanico , di Ferenczi sulla nostalgia dell’oceano e a seguire di  Roheim sul ventre materno ,Balint, sulla regressione, Hilman sulla simbologia del colore blu e quelli non psicoanalitici di Bachelard sull’immaginario  dell’acqua nella letteratura e nella filosofia  e Tomatis sull’esperienza della cosiddetta Notte uterina.

Nella terza parte  utilizzo alcuni concetti psicoanalitici come L’Io pelle di Anzieu  e la seconda pelle di Ester Bick descritta in “L’esperienza della pelle nelle prime relazioni oggettuali del bambino per comprendere da un punto di vista psicologico l’importanza della muta dei subacquei, l’ocnofilia e il filobatismo secondo Balint  per comprendere meglio l’esperienza reale e fantasmatica dei subacquei in immersione e dei rischi connessi collegandomi ai lavori di Marylen Thomere e Claire Carriere e alla letteratura scientifica sugli sport e le condotte a rischio da un punto di vista mentale.

Nella terza e ultima parte del libro dimostro come l’immersione in profondità si presta bene come esperienza mentale e corporea di ascolto di sé e dell’altro utile all’allenamento dello stato mentale di attenzione fluttuante del terapeuta, come   occasione conoscitiva e diagnostica dei  vissuti  somatopsichici , oltre che psicosomatici delle persone, a fini terapeutici oltre che come metafora dei fenomeni gruppali umani in ambito psicoterapeutico analitico.

L’opera si completa idealmente e in senso applicativo nel secondo volume dal titolo EMOZIONI NEL PROFONDO , dedicata agli aspetti psicologici nella formazione del subacqueo , e a quelli terapeutici e riabilitativi potenzialmente insiti nella pratica subacquea alla luce di nuove esperienze operative .


EMOZIONI NEL PROFONDO : subacquea e psicologia


                                  


SCHEDA TECNICA:

Titolo: Emozioni nel profondo
Sottotitolo: Gli aspetti psicologici nella formazione, terapia e riabilitazione del subacqueo
A cura di: Guglielmo Campione
Con il contributo di: Alberto Vialetto, Giorgio Anzil, Romano Barluzzi, Raffaele Mariani, Alberto Beccari, Francesca Miccoli, Maria Cristina Carboni e Giorgio Ladu
Collana: I libri di SerialDiver
Numero Collana: 1
Formato: 148x210
Pagine: 200
Rilegatura: Brossura
Prezzo: 14,00 euro
ISBN 978-88-940776-0-5
disponibile solo su prenotazione :



EMOZIONI NEL PROFONDO, è il primo di due volumi dedicati all’incontro tra Subacquea e Scienze della mente, nei suoi aspetti applicativi, formativi, riabilitativi e terapeutici. Esso si completa in un secondo volume IMMERGERSI NEL MENTE, IMMERGERSI NEL MARE: L’IMMERSIONE COME METAFORA PSICHICA, dedicato agli aspetti, filosofici, mitologici, psicoanalitici, poetici dell’Universo Immersivo.




INTRODUZIONE

L’idea di scrivere e fare ricerca sul tema degli aspetti psicologici dell’immersione subacquea parte da lontano.
Sin dall’età di 6 anni, dotato della mitica  maschera Pinocchio e snorkel con valvola Cressi, mi incuriosiva moltissimo notare come nell'immersione subacquea si potesse passare subitaneamente da una dimensione ad un'altra, dal rumore al silenzio, dal camminare ad un galleggiare in assenza di gravità, ma soprattutto a quella Beatitudine di essere unito al Tutto, di essere appunto immerso e non piu separato,  guidato da una nuova  ,non piu involontaria ma consapevole, concentrazione sul respiro.  
 Le esperienze dell'immersione e dell'introspezione mi apparvero ancora piu connesse quando ,pinneggiando lungo il perimetro di un faraglione all'isola di Dino in Calabria , feci , sempre da ragazzo, la prima esperienza perturbante  dell'incontro con il Blu , un abisso celeste, ignoto e al contempo fascinoso e temibile, immediatamente “commentata” da un impennata della mia frequenza cardiorespiratoria.
Solo anni dopo scoprii che quella tecnica immersiva, insegnatami da Enzo Del Vecchio prima (insegnante elementare a Bari e appassionato sub,  mio primo maestro di pesca di ricci ,granseole e mormore) ,e da Giorgio Pini, Giovanni Cannova e Lorenzo Monzani  poi con i brevetti scuba, apriva  l'accesso ad un diverso stato di coscienza, come ci hanno insegnato, anni dopo, l’indimenticato Jacques Mayol ed Enzo Maiorca.
Da allora  continuo a vivere  la passione per le immersioni nel mondo sommerso, ma questa passione , come tutte le passioni si è dilatata  coinvolgendo altre non nuove  passioni : quella della scrittura , della medicina, della psicologia, miei ambiti di lavoro da oltre trent’anni.
Così,a fine settembre del 2010 ho avuto l’onore di essere invitato a rappresentare l’Italia insieme a due artisti italiani come invited speaker al Palais Stephanie di Cannes  sulla mitica Promenade de la Croisette, per un Evento internazionale  con Marchio “TEDx mediterraneum “dedicato all’universo sonoro. Così ho deciso di preparare un contributo  dal titolo : “As a diver inside , water, sounds, voices and mind" dedicato alla ricerca sulla vita mentale dell’ essere umano immerso nel liquido amniotico .
Il lavoro fu pubblicato insieme ad altri grazie alla rubrica “Sport e Psiche” diretta su Psychomedia da Salvo Capodieci , psicoterapeuta e subacqueo , fra i primi in Italia a fare ricerca e scrivere sull’argomento, cui va qui il mio riconoscimento e apprezzamento , insieme a Gaetano Venza, Maria Luisa Gargiulo, Girolamo Lo Verso .
Questo lavoro ha stimolato ulteriori ricerche  che sono culminate nell’ideazione  e nella preparazione di un evento itinerante , una conferenza con dieci filmati , testi e immagini da me scelti , scritti e presentati , intitolata “ Emozioni dal profondo”  , promossa , organizzata e lanciata grazie alla Associazione e Scuola subacquea Dive my life di Barletta, Pugliese come me,  nel mitico castello di Federico Secondo .
Successivamente  sono stato invitato a tenere un seminario di formazione per trainer S.N.S.I. a Livorno in collaborazione con il suo Presidente  Fulvia Lami (poi rimandato a tempi migliori per miei problemi di salute)e   due seminari all’Eudi show di Bologna grazie all’interesse di  Alberto Vialetto e di Asso Sub e alla gentile registrazione video di Alberto Beccari  che ne ha reso possibile la visione su Youtube.
 Ho trovato ,poi,grande interesse da parte di Giorgio Anzil e il suo progetto Acqua Mind dedicato all’utilizzo della subacquea per disabili e persone  con sofferenze psicologiche , da parte di Raffaele Mariani un istruttore raro con doppia formazione Apnea e Scuba , e da Maria Cristina Carboni e Giorgio Ladu  che da qualche anno lavorano in mare e in piscina a Montegrotto con un loro nuovo interessantissimo  Metodo di gestione emozionale subacquea , il Metodo Blu. Con  Francesca Miccoli abbiamo pensato di dedicare un capitolo per ricordare il grande Medico neuropsichiatra e iperbarico Giancarlo Ricci, medico di Mayol e suo nonno, uno dei pionieri italiani della medicina subacquea e iperbarica.
L’ultimo e piu recente prolifico incontro è stato con Romano Barluzzi, giornalista , istruttore e formatore subacqueo ed Editor che ha fondato insieme ad altri SERIAL DIVER  un nuovo portale web unico nel suo genere , perche rivolto a tutti gli aspetti della subacquea  e organizzato per Blog, l’Huffington post della subacquea ,come dice scherzosamente Romano. Uno dei blog del portale è PSICOLOGIA DELL’IMMERSIONE da me diretto  e pensato per dare ai subacquei un occasione interattiva per richieste d’informazioni e approfondimenti .
Serial Diver  è anche un nuovo Editore , Mediaterraneum a cui ho deciso di affidare la pubblicazione dei miei due volumi IMMERGERSI NELLA MENTE ,IMMERGERSI NEL MARE: L’IMMERSIONE COME METAFORA PSICHICA , e  EMOZIONI NEL PROFONDO.
Il primo piu dedicato agli aspetti psicoanalitici, mitologici e simbolici dell’immersione  , il secondo dedicato agli aspetti applicativi , formativi, riabilitativi e terapeutici dell’incontro tra subacquea e psicologia.
Un incontro celebrato, dalla mitologia, dalla letteratura e dalla poesia, come in Ungaretti, Rebora, Montale e Saba, ancor prima che dalle registrazioni elettroencefalografiche del corpo umano immerso in acqua e sali di magnesio nelle Flotation tank di John Lilly negli anni 60 e dai training meditativi, pranayama prima e zen poi, di Jacques Mayol negli anni 80.  L’apnea ha sempre da allora coltivato in profondità queste conoscenze come dimostrano i programmi di Apnea Accademy di Umberto Pelizzari.
S’intrecciano in quest’ambito vari argomenti: il benessere psicofisico, la gestione emozionale, la prevenzione degli incidenti immersivi, la riabilitazione psicologica degli stessi incidenti, l’interesse per il peculiare e specifico funzionamento della mente in acqua, la subacquea come occasione di formazione lavorativa outdoor, come opportunità psicoterapeutica per certi disturbi psicologici, per la riabilitazione nelle disabilità motorie, psichiche e visive. Non ultima, come occasione spirituale di raccoglimento e ri-unione di sé col Creato.
Questo per raccontare le meraviglie della subacquea , non solo un attivita sportiva e ricreativa ma anche occasione di crescita personale, sviluppo psicologico, terapia, riabilitazione, inclusione sociale per disabili, giornalismo, letteratura, scienza,mitologia.
 In una parola , Cultura.
Nel senso più alto.

Guglielmo Campione








PARTE PRIMA

SUBACQUEA E STATI MENTALI



1.            Guglielmo Campione : LE EMOZIONI E LA MENTE EMOTIVA.

2.            Guglielmo Campione  : L’ATTENZIONE , MENTE SOTTOCORTICALE  E MENTE  
                                                     CORTICALE.

3.            Guglielmo Campione  : LA SUBACQUEA E L’ESPERIENZA DEL FLUSSO .

4.            Guglielmo Campione :  I PRIMI STUDI SPERIMENTALI SUL FUNZIONAMENTO  
                                                       MENTALE IN IMMERSIONE :LE VASCHE DI  
                                                       GALLEGGIAMENTO DI JOHN LILLY

5.            Guglielmo Campione : STATI MENTALI IN IMMERSIONE

6.            Francesca Miccoli e Guglielmo Campione  : J,MAYOL , LA LEZIONE DELL’APNEA E 
                                                                                       GLI STUDI DI MEDICINA SUBACQUEA 
                                                                                       DI GIANCARLO RICCI.


PARTE SECONDA

IL COACHING, LA FORMAZIONE,L’INSEGNAMENTO, L’INIZIAZIONE



1.            Guglielmo Campione : SIGNIFICATI INIZIATICI DELL’INSEGNAMENTO SUBACQUEO

2.            Guglielmo Campione  : LEADERSHIP, INTELLIGENZA EMOTIVA, COMUNICAZIONE  ,GESTIONE 
                                                      DEL GRUPPO.

3.            Guglielmo Campione : L’EVOLUZIONE DEL LAVORO D’ISTRUTTORE SUBACQUEO :  IL COACHING E  
                                                       L'IMMERSIONE COME OCCASIONE DI SVILUPPO PERSONALE .

4.            Alberto Vialetto : INSEGNARE LA SUBACQUEA

5.            Alberto Vialetto : LA STORIA DELL’ULTIMO DESIDERIO DI LAURA : IMMERGERSI .

6.            Raffaele Mariani: LA FORMAZIONE IN APNEA DELL’ISTRUTTORE SUBACQUEO.

7.            Guglielmo Campione : FORMAZIONE RESCUE E TRAINING MENTALE: MLS , MENTAL LIFE SUPPORT ,
                                                        UNA PROPOSTA  ALLE DIDATTICHE SUBACQUEE



 PARTE TERZA

LA SUBACQUEA TRA PREVENZIONE, TERAPIA E RIABILITAZIONE.



1.            Guglielmo Campione : LA PAURA DELL’ACQUA

2.            Alberto Beccari : L’ISTRUTTORE SUBACQUEO E LA PAURA

3.          Giorgio Anzil : IL PROGETTO ACQUA MIND

4.          Maria Cristina Carboni e Giorgio Ladu: IL METODO BLU E LA GESTIONE 
                                                                               EMOZIONALE

5.            Romano Barluzzi : IL PROGETTO ALBATROS PAOLO PINTO PER SUB NON VEDENTI

6.            Guglielmo Campione : L’IDONEITÀ PSICOLOGICA ALL’IMMERSIONE.

7.           Guglielmo Campione : LA SELEZIONE DEL BUON SUBACQUEO E LA SELEZIONE
                                                    DEL BUON PILOTA DELLE FRECCE TRICOLORI : UN' 
                                                    INTERESSANTE COMPARAZIONE.

8.          Guglielmo Campione:  LA RIABILITAZIONE PSICOLOGICA DEI TRAUMI                  
                                                   SUBACQUEI






















Addiction, Dipendenze patologiche e Psichiatria : etimologia e semantica di un termine di confine di Guglielmo Campione


                                                                        



Nel preparare questo saggio sulle dipendenze patologiche, ho ritenuto utile proporre preliminarmente alcune riflessioni a partire dalla storia e dallo sviluppo dell’etimo di alcune definizioni diagnostiche che in origine, come si vedrà, univano, forse intuitivamente o in modo preconscio, conoscenze scientifiche che in seguito hanno invece “vissuto separate” nei loro ambiti accademici  per anni, per via della loro scarsa conoscenza, fino a “convivere” e divenirci  più familiari oggi che le conosciamo di più. Le parole che usiamo per descrivere la realtà, infatti, influenzano la nostra comprensione della realtà, condizionano la nostra capacità di leggerla  e comprenderla, ci offrono un punto di vista, ma ne negano altri.
Nell’ambito scientifico delle dipendenze patologiche, come sottolinea Di Petta (2004), si sente il bisogno «di guardare, per la prima volta, da una prospettiva unitaria e nuova ad ambiti patologici che fin’ora considerati per sé hanno condotto in molti casi lontano dal cuore del problema e in altri casi ad una vera e propria secca.(…) Si tratta della concreta possibilità di re-istituire delle connessioni di senso tra ambiti che sono ricchi di omologie e sinergie ma che per vari motivi sono finiti storicamente separati. Questo non per ridurre il complesso al semplice ma per valorizzare e combinare dopo anni di operatività distante, saperi e prassi».
Lo studio scientifico delle dipendenze patologiche ha negli ultimi dieci anni fatto passi da giganti. L’uscita dalle secche dell’impostazione sociologica degli anni ’60, ’70 e ’80 ha permesso la riappropriazione e l’utilizzazione della prassi diagnostica clinica che, a sua volta, ha condotto ad una notevole crescita delle conoscenze sia dal punto di vista biomedico, sia da quello psicologico. 
L’affermazione di ieri, tanto cara anche a certa psichiatria italiana, che si è o malati psichiatrici o tossicomani, appare ormai obsoleta e, soprattutto, non in grado di fornire indicazioni euristiche ed operative, anche perché la scienza delle dipendenze patologiche si occupa ormai da tempo di fenomeni come il gambling, la dipendenza da internet, la dipendenza da sesso, che esulano dallo stretto ambito delle tossicodipendenze e di cui non si occupa comunemente la psichiatria istituzionale. La scienza delle dipendenze patologiche può a ragione definirsi una scienza moderna proprio perché è, forse più della stessa psichiatria classica, sintonizzata maggiormente sui mutamenti della psicopatologia contemporanea. Si pensi, per esempio, all’alta prevalenza dei disturbi di personalità nella casistica dei servizi delle dipendenze, ma anche all’alta prevalenza di questi disturbi nella casistica della psicopatologia generale.
Oggi più che mai la scienza delle dipendenze patologiche si avvale, mi si conceda la licenza, di una “sua” psichiatria delle dipendenze, senz’altro più motivata, interessata e preparata della psichiatria classica a cogliere il senso, la natura e le evoluzioni del fenomeno .
Se si va oltre la sua pura nominalizzazione, il termine “dipendenza”, più che essere chiuso in sé ed autoreferenziale, appare indicare piuttosto un crocevia di processi psichici e somatici non intuibili automaticamente, ma descrivibili richiamandosi ad altri termini e ad altri percorsi della psicopatologia clinica: impulsività, ossessività, compulsione, egosintonìa, egodistonìa, manìa, narcisismo, dissociazione, alessitimia, psicopatia, personalità patologica.
Quello che emerge da questa disamina è che, per esempio, i confini categoriali imposti dalla quarta e ultima versione del DSM alla definizione dei quadri di dipendenza patologica, che del resto non a caso risale al 1983, risultano, per lo meno in parte, superati e non più in grado di cogliere la realtà proteiforme di questi disturbi.


Etimologia di “addiction” e di “dipendenza”

Come sottolinea Canali (2002) in uno dei pochi lavori in letteratura di riflessione epistemologica sul termine, «il concetto di dipendenza è centrale nella ricerca e nei diversi approcci esplicativi. Ed è forse per questo motivo che solitamente lo si considera chiaro e inequivocabile. Al contrario, come per la gran parte dei termini ovvi, uno sguardo solo meno superficiale rivela immediatamente la pluralità dei significati, la misura della vaghezza e delle contraddizioni di questo concetto, singolare commistione di elementi di carattere normativo, clinico e farmacologico». Le incongruenze e la confusione sono così radicali che si perpetuano sostanzialmente anche all'interno dei singoli modelli teorici di dipendenza, come quello medico, quello sociale, quello comportamentale.
Formulato per la prima volta nel 1793 da Benjamin Rush, padre della psichiatria statunitense, il modello medico della dipendenza come malattia è supportato dalle acquisizioni delle ricerche anatomiche, fisiologiche, neurofarmacologiche e genetiche che stanno progressivamente svelando le basi biologiche di questa condizione. Fondamentalmente, il modello medico spiega la compulsione alla ricerca e all'uso di sostanze psicoattive (considerati sintomi primari) come l'effetto di strutture e funzioni nervose rese patologiche da un uso prolungato della sostanza e su cui il soggetto non ha più controllo. La compulsione qui, diversamente che nel modello psichiatrico, è il risultato sul piano neuronale di un comportamento patologico.
I criteri per la dipendenza del DSM-IV ricalcano in larga parte quelli precedentemente fissati dell'ICD-10. Quest’ultimo, tuttavia, enfatizza come «caratteristica descrittiva centrale, (…) il craving, il desiderio (spesso forte, talora soverchiante) di assumere la sostanza psicoattiva», tanto che nell'ICD-10, “il senso di compulsione” al consumo rappresenta il primo criterio diagnostico della sindrome da dipendenza». Secondo Canali (2002), «entrambi i sistemi diagnostici non definiscono esplicitamente il concetto di addiction, un termine fondamentale nel dibattito sulla dipendenza e difficilmente traducibile in italiano. Questa lacuna nelle definizioni è forse all'origine dello scarso consenso su ciò che significhi realmente il termine “addiction” anche tra gli stessi psichiatri e neuroscienziati. Esso così viene impropriamente usato al posto di “dipendenza”, generando non poca confusione sia a livello teorico e della ricerca sia nella messa a punto e nella pratica degli interventi e dei trattamenti.
Secondo il modello medico il termine addiction indica uno stato comportamentale caratterizzato da un coinvolgimento assoluto nell'impiego di una sostanza (uso compulsivo), nell’assicurarsi l'approvvigionamento della sostanza, e da un’alta tendenza alla ricaduta dopo la sua interruzione, mentre per “dipendenza” si deve intendere lo stato fisiologico di neuroadattamento prodotto dalla ripetuta somministrazione della sostanza, che necessita di continue somministrazioni per prevenire l'insorgenza di una sindrome d’astinenza. Questa è la distinzione che tutti i più autorevoli testi di psicofarmacologia rimarcano con enfasi. Sembra chiaro e molto semplice
».
Questa sottolineatura dell’aspetto comportamentale condurrebbe in modo contradditorio (cinque criteri su sette sono relativi a condizioni comportamentali) a quella che Canali (2002) chiama «deriva del concetto di addiction, provocata da alcune deprecabili frange della psichiatria contemporanea e dalle pressioni di mercato visto che medicalizzare i comportamenti significa infatti anche (o soprattutto?) vendere cure». Il concetto di addiction avrebbe in tal modo subito un’inflazione stupefacente tanto da accomunare sotto la stessa egida la sex addiction, il gioco d'azzardo, lo shopping compulsivo, la dipendenza da lavoro, da Internet, dalla televisione, dal fitness, dal cibo. Un esempio di questa tendenza, come si vedrà successivamente, è rappresentato dal modello dimensionale proposto da Goodmann (1993) in stile categoriale che riunisce per la prima volta tutte le dipendenze.
Sebbene concordi con Canali (2002) nello stigmatizzare l’eccesso nell’uso del termine “dipendenza”, penso che la preponderanza dei criteri comportamentali nell’inquadramento nosologico medico della dipendenza rappresenti invece un lucido tributo all’evidenza clinica (anche se di modello diverso) e la dimostrazione che il fenomeno della dipendenza non possa essere affrontato e compreso con un solo modello. Può infatti un modello, per mantenersi coerente, scotomizzare aspetti evidenti e descrivibili consensualmente come quelli comportamentali? Penso anche che, di fronte al vorticare di tante nuove etichette diagnostiche, sia lecito chiedersi se il loro conio corrisponda ad un esclusivo bisogno nosografico e sociale di classificare e controllare il comportamento o se esso rappresenti, che è quello che ci interessa di più, un autentico progresso nella comprensione del fenomeno e quindi sia un naturale epifenomeno di tale sviluppo di conoscenza.
Sfogliando i vocabolari italiano e inglese incontriamo queste definizioni:

Addiction:
dipendenza; assuefazione: addiction to heroin, dipendenza dall’eroina; drug addiction, tossicodipendenza;
passione; mania; fanatismo.

Addict:
persona dedita a un vizio; dipendente; -mane: drug addict, tossicodipendente; tossicomane; heroin addict, eroinomane; (fam.) telly addict, videodipendente;
appassionato; patito.

Dependance:
dipendenza; (il) dipendere: our dependence on the phone, la nostra dipendenza dal telefono; dependence on other, il dipendere dagli altri; alcohol dependence, dipendenza dall’alcol.
fiducia;
(l’) essere a carico (di qc).

Dipendenza:
latino parlato: dependere, letteralmente “pendere in giù”, composto di de- e pendere;
condizione di dipendente: in dipendenza di ciò, in conseguenza di ciò.  Avere qualcuno alle proprie dipendenze, essere datore di lavoro. Essere alle dipendenze di qc., lavorare in posizione subordinata;
assenza di autonomia nei confronti di persona o gruppo;
invincibile bisogno psicofisico di assumere una determinata sostanza, spec. droga; cfr. assuefazione.

Dipendere:
v. intr. “trarre origine, essere causato” (1304-08, Dante), “essere sottoposto all’autorità, al potere altrui” (av. 1540, F. Guicciardini), “in sintassi, essere retto, detto di caso o di complemento” (av. 1589, L. Salviati).

Dipendere:
v. intr.
trarre origine, costituire la conseguenza di determinate premesse, essere legato al verificarsi di una condizione;
essere sottoposto all’autorità di altri, essere subordinato alle decisioni di qc., al contributo economico di qc.;
in sintassi, essere retto, detto di caso, complemento o proposizione subordinata.

Indipendente:
Esente da rapporti che implichino il riconoscimento o l’accettazione di   motivi più o meno ufficiali di subordinazione.
L’indipendenza non significa fare a meno degli altri o vivere da soli, significa solo non essere subordinati dove non serve.

Controdipendente:
Atteggiamento reattivo compensatorio di natura narcisistica che consiste nell’assumere atteggiamenti ribelli, antiautoritari, che mirano all’indipendenza in forma per così dire “assoluta” e che nascondono un bisogno di dipendenza negato dal timore di essere troppo in balìa del soggetto da cui si dipende.

Tossicodipendenza:
Stato in cui cade un tossicomane abituale, che non può fare a meno di sostanze stupefacenti.

«Il termine “tossicodipendenza”, come sottolinea Bignamini (2003), è usato al di là, anzi soprattutto al di là dell’ambito tecnico ed ha assunto nel linguaggio comune un significato ristretto che implica anche un atteggiamento di giudizio valoriale e specifiche reazioni emotive negative(…). La sua forza evocativa ne condiziona troppo il significato rendendo impossibile diversi modi di pensarlo.(…). D’altro canto gli oggetti da cui si dipende non sono tossici in sé stessi (si veda il gioco d’azzardo, la sex addiction) e la dipendenza può essere definita dalle caratteristiche della relazione di un soggetto con un oggetto (…); non è la sostanza quindi a definire la patologia da dipendenza ma la relazione tra il soggetto e l’oggetto, la particolare modalità di quella relazione.
La dipendenza è una condizione patologica correlata ad un’alterazione del sistema della gratificazione e ad una coartazione delle modalità e dei mezzi con cui il soggetto si procura piacere caratterizzata da craving e da una relazione con un oggetto-sostanza, situazione,comportamento, connotata da reiterazione e marcata difficoltà alla rinuncia.
Secondo Zucca Alessandrelli (2002) il termine anglosassone “addiction” ci fa pensare allo stato psichico di schiavitù, prima che a quello fisico: «La vittima, non solo subisce un impulso superiore alle sue forze di controllo, ma è costretta a collaborare con la prepotenza di quest’impulso. Il termine comprende sia la dipendenza coatta da varie sostanze (l’alcol, le droghe, i farmaci), sia i cosiddetti “disturbi alimentari”, quali la bulimia e la sua rigida formazione reattiva, l’anoressia, sia altri aspetti di dipendenza, come la cleptomania, i tentativi di suicidio ripetuti, la compulsione agli acquisti, al gioco, al sesso (… )». Nella lingua inglese, ci fa notare Zucca Alessandrelli (2002), il termine “addiction” significa “inclinazione”, “dedizione”, in genere, in senso spregiativo, come se volesse indicare un’inclinazione eccessiva a qualcosa. Esso si è diffuso in tutti i paesi occidentali.
Il termine “addiction” indica quindi, come da etimologia, il significato di schiavitù, di depersonalizzazione e di sottomissione. Per quelle lingue in cui la traduzione letterale non come ad esempio l’italiano   in cui la parola “addizione” non può affermarsi, si usa il termine inglese. I francesi se la sono cavata,appunto, pronunciando alla francese il termine inglese.
È curioso il fatto che proprio noi italiani, eredi del mondo latino, non possiamo usare un vocabolo derivato da questa cultura. Il termine latino “addictio” è il sostantivo del verbo “addicere” che aveva diversi significati. Tra i più importanti, vi era quello di dedicarsi o abbandonarsi a qualcosa, come ad esempio alla vita pubblica o a una missione, o ancora lasciarsi andare a uno stile di vita, a un comportamento, come, ad esempio, alla vita monacale. Un altro significato era quello che noi, in italiano, traduciamo con “attribuire”, nel senso di passare qualcosa sotto il nome di qualcuno. È, infine, soprattutto importante quel significato che nel mondo giuridico latino era “aggiudicare qualcuno a qualcun altro”, nello specifico la persona del debitore al creditore, per cui “addictus” voleva espressamente dire “schiavo per debito”. Forse per chi è vittima dell’addiction, più che “schiavo per debito”, occorrerebbe dire “schiavo per credito”, vista la situazione delle relazioni infantili in cui essa è cresciuta (Zucca Alessandrelli, 2002).
Per “addictio” bisogna intendere l’assegnazione disposta dal magistrato del debitore insolvente al creditore insoddisfatto, ad esito del vittorioso esperimento di un’apposita azione giudiziale da parte dello stesso ultimo soggetto. La sussistenza nell’antico ordinamento giuridico romano di simile istituto dimostra come la natura del vincolo obbligatorio sia personale e non patrimoniale (come fortunatamente esso si connota in tutti i sistemi legislativi contemporanei). In particolare, il creditore insoddisfatto vincitore della lite ha facoltà, trascorsi trenta giorni dalla pronuncia della sentenza senza che l’obbligazione sia stata adempiuta, di chiedere al magistrato che abbia appunto accolto le proprie ragioni l’assegnazione del debitore insolvente. Una volta perfezionata l’addictio, il creditore assegnatario può tradurre il debitore assegnato nel proprio carcere personale e tenervelo incatenato per un periodo di sessanta giorni; nel corso di tale periodo, egli può altresì condurlo per tre giorni consecutivi nel mercato onde consentire a chiunque di pagare il debito (e acquisire così la proprietà del debitore) e, in assenza di rivendicazioni, scegliere se tenerlo come schiavo o venderlo in territorio straniero o addirittura ucciderlo.




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