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La mente può trovarsi in stati diversi , il sonno ,il sogno, la trance,l'ipnosi,l'attenzione fluttuante,
l'estasi,la preghiera,la meditazione,la creatività artistica e scientifica,
l'esplorazione dello spazio e degli abissi marini,l'agonismo sportivo.
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Stati della mente pubblica lavori originali o già pubblicati con il consenso degli autori, interviste e recensioni di libri e promuove eventi culturali e scientifici.
L'esperienza dei mistici e quella della psicoanalisi dal vertice di Bion di Odilon de Mello Franco Filho
"Las ideas no son de nadie. Andan volando por ahí, como los angeles"
Gabriel Garcia Marques: Del Amor y otros demonios (1994)
Introduzione
Per "esperienza dei mistici", o "esperienza mistica", definisco un insieme di disposizioni di base affettiva che implicano uno stato peculiare della coscienza, uno stato che si riferisce al contatto con il "sacro". Parlare di esperienza mistica non è necessariamente parlare di religione o di misticismo .
La religione è un insieme di credenze nell'esistenza di forze soprannaturali; la manifestazione di tali credenze è realizzata mediante dottrine e propri rituali che coprono, in generale, precetti etici ( Dicionário Aurélio da Língua Portuguesa ). L'espressione misticismo comporta significati diversi. Si può riferire tanto ad un movimento in direzione della generalizzazione, razionalizzazione e ideologizzazione dell'esperienza mistica; come si può riportare a esperienze particolari, a disposizioni idiosincrasiche senza filiazione con " ismi ". Per liberarci dal campo del primo significato, che non ci interessa, preferiamo qui, appena menzionare " esperienze che si realizzano sul piano del sacro ", o, semplicemente, " esperienze mistiche ". Quando citiamo queste esperienze, non stiamo, necessariamente, dando ad esse una connotazione o un'interpretazione religiosa. L'esperienza mistica può essere sperimentata da non-credenti. Il poeta Jorge Luis Borges, dichiaratamente agnostico, riferisce nella sua vita la circostanza di esperienze mistiche per due volte e di esse ci diede una preziosa descrizione.
Il regno del sacro
Prendo in prestito da Galimberti (2000) il seguente concetto:
"Sacro" è parola indoeuropea che significa "separato". La sacralità, quindi, non è una condizione spirituale o morale, ma una qualità che inerisce a ciò che ha relazione e contatto con potenze che l'uomo, non potendo dominare, avverte come superiori a sé, e come tali attribuibili a una dimensione, in seguito denominata "divina", pensata comunque come "separata" e "altra" rispetto al mondo.
L'autore aggiunge che la tendenza umana davanti al sacro è ambigua. L'uomo tende a mantenersi distante da esso e, nello stesso tempo, è attirato da esso. Galimberti afferma che questa ambiguità è l'essenza di qualsiasi religione, in modo che essa si situa nella cesura che garantisce, simultaneamente, la separazione e il contatto, i quali restano regolati da pratiche rituali capaci di evitare, per un lato, l'espansione incontrollata del sacro, e dall'altro, la sua inaccessibilità .
Infine, la religione mantiene il campo del sacro, nello stesso tempo, separato e accessibile agli uomini. La Tradizione del Cristianesimo, forse nel collocarsi come rappresentante "ufficiale" di una forza mediatrice e conciliatrice tra il sacro e il profano (profano: quello che si sviluppa fuori dal tempio), sempre lasciò evidente la sua attitudine al sospetto davanti ai suoi mistici, la cui voce mai si mostrò concorde con le regole stabilite dalle autorità.
Freud: un agnostico che si addentrò nel regno del sacro
Questa affermazione non significa che Freud si sia dato pensiero con il misticismo o con l'esperienza mistica. E' conosciuta la sua corrispondenza con Romain Rolland, nella quale affermava che il misticismo non stava sulla sua linea delle preoccupazioni. Freud trovava che la sensazione di "sentimento oceanico" collegato alle cosiddette "esperienze mistiche" erano solamente la ripetizione del sentimento egoico di allargare i suoi limiti, somiglianti agli stati primitivi di fusione con la madre. Pertanto, il sentimento oceanico sarebbe soltanto uno stato regressivo (Freud, 1930/1964b).
Nonostante questa spiegazione riduzionistica e il suo disinteresse per il tema, Freud (1938/1964c) ritornò a citare il misticismo alla fine della sua vita, in una breve annotazione: Mysticism is the obscure self perception of the realm outside the ego, of the id.
Possiamo pensare che, con questa affermazione, praticamente senza un contesto più preciso o ampio, Freud tentava di recuperare il cammino della geniale intuizione che ebbe, molti anni prima, verso la percezione dell'inconscio dinamico e la sua formulazione come nucleo strutturante della psiche. Freud decentrò il soggetto dalla sua coscienza e lo centrò nel regno della cosiddetta Realtà Psichica, nel cui nucleo stanno l'inconscio, le pulsioni. In altre parole, Freud richiamò la nostra attenzione verso "qualcosa" aldilà delle esperienze sensibili (è meglio dire, sensoriali) e, con ciò, segnalò quello che già era presente, ma inaccessibile alla osservazione abituale.
E quale relazione ciò ha con il sacro prima menzionato? In un lavoro precedente (Mello Franco Fº, 1998), ebbi l'opportunità di abbordare questa relazione, nel menzionare l'interessante saggio di Bomford (1990) nel quale l'autore dà risalto all'importante parallelo tra la nozione degli attributi della Divinità formulati dalla teologia e la nozione freudiana delle qualità dell'inconscio. Vediamo il seguente quadro (leggermente modificato da me):
Attributi della Divinità
Eternità
Infinità
Non contraddizione
Indivisibilità
Atto Puro
Attributi dell' Inconscio
Atemporalità
Assenza di limiti spaziali
Onnipotenza
Spostamento/Condensazione
Equivalenza tra la Realtà
Interna e la Realtà Esterna
Come si può dedurre da questa comparazione, c'è una "equivalenza di rappresentazioni" in quello che si intende per Divinità e quello che Freud descrisse come attributi dell'Inconscio. Di questa equivalenza di rappresentazioni (il che non significa identità ontologica), si può pensare che tutte e due le nozioni sono riferibili al piano del sacro. Così, la cosiddetta Realtà Psichica (termine coniato da Freud, il cui contenuto rimette all'Inconscio) si situa nello stesso apparente decentramento nel quale si colloca la nozione di sacro , come qualcosa di separato , costituito a parte nel registro logico formale. Con questa geniale intuizione, Freud inserisce il nostro essere nel centro di una realtà opaca al sensorio e che, per essere ineffabile (indicibile), si mette fuori del linguaggio discorsivo e solo è accessibile attraverso l'esperienza .
Nel frattempo, queste approssimazioni che segnaliamo non si esauriscono sul piano citato. Eigen (1998, p. 33) nota che, in molte occasioni, Freud si valse di immagini estratte dal mito e dalla religione per esprimere il processo creativo. L'uso spontaneo delle immagini mistiche per rappresentare il blocco creativo, la lotta, l'agonia, la grande gioia, la l'effusione e la scoperta, diventano parte del linguaggio dell'incontro clinico.
Il fatto notevole, però, è che il creatore della Psicoanalisi era aldilà dell'uso spontaneo di queste immagini, che sono comuni nelle osservazioni del sacro. Nel formulare un metodo per abbordare la Realtà Psichica, introdusse delle condizioni che presentano una notevole vicinanza con la cosiddetta "via mistica", per un contatto con la Realtà Ultima. Vediamoli
a - Il Metodo psicoanalitico avvia una conoscenza della Realtà Psichica che viene dall'esperienza di essere. Non si tratta, qui, di "sapere su", ma di "vivere" l'esperienza dell'inconscio nella seduta. Freud (1940/1964d, p.177) già segnalava: For a pacient never forgets again what he has experienced in the form of transference; it carries a great force of conviction than anything he can acquire in others ways.
Nello stesso modo, la conoscenza mistica non è data dalle dottrine e regole canoniche. Il mistico non fa discorsi sopra la divinità (questo è compito dei teologi). Egli esperimenta stati di qualità intuitiva, nei quali tutta la sua affettività e, perché no, tutta la sua sessualità è ingaggiata. Niente sfugge da questo tuffo.
Rizzuto (1996, p.72) sintetizza la vicinanza tra l'esperienza mistica e quella psicoanalitica sostenendo che, tanto la conoscenza esperienziale psicoanalitica, nel contesto di una relazione ritualizzata e profondissima (la nostra seduta), quanto il conoscere esperienziale e ineffabile del mistico, condividono nel modo più essenziale il conoscere umano.
b - Nelle due condizioni - la psicoanalitica e la mistica - il "conoscere per esperienza" è intrinsecamente legato ad un processo di trasformazione. L'analizzando e il mistico si rassomigliano in quanto i due sono trasformati irreversibilmente dalla esperienza con un essere speciale, sia esso umano o trascendente (Rizzuto,p 65) . Bion fu l'autore che mise molto in evidenza questo aspetto, sul quale torneremo più avanti.
c - Altro punto di contatto tra queste esperienze menzionate può essere captato nella conosciuta raccomandazione di Freud affinché l'analista lavori in uno stato di attenzione liberamente fluttuante. Si tratta della controparte, nell'analista, della associazione libera del paziente, con la quale Freud inaugurò effettivamente il suo metodo originale. La finalità: mantenere spazi mentali disponibili per accompagnare i movimenti dell'inconscio (suo e del paziente) nella seduta, senza preconcetti e senza saturazione da "il già conosciuto", o da quello che "deve essere" captato come imposizione dei propri desideri.
Questa è una disciplina che i mistici conoscono bene, nello sviluppare uno stato recettivo che li getta in nuovi spazi nella espansione psichica sperimentata. Con ciò, l'esperienza mistica si costituisce in esperienza cognitiva che opera a determinati livelli di conoscenza inusuali. A questo proposito, vale ricordare anche la raccomandazione di Freud in una lettera a Lou Andréas-Salomé: Ci d obbiamo accecare artificialmente fino a intravedere una fiaccola di luce nell'oscurità . Questa è una affermazione che suonerebbe familiare al mistico S. Giovanni della Croce, a partire dai suoi vissuti delle "notti oscure", come condizione di avvicinamento alla divinità. Tanto per l'analista, quanto per il mistico, la verità emerge dalla parte centrale di un paradosso: solo nell'oscurità si può catturare la luce.
Breve riflessione
Riti, dottrine, teorie (mediazioni linguistiche), religioni, setting analitico..., quale la funzione di queste intermediazioni? Necessitiamo di esse per entrare in contatto con l'essenza di noi stessi? La risposta è, fino ad un certo punto, sì, perché cerchiamo una realtà che, simultaneamente, si avvicina e si allontana da noi. Essa è separata e, allo stesso tempo, ci forma e invade il nostro quotidiano. Fu questa l'intuizione geniale di Freud che lo portò a formulare la nozione di inconscio. E' così il sacro: presente e separato. In un certo modo, il sacro sembra separato, perché abbiamo bisogno di esso così. Esso contiene una luce (per i mistici), una turbolenza emotiva (per gli psicoanalisti) la cui intensità totale non potremmo sopportare. A questo livello, i limiti tra sanità e pazzia sono tenui.
Da un altro lato, siamo attratti da questo regno infinito come da un tropismo. L'uscita dall'impasse creato in questa frontiera è stata tentata attraverso la religione e la psicoanalisi. Nelle religioni, tanto le dottrine, quanto i culti funzionano come processi di transizione (nella accezione di Winnicott) nel contatto con la Divinità. In Psicoanalisi, questo processo di transizione è, nella seduta analitica, rappresentato come insieme di esperienze emozionali vissute nella profondità della coppia analista-analizzando, essendo queste esperienze rappresentate posteriormente dalla parola interpretativa. Senza queste mediazioni, tanto il mistico, quanto il comune religioso, quanto noi stessi, ci perderemmo nelle turbolenze di questo territorio.
Nonostante tutte queste forme di avvicinamento, noi continuiamo ad ignorare; mediante queste esperienze speciali, abbiamo appena brevi lampi della nostra realtà. Nella nostra profondità siamo ineffabili per noi stessi, qualunque siano "le vie" che possiamo prendere per questa avvicinamento. Credo che sia, in ragione di questa questione che Winnicott impiegò il termine sacro per segnalare l'incomunicabile core of self that shines through unintegration (citato da Eigen, p.47). Ciò, nella parola dei mistici, esplicita una oscurità che è, nello stesso tempo, eccesso di luce. Non c'è mistica o psicoanalisi che consegue espandersi senza tollerare questo paradosso.
Bion e il Modello Mistico nell'avvicinamento alla Realtà Psichica
Forse nessun altro analista più di Bion ha utilizzato il modello mistico per parlare di quello che accade in una seduta di analisi, nella relazione tra la mente dell'analista e quella dell'analizzando. Rimanga chiaro che la preoccupazione di Bion non è con gli sdoppiamenti religiosi delle esperienze dei mistici, ma con l'esperienza mistica come un modello per pensarsi in psicoanalisi, così come egli anche prese altri modelli (lo scientifico, l'artistico) con lo stesso obiettivo. Egli arriva anche a fare una distinzione, dal punto di vista della psicoanalisi, tra questi tre modelli, affermando che le formulazioni religiose (qui egli non impiegò la parola "mistici") assolvono meglio i requisiti per l'evoluzione del contatto con la profondità della Realtà Psichica (trasformazioni di K ? O, come denomina questa esperienza), da qui le formulazioni matematiche (Bion, 1965, p.156).
Questa affermazione di Bion è coerente con il fatto che egli prende, come punto di partenza, l'asserzione che le qualità psichiche con le quali la Psicoanalisi lotta non sono percepite attraverso i sensi. Ossia, i fatti, dell'esperienza psicoanalitica appartengono, fondamentalmente, non a una Realtà Sensoriale, ma a una Realtà Psichica, che si riferisce a processi inconsci che operano in un'area di non-concretezza, infinita, indicibile (Bion, 1970, pag. 26). Per riferirsi a questa Realtà, Bion creò un simbolo: "O" , che denota the numinous realm of the unconscious, where the human and individual truth resides - ultimate reality, absolute truth. (Sandler, 2005, p. 527) . "O" è il punto di partenza di questa verità, accessibile appena per mezzo delle sue trasformazioni. Questo punto di partenza, nella cultura, già é arrivato ad essere tradotto in vari linguaggi: Realtà Ultima, Divinità, Cosa in Sé (Kant), ecc. "O" è un termine intenzionalmente creato per non essere saturato con significati riduttivi.
Le caratteristiche di questa Realtà (quella di "O" nella terminologia di Bion) creano una questione di metodo che è, simultaneamente, una sfida alla Psicoanalisi: come, allora, avere un accesso a una Realtà che è infinita, indicibile? Bion tenta una risposta e dà un suggerimento: l'analista deve lasciare la sicurezza data dagl'inquadramenti temporo-spaziali, spogliandosi dell'esercizio di alcune funzioni coscienti. In questo momento, entra il modello mistico, che passeremo ad esporre.
Un Punto di Partenza
L'esposizione sul Modello Mistico dell'osservazione in Psicoanalisi può iniziare con il non:
Non è un atteggiamento religioso
Non è meditazione contemplativa
Non è tentativo di "illuminazione"
Non è "ispirazione" di eletti
Non è versione psicoanalitica di "soggettivismo" [nel testo portoghese "achismo "], ossia, tendenza a collocare l'asserzioni in termini di opinione personale ( io trovo che. etc, etc )
Questa serie di non fornisce la chiave per introdurci nell'idea centrale presente nel modello in questione che è la Negatività .
La negatività (anche presente nell'atteggiamento dei mistici) sorge nell'opera di Bion come metodo di conoscenza, come via epistemologica e non religiosa. Egli portò la Negatività alle sue ultime conseguenze nella sua proposta di come l'analista deve lavorare senza memoria, senza desiderio, senza comprensione . Il suo contenuto è: in analisi, l'essenziale è che si possa convivere con la frustrazione di non sapere. La finalità è creare uno spazio interno per vivere l'esperienza e solo dopo tentare di collocarla nelle parole che non procureranno saturarla con formulazioni complete .
Per Bion, la presenza dei fattori memoria, desiderio, comprensione è legata alla necessità di evacuazioni sotto il dominio del Principio del Piacere e sono rappresentanti di resistenze. L'abolizione (nella situazione analitica) dell'uso della memoria e del desiderio di comprensione, o della cura, è la condizione che permetterà l'Attenzione Liberamente Fluttuante preconizzata da Freud. Secondo Rezende (1993, pag. 256), memoria e desiderio allontanano l'analista dal contatto con l'esperienza emozionale del quì ed ora. Dissociano la mente dell'analista, nel pretendere un possesso del passato (per mezzo della memoria) e del futuro (per mezzo del desiderio). Quello che Bion oggettivava con questa disciplina, era una rottura parziale con la realtà, diminuendo il contatto con quello che è sensoriale, per dare una dimensione psichica alla realtà. L'intenzione è lo sviluppo della sensibilità da parte dell'analista.
Ritorno all'uso di un linguaggio negativo per chiarire alcune questioni che la proposta di Bion possa suscitare a questo riguardo:
- Queste formulazioni non implicano fare l'apologia dell'ignoranza, neppure minimizzare l'importanza delle teorie. La proposta contiene una critica ad un sapere che dispensa la osservazione, appoggiandosi all'autorità dei testi, del già conosciuto, del già visto.
- "Senza memoria" non ha a che vedere con la "dimenticanza". Si tratta di controllare per mezzo di una disciplina la presenza di ricordi, teorie, o di quello che già fu detto o udito. La celebre ed anche comica immagine stereotipata dell'analista con il suo blocconotes dietro al divano non ha posto in Psicoanalisi.
- "Senza memoria" non significa un sommario rifiuto di qualsiasi immagine, sogno, idea o esperienza passata che affiori spontaneamente all'analista durante la seduta. La critica non è alla memoria, ma al tentativo di ricordare.
- "Senza desiderio" non suggerisce la eliminazione delle qualità dell'affetto durante la seduta. Si tratta del tentativo di esclusione volontaria di ogni desiderio di cura, comprensione, superiorità, potere analitico sopra il paziente, o sopra i colleghi, che possono essere intensi e persecutori, al punto che sostituiranno i legami con quella esperienza in particolare. Per la preservazione di questi legami, diminuite il rischio della analista di consegnarsi ad una attività allucinatoria, che è frutto del desiderio, sotto l'egida del Principio del Piacere.
- "Senza comprensione" non implica rinuncia ai significati, ma contiene una critica alla precipitazione nell'ottenere significati e riempirli con idee premature. Quello che Bion critica è una comprensione artificialmente forgiata che non rispetta l'esperienza e i dati che essa può fornire.
- Sarà possibile all'analista raggiungere completamente le "esenzioni" proposte? Probabilmente no . Senza vedere risultati onnipotenti, esse si situano in un campo di necessarie propensioni , ad essere attinte in maggiore o minor grado, conforme alla condizione che sarà delineata a seguire .
Capacità Negativa
Per aversi l'accesso al vertice mistico e vivere la condizione di senza memoria, senza desiderio . Bion dice che è necessario lo sviluppo della Capacità Negativa. Il termine è preso in prestito da Keats, quando questo si era riferito a Shakespeare, in quanto avendo la capacità di stare nella incertezza, nei misteri, nei dubbi, senza qualsiasi tentativo irritabile di cercare fatti e ragioni. Questa capacità tollera la decostruzione del già-saputo per trovarsi di fronte al non-sapere fino a che sorgano nuove possibilità di senso, fino allora insospettabili. Essa dipende dalle condizioni della personalità dell'analista che gli permettono convivere con le domande.
Tale disciplina apre un cammino per quello vediamo a seguire.
Fede
Lasciamo che proprio Bion (1970, p.31) parli:
It may be wondered what state of mind is welcome if desires and memoires are not. A term that would expresss approximately what I need to express is "faith" - faith that there is an ultimate reality and truth - the unknown, unknowable, ´formeless infinite`.
Per la soppressione della memoria, desiderio, etc, si apre lo spazio per atti di Fede. La Fede organizza uno stato mentale nel quale il contatto con "O", nella esperienza (è bene sottolineare questa parola) può evolvere in un avvicinamento che mai sarà completato.
In sintesi, la Fede consiste nella sicurezza (non certezza) che una supposizione o una intuizione incontri una controparte nella esperienza della realtà. Il risultato di questo incontro, se avverrà, non sarà una verità assoluta, ma un pensiero in espansione che ammette nuove riformulazioni.
E' necessario riconoscere che l'impiego di tale termine - Fede - può essere caricato di connotazioni religiose, può portare al rischio di confusione e sospetti di un campo analitico che si stia trasformando in una pratica religiosa comune , tuttavia, Bion vuole riferirsi a uno stato mentale che ha operatività esattamente nel campo scientifico. In questo riferimento, egli non è solo, come avanti vedremo.
Un'altra possibile confusione è con la Credenza. L'operazione di Fede alla quale noi ci riferiamo, non ha niente da vedere con la credenza, come sottolinea Rezende. La Credenza è un tentativo di sostituire l'esperienza dalla realtà, e essa precede la scienza e prescinde da essa, in una supposizione che già si era arrivati là. Da parte sua, la Fede è una forma di vivere l'esperienza nel prisma della negatività , ossia, nell'ammissione che non tutto fu raggiunto pienamente e non lo sarà. La Fede è punto di partenza, non di arrivo, in relazione ad "O".
At-one-ment
A partire dagli stati mentali della Fede, è evoluta l'esperienza di "O". Questa esperienza non è una operazione intellettuale di "conoscenza". Il contatto con "O" in Psicoanalisi è una esperienza affettiva, ossia, vissuta mediante gli affetti nella relazione analitica. Non è una esperienza di conoscere , ma di essere . Bion descrive questa situazione come "At-one-ment" , che potrebbe essere tradotta approssimativamente come uno stato mentale nel quale l'analista è trasformato dalla esperienza di "O" come condizione per conoscerla (o meglio, per trasformarla in conoscenza). Altri significati del termine potrebbero essere: comunione, essere uno con, essere in sintonia con la realtà ultima. Questo contatto è modificatore, possibile solo con la tolleranza alla frustrazione e al dolore, esso si trasforma in una esperienza dell'essere.
Questa condizione di trasformazione come modo di avvicinarsi alla realtà non è una "opzione" metodologica, ma una imposizione della propria natura del campo. Bion (1965, p.148) chiarisce perché:
It is not knowledge of reality that is at stake, nor yet the human equipment for knowing. The belief that reality is or could be known is mistaken because reality is not something which lends itself to being known. It is impossible to know reality for the same reason that makes it impossible to sing potatoes; they may be grown, or pulled, or eaten, but not sung. Reality has to be "been": there should be a transitive verb "to be" expressily for use whith the term "reality".
Riassumendo, per Bion, la esperienza della realtà ultima solo si può sperimentarla essendo. Su questa stessa linea, Psicoanalisi Reale è la psicoanalisi che incammina questa esperienza di essere d'accordo con il reale. Essa è realizzata (nel significato che il termine ha nella Lingua Inglese) come esperienza di "qualcosa" che dà senso a quello che venne vissuto nella relazione bi-personale. Questo "qualcosa" è la Verità, in termini psicoanalitici. Essere psicoanalizzato è vivere questa esperienza, il che è differente di sapere di psicoanalisi.
Cosa tutto questo ha a che vedere con la Mistica
Le considerazioni fatte decorrono dal fatto che, a Bion, non passò inosservato l'enorme portata epistemologica delle formulazioni mistiche nelle varie culture.
Quello che ci insegnano alcuni mistici: gli elementi fondanti della esperienza mistica sono la Fede e il Vuoto (la negatività).
Chi meglio sintetizzò questa Negatività, nella tradizione cristiana fu Mastro Eckhart (secolo XIII), esponente della Teologia Negativa. Essa potrebbe essere così sintetizzata: E' più vero quello che neghiamo di Dio che tutte le affermazioni che su di lui possiamo fare. In Eckhart, c'è una proposizione di grande valore epistemologico, contenuta in una celebre formula: non si può vedere se non attraverso la cecità, conoscere se non per la non-conoscenza, comprendere se non per l'assenza di ragione. Nicolau de Cusa (secolo XV), sulla stessa linea di pensiero, propugna, per arrivare a Dio, una "ignoranza educata": dobbiamo trovare maniere di disapprendere le cose che ci distanziano dalla percezione della verità profonda.
Appropriandomi di queste affermazioni, come modello per la Psicoanalisi: se la parte essenziale della Realtà Psichica è indicibile, se l'inconscio (la sua espressione essenziale, secondo Freud) è al di là dei nomi attraverso i quali tentiamo di designarlo (o di imprigionarlo), questa negatività ci fa prendere coscienza dell'abisso esistente tra quello che possiamo dire sulla mente e essa stessa. Pertanto, il discorso sopra la mente non è lo stesso che sentire la mente.
Bion (1965, p.158) menziona anche S. Giovanni della Croce (secolo XVI) come modello per avvicinarci all'esperienza analitica. La psiche in evoluzione nella Psicoanalisi subisce trasformazioni simili a quelle dell'anima che cerca l'unione divina. Queste trasformazioni operano inizialmente sulla linea della Negatività, della spoliazione e della Fede su quello che prima non è riconosciuto o presente a causa della sensibilità. Stabilendosi un parallelo tra l'esperienza mistica delle Notti Oscure di S. Giovanni Della Croce e la esperienza psicoanalitica nella proposta di Bion, abbiamo la seguente relazione:
Prima Notte
Per San Giovanni: è un punto di partenza. E' la notte dei sensi, della privazione delle soddisfazioni immediate. Si tratta di non avere e di privarsi di avere.
Per Bion: si relaziona alla disciplina della privazione della memoria e del desiderio, che precede l'operazione della Fede, così come può essere intesa nella Psicoanalisi e nelle altre scienze.
Seconda Notte :
Per San Giovanni: ha a che vedere con il cammino che l'anima traccia, nello stato di Fede, per una unione con Dio. Con un atteggiamento negativo da parte dell'intelletto, è anche notte oscura.
Per Bion: è l'esercizio dell'atto di Fede come atteggiamento epistemologico.
Terza Notte :
- Per San Giovanni: ha a che vedere con un punto verso dove si cammina: Dio, che è ugualmente punto oscuro in questa vita.
Per Bion: ha a che vedere con la esperienza di "O", irraggiungibile per i sensi, innominabile per il linguaggio.
Nell'uno e nell'altro autore, le tre situazioni sono convergenti. La prima si riferisce alla privazione come condizione di disponibilità. La seconda è la afflizione presente quando si tenta di giungere all'abbandono del vincolo o definizione. Il termine bioniano corrispondente a questa afflizione è turbolenza emotiva . La terza convergenza è che, per ambedue, questo viaggio di unione mistica (con "Dio" per San Giovanni e con "O" per Bion) si fa non attraverso le parole, ma attraverso la esperienza di essere. Ossia, attingiamo alla Realtà Ultima (la Divinità, per i mistici e la Realtà Psichica per la Psicoanalisi) non per la teologia o per le teorie psicoanalitiche, ma per una conoscenza esperienziale che passa per la Negazione e per la Fede
Incontriamo, in San Tommaso d'Aquino (secolo XIII), nella Summa Teologica, una affermazione simile a questa ultima: il misticismo è la conoscenza di Dio attraverso l'esperienza.
Nell'induismo e in altre correnti mistiche, localizziamo approssimazioni preziose al tema della negatività: lo svuotamento come condizione di riempimento attraverso l'esperienza mistica.
Ciò che riguarda la coppia psicoanalitica in questo cammino "oscuro"
Ritornando alla turbolenza emotiva.
Per Bion, l'elemento fenomenologico che lega l'esperienza psicoanalitica alla esperienza mistica è la turbolenza, tradotta con termini come annichilimento, panico, frammentazione, la minaccia degli oggetti bizzarri . L'uomo confrontandosi con sé stesso vive un collasso mentale con orrore. Forse nessuno ha descritto queste condizioni con tanta forza quanto Bion, per averle vissuto con intensità, durante la sua vita (Eigen, p. 34).
Così, l'incontro con "O" non avviene nella serenità del Nirvana, ma nella turbolenza, vissuta come catastrofe. "Pazzia" sarebbe la nozione prossima alle condizioni menzionate. L'area di contatto con "O", tanto nella esperienza mistica, quanto nell' insight psicoanalitico, é molto prossima alla pazzia. Ambedue contengono un vortice di sensazioni e emozioni che trascinano il Sé in un vortice che, allo stesso tempo, conduce al vuoto, all'informe ignoto.
La differenza tra lo psicotico e lo psicoanalista, o il mistico, è che lo psicotico si perde in questo vuoto e non si recupera. Già i secondi, grazie alla Capacità Negativa, hanno l'opportunità di riscattarsi da questo annichilimento e viverlo in una esperienza dell'io. Si conclude, pertanto, che la turbolenza vissuta, tanto può contenere una esperienza di distruzione, quanto di costruzione.
In termini clinici, questo paradosso porta il paziente a un dilemma. Secondo Bion (1965, p.166), se egli sta tentando di collaborare, ha due scelte. Da un lato può scegliere la "sanità", che è forte e distruttiva. Dall'altro, può scegliere la creatività, che è impotente e "insana".
E a che cosa si riferisce questa costruzione in uno spazio di violenza? Si riferisce al risveglio della Coscienza (ou Insight ). E' una esperienza di contatto con "O", con la verità. In Psicoanalisi, con la verità rispetto a sé stesso. E perché ciò potrebbe avere effetti tanto turbolenti? Sandler (2001), parafrasando Bion, offre una risposta: Truth is too heavy a load for the desirous beast to carry. Nell'uomo, tanto possiamo constatare un impulso per la ricerca della verità, quanto per un allontanamento da essa. Un paradosso che sempre ci accompagna. L'esperienza mostra che l'uomo può conservarsi nella pazzia, per non aver contatto con la verità e può impazzire, perché aveva preso contatto con essa. Questa condizione, sempre segnata dalla violenza, è parte di ogni ora analitica. Pertanto l'avvertenza : Making the best from a bad job. ( Bion, 1979).
Domanda: Può la Psicoanalisi di Bion condurre a un misticismo?
La mia risposta personale è: no. Se eventualmente accadesse, sarà più dovuto a precipitosi lettori piuttosto che a ciò che il nostro ha scritto.
La opzione dal vertice mistico nell'osservazione dell'esperienza psicoanalitica, il riferimento ai mistici, l'impiego di termini, tali come Fede, Verità Assoluta, non significano che Bion abbia attribuito una connotazione religiosa alla Psicoanalisi e neanche che egli dia all'oggetto psicoanalitico lo stesso statuto ontologico che la religione attibuì alla nozione di divinità.
Di fatto, l'opera di Bion non suggerisce che egli si tenga occupato con l' "O" della religione (Eigen, p.83). Il suo campo è la Psicoanalisi . L' "O" della Psicoanalisi è la Realtà Psichica, tale come Freud la formulò. Il vertice mistico, in Bion, costituisce una posizione metodologica per l'accesso alle esperienze di questa ultima.
Si dica, a proposito, che le nozioni di Fede e Negatività, presenti in questo metodo, non sono nozioni confinate al dominio religioso. In vari campi, esse hanno anche una presenza esplicita, senza che siano prese come religiose propriamente dette. Vediamo questo:
Nella Filosofia, per esempio: in Francis Bacon (secolo XVI), incontriamo l'affermazione che la conoscenza dipende dall'annullamento di tutte le credenze, eccetto l'osservazione maggiormente controllata. E' presente la raccomandazione della negatività, per lasciarsi il percorso libero la osservazione. Im Jakob, filosofo tedesco dei secoli XVIII e XIX , discepolo di Kant, incontriamo la nozione di Fede, legata alla conoscenza immediata. Per Hume (secolo XVIII), la fede consiste in una forma di sperimentare i fatti. Una ricerca più accurata potrebbe portare alla presenza del concetto in altri autori.
Nelle scienze, figure notevoli, come Albert Einstein, Erwin Schödinger, Werner Heisenberg, matematici, come Alfred N. Whitehead, a dire di Sandler (1997), scivolarono, o aderirono esplicitamente alla esperienza mistica, senza che si siano trasformati in praticanti del misticismo. In Einstein, incontriamo prova di uno stato mentale non scientifico, che fa parte della sua aspirazione alla verità e alla comprensione. Egli aveva detto che una delle fonti di questo sentimento è la Fede nella possibilità che le regole valide per il mondo dell'esistenza siano razionali, questo è, comprensibile per la ragione ( Scritti della Maturità) .
Nelle arti, la sensibilità degli artisti li hanno portati ad apprezzare l'importanza del Negativo per l'apprendimento delle cose, come Keats sottolineava in Shakespeare. La nozione di "Opera Aperta", di Umberto Eco, va in questa direzione: essa punta verso molti significati, innumerevoli soluzioni, nessuna di esse pretende di esaurire le questioni.
I poeti simbolisti vedevano, nell'immagine del deserto, una metafora per la creazione, ossia, una condizione di creatività.
Il vertice mistico che esaminiamo è anche presente nell'intuizione di Rilke: " Dio è la infinita oscurità che tutto contiene dentro di sé "
In Adélia Prado, poetessa brasiliana, il tema del silenzio rimanda a quello della oscurità come condizione per la rivelazione: L'oscurità è Dio che si sforza di uscire da dentro di me. Già il demonio è Lucifero - la luce.
Domanda: la proposta di soppressione della memoria e del desiderio è un tentativo che, al di là della impossibilità, riprende pretese oltrepassate epistemologicamente di un ritorno alla cosiddetta Neutralità dell'osservatore?
In questo senso, anche, la mia risposta è no.
Tutto il pensiero di Bion non ha questa pretesa e tali termini - neutralità e oggettività - appartengono a un territorio con il quale la Psicoanalisi non ha condivisione.
Lo stesso vale per Freud. Anche se gli sia attribuita la raccomandazione di neutralità dell'analista, giammai Freud impiegò, nei suoi scritti, la parola tedesca corrispondente alla nostra "neutralità". Usava altro termine, ben diverso (indifferenza), prossimo a quello di rinuncia in quanto ai risultati . In una connotazione più ampia, indifferenza anche può indicare " ricevimento senza preconcetti del materiale analitico" (Freud, 1964/1926a).
Ora, tutte queste accezioni hanno molto a che vedere con la raccomandazione di Bion, quanto alla disciplina, per la soppressione dei desideri. Bion non era un ingenuo. Sapeva quanto le nostre menti sono caricate di nozioni prestabilite e della tendenza ad allucinare (Principio di Piacere) invece di osservare. Abbiamo nozione che un lavoro di asepsi mentale totale è impossibile. Quello che ci resta possibile è una disciplina tendente a sopprimere gli effetti di quello che già sappiamo , per aprirci a quello che non sappiamo . E' riguardo all'ignoto.
"Senza-Memoria, Senza-Desiderio" non rappresentano disprezzo per le teorie. Pretendono di essere appena un modo di relazionarsi con esse. La psicoanalisi non necessita di essere ricreata in ogni momento. Quello che Bion preconizzava era la necessità dell'analista di stare sempre disponibile a captare le esperienze. E' in rapporto al valore della esperienza come fonte di conoscenza. Nel suo lavoro "Caesura", Bion (1977, p.56) fa la raccomandazione che il saggio sia letto e dimenticato, fino a che qualche associazione del paziente lo riporta alla coscienza, per essere riformulato in una nuovo linguaggio. Risalta così, l'importanza della privazione di un tipo di memoria sensoriale (legata alla scarica del principio del piacere), ma allo stesso tempo richiama l'attenzione sul fatto che questa privazione permette di creare spazio, con lo scopo che, in condizioni non controllabili, emerga un tipo di "memoria-sogno" che esprima un contatto onirico (evoluzione di "O") con la esperienza emozionale della seduta, senza aspirazione di onniscienza.
Considerazioni Finali
1. L'avvicinamento all'esperienza psicoanalitica da un vertice mistico non rende la psicoanalisi una "Mistica". La Psicoanalisi fa da interlocutrice con varie aree del sapere umano senza ridursi a nessuna di loro. L'esperienza per la Psicoanalisi è unica.
2. Come attività dell'essere umano la Psicoanalisi non può pretendere di spiegare la mente. Questa è un mistero per sé stessa e, in questo senso, appartiene al dominio del sacro che abbiamo menzionato all'inizio. Lo psicoanalista condivide con il mistico il riconoscimento che l'essenziale di noi stessi è ineffabile (indicibile).
3. Concludiamo, pertanto, che nessuna Psicoanalisi può contenere la mente. In termini clinici, significa che nessuna teoria, nessuna interpretazione può svuotare il potenziale di significati che una esperienza emozionale comporta. Bion (1975/1991, p.112), in uno dei dialoghi che crea tra due personaggi, fa un riferimento alla relazione tra la Psicoanalisi e la Realtà, nella seguente forma : Psychoanalysis itself is just a stripe on the coat of the Tiger - Ultimately it may meet the Tiger - The Thing Itself - O. (la sottolineatura è mia).
4. Se la Psicoanalisi è un' esperienza particolare per l'intervento di affetti vissuti nella relazione bipersonale, è possibile stabilire una distinzione tra discorso sulla Psicoanalisi e essere psicoanalizzato. Una conclusione ovvia è che, per essere psicoanalista, è necessario essere psicoanalizzato. La funzione psicoanalitica della mente (presente in gradi variabili nell'analista e nell'analizzando) si espande come esperienza di essere-con-la-Realtà Psichica. Per il suo carattere inesauribile, infinito, questa esperienza colloca l'analista sempre nella condizione di venire-a-essere psicoanalista. Questa prospettiva può suonare come familiare anche ad un mistico.
5. Lo spazio etico dell'analista è la Fede, indirizzata verso la Verità.
Fede, come già prima fu menzionata, deve essere intesa come stato mentale che non ha a che vedere con certezze, ma con intuizioni che potranno, o non, essere realizzate (nella accezione inglese della parola: tornate reali ) nell'esperienza in corso. L'analista etico è quello che istituisce e mantiene questo stato mentale come riguardo all' "O" del paziente, senza confonderlo con i suoi valori, pre-conoscenze, preconcetti e desideri di potere, o di cura. In queste condizioni menzionate, è possibile l'emergenza della Verità. La Verità è ciò che permette di conseguire l' "O" di quella esperienza emozionale. Collocata nel campo del simbolico (dato che il fondo dell'esperienza psicoanalitica non appartiene al livello del sensoriale, del concreto), essa è sempre incompleta e transitoria. Né l'analista, né il paziente ha l'ultima parola in merito.
Queste considerazioni coincidono con una osservazione che Freud fece nel 1914, in una lettera all'ambasciatore americano Putnam: Il grande elemento etico nel lavoro psicoanalitico è la verità e, di nuovo, la verità .
Alla fine di questa esposizione, è opportuna un'osservazione che Bion fece a proposito dell'opera di Melanie Klein, in una delle sue conferenze: Quello che Melanie Klein tentò di dire illuminò tanto le cose che rivelò visioni ancora maggiori nella oscurità, di aree non illuminate. In Psicoanalisi, sempre stiamo scoprendo più spazi di ignoranza, oscurità, il vuoto
Questa osservazione suggerisce che la Psicoanalisi non pretende di essere una risposta, ma una domanda. Sostenersi nel silenzio, nella cesura di una domanda ancora senza una risposta, suppone un atto di Fede e tolleranza fondamentale. In questo vertice, si avvicinano gli psicoanalisti, i mistici, i poeti, gli scienziati in generale.
BIBLIOGRAFIA
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SOMMARIO
L'autore propone di esplorare l'affermazione che alcune condizioni mentali di accesso alla esperienza mistica possono fare parte del vissuto psicoanalitico. Questo avvicinamento conferisce allo psicoanalista la possibilità di impiegare elementi della disciplina di alcuni mistici per pensare la esperienza della seduta, senza che questo significhi uguagliare le due situazioni, o intendere la Psicoanalisi come un atteggiamento religioso o mistico.
A Bion, non passò inosservata questa vicinanza, arrivando ad affermare che i fatti psicoanalitici possono essere espressi adeguatamente, prendendo come modello l'esperienza dei mistici. Nel prenderla come modello, egli l'usa come costruzione provvisoria per dare significato ai fatti osservati nell'esperienza con il paziente.
A partire da questa approssimazione metodologica e, prendendo come modello di base le concezioni di Negatività, Fede ed esperienza di Indicibile, che sono applicabili all'avvicinamento alla Realtà Psichica (o inconscio), l'autore riprende i contributi di Bion per situare la Psicoanalisi come un'esperienza aperta all'ignoto di ogni seduta. La proposta della Psicoanalisi non è decifrare la mente, ma collocare l'analizzando di fronte al mistero della stessa, in un contatto che non appartiene al campo del discorso, ma che costituisce un'esperienza emozionale di trasformazione viva nella relazione analitica.
Odilon de Mello Franco Filho, Membro ordinario con funzioni di training della Brazilian Society of Psychoanalysis di São Paulo .
Traduzione dal portoghese di Mario Giampà
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GUGLIELMO CAMPIONE
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FREUD E IL DOTTOR BUDDHA di Mark Epstein
La nozione convenzionale secondo cui l’ego è ciò che modula le pulsioni sessuali e aggressive ha portato molti occidentali a equiparare erroneamente il non-io a una sorta di urlo primario in cui si raggiunge finalmente la libertà da tutte le costrizioni limitanti. Il non-io è qui inteso come l’equivalente della potenza orgasmica di Wilhelm Reich, mentre l’ego viene identificato con tutto ciò che irrigidisce il corpo, offuscando la capacità di una catarsi piacevole o impedendo di sentirsi “liberi”. Questo punto di vista, diffuso negli anni sessanta, è ancora profondamente impresso nell’immaginazione popolare. Esso considera la via verso il non-io come un processo di disapprendimento, di abbandono dei ceppi della civiltà per tornare a una schiettezza infantile. Inoltre, tende a romantizzare la regressione, la psicosi e qualsiasi espressione disinibita dell’emozione.
Un altro fraintendimento popolare è che il non-io equivalga a una sorta di oblio dell’ego e al contemporaneo raggiungimento di uno stato di unità, fusione, identificazione con ciò che si trova al di là di esso: una condizione di trance o di unione estatica. Questa concezione ha solide radici – è quella influenzata dall’LSD – e si vale anche della tradizionale spiegazione psicodinamica. Un amico di Freud, lo scrittore e poeta francese Romain Rolland, era un devoto seguace di Ramakrishna e Vivekananda. Sotto la sua influenza, Freud descrisse il “sentimento oceanico” come una sensazione di unità illimitata e senza confini con l’universo, che ricerca la “restaurazione del narcisismo illimitato” e la “resurrezione dell’impotenza infantile”. In tal modo, il non-io viene identificato con lo stato infantile precedente allo sviluppo dell’ego, cioè con quello del neonato al seno che non distingue tra se stesso e la madre, ma è immerso in un’unione simbiotica e indifferenziata.
Tale formulazione è complicata dal fatto che in meditazione sono davvero accessibili simili sensazioni di armonia, unità e perdita dei confini dell’ego; ma non sono questi gli stati che definiscono la nozione di non-io. Quando le pratiche di concentrazione su un unico oggetto vengono portate avanti con una certa perseveranza, conducono inevitabilmente a seducenti sensazioni di rilassamento e serenità. Tuttavia, la specifica strategia attenzionale del buddismo non è la concentrazione, bensì la consapevolezza o pura attenzione: “La chiara e semplice consapevolezza di ciò che accade a noi e in noi negli istanti successivi della percezione”. È questa pratica che negli stati avanzati concentra l’attenzione sul concetto del sé, sull’esperienza dell’«io» nel meditatore, conducendo alla comprensione del non-io.
Ma gli interpreti psicoanalitici, e i meditatori ingenui che hanno seguito le loro orme, hanno preso in considerazione solo le pratiche di concentrazione. Freud fu influenzato dalle esperienze di Rolland con la meditazione hindu. In realtà, un altro importante analista, Franz Alexander, studiò negli anni venti i testi buddisti appena tradotti in tedesco, ma anche egli considerò solo i passaggi che descrivevano la concentrazione. “In questa condizione il monaco è simile a uno stagno”, egli scrive, “che si colma e si imbeve completamente da ogni lato di sensazioni gioiose e piacevoli derivanti dalla profondità dell’assorbimento; in tal modo, nemmeno la più piccola particella resta non impregnata... Nessun analista può descrivere in modo più adeguato la condizione del narcisismo… È la descrizione di una condizione che abbiamo ricostruito solo teoricamente, definendola «narcisismo»”. In anni più recenti, Herbert Benson, nel suo libro Relaxation Response, ha descritto la meditazione basandosi esclusivamente su resoconti di pratiche di concentrazione, e generazioni di meditatori hanno aspirato a dissolversi nello stagno di sensazioni estatiche che li avrebbe resi “tutt’uno” con l’universo o con il Vuoto. Ma il non-io non è un ritorno alle sensazioni dell’infanzia – un’esperienza di estasi indifferenziata o di fusione con la madre – anche se molte persone, quando cominciano a meditare, possono essere alla ricerca di una simile esperienza, e qualcuno potrebbe davvero imbattersi in qualcosa del genere.
Una terza e più interpersonale concezione del non-io suggerisce una sorta di soggiogamento del sé all’altro. È come se l’esperienza di fusione idealizzata venisse proiettata nelle relazioni interpersonali, in quella che i terapisti Gestalt hanno definito “confluenza” o perdita dei confini dell’ego tra una persona e l’altra. Il problema, qui, è che la realtà dell’altro viene accettata, mentre quella del sé è negata. Questa, in realtà, è una forma di masochismo camuffato.
La psicoanalista Annie Reich, in un classico studio sulla regolamentazione dell’autostima tra le donne, lo descrive benissimo. “La femminilità”, dice, viene spesso “equiparata all’annichilimento totale”. L’unico modo di recuperare la necessaria autostima è allora unirsi o fondersi con una persona idealizzata o posta su un gradino superiore, la cui grandezza o potenza può essere da lei incorporata. Per entrambi sessi, accade qualcosa di simile negli ambienti spirituali: la pressione a eliminare l’attaccamento al proprio ego genera una confusione tra la compassione che si suppone debba svilupparsi dal non-io (la cosiddetta bodhicitta) e questa primitiva super-identificazione con un’altra persona idealizzata. I meditatori vittime di questo fraintendimento sono soggetti a una sorta di attaccamento erotico verso gli insegnanti, i guru o altri compagni, verso cui dirigono i propri desideri di lasciarsi andare in uno stato di “abbandono”. Molto spesso, essi rimangono anche masochisticamente avvinti a queste figure cui stanno cercando di arrendersi.
Un quarto comune fraintendimento, diffuso nei cosiddetti circoli transpersonali, deriva da un’errata interpretazione di importanti saggi di Ken Wilber e Jack Engler. Si ritiene, qui, che il non-io sia uno stato di sviluppo al di là dell’ego; che l’ego deve prima esistere per poi essere abbandonato. Questo è il rovescio della medaglia della credenza secondo cui il non-io precede lo sviluppo dell’ego: qui esso è visto come ciò che lo segue.
Tale approccio implica che l’ego è evolutivamente importante e che può in un certo senso venire trasceso o abbandonato. Qui siamo di fronte a un’infelice confusione lessicale. Il sistema cui fanno riferimento queste formulazioni è la psicologia psicodinamica occidentale dello sviluppo dell’ego. Ma all’improvviso avviene un salto, o slittamento, verso un lessico spirituale di impronta orientale, che dà la sensazione che l’ego formatosi è lo stesso che viene abbandonato. Sentiamo, però, cosa dice il Dalai Lama a questo proposito: “Il non-io non è qualcosa che esisteva nel passato e ora non esiste più. Piuttosto, questa sorta di «sé» è qualcosa che non è mai esistito. Ciò che è necessario, è identificare come non-esistente qualcosa che è sempre stato non-esistente”.
Non è l’ego, nel senso freudiano, il vero bersaglio del discernimento buddista; è, piuttosto, il concetto del sé, la componente rappresentazionale dell’ego, l’effettiva esperienza interiore di se stessi, che viene presa di mira.
Secondo lo studioso buddista Jeffrey P. Hopkins, nella meditazione buddista occorre in ultima analisi “accertare puntualmente l’apparenza di un io sostanzialmente esistente”. Bisogna “scoprire come appare” nella propria esperienza, sviluppando una “chiara percezione dell’oggetto da negare”. È solo cercando e identificando i modi in cui pensiamo di essere intrinsecamente esistenti che possiamo smascherare l’infondatezza dell’autorappresentazione.
Ciò che viene trasceso, qui, non è l’ego intero. Piuttosto, l’autorappresentazione si rivela priva di esistenza concreta. Non si tratta di eliminare qualcosa di reale, ma di riconoscere una sostanziale infondantezza che è sempre esistita. Nelle parole del Dalai Lama, “Questo io apparentemente solido, concreto, indipendente e auto-istituitosi, in realtà non esiste affatto”.
I meditatori vittime di questo fraintendimento spesso si sentono obbligati a ripudiare aspetti critici del loro essere identificati con “l’ego corrotto”. Molto spesso la sessualità, l’aggressività, il pensiero critico e persino l’uso attivo del primo pronome personale vengono abbandonati, con l’idea che la rinuncia a essi equivalga al raggiungimento del non-io. Aspetti del sé vengono identificati come nemici e il meditatore cerca di prendere le distanze da essi. Ma le qualità identificate come corrotte sono, di fatto, rinforzate dal tentativo di ripudiarle! Non è insolito trovare meditatori in terapia che insistono sul fatto di non aver bisogno di sesso o di un orgasmo, o che negano sentimenti di rabbia. Anziché adottare un atteggiamento di consapevolezza priva di giudizio, questi meditatori sono così intenti a lasciare andare i propri sentimenti che non sperimentano mai la loro fondamentale insostanzialità. In modo simile, chi è vittima di questo fraintendimento sul non-io tende a sopravvalutare l’idea della mente vuota priva di pensieri. In questo caso, il pensiero stesso viene identificato con l’ego, e simili persone sembrano coltivare una sorta di vacuità intellettuale in cui l’assenza del pensiero critico viene vista come un risultato fondamentale. Robert A. F. Thurman descrive così questo fraintendimento: “Si confutano tutti i punti di vista, si rifiuta la significatività del linguaggio con la presunzione che, restando privi di convinzioni, senza opinioni, ignari di ogni cosa e dimentichi di tutto ciò che si è appreso, si dimorerà stabilmente nella via di mezzo e nel silenzio dei saggi”.
Un fraintendimento finale sul non-io è quello che lo considera un oggetto in sé e per sé, uno stato da raggiungere o cui aspirare. Qui è evidente il bisogno di identificare qualcosa come esistente, e la fiducia nella concreta esistenza dell’ego è trasferita, in un certo senso, nella fiducia nella concreta esistenza del non-io. Come dice Huang-po Hsi-yun, un maestro ch’an del nono secolo: “Esiste solo il vuoto onnipresente della reale Natura non-esistente di ogni cosa, nulla più. Tutti questi fenomeni sono intrinsecamente vuoti, tuttavia questa Mente alla quale sono identici non è mero nulla. Con ciò voglio dire che essa esiste, ma in modo troppo meraviglioso perché noi si possa comprenderlo. È un’esistenza che è non-esistenza, una non-esistenza che nondimeno è esistenza”.
Il non-io non è, spiega Jeffrey Hopkins, una “vacuità del nulla” con una sua realtà. Esso viene scoperto in relazione a una credenza nell’esistenza intrinseca di un oggetto. È un riconoscimento che le apparenze concrete alle quali siamo abituati non esistono “nel modo che immaginiamo”. Il Dalai Lama una volta ha paragonato la realizzazione del vuoto a qualcuno che sapesse di portare degli occhiali da sole: l’alterazione stessa dei colori aiuta a ricordare che ciò che appare non è la realtà.
Nella realizzazione del non-io non scompare l’ego, ma viene abbandonata la fiducia nella sua solidità, l’identificazione con le sue rappresentazioni. “I pensieri esistono senza un pensatore”, sostiene lo psicoanalista britannico W. R. Bion, e questo è precisamente ciò che rivela il discernimento buddista. Ma questo discernimento non arriva facilmente. È molto più facile usare la meditazione per fuggire dalla confusione su noi stessi, soffermandosi sulla tranquilla stabilizzazione che essa offre e ritenendo tutto ciò come un avvicinamento all’insegnamento del non-io. Tuttavia, il fine ultimo della meditazione buddista non è il ritiro dal sé fittizio, bensì il riconoscimento del fraintendimento e quindi l’indebolimento del suo potere. “Se non si smette di prestare fede all’oggetto di questo fraintendimento”, ha detto Dharmakirti, “è impossibile cessare di fraintenderlo”. Esiste una profonda, tenace resistenza a questa disillusione, una sorta di attaccamento, di paura di un vuoto immaginato tanto reale quanto sembra esserlo il sé. Dice Huang-po: “Gli uomini hanno paura di dimenticare la loro mente, temono di precipitare nel Vuoto senza nulla che trattenga la loro caduta. Non sanno che il Vuoto non è realmente Vuoto, ma è il regno del dharma autentico”.
Mark Epstein, Psichiatra, esponente di spicco del neocognitivismo, ha pubblicato in Italia
"La continuità dell'essere",Ed. Ubaldini
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Reuven Feuerstein, la pedagogìa della mediazione e la modificabilità cognitiva strutturale
Ecco cosa dice Feuerstein a proposito dei test per misurare il QI: "Come si fa a dare un test ad un bambino chiudendolo in un'aula davanti ad un istruttore muto ed impassibile come una statua? Va confortato, aiutato, consolato. Allora forse riuscirà ad aprirsi".
"Non ci si deve accontentaredi rendere una persona autonoma, in modo che non pesi sulla società, ma bisogna portarne alla luce tutte le risorse perchè arrivi ad essere e a sentirsi socialmente utile".
"In molti casi, il cervello è come un'automobile che è rimasta impantanata; più si spinge sull'acceleratore, più si peggiora la situazione, ma basta una spinta per farla uscire dal blocco".
"Una delle cause maggiori dell'insuccesso scolastico sta nel tentativo di molti insegnanti di rimanere neutrali rispetto a ciò che trasmettono agli alunni. Invece di agire come mediatori di valori, si presentano come puri e semplici trasmettitori di informazioni".
"E' importante fissare la concentrazione del bambino su quello che fa, selezionando gli stimoli".
"Cercare un contatto visivo o fisico è una condizione essenziale per far arrivare un messaggio a destinazione. Il cervello, infatti, riceve meglio quando entrano in azione anche gli altri sensi: la vista, l'udito, il tatto".
"Il bambino non conosce il mondo attraverso i concetti, come l'adulto, ma attraverso le emozioni e l'affetto.
Per fargli capire un'idea, per farlo progredire, bisogna saper suscitare in lui queste sensazioni positive. Sarà più facile che capisca la luce e il buio guardando le candeline dell'albero di Natale e sentendo la gioia del momento, piuttosto che ascoltando le nostre spiegazioni.
Non basta insegnare, bisogna far sentire le cose".
"Per aprirsi i bambini hanno bisogno, prima di tutto, di constatare che dedichiamo attenzione e rispetto alle loro parole. Spesso basta ascoltarli con attenzione, in silenzio, senza sottoporli ad interrogatori assillanti, mettendosi nella situazione di chi vuole imparare, piuttosto di chi vuole insegnare; cercando le risposte, invece di essere convinti di possederle".
"A poco poco si impara ad imparare, si ricava cioè da questi stimoli una capacità di evoluzione autonoma ed indipendente e si cambia l'immagine che si ha di se stessi: Da persona che riceve passivamente delle informazioni a individuo in grado di generare attivamente un nuovo sapere".
"Avere l'esperienza del successo e possedere un senso di competenza sono le premesse per raggiungere qualsiasi obiettivo. Chi si crede un incapace non si fissa alcun proposito per paura dei fallimenti".
"I bambini vanno quindi incoraggiati a esprimere quello che desiderano, mettendo in evidenza le fasi necessarie per raggiungerlo. Si creano così delle attitudini come la pazienza, la volontà, la perseveranza, qualità fondamentali per ottenere quello che ci si prefigge".
"Sarebbe bene abituare i bambini fin da piccoli al piacere di provare cose nuove: una pietanza, un gioco, un amico, una passeggiata, uno sport o un'attività insolita. Stà a noi comunicare loro la volontà di esplorare il mondo con fiducia e curiosità".
"La sovrastimolazione è controproducente. Quando una mamma bombarda di stimoli il suo bambino, lui smette di prendere iniziative, appare insicuro e diventa troppo dipendente da lei".
"Persone con grandi handicap fisici ed intellettivi conducono oggi una vita normale, hanno un lavoro, in molti casi si sono fatti una famiglia. Il miracolo è possibile a una condizione: che non ci si rassegni ad accettarli come sono, ma si combatta fino all'ultimo per cambiarli, arricchirli, stimolarli in tutto i modi possibili, come si fa istintivamente quando si ricorre a ogni mezzo per rafforzare la salute dei propri figli. Così come, con opprtuni interventi, si possono migliorare le condizioni fisiche di un bambino, allo stesso modo le sue capacità intellettive possono essere sviluppate oltre le più ottimistiche previsioni".
"Professore, lei pensa allora che quello che per la gente è un ritardato possa raggiungere la normalità, possa in un certo senso diventare intelligente?" gli chiese un giorno un giovane psicologo. "Non lo penso, lo so. Lo sperimento ogni giorno" Rispose Reuven Feuerstein.
Feuerstein sostenne "che l'intelligenza non è un bagaglio genetico che non può essere mutato, un dato irreversibile con cui si nasce, come il colore degli occhi. All'opposto, è una capacità dinamica che si sviluppa, cambia, e, con interventi opportuni, può migliorare e crescere. Insomma si può insegnare."
"Non si nasce intelligenti. Letteralmente lo si diventa. L'intelligenza continua a crescere ben oltre il momento della nascita ed è possibile potenziarla, svilupparla, rafforzarla allo stesso modo in cui si potenziano, sviluppano e rafforzano i muscoli".
"Il test di intelligenza ti dice se stai andando a 40 o 100 Km l'ora, ma non svela niente del tuo motore, cioè del cervello e delle sue reali possibilità".
"Se Einstein fosse stato sottoposto a un test di intelligenza quando era piccolo, sarebbe stato considerato stupido: fino a 4 anni non aveva pronunciato una parola e, alle elementari, i suoi voti non erano certo brillanti".
"Quando nostro figlio è in difficoltà, di fronte ad una nuova situazione, se deve apprendere un nuovo compito, reprimiamo il nostro primo impulso a intervenire a a risolvere il problema per lui. Consideriamola invece una preziosa opportunità per fargli apprendere nuove abilità."
"La nostra esperienza ci dimostra che ogni persona, quali che siano la sua età, il suo handicap e la gravità del problema, è capace di modificarsi."
"Portare i bambini a riflettere sui meccanismi che hanno utilizzato per arrivare ad una decisione. Questo lavoro è di grande importanza se vogliamo trasformare un risultato, che spesso è frutto di uno sforzo occasionale, in uno strumento di analisi della realtà, applicabile in qualsiasi situazione".
"Non ci si deve accontentaredi rendere una persona autonoma, in modo che non pesi sulla società, ma bisogna portarne alla luce tutte le risorse perchè arrivi ad essere e a sentirsi socialmente utile".
"In molti casi, il cervello è come un'automobile che è rimasta impantanata; più si spinge sull'acceleratore, più si peggiora la situazione, ma basta una spinta per farla uscire dal blocco".
"Una delle cause maggiori dell'insuccesso scolastico sta nel tentativo di molti insegnanti di rimanere neutrali rispetto a ciò che trasmettono agli alunni. Invece di agire come mediatori di valori, si presentano come puri e semplici trasmettitori di informazioni".
"E' importante fissare la concentrazione del bambino su quello che fa, selezionando gli stimoli".
"Cercare un contatto visivo o fisico è una condizione essenziale per far arrivare un messaggio a destinazione. Il cervello, infatti, riceve meglio quando entrano in azione anche gli altri sensi: la vista, l'udito, il tatto".
"Il bambino non conosce il mondo attraverso i concetti, come l'adulto, ma attraverso le emozioni e l'affetto.
Per fargli capire un'idea, per farlo progredire, bisogna saper suscitare in lui queste sensazioni positive. Sarà più facile che capisca la luce e il buio guardando le candeline dell'albero di Natale e sentendo la gioia del momento, piuttosto che ascoltando le nostre spiegazioni.
Non basta insegnare, bisogna far sentire le cose".
"Per aprirsi i bambini hanno bisogno, prima di tutto, di constatare che dedichiamo attenzione e rispetto alle loro parole. Spesso basta ascoltarli con attenzione, in silenzio, senza sottoporli ad interrogatori assillanti, mettendosi nella situazione di chi vuole imparare, piuttosto di chi vuole insegnare; cercando le risposte, invece di essere convinti di possederle".
"A poco poco si impara ad imparare, si ricava cioè da questi stimoli una capacità di evoluzione autonoma ed indipendente e si cambia l'immagine che si ha di se stessi: Da persona che riceve passivamente delle informazioni a individuo in grado di generare attivamente un nuovo sapere".
"Avere l'esperienza del successo e possedere un senso di competenza sono le premesse per raggiungere qualsiasi obiettivo. Chi si crede un incapace non si fissa alcun proposito per paura dei fallimenti".
"I bambini vanno quindi incoraggiati a esprimere quello che desiderano, mettendo in evidenza le fasi necessarie per raggiungerlo. Si creano così delle attitudini come la pazienza, la volontà, la perseveranza, qualità fondamentali per ottenere quello che ci si prefigge".
"Sarebbe bene abituare i bambini fin da piccoli al piacere di provare cose nuove: una pietanza, un gioco, un amico, una passeggiata, uno sport o un'attività insolita. Stà a noi comunicare loro la volontà di esplorare il mondo con fiducia e curiosità".
"La sovrastimolazione è controproducente. Quando una mamma bombarda di stimoli il suo bambino, lui smette di prendere iniziative, appare insicuro e diventa troppo dipendente da lei".
"Persone con grandi handicap fisici ed intellettivi conducono oggi una vita normale, hanno un lavoro, in molti casi si sono fatti una famiglia. Il miracolo è possibile a una condizione: che non ci si rassegni ad accettarli come sono, ma si combatta fino all'ultimo per cambiarli, arricchirli, stimolarli in tutto i modi possibili, come si fa istintivamente quando si ricorre a ogni mezzo per rafforzare la salute dei propri figli. Così come, con opprtuni interventi, si possono migliorare le condizioni fisiche di un bambino, allo stesso modo le sue capacità intellettive possono essere sviluppate oltre le più ottimistiche previsioni".
"Professore, lei pensa allora che quello che per la gente è un ritardato possa raggiungere la normalità, possa in un certo senso diventare intelligente?" gli chiese un giorno un giovane psicologo. "Non lo penso, lo so. Lo sperimento ogni giorno" Rispose Reuven Feuerstein.
Feuerstein sostenne "che l'intelligenza non è un bagaglio genetico che non può essere mutato, un dato irreversibile con cui si nasce, come il colore degli occhi. All'opposto, è una capacità dinamica che si sviluppa, cambia, e, con interventi opportuni, può migliorare e crescere. Insomma si può insegnare."
"Non si nasce intelligenti. Letteralmente lo si diventa. L'intelligenza continua a crescere ben oltre il momento della nascita ed è possibile potenziarla, svilupparla, rafforzarla allo stesso modo in cui si potenziano, sviluppano e rafforzano i muscoli".
"Il test di intelligenza ti dice se stai andando a 40 o 100 Km l'ora, ma non svela niente del tuo motore, cioè del cervello e delle sue reali possibilità".
"Se Einstein fosse stato sottoposto a un test di intelligenza quando era piccolo, sarebbe stato considerato stupido: fino a 4 anni non aveva pronunciato una parola e, alle elementari, i suoi voti non erano certo brillanti".
"Quando nostro figlio è in difficoltà, di fronte ad una nuova situazione, se deve apprendere un nuovo compito, reprimiamo il nostro primo impulso a intervenire a a risolvere il problema per lui. Consideriamola invece una preziosa opportunità per fargli apprendere nuove abilità."
"La nostra esperienza ci dimostra che ogni persona, quali che siano la sua età, il suo handicap e la gravità del problema, è capace di modificarsi."
"Portare i bambini a riflettere sui meccanismi che hanno utilizzato per arrivare ad una decisione. Questo lavoro è di grande importanza se vogliamo trasformare un risultato, che spesso è frutto di uno sforzo occasionale, in uno strumento di analisi della realtà, applicabile in qualsiasi situazione".
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Segnalazione editoriale - Georges Lapassade "La scoperta della dissociazione – La dissociazione estatica- Un viaggio nella pluralità di stati della mente , Edizioni Controluce, 2009
Intendere la dissociazione alla stregua di un disturbo della personalità, sintomo di una qualche forma di malattia mentale, impedisce di analizzarla come dispositivo positivo, e cioè alla stregua di una vera e propria risorsa vitale. La ricerca etnografica e storica sugli stati di transe e sul misticismo, su fenomeni come la catalessi, il sonnambulismo, l’isteria, l’ipnosi, il medianismo fornisce ampia materia all’elaborazione del modello di un io molteplice, utile a descrivere esperienze molto difficili, se non estreme (carcere, tortura, isolamento) – in cui l’insorgere di stati dissociativi funziona come meccanismo di resistenza –, pratiche fortemente ritualizzate (la transe di possessione e sciamanica), momenti della vita quotidiana in cui ci si sottrae alla noia e alla ripetizione (le distrazioni). Lapassade indaga sulle forme della dissociazione, si sofferma sui casi clinici e sulle analisi proposte dagli autori (cominciando dai classici, da Mesmer a Charcot a Janet a Freud), ma propone uno spettro più ampio di riferimenti, optando per la proposta interpretativa di Hillgard e, prima ancora, di Tart: nella mente la compresenza di una pluralità di stati non ha necessariamente implicazioni di carattere patologico.
Georges Lapassade (Arbus, 1924 - Parigi 2008), psicosociologo, etnologo, pedagogista, tra i fondatori del movimento istituzionalista, ha condotto numerose ricerche sul campo in Africa, in Brasile, in Italia, indagando sui fenomeni della transe, sulla cultura dei gruppi giovanili metropolitani, sulla dissociazione e promuovendo l’analisi delle istituzioni. Propugnatore della metodologia della ricerca-azione, ha indicato il terreno come luogo elettivo della ricerca sociale, in cui il compito dello studioso è intervenire per provocare le contraddizioni latenti.
Georges Lapassade (Arbus, 1924 - Parigi 2008), psicosociologo, etnologo, pedagogista, tra i fondatori del movimento istituzionalista, ha condotto numerose ricerche sul campo in Africa, in Brasile, in Italia, indagando sui fenomeni della transe, sulla cultura dei gruppi giovanili metropolitani, sulla dissociazione e promuovendo l’analisi delle istituzioni. Propugnatore della metodologia della ricerca-azione, ha indicato il terreno come luogo elettivo della ricerca sociale, in cui il compito dello studioso è intervenire per provocare le contraddizioni latenti.
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SEGNALAZIONE EDITORIALE -Immagini e linguaggi del digitale. "Le nuove frontiere della mente" di Andrea Granelli & Lucio Sarno
Le tecnologie digitali stanno generando mutazioni nelle modalità comportamentali e nel funzionamento della mente dell'uomo. La cosiddetta 'banda larga' oltre ad abilitare nuovi servizi e nuove modalità per fruire in maniera massiva i contenuti audiovisivi 'tradizionali' come film e programmi televisivi, sarà utilizzata nelle sue potenzialità anche per comunicare, esprimersi, apprendere e condividere conoscenze ed emozioni. Nuove frontiere dunque si apriranno per l'uomo all'espressività,alla rappresentazione e alla conoscenza. Questo libro, realizzato da uno studioso all'avanguardia di tecnologie e innovazione e da un noto psicoanalista, si pone l'arduo obiettivo di indagare le nuove forme espressive che il web renderà possibili e diffonderà; esso tenta di dare una lettura della complessa realtà destinata a segnare una delle mutazioni epocali nella storia dell'umanità. Radicato su solide conoscenze tecnologiche e scientifiche, questo lavoro non è solo un testo sulle nuove tecnologie, né solo un'indagine psicologica sul web e sulla sua fruizione, è tutto questo insieme ma è soprattutto un'indagine di stampo umanistico sulle nuove forme di espressione che il web sta generando.
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Pensiero,io non ho più parole di Alda Merini
Ma cosa sei tu in sostanza?
qualcosa che lacrima a volte,
e a volte dà luce.
Pensiero,dove hai le radici?
Nella mia anima folle
o nel mio grembo distrutto?
Sei così ardito vorace,
consumi ogni distanza;
dimmi che io mi ritorca
come ha già fatto Orfeo
guardando la sua Euridice,
e così possa perderti
nell'antro della follia.
qualcosa che lacrima a volte,
e a volte dà luce.
Pensiero,dove hai le radici?
Nella mia anima folle
o nel mio grembo distrutto?
Sei così ardito vorace,
consumi ogni distanza;
dimmi che io mi ritorca
come ha già fatto Orfeo
guardando la sua Euridice,
e così possa perderti
nell'antro della follia.
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Marco Margnelli e La Neuroscienza dell'estasi
Marco Margnelli (1939-2005 ) medico neurofisiologo e psicoterapeuta è stato uno dei pionieri nello studio degli stati modificati di coscienza.
Autore di importanti studi sulla fenomenologia paranormale e nell'ambito delle esperienze mistiche, è stato ricercatore presso il Cnr, il Karl Ludwig Institut fur physiologie dell'Universita di Lipsia e l'Università del North Carolina.
Ha fondato il Centro studi e ricerche sulla psicofisiologia degli stati di coscienza a Milano. E' stato presidente della Società Italiana per lo Studio degli Stati di Coscienza SISSC.
Si è occupato in modo approfondito del particolarissimo stato di coscienza che in Occidente va sotto il nome di "estasi". Per lui, l'estasi era uno stato modificato di coscienza nel quale, o attraverso il quale, possono verificarsi molti fenomeni parapsicologici. E al quale tutti, in potenza, sono in grado di accedere. Fra l'altro, Margnelli ha svolto dirette indagini sul compo studiando i mistici di Medjugorje e ha esaminato i casi di altri mistici come lo stigmatizzato Fra Elia.
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Mergnelli , neurofisiologo e ricercatore sul campo, la coscienza è più ampia di ciò che si creda.
Fin dalla notte dei tempi l'uomo distingue il sogno dalla realtà, nel senso che riconosce il sogno perché ciò che vi accade non obbedisce alle leggi della realtà fisica nella quale vive durante il giorno, o meglio, nella quale vive mentre è sveglio. Il mondo onirico ha da sempre affascinato poeti e filosofi, artisti e scrittori, mistici e uomini di scienza, ma si è dovuto aspettare Sigmund Freud perché si sentisse il bisogno di studiarlo scientificamente e cioè si cominciasse a cercare di dare una risposta alle mille domande che esso suscita.
Perché sogniamo? A cosa serve sognare? Qual è il vero significato dei sogni? Perché nel sogno tutto è possibile? E' vero che esistono sogni premonitori? Cosa succederebbe se qualcuno o qualcosa ci impedisse di sognare? E così via da millenni.
Per prima cosa Freud ha stabilito che i sogni servono principalmente a soddisfare desideri che non possono essere soddisfatti nella realtà o, addirittura, per soddisfare desideri che la mente sveglia censura ovvero non ammette di avere. Permettendo la realizzazione fantastica di tali desideri, il sogno scarica le tensioni e riesce a mantenere l'equilibrio psichico. Nei sogni la realizzazione dei desideri può avvenire anche in modo magico, nel senso che gli ostacoli che impediscono la loro soddisfazione nella realtà vengono superati infrangendo le regole del mondo fisico.
Questo aspetto del sogno è stato riconosciuto come una regressione a un modo di pensare infantile, perché i bambini fino a che, maturando, non imparano come funziona la realtà fisica "sembrano vivere nel mondo dei sogni" (e delle favole). Freud ha chiamato questo tipo di pensiero "pensiero primario" in contrapposizione a quello del cervello sveglio che invece ha chiamato "pensiero secondario". Dunque, se il modo di pensare nel sogno è diverso da quello della veglia è proprio come se avessimo due menti: una per il giorno e una per la notte.
Questa constatazione, tuttavia, fa nascere un bel po' di domande. Per esempio se è vero che il pensiero primario è il modo di pensare dell'infanzia e che crescere e sviluppare il pensiero secondario significa imparare come funziona il mondo reale, bisogna allora domandarsi non solo perché si nasca ignoranti ma anche perché nel sogno si ritorni bambini... Dietro questa ce n'è poi una ancora più vasta: "imparare a conoscere il mondo", in realtà, vuol dire acquistare coscienza di leggi e regole che prima non c'erano, che valgono per tutti, vuol dire condividere con i nostri simili una "visione della realtà" precisa e inalterabile, tanto che ciò che non rientra in questi parametri viene etichettato come "impossibile" o/e spesso come "appartenente al modo dei sogni". Insomma crescere significa imparare la coscienza.
Coscienza e rappresentazione
Ma allora cos'è la coscienza? Evidentemente non è solo la progressiva attribuzione di significato alle cose, agli oggetti, alle persone, ai pensieri o ai sentimenti, e così via. I bambini-lupo e cioè quelle povere creature rapite in giovanissima età da animali selvatici e da loro poi allevati, hanno dimostrato quanto la coscienza sia appresa e anche quanto sia importante l'ambiente nel quale la si impara: solo in ambiente umano si sviluppa una coscienza umana e i bambini lupo, da grandi, resteranno irrimediabilmente dei lupetti, incapaci di parlare e pensare in modo umano: tutti i tentativi per "recuperarli", come ha dimostrato il caso del bambino lupo dell'Aveyron studiato da Jean Itard e portato sullo schermo cinematografico da Truffaut, potranno al massimo sviluppare un lupo ben addomesticato.
La coscienza della veglia, in realtà, è uno "strumento" che ci serve per adattarci a vivere nel mondo fisico/umano, nel mondo della materia/natura: essa contiene una "rappresentazione virtuale" del mondo mediante la quale riconosciamo i messaggi dei sensi e rispondiamo appropriatamente alle situazioni nelle quali ci veniamo a trovare. In questa rappresentazione un prato può essere solo verde o giallastro, mai violetto, una legnata in testa fa male, gli umani non possono volare e gli animali non parlano. Se vedessimo un prato blu, immediatamente avremmo la sensazione che ci sia qualcosa di sbagliato, se un cane ci rivolgesse la parola e ci accorgessimo di poter andare a fare la spesa volando, dubiteremmo di essere svegli e, forse, correremmo a consultare uno psichiatra.
La rappresentazione virtuale del mondo è un costrutto mnemonico, mentale, edificato mediante le sensazioni. Nei primissimi anni di vita dobbiamo imparare il buio e la luce, il liscio e il ruvido, il caldo e il freddo, il silenzio e il rumore, il peso e la leggerezza, dobbiamo imparare a parlare e a dare un nome alle cose, dobbiamo acquisire l'autocoscienza di noi stessi e dobbiamo sviluppare in modo poderoso il pensiero secondario, fino a che siamo pronti a inserirci nella realtà fìsica e sociale, fino a che siamo "maturi".
La coscienza del sogno, invece, non contiene nessuna rappresentazione del mondo e accetta qualunque modello di realtà le si proponga, cosi che nel sogno è normale vedere dei prati violetti, è normale che il nostro cane ci parli, non suscita nessuna meraviglia il poter andare al supermercato del quartiere volando invece che camminando. Nondimeno questa coscienza pensa, pensa a modo suo, è vero, però è capace di affrontare problemi e suggerire come risolverli oppure è capace di soddisfare desideri indicibili (secondo Freud principalmente sessuali) purché non continuino ad angosciarci; in altre parole, deve avere - non può non avere un suo modello di realtà che però non può essersi formato attraverso il contatto con la realtà fisica e neppure con il contatto con la realtà onirica perché, come si è detto, nel sogno è possibile qualunque realtà. E allora qual è la forza plasmante, se pure ce ne fosse una, della coscienza del sogno?
Modello nirvana
II "modello di realtà" della coscienza onirica è l'assoluto benessere dell'utero. E' la condizione "nirvanica" che viviamo per nove mesi prima di nascere. Per nove mesi galleggiamo senza peso nel caldo del liquido amniotico, nel silenzio e nel buio, nutriti ed amati, senza dover fare altro che "stare bene". Giorno per giorno viviamo il formarsi del corpo, sentendo nascere e crescere gli organi, sentendoli entrare in funzione, sentendo l'energia vitale come una poderosa forza continuamente al lavoro per mantenere il completo benessere e sovrintendere alla nostra incarnazione: il programma operativo della coscienza onirica è "vivere", "stare bene", "sopravvivere", "restare in vita".
Ogni notte la nostra coscienza tenta di tornare in questo beato nulla, in questa "non realtà" estatica. La coscienza della veglia ha il lontano ricordo di questo "paradiso perduto" e sente poderosa la spinta a riguadagnarlo. E' un tentativo che trova la sua realizzazione nell'estasi mistica ed è probabilmente per questa ragione che l'uomo nel corso della sua storia millenaria, a qualunque razza o cultura appartenesse, si è applicato a trovare tecniche per l'estasi: vuole/vorrebbe raggiungere lo stato primigenio da sveglio, senza doverlo sognare, perché ha, nebuloso ma incancellabile, il ricordo di averlo provato.
Tutti noi che abbiamo conosciuto Marco Margnelli ricordiamo anche la sua capacità di didatta e soprattutto la passione che lo ha spinto alla ricerca ed allo studio dei fenomeni della mente che ancora oggi, per una gran parte, mantengono la loro natura se non di mistero, almeno di profonda incertezza e di imperfetta conoscenza. Per questo ci affascinano, come e anche di più di altre aree che interessano la vita umana, perché essi, che sembrano ristretti nella sia pur limitata zona dell'organo che è il cervello, non hanno confini né di spazio né di potenzialità e sono tanto commisti e confusi con gli elementi dell'anima e della spiritualità da far ritenere del tutto irrisolvibili certi quesiti per i quali, da sempre l'uomo, in un modo o nell'altro, ha mostrato interesse e curiosità. Margnelli, questi problemi se li è sempre posti ed ha impiegato buona parte delle sue forze intellettuali per cercare, se non la soluzione difficile, almeno la conferma, filtrata dalla sua mente di ricercatore, della loro consistenza. Questo libro è, in un certo senso, una condensata antologia dei principali e più originali argomenti trattati in modo particolare da Margnelli nella sua lunga ed impegnativa opera di ricerca scientifica. Gli argomenti esposti, per le teorie in essi considerate e i risultati raggiunti, sono quelli che ci hanno maggiormente fatto conoscere lo studioso e sono coordinati e condotti in una realtà postuma sotto forma di un dialogo (appunto improbabile) da Emidio Alessandrini, amico e collaboratore di Margnelli, teologo ed esperto di tematiche che riguardano la psicopatologia e l'uso dell'esorcismo.I fenomeni più intriganti per la loro discussa natura, alcuni dei quali ai limiti tra la psicologia, la psichiatria e la pura spiritualità, come le stigmate, le estasi, le esperienze mistiche e quelle di premorte, sono riportati nelle stesure originali con le parole dell'autore. Le analisi, le valutazioni e i criteri scientifici descritti vengono accolti nel contesto della "neurofisiologia dell'insolito", anche se talvolta la coscienza di qualche lettore può forse generare spontaneamente una specie di contromisura che tende a confutare certi particolari dell'evento. Ma tutto ciò, comunque, non disturba. Non si tratta quindi di una intervista formale ma piuttosto di un dialogo compiacente anche se, appunto, improbabile, che rende quasi intimamente discorsiva e comprensivamente logica l'esposizione di argomenti affascinanti, anche al di là del supporto scientifico che tuttavia presentano. Credo che le intenzioni del curatore, che riescono efficacemente ad ampliare la conoscenza delle ricerche di Margnelli, condotte seriamente all'interno di un argomento difficile, sottolineino ulteriormente e nello stesso tempo l'importanza dei risultati riportati. Di ipnosi, a parte i riferimenti storici, se ne accenna quanto basta per ricordare certi impieghi come elemento di ricerca e di sperimentazione, con valutazioni oggi abbastanza desuete secondo i concetti moderni della natura della trance.
Marco Margnelli è stato un neurofisiologo che ha dedicato ampi e approfonditi studi sugli stati modificati di coscienza con un severo approccio scientifico che significa innanzi tutto osservazione rigorosa, raccolta di dati, comparazione e verifica con strumenti appropriati, esame clinico, indagine e riscontri su una casistica significativa.
La medicina, come scienza, non può ammettere la veridicità di fenomeni che non siano supportati da indagini adeguate, condotte con metodi, approfondimenti e competenze che escludano false e fantasiose invenzioni. Non sono molti i medici che come Margnelli si sono appassionatamente spinti in un campo da sempre presidiato da troppi pregiudizi. Per troppo tempo la convinzione che molti eventi o situazioni ai confini della realtà fossero unicamente prodotti da credenze religiose o che certi stati di allucinazione potessero essere indotti solo dall’uso di droghe o da ritualità orientali dapprima sconosciute e poi “snobbate” come scarsamente attendibili dal mondo occidentale o ancora da patologie psichiche ha lasciato la medicina indifferente o scettica o scarsamente interessata a un’analisi puntuale dei molti possibili stati di coscienza. L’estasi, le stigmate, le guarigioni “miracolose” così come le allucinazioni e le OBE (esperienze fuori dal corpo) erano relegate nell’ambito delle questioni inusuali, guardate con sospetto o semplicemente ignorate per profondo scetticismo. Al massimo in passato si sono intrecciate con gli studi di psichiatria, per loro natura a stretto contatto con manifestazioni insolite ed estreme della mente e delle umane espressioni. Ma sostanzialmente in medicina è sempre stata forte la riluttanza ad ammettere la possibilità che la coscienza "normale", intendendo con normalità l’assenza di malattia, potesse dissociarsi, disaggregarsi, manifestarsi in modi anche molto diversi da quelli consueti ovvero da quelli conformi al modello culturale di riferimento. In ciò in effetti ha pesantemente influito la paura del mistero e il bisogno sociale di un progetto vitale di uniformità dell’uomo. La civiltà, come per altri versi la religione, ha avvertito sempre più la necessità di limitare la libertà psichica del singolo e di creare appunto un modello di riferimento fuori dal quale ci sono la patologia o la diversità. Nella cultura occidentale – rileva infatti Margnelli – il benessere fisico, quello psicologico e spirituale sono tenuti nettamente separati. Non è un caso infatti che l’Oriente vanti una storia e un orientamento ben diversi sugli stati di coscienza. E non è un caso che pratiche orientali, come la meditazione e lo yoga, o il ricorso a sostanze allucinogene siano approdate in Occidente quanto si è avvertito forte un vuoto spirituale e da qui il crescente bisogno di indagare dentro di sé, di riappropriarsi delle proprie emozioni e della propria mente. Purtroppo il ritardo nello studio scientifico delle cose straordinarie ha impedito fino a tempi recenti che ne venissero colte le potenzialità diagnostiche o terapeutiche, che si intraprendesse un cammino scrupoloso di accertamento di fenomeni e possibilità della mente, che si riconoscesse il giusto valore e spessore a molte esperienze di grande rilievo per la conoscenza della psiche, per i processi di controllo e sopportazione del dolore e soprattutto, o meglio più in generale, per il sereno piacere di esplorare la ricchezza delle umani dimensioni intime e spirituali....
L’ipnosi per esempio da quando è stata accolta dalla comunità scientifica e soprattutto da quando si è superata l’ipnosi impositiva e si è approdati all’ipnosi che promuove le risorse del paziente, ha dato moltissimo in termini medici e culturali. Ma gran parte del sapere di cui sono depositarie le tradizioni spirituali e mistiche ha incontrato e incontra molte più difficoltà a essere debitamente analizzate e recepite dalla scienza medica. Partendo dalla triplice struttura, materia, spirito, psiche, Margnelli spiega come l’ambito psicospirituale sia il fondamentale passaggio da una dimensione psichica a una dimensione spirituale. E la porta di questo passaggio è sicuramente negli stati di coscienza. Ecco svelata la forza preziosa che lo studio della materia può riservare.
La trance, l’estasi cattolica, lo stato ipnagogico (tra la veglia e il sonno), le esperienze di pre-morte, la morte mistica, il sogno lucido sono un viaggio nell’attività cerebrale, nella processualità del pensiero, tra percezioni extrasensoriali e stati di coscienza che Margnelli conduce con il coraggio di non cedere ai pregiudizi e nel contempo utilizzando sempre la razionalità del protocollo medico. È una lettura appassionante e illuminante. Al di là dei notevoli riflessi che il pensiero di Margnelli e di chi vorrà continuarne l’opera possono trovare in medicina e in psichiatria la sintesi tra scienza e istero che Margnelli rappresenta è decisamente stimolante anche per una profonda riflessione psicologica e culturale. Come la meditazione e l’allenamento alle tecniche e alle pratiche che procurano modificazioni degli stati di coscienza così la conoscenza e la consapevolezza dei percorsi psico-mentali, emozionali, interiori sono essenziali per comprendere la possibilità di affrancarsi da molti condizionamenti – sociali e culturali –, di scoprire sé stessi, di percepire l’essenza complessa dell’uomo, di recuperare uno spazio di benessere e di libertà di coscienza.
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W.R.Bion e la cultura filosofica Indiana della coscienza di L.Caldironi e M.Giampà
(...)Bion proveniva da una famiglia che non era strettamente inglese, anzi era molto poco inglese in realtà, era una sorta di ibrido euro-asiatico. Ibrido che si è rivelato molto importante nello sviluppo ulteriore di quello che era allora un bambino; perché Bion ha certamente assorbito moltissimo della cultura indiana."
Infatti Bion nasce nel villaggio attualmente chiamato Muttra nel 1897, che era l'antica Mathura, città "santa" luogo di sincretismo religioso in quanto cara sia all'Induismo (Krishna), che al Buddismo, che successivamente all'Islam. Terra dove il tempo è scandito dal succedersi dei monsoni, aspettati e temuti. Luogo dove la parola hindi "Kal" significa sia ieri che domani.
Riteniamo che quando Bion dice che il pensiero non ha bisogno di nessuno che lo pensi, esprima in sé quella parte della cultura indiana che ricerca il perfetto raccoglimento e l'in - centramento" della attenzione (samâdhi).
A questo proposito M. Epstein sostiene che: "Quando Freud parlò del sentimento oceanico come apoteosi del sentimento mistico, e quando Fromm esaltò il benessere come risultato della meditazione buddhista, trascuravano un punto semplice ma essenziale; la meditazione non si limita a creazione di stati di benessere, ma riguarda anche la distruzione della credenza in un sé dotato di esistenza intrinseca".
Lo stesso titolo, della trilogia romanzata del pensiero psicoanalitico di Bion, "Memoria del futuro" ("Il sogno", "Presentare il passato", "The dawn of oblivion") risente della cultura indiana.
In India il "sogno", nella sua dimensione cosmogonica racchiude passato - presente - futuro, simboleggiando un "tempo" sospeso, fantasma all'interno del "dio Ð sognante".
Il sogno "appartiene al dominio delle cose che sono e insieme non sono, chiamato alternamente (mayavirupa) nella letteratura brahamanica, (sambhogakaya) nei testi buddisti e taosticamente espresso con l'ideogramma che designa il mutamento
" (G.Marchianò,1984)
In India si ritiene che la "vera conoscenza" non sia raggiungibile attraverso processi razionali, anzi, la "ragione", distoglie, satura la possibilità di conoscere. La vera realtà quindi è avvicinabile solo distanziandosi dallo stato di veglia, immergendosi in una dimensione meditativa - contemplativa della mente, più vicina a quella del sogno.
Nella cultura indiana lo stato di "sogno" è uno stato intermedio tra il "sonno profondo" e quello della "veglia"; nel passaggio dal sonno alla veglia attraverso la fase mediatrice del sogno, in cui si plasmano le forme virtuali, Visnu si rende conto che queste forme sono una proiezione di se stesso, il che è agli antipodi della nostra percezione ordinaria in cui le forme si mostrano fuori di noi. (G.Marchianò, 1984)
L'Occidente, in contrasto con l'Oriente, ha trascurato la dimensione onirica quale strumento di conoscenza, privilegiando lo stato di veglia.
Con S. Freud c'è un recupero della dimensione onirica, sia come via privilegiata per la ricerca interiore, per avvicinare materiale inconscio, ma anche come filo conduttore verso l'ignoto, l'insondabile: "Ogni sogno ha perlomeno un punto di insondabilità, quasi un ombelico attraverso il quale è congiunto all'ignoto"; ed ancora : "Anche nei sogni meglio interpretati è spesso necessario lasciare un punto all'oscuro, perché nel corso dell'interpretazione si nota che in quel punto ha inizio un groviglio di pensiero onirici che non si lascia sbrogliare, ma che non ha fornito altri contributi al contenuto del sogno. Questo è allora l'ombelico del sogno, il punto in cui esso affonda nell'ignoto". (S.Freud, 1899)
Possiamo riconoscere che l'esperienza del sogno ha da sempre incantato ogni forma di cultura e civiltà. Si tratta infatti di una esperienza ubiquitaria e fondamentale, che, in Oriente, è stata affiancata alla dimensione contemplativa, in Occidente invece, ha trovato nel linguaggio della poesia ed artistico in generale, un modello preferenziale di espressione.
A questo punto ci piace citare Virgilio che nel VI canto dell'Eneide dice che:
"Gemelle sono le porte del sogno: si dice che l'una sia di corno, dalla quale escono facilmente le vere ombre; l'altra splendente, delicatamente lavorata in bianco avorio, è quella per la quale i mani mandano in terra i falsi sogni."
Borges nel 1985 così commentò questi versi di Virgilio:
"A giudicare dalla scelta dei materiali si direbbe che il poeta abbia oscuramente intuìto che i sogni che prevedono il futuro sono meno preziosi dei sogni fallaci, invenzione spontanea dell'uomo che dorme."
Per quanto riguarda il Bion, definito "mistico", a nostro parere è un pensatore, che da storico, ha preso in considerazione la "memoria del passato", da psicoanalista prende in considerazione la memoria primordiale(**), il protomentale(***), gli elementi C della Griglia(****) (pensieri onirici, miti, sogni).
Quello che ritiene Bion vada cercato, attraverso l'atteggiamento mentale del "mistico" o "genio" o "scienziato", è la Realtà Psichica "O", che è il più possibile "a - sensoriale".
A nostro parere vale per Bion quello che Gargani (1999) scrive a proposito di una affermazione di Wittgenstein riguardo : "Non abbiamo a disposizione subito la verità (altrimenti non esisterebbe nemmeno il suo problema), e nondimeno ogni volta nella verità bisogna trovarcisi già da sempre. La verità nella quale dobbiamo già trovarci e abitare, per poterla esprimere, è uno stato che è acquisito attraverso una spietata disciplina interiore; dunque non attraverso un passivo atteggiamento estatico, ma attraverso il lavoro dell'assoggettamento interiore di noi stessi."
Possiamo quindi affermare che la proposta di Bion di una psicoanalisi scientifica prende in considerazione un "allenamento della mente" attraverso cui si metta da parte la memoria, il desiderio, persino quello di comprendere e di guarire, per poter vivere ciò che ci propone l'incontro e andare a cercare la parte più "profonda" nostra e dell'altro (at-one-ment) "O".
Può questa "psicoanalisi scientifica" spaventare gli psicoanalisti?
Ancora oggi riteniamo valido il pensiero di A.Green che nella recensione di "Attenzione e Interpretazione" del 1973, affermava:
"Without any doubt, the psichoanalytic groups will put quite a show of resistence before they recognize themselves in Bion's descriptions".
Si può allora parlare della psicoanalisi scientifica come terapia anche se questa non si pone questo fine?
Può tollerare lo psicoanalista e l'analizzando il terrore della follia che un simile approccio inevitabilmente suscita?
Si pone allora un conflitto etico e si può dire che questa disciplina può essere praticata solo da uno psicoanalista che si è sottoposto con rigore a questo apprendimento; è raccomandabile soltanto allo psicoanalista che sia stato condotto dalla propria psico - analisi, almeno a riconoscere le posizioni schizo - paranoide e depressiva.
Le raccomandazioni di Bion (astensione dalle percezioni sensoriali e dalle esperienze ad esse connesse), ricordano i suggerimenti dello yoga nella tradizione indiana dove si tende a "con-iug-are", a congiungere parti di sé superando momenti "catastrofici" e paure.
Nel 1,15 yoga sutra:
"il distacco è il risultato che raggiunge chi ha cessato di sentir sete per gli oggetti veduti o uditi e controlla gli oggetti (dei sensi)."
Nel 1,43 yoga sutra di Patanjali :
"La (più alta) samâdhi (estasi) senza ragionamento verbale è raggiunta quando la memoria è purificata da tutti i (materiali) attribuiti (e) può fermarsi sulle idee (universali, in se stesse) senza aggiunzioni individualizzanti."
L'intero sistema yoga è basato sul concetto che la mente è il principale fattore che ci lega alla terra e ci libera, ad un tempo, dalla schiavitù di tutte le forme. Perciò la disciplina yogica s'incentra sull'arte del controllo mentale, della purificazione della mente e della scienza mentale attraverso cui possiamo ottenere la "gnosi".
Le varie forme di "estasi meditazionale" sono raggiunte a vari livelli, di cui il più basso è il livello verbale, vibrazionale, razionale; il più alto è lo stato di contemplazione dell'idea pura senza parola, di là dalle parole, dai nomi e dalle forme, quell'idea pura che è descritta quando si raggiunge il : "estasi - meditazionale" (non argomentativa). ( A.Elenjimittam, 1984)
Per lo Yoga Sutra, lo yoga è "soppressione delle modificazioni della coscienza", per accedere al samâdhi: identificazione, unione piena fra il conoscente, l'atto del conoscere e l'oggetto conosciuto. Il samâdhi (che significa unione) è possibile solo se la coscienza "viene progressivamente permeata dall'istante di arresto della propria attività". In altre parole, la verità si situa non in un pensiero, ma nel vuoto fra due pensieri, e in tale vuoto, in tale silenzio è possibile rimanere più - che - coscienti. (G.Comolli, 1994)
Vi sono numerosi modi di dire silenzio nella Hindi (una delle lingue indiane moderne), per esempio, come più significative, abbiamo le espressioni món e sannâta, entrambe di derivazione sanscrita.
Sannata è un termine che esprime oltre a silenzio anche uno stato vicino alla paura, terrore, shock, costernazione, ed esprime un suono penetrante che ha l'effetto "ipnoide" del rumore del vento o della pioggia.
Món deriva dal sanscrito mauna, sostantivo neutro, "silenzio" la condizione nella quale l'Unione può veramente realizzarsi. Il silenzio onnicomprensivo del Sé. Il silenzio che simboleggia ed esprime la Coscienza dell'Assoluto, cioè la consapevolezza dell'Identità con Brahman - nirguna (senza attributi), è uno dei tre attributi del Conoscitore o del samnyasin (il Rinunciante: colui che ha fatto voto di rinuncia alle illusioni del mondo).
Mauna deriva a sua volta da Muni ( sostantivo maschile, "asceta che pratica il silenzio", colui che conosce il valore del silenzio). Questo stato di silenzio mauna è uno dei tre attributi, secondo Îankara, delle tre funzioni proprie del Samnyasin quale Conoscitore (jnanin) e possessore della Conoscenza.
I tre attributi del Samnyasin infatti sono:
o fanciullezza mentale (in senso positivo), purezza, non espansione, noi potremmo dire ;
o sapienza, si riferisce alla funzione dell'insegnamento in quanto è qualificato ad impartire l'istruzione (upadesha) nella Conoscenza;
o perfetto silenzio, nella mente, nella parola e nell'azione. (Glossario sanscrito, 1988)
Non consideriamo queste delle divagazioni più o meno erudite, ma piuttosto riteniamo che sia, come dice Lorena Preta " indispensabile nell'attuale momento di crisi di un sapere acquisito il fare ricorso in maniera più diretta a campi contigui della propria ricerca e qualche volta anche molto distanti, senza per questo temere la confusione, anzi esaltando quel fenomeno di che sembra essere inizialmente molto fecondo."
Corrao, nel commentare il primo volume di "Memoria del futuro" - "Il sogno", ritiene l'enigma della conoscenza, "luogo di contraddizioni, anzi emblema simbolico della contraddizione che lascia scorgere una corrente di senso, metaforica e mitica insieme, che consente l'esperienza di un perturbante Ergriffenheit, cioè di un senso enigmatico e oscuro , che supera l'Intelletto e la Coscienza."
Possiamo immaginare la coscienza per Bion come una sorta di bussola, la lanterna che illumina il cammino, ma che cosa racchiude al suo interno quale è il suo flusso di senso? E' veramente come un labirinto (edificio di pietra degno di ammirazione), al cui interno canali di movimento coreici ne sottolineano la componente dinamica e trasformativa.
Non si torna indietro dal labirinto, dice Massimo Raveri, si esce trasformati.
Egli (1992) sostiene che "L'asceta comprende che il mostro sono i fantasmi, le angosce della sua mente, risvegliate nella meditazione del suo inconscio. Se è riuscito a dominarne l'orrore, può davvero pensare di entrare nel labirinto, più esattamente far essere e apparire il labirinto. Nel labirinto non ci si perde, ci si trova. è dunque la soluzione della sfida di conoscenza; ma questa verità, così essenziale, e chiara, è una proposizione autoreferenziale che ingenera un circolo vizioso e infinito. E' un altro enigma".
"...We are such stuff
As dreams are made on; and our little life
Is rounded with a sleep..."
W. Shakespeare, "The Tempest"
NOTE
(*) Il lavoro - del - sogno - è continuo, giorno e notte. Esso opera sulla base degli stimoli che riceve, i quali provengono dal di dentro e dal di fuori della psiche. (Bion, Cogitations, p. 82)
(**) Il si stratifica sul pensiero embrionale (quello che provvede a collegare le varie impressioni sensoriali e la coscienza).
"La MENTE PRIMORDIALE è una reliquia di parti del nostro retaggio ancestrale come la fessura branchiale, indizi di una struttura anatomica da pesce, o di una coda rudimentale." (Bion, 1978, "Discussioni con W. R. Bion", p.16, Loescher editore, Torino, 1984))
Invece il pensiero preverbale primitivo, che il neonato acquisisce alla nascita, è collegato alla funzione visiva e si esprime attraverso ciò che potremmo definire degli ideogrammi. Questa modalità di pensare è strettamente connessa alla capacità di eseguire introiezioni e proiezioni di oggetti ben armonizzati e, a forziori con la coscienza di averle.
(***) Protomentale. "Per spiegare ciò che accade agli assunti di base inoperanti ho postulato l'esistenza di un sistema proto - mentale, in cui attività fisica e attività psichica si trovano in uno stato indifferenziato; esso si trova al di fuori del campo considerato generalmente utile alla ricerca psicologica." ( Bion, 1961, "Esperienze nei gruppi", Armando Roma 1971, pag. 164).
(****) La griglia "è analoga a un regolo in fisica ed è formata a partire da una matrice di teorie allo scopo di agevolare l'osservazione e non come sostituto di essa". (Bion, 1970, p. 10)
La griglia segue il principio dell'ordinamento degli elementi secondo il sistema periodico di Mendeleev. In verticale sono elencati i singoli elementi, che vanno dai fattori più semplici del protomentale (elementi beta) ai fattori più astratti (calcolo algebrico); in orizzontale sono allineate, dalla più semplice alla più complessa, le funzioni del giudizio, dai primi gradini (ipotesi definitorie) fino ad arrivare alle conclusioni effettive del giudizio (azione). ( Gaburri E e Ferro A., vol. primo, p. 336, Trattato di Psicoanalisi, a cura di Semi A., Raffaello Cortina Editore, Milano 199
BIBLIOGRAFIA
01 Feyerabend K. P., "Dialogo sul metodo", Editori Laterza, Roma - Bari, 1989.
02 Keats J., citato da W. R. Bion in "Attenzione ed interpretazione", Armando Editore, Roma, 1973.
03 Wittgenstein L., "Diari segreti", Editori Laterza, Roma - Bari, 1999.
04 Bion W. R.(1970) Attenzione e interpretazione. Una prospettiva scientifica sulla psicoanalisi e sui gruppi. Armando, Roma 1973
05 Bion W. R.(1992) Cogitations. Armando Editore, Roma 1996.
06 Bion W. R (1976) "On a Quotation from Freud", in Seminari Clinici, Raffaello Cortina Editore, Milano 1989.
07 Squire L.R. citato da A. Balbi in Psichiatria e Psicoterapia Analitica vol. XVIII numero 4 Dicembre 1999
08 De Masi F., "L'inconscio e la psicosi" International Journal of Psychoanalysis, vol.81, part. 1°, february 2000, pg. 1-20
09 Le Doux J.E. "Emozione, memoria e cervello" Le Scienze, n.312, agosto 1994
10 Freud S. Lettera.....
11 Klein M. 1927."Contributo a un simposio sull'analisi infantile", in "Scritti 1921 - 1958", Boringhieri, Torino 1981
12 Bion Talamo P. "Il sogno", seminario tenuto il 10 giugno del 1998 presso il Dipartimento di Scienze Neurologiche, Università degli studi di Roma
13 Epstein M. , "Pensieri senza un pensatore", Ubaldini editore Roma, 1996.
14 Bion W. R. (1975) "Memoria del futuro", Raffaello Cortina Editore, Milano 1993.
15 Marchianò Zolla G. , "I linguaggi del sogno", a cura di Vittore Branca, Carlo Ossola, Salomon Resnik, Sansoni editore, Firenze 1984
16 Freud S. opere vol. III:1899, "L'interpretazione dei sogni", Paolo Boringhieri, Torino 1967
17 Borges J.L. "Libro di sogni" Franco Maria Ricci editore 1985
18 Gargani A.G. Introduzione, "Il coraggio di essere" a Wittgenstein "Diari segreti" , Laterza, Roma-Bari 1999.
19 Green A., Int.J.Psycho-Anal. (1973) 54, 115
20 Patanjali in Elenjimittam A. "La filosofia yoga di Patanjali" Mursia, Milano, 1984
21 Comolli G. ,"Figura e scrittura in oriente", "Aut Aut", 259, 1994, 85-91
22 Monier-Williams, M., A Sanskrit-English Dictionary (Oxford,1899)
23 Nalanda, Vishal Shabd Sagar Dictionary (New Delhi,1994)
24 Collezione Vidya, "Glossario sanscrito" AÏram Vidya, Roma, 1988
25 Preta L. "Pensare immaginando" a cura di, in "Immagini e metafore della scienza", Laterza Roma-Bari, 1992
26 Raveri M. "Il corpo e il paradiso", Marsilio, Venezia 1992
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La vecchiaia di Umberto Galimberti da “la Repubblica”, 29 febbraio 2008
La vecchiaia non è solo un destino biologico, ma anche storico-culturale. Quando il tempo era ciclico e ogni anno il ritmo delle stagioni ripeteva se stesso, chi aveva visto di più sapeva di più. Per questo "conoscere è ricordare", come annota Platone nel Menone, e il vecchio, nell’accumulo del suo ricordo, era ricco di conoscenza.
Oggi con la concezione progressiva del tempo, non più ciclico nella sua ripetizione, ma freccia scagliata in un futuro senza meta, la vecchiaia non è più deposito di sapere, ma ritardo, inadeguatezza, ansia per le novità che non si riescono più a controllare nella loro successione rapida e assillante.
Per questo Max Weber già nel 1919 annotava: “A differenza delle generazioni che ci hanno preceduto, oggi gli uomini non muoiono più sazi della loro vita, ma semplicemente stanchi”.
Per questo la vecchiaia è dura da vivere, non solo per il decadimento biologico e il condizionamento storico-culturale, ma anche per una serie di destrutturazioni che qui proviamo ad elencare.
La prima è tra l’Io e il proprio corpo: non più veicolo per essere al mondo, ma ostacolo da superare per continuare a essere al mondo, per cui a far senso non è più il mondo, ma il corpo che la vecchiaia trasforma da soggetto di intenzioni a oggetto d’attenzione. Siccome poi nessuno riesce a identificarsi con un vecchio, anzi tutti si difendono spasmodicamente da questa identificazione,
si crea quella seconda destrutturazione tra l’Io e il mondo circostante che impoverisce le relazioni e rende convenzionale e perciò falsa l’affettività. Nel vecchio, infatti, l’amore, che Freud ha indicato come antitesi alla morte, non si estingue. E con "amore" qui intendo eros e sessualità, di cui c’è memoria, ricordo e rimpianto. I vecchi cessano di essere riconosciuti come soggetti erotici e questo misconoscimento è la terza destrutturazione che separa il loro Io dalla pulsione d’amore. Nel suo disperato tentativo di opporsi alla legge di natura, che vuole l’inesorabile declino degli individui, chi non accetta la vecchiaia è costretto a stare continuamente all’erta per cogliere di giorno in giorno il minimo segno di declino. Ipocondria, ossessività, ansia e depressione diventano le malefiche compagne di viaggio dei suoi giorni, mentre suoi feticci diventano la bilancia, la dieta, la palestra, la profumeria, lo specchio.
Eppure nel Levitico (19,32) leggiamo: “Onora la faccia del vecchio”, perché se la vecchiaia non mostra più la sua vulnerabilità, dove reperire le ragioni della pietas, l’esigenza di sincerità, la richiesta di risposte sulle quali poggia la coesione sociale? La faccia del vecchio è un bene per il gruppo, e perciò Hillman può scrivere che, per il bene dell’umanità, “bisognerebbe proibire la chirurgia cosmetica e considerare il lifting un crimine contro l’umanità” perché, oltre a privare il gruppo della faccia del vecchio, finisce per dar corda a quel mito della giovinezza che visualizza la vecchiaia come anticamera della morte.
A sostegno del mito della giovinezza ci sono due idee malate che regolano la cultura occidentale, rendendo l’età avanzata più spaventosa di quello che è:
il primato del fattore biologico e del fattore economico che, gettando sullo sfondo tutti gli altri valori, connettono la vecchiaia all’inutilità, e l’inutilità all’attesa della morte.
Eppure non è da poco il danno che si produce quando le facce che invecchiano hanno scarsa visibilità, quando esposte alla pubblica vista sono soltanto facce depilate, truccate e rese telegeniche per garantire un prodotto, sia esso mercantile e politico, perché anche la politica oggi vuole la sua telegenìa.
La faccia del vecchio è un atto di verità, mentre la maschera dietro cui si nasconde un volto trattato con la chirurgia è una falsificazione che lascia trasparire l’insicurezza di chi non ha il coraggio di esporsi con la propria faccia.
Se smascheriamo il mito della giovinezza e curiamo le idee malate che la nostra cultura ha diffuso sulla vecchiaia potremmo scorgere in essa due virtù: quella del "carattere" e quella dell’"amore".
La prima ce la segnala Hillman ne La forza del carattere: “Invecchiando io rivelo il mio carattere, non la mia morte”, dove per carattere devo pensare a ciò che ha plasmato la mia faccia, che si chiama "faccia" perché la "faccio" proprio io, con le abitudini contratte nella vita, le amicizie che ho frequentato, la peculiarità che mi sono dato, le ambizioni che ho inseguito, gli amori che ho incontrato e che ho sognato, i figli che ho generato.
E poi l’amore che, come ci ricorda Manlio Sgalambro nel Trattato dell’età, non cerca ripari, non si rifugia nella "giovinezza interiore" che è un luogo notoriamente malfamato, ma si rivolge alla "sacra carne del vecchio" che contrappone a quella del giovane, mera res extensa buona per la riproduzione. “L’eros scaturisce da ciò che sei, amico, non dalle fattezze del tuo corpo, scaturisce dalla tua età che, non avendo più scopi, può capire finalmente cos’è l’amore fine a se stesso”. Una sessualità totale succede alla sessualità genitale.
Qui si annida il segreto dell’età, dove lo spirito della vita guizza dentro come una folgore, lasciando muta la giovinezza, incapace di capire.
Forse il carattere e l’amore hanno bisogno di quegli anni in più che la lunga durata della vita oggi ci concede per vedere quello che le generazioni che ci hanno preceduto, fatte alcune eccezioni, non hanno potuto vedere, e precisamente quello che uno è al di là di quello che fa, al di là di quello che tenta di apparire, al di là di quei contatti d’amore che la giovinezza brucia, senza conoscere.
Oggi con la concezione progressiva del tempo, non più ciclico nella sua ripetizione, ma freccia scagliata in un futuro senza meta, la vecchiaia non è più deposito di sapere, ma ritardo, inadeguatezza, ansia per le novità che non si riescono più a controllare nella loro successione rapida e assillante.
Per questo Max Weber già nel 1919 annotava: “A differenza delle generazioni che ci hanno preceduto, oggi gli uomini non muoiono più sazi della loro vita, ma semplicemente stanchi”.
Per questo la vecchiaia è dura da vivere, non solo per il decadimento biologico e il condizionamento storico-culturale, ma anche per una serie di destrutturazioni che qui proviamo ad elencare.
La prima è tra l’Io e il proprio corpo: non più veicolo per essere al mondo, ma ostacolo da superare per continuare a essere al mondo, per cui a far senso non è più il mondo, ma il corpo che la vecchiaia trasforma da soggetto di intenzioni a oggetto d’attenzione. Siccome poi nessuno riesce a identificarsi con un vecchio, anzi tutti si difendono spasmodicamente da questa identificazione,
si crea quella seconda destrutturazione tra l’Io e il mondo circostante che impoverisce le relazioni e rende convenzionale e perciò falsa l’affettività. Nel vecchio, infatti, l’amore, che Freud ha indicato come antitesi alla morte, non si estingue. E con "amore" qui intendo eros e sessualità, di cui c’è memoria, ricordo e rimpianto. I vecchi cessano di essere riconosciuti come soggetti erotici e questo misconoscimento è la terza destrutturazione che separa il loro Io dalla pulsione d’amore. Nel suo disperato tentativo di opporsi alla legge di natura, che vuole l’inesorabile declino degli individui, chi non accetta la vecchiaia è costretto a stare continuamente all’erta per cogliere di giorno in giorno il minimo segno di declino. Ipocondria, ossessività, ansia e depressione diventano le malefiche compagne di viaggio dei suoi giorni, mentre suoi feticci diventano la bilancia, la dieta, la palestra, la profumeria, lo specchio.
Eppure nel Levitico (19,32) leggiamo: “Onora la faccia del vecchio”, perché se la vecchiaia non mostra più la sua vulnerabilità, dove reperire le ragioni della pietas, l’esigenza di sincerità, la richiesta di risposte sulle quali poggia la coesione sociale? La faccia del vecchio è un bene per il gruppo, e perciò Hillman può scrivere che, per il bene dell’umanità, “bisognerebbe proibire la chirurgia cosmetica e considerare il lifting un crimine contro l’umanità” perché, oltre a privare il gruppo della faccia del vecchio, finisce per dar corda a quel mito della giovinezza che visualizza la vecchiaia come anticamera della morte.
A sostegno del mito della giovinezza ci sono due idee malate che regolano la cultura occidentale, rendendo l’età avanzata più spaventosa di quello che è:
il primato del fattore biologico e del fattore economico che, gettando sullo sfondo tutti gli altri valori, connettono la vecchiaia all’inutilità, e l’inutilità all’attesa della morte.
Eppure non è da poco il danno che si produce quando le facce che invecchiano hanno scarsa visibilità, quando esposte alla pubblica vista sono soltanto facce depilate, truccate e rese telegeniche per garantire un prodotto, sia esso mercantile e politico, perché anche la politica oggi vuole la sua telegenìa.
La faccia del vecchio è un atto di verità, mentre la maschera dietro cui si nasconde un volto trattato con la chirurgia è una falsificazione che lascia trasparire l’insicurezza di chi non ha il coraggio di esporsi con la propria faccia.
Se smascheriamo il mito della giovinezza e curiamo le idee malate che la nostra cultura ha diffuso sulla vecchiaia potremmo scorgere in essa due virtù: quella del "carattere" e quella dell’"amore".
La prima ce la segnala Hillman ne La forza del carattere: “Invecchiando io rivelo il mio carattere, non la mia morte”, dove per carattere devo pensare a ciò che ha plasmato la mia faccia, che si chiama "faccia" perché la "faccio" proprio io, con le abitudini contratte nella vita, le amicizie che ho frequentato, la peculiarità che mi sono dato, le ambizioni che ho inseguito, gli amori che ho incontrato e che ho sognato, i figli che ho generato.
E poi l’amore che, come ci ricorda Manlio Sgalambro nel Trattato dell’età, non cerca ripari, non si rifugia nella "giovinezza interiore" che è un luogo notoriamente malfamato, ma si rivolge alla "sacra carne del vecchio" che contrappone a quella del giovane, mera res extensa buona per la riproduzione. “L’eros scaturisce da ciò che sei, amico, non dalle fattezze del tuo corpo, scaturisce dalla tua età che, non avendo più scopi, può capire finalmente cos’è l’amore fine a se stesso”. Una sessualità totale succede alla sessualità genitale.
Qui si annida il segreto dell’età, dove lo spirito della vita guizza dentro come una folgore, lasciando muta la giovinezza, incapace di capire.
Forse il carattere e l’amore hanno bisogno di quegli anni in più che la lunga durata della vita oggi ci concede per vedere quello che le generazioni che ci hanno preceduto, fatte alcune eccezioni, non hanno potuto vedere, e precisamente quello che uno è al di là di quello che fa, al di là di quello che tenta di apparire, al di là di quei contatti d’amore che la giovinezza brucia, senza conoscere.
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Itaca di Costantino Kavafis
Quando ti metterai in viaggio per Itaca
devi augurarti che la strada sia lunga
fertile in avventure e in esperienze.
I Lestrigoni e i Ciclopi
o la furia di Nettuno non temere,
non sarà questo il genere d’incontri
se il pensiero resta alto e un sentimento
fermo guida il tuo spirito e il tuo corpo.
In Ciclopi e Lestrigoni, no certo
nè nell’irato Nettuno incapperai
se non li porti dentro
se 1’anima non te li mette contro.
Devi augurarti che la strada sia lunga.
Che i mattini d’estate siano tanti
quando nei porti - finalmente, e che con gioia
toccherai terra tu per la prima volta:
negli empori fenici indugia e acquista
madreperle coralli ebano e ambre
tutta merce fina, anche profumi
penetranti d’ogni sorta, più profumi
inebrianti che puoi,
va in molte citta egizie
impara una quantita di cose dai dotti.
Sempre devi avere in mente Itaca
raggiugerla sia il pensiero costante.
Soprattutto, non affrettare il viaggio;
fa che duri a lungo, per anni, e che da vecchio
metta piede sull’isola, tu, ricco
dei tesori accumulati per strada
senza aspettarti ricchezze da Itaca.
Itaca ti ha dato il bel viaggio,
senza di lei mai ti saresti messo
in viaggio: che cos’altro ti aspetti?
E se la trovi povera, non per questo Itaca ti avrà
deluso.
Fatto ormai savio, con tutta la tua esperienza addosso
già tu avrai capito ciò che Itaca vuole significare
devi augurarti che la strada sia lunga
fertile in avventure e in esperienze.
I Lestrigoni e i Ciclopi
o la furia di Nettuno non temere,
non sarà questo il genere d’incontri
se il pensiero resta alto e un sentimento
fermo guida il tuo spirito e il tuo corpo.
In Ciclopi e Lestrigoni, no certo
nè nell’irato Nettuno incapperai
se non li porti dentro
se 1’anima non te li mette contro.
Devi augurarti che la strada sia lunga.
Che i mattini d’estate siano tanti
quando nei porti - finalmente, e che con gioia
toccherai terra tu per la prima volta:
negli empori fenici indugia e acquista
madreperle coralli ebano e ambre
tutta merce fina, anche profumi
penetranti d’ogni sorta, più profumi
inebrianti che puoi,
va in molte citta egizie
impara una quantita di cose dai dotti.
Sempre devi avere in mente Itaca
raggiugerla sia il pensiero costante.
Soprattutto, non affrettare il viaggio;
fa che duri a lungo, per anni, e che da vecchio
metta piede sull’isola, tu, ricco
dei tesori accumulati per strada
senza aspettarti ricchezze da Itaca.
Itaca ti ha dato il bel viaggio,
senza di lei mai ti saresti messo
in viaggio: che cos’altro ti aspetti?
E se la trovi povera, non per questo Itaca ti avrà
deluso.
Fatto ormai savio, con tutta la tua esperienza addosso
già tu avrai capito ciò che Itaca vuole significare
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L’arte di ascoltare di Plutarco
“La mente non ha bisogno, come un vaso, di essere riempita, ma piuttosto, come legna, di una scintilla che l’accenda e v’infonda l’impulso della ricerca e un amore ardente per la verità”
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Imprevedibilità delle sorti umane- epigramma di Archiloco
"Imprevedibilità delle sorti umane!
Più rapido del volo di una mosca vita nostra: va zigzagando e non te ne accorgi!"
Più rapido del volo di una mosca vita nostra: va zigzagando e non te ne accorgi!"
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Sull'agitazione della mente di Nisargadatta Maharaj
La mente esiste allo stato di acqua e a quello di miele.
Come acqua basta un niente ad agitarla;mentre il miele,anche se e' scosso,torna subito immobile.
Come acqua basta un niente ad agitarla;mentre il miele,anche se e' scosso,torna subito immobile.
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L'uomo e il Potere di Kalhil Gibran
L'uomo veramente grande è colui che non vuole esercitare il dominio su nessun altro uomo e che non vuole da nessun altro essere dominato.
K.Gibran
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Hokusai
Dall'età di sei anni ho la mania di copiare la forma delle cose, e dai cinquant'anni pubblico spesso disegni.
Tra quel che ho raffigurato in questi settant'anni, non c'è nulla degno di considerazione.
A settantatré ho un po' intuito l'essenza della struttura di animali ed uccelli, insetti e pesci, della vita di erbe e piante e perciò a ottantasei progredirò oltre;
a novanta ne avrò approfondito ancor più il senso recondito e a cento anni avrò forse veramente raggiunto la dimensione del divino e del meraviglioso.
Quando ne avrò centodieci, anche solo un punto o una linea saranno dotati di vita propria.
Se posso esprimere un desiderio, prego quelli tra lor signori che godranno di lunga vita di controllare se quanto sostengo si rivelerà infondato
Tra quel che ho raffigurato in questi settant'anni, non c'è nulla degno di considerazione.
A settantatré ho un po' intuito l'essenza della struttura di animali ed uccelli, insetti e pesci, della vita di erbe e piante e perciò a ottantasei progredirò oltre;
a novanta ne avrò approfondito ancor più il senso recondito e a cento anni avrò forse veramente raggiunto la dimensione del divino e del meraviglioso.
Quando ne avrò centodieci, anche solo un punto o una linea saranno dotati di vita propria.
Se posso esprimere un desiderio, prego quelli tra lor signori che godranno di lunga vita di controllare se quanto sostengo si rivelerà infondato
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L'anima alta e l'anima bassa da Bertold Brecht , Santa Giovanna dei macelli
Uomo, due sono le anime
che nel petto chiuse alberghi!
Non voler sceglierne una,
tutt'e due portarle devi!
Resta in lotta con te stesso!
Sdoppia in te le forze tue!
L'anima alta,
l'anima bassa,
l'anima pura,
l'anima impura,
tientele tutt'e due!
che nel petto chiuse alberghi!
Non voler sceglierne una,
tutt'e due portarle devi!
Resta in lotta con te stesso!
Sdoppia in te le forze tue!
L'anima alta,
l'anima bassa,
l'anima pura,
l'anima impura,
tientele tutt'e due!
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Lentamente muore di Pablo Neruda
Lentamente muore chi diventa schiavo dell'abitudine, ripetendo ogni
giorno gli stessi percorsi,
chi non cambia la marcia,
chi non rischia e cambia colore dei vestiti,
chi non parla a chi non conosce.
Muore lentamente chi evita una passione,
chi preferisce il nero su bianco
e i puntini sulle "i" piuttosto che un insieme di emozioni,
proprio quelle che fanno brillare gli occhi, quelle che
fanno di uno sbadiglio un sorriso, quelle che fanno battere il cuore
davanti all'errore e ai sentimenti.
Lentamente muore chi non capovolge il tavolo,
chi e' infelice sul lavoro,
chi non rischia la certezza per l'incertezza per inseguire un sogno,
chi non si permette almeno una volta nella vita di fuggire ai
consigli sensati.
Lentamente muore chi non viaggia,
chi non legge,
chi non ascolta musica, chi non trova grazia in se stesso.
Muore lentamente chi distrugge l'amor proprio, chi non si lascia
aiutare; chi passa i giorni a lamentarsi della propria sfortuna o
della pioggia incessante.
Lentamente muore chi abbandona un progetto prima di iniziarlo,
chi non fa domande sugli argomenti che non conosce, chi non
risponde quando gli chiedono qualcosa che conosce.
Evitiamo la morte a piccole dosi, ricordando sempre che essere
vivo richiede uno sforzo di gran lunga maggiore del semplice fatto
di respirare.
Soltanto l'ardente pazienza porterà al raggiungimento di una
splendida felicita'.
giorno gli stessi percorsi,
chi non cambia la marcia,
chi non rischia e cambia colore dei vestiti,
chi non parla a chi non conosce.
Muore lentamente chi evita una passione,
chi preferisce il nero su bianco
e i puntini sulle "i" piuttosto che un insieme di emozioni,
proprio quelle che fanno brillare gli occhi, quelle che
fanno di uno sbadiglio un sorriso, quelle che fanno battere il cuore
davanti all'errore e ai sentimenti.
Lentamente muore chi non capovolge il tavolo,
chi e' infelice sul lavoro,
chi non rischia la certezza per l'incertezza per inseguire un sogno,
chi non si permette almeno una volta nella vita di fuggire ai
consigli sensati.
Lentamente muore chi non viaggia,
chi non legge,
chi non ascolta musica, chi non trova grazia in se stesso.
Muore lentamente chi distrugge l'amor proprio, chi non si lascia
aiutare; chi passa i giorni a lamentarsi della propria sfortuna o
della pioggia incessante.
Lentamente muore chi abbandona un progetto prima di iniziarlo,
chi non fa domande sugli argomenti che non conosce, chi non
risponde quando gli chiedono qualcosa che conosce.
Evitiamo la morte a piccole dosi, ricordando sempre che essere
vivo richiede uno sforzo di gran lunga maggiore del semplice fatto
di respirare.
Soltanto l'ardente pazienza porterà al raggiungimento di una
splendida felicita'.
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Per Osmar di Alexander Jodorowskj
Mi Piace Sviluppare La Mia Coscienza Per Comprendere Perchè Sono Vivo,
Cos'è Il Mio Corpo E Cosa Devo Fare Per Cooperare Con I Disegni Dell'universo.
Non Mi Piace La Gente Che Accumula Dati Inutili E Assume Comportamenti Posticci Plagiati A Personalità Importanti.
Mi Piace Rispettare Gli Altri, Non Per Le Deviazioni Narcisistiche Della Loro Personalità, ma Per Il Loro Sviluppo Interno.
Non Mi Piace La Gente La Cui Mente Non Sa Riposare In Silenzio, Il Cui Cuore Critica Gli Altri Incessantemente,
Il Cui Sesso Vive Insoddisfatto, Il Cui Corpo Intossica Senza Saper Godere Dell'essere Vivo.
Ogni Secondo Di Vita È Un Regalo Sublime.
Mi Piace Invecchiare Perchè Il Tempo Dissolve Il Superfluo E Conserva L'essenziale.
Non Mi Piace La Gente Che Per I Propri Retaggi Infantili Converte Le Menzogne In Superstizioni.
Non Mi Piace Che Ci Sia Un Papa Che Predica Senza Condividere La Sua Anima Con Una "Papessa".
Non Mi Piace Che La Religione Sia Nelle Mani Di Uomini Che Disprezzano Le Donne.
Mi Piace Collaborare E Non Competere.
Mi Piace Scoprire In Ogni Essere Questa Gioia Eterna Che Potremmo Chiamare Dio Interiore.
Non Mi Piace L'arte Di Chi Divinizza L'ombelico Di Chi La Pratica.
Mi Piace L'arte Che Serve A Guarire.
Non Mi Piacciono Gli Stupidi Pesanti.
Mi Piace Tutto Ciò Che Provoca Il Riso.
Mi Piace Affrontare, Volontariamente, Il Mio Dolore Con L'obiettivo Di Espandere La Mia Coscienza.
Cos'è Il Mio Corpo E Cosa Devo Fare Per Cooperare Con I Disegni Dell'universo.
Non Mi Piace La Gente Che Accumula Dati Inutili E Assume Comportamenti Posticci Plagiati A Personalità Importanti.
Mi Piace Rispettare Gli Altri, Non Per Le Deviazioni Narcisistiche Della Loro Personalità, ma Per Il Loro Sviluppo Interno.
Non Mi Piace La Gente La Cui Mente Non Sa Riposare In Silenzio, Il Cui Cuore Critica Gli Altri Incessantemente,
Il Cui Sesso Vive Insoddisfatto, Il Cui Corpo Intossica Senza Saper Godere Dell'essere Vivo.
Ogni Secondo Di Vita È Un Regalo Sublime.
Mi Piace Invecchiare Perchè Il Tempo Dissolve Il Superfluo E Conserva L'essenziale.
Non Mi Piace La Gente Che Per I Propri Retaggi Infantili Converte Le Menzogne In Superstizioni.
Non Mi Piace Che Ci Sia Un Papa Che Predica Senza Condividere La Sua Anima Con Una "Papessa".
Non Mi Piace Che La Religione Sia Nelle Mani Di Uomini Che Disprezzano Le Donne.
Mi Piace Collaborare E Non Competere.
Mi Piace Scoprire In Ogni Essere Questa Gioia Eterna Che Potremmo Chiamare Dio Interiore.
Non Mi Piace L'arte Di Chi Divinizza L'ombelico Di Chi La Pratica.
Mi Piace L'arte Che Serve A Guarire.
Non Mi Piacciono Gli Stupidi Pesanti.
Mi Piace Tutto Ciò Che Provoca Il Riso.
Mi Piace Affrontare, Volontariamente, Il Mio Dolore Con L'obiettivo Di Espandere La Mia Coscienza.
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GUGLIELMO CAMPIONE
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I Gruppi nell'era dei conflitti.di F.Tagliagambe
"La tragedia delle democrazie moderne è che non sono riuscite a
realizzare la democrazia"
(Jacques Maritain, Cristianesimo e democrazia)
Prendo spunto da questa celebre affermazione di Jacques Maritain per
trasporla nell'ambito di quella "democrazia degli
affetti" che richiede la capacità di sostare e sostenere
l'area conflittuale per integrare i diversi codici affettivi,
ciascuno in lotta per l'affermazione dell'ideale dell'Io
che lo sottende, ma tutti, al contempo necessari, per lo sviluppo
genitale della persona.
La lotta politica ha quindi il suo corrispettivo nel mondo interno
dell'individuo e ne rappresenta una sua esternazione nella
'polis'.
L'area del conflitto quindi, nella sua trasversalità tra
intrapsichico e interpersonale, contiene in sé le premesse
indispensabili per quel processo dinamico che coinvolge tutte le forze
in campo, in un esito che risulta essere imprescindibile e decisivo
per il benessere o malessere individuale e sociale.
In un'epoca attuale che enfatizza l'individualismo e la
competizione sono sempre più diffuse le manifestazioni di un disagio
nell'area del narcisismo, della dipendenza e della distanza.
Le patologie del come se e del falso sé, le diverse forme di
tossicodipendenza, le depressioni e i disturbi alimentari ed anche gli
attacchi di panico si presentano nella loro accezione di malesseri di
un sé che si nasconde e si isola nei suoi inconfessabili vissuti di
inadeguatezza e di vergogna.
Il piccolo gruppo terapeutico consente la formazione di uno spazio
psichico del noi in un processo dinamico che consente di fare emergere
l'influenza dell'ambiente persino nella soggettività
dell'inconscio ed i conflitti che essa provoca. L'elaborazione
di questa conflittualità, di cui il gruppo terapeutico è cassa di
risonanza offre nuove opportunità di modelli relazionali, che
contengono la possibilità di condividere, la mediazione, la relazione
tra distinti e l'amore.
realizzare la democrazia"
(Jacques Maritain, Cristianesimo e democrazia)
Prendo spunto da questa celebre affermazione di Jacques Maritain per
trasporla nell'ambito di quella "democrazia degli
affetti" che richiede la capacità di sostare e sostenere
l'area conflittuale per integrare i diversi codici affettivi,
ciascuno in lotta per l'affermazione dell'ideale dell'Io
che lo sottende, ma tutti, al contempo necessari, per lo sviluppo
genitale della persona.
La lotta politica ha quindi il suo corrispettivo nel mondo interno
dell'individuo e ne rappresenta una sua esternazione nella
'polis'.
L'area del conflitto quindi, nella sua trasversalità tra
intrapsichico e interpersonale, contiene in sé le premesse
indispensabili per quel processo dinamico che coinvolge tutte le forze
in campo, in un esito che risulta essere imprescindibile e decisivo
per il benessere o malessere individuale e sociale.
In un'epoca attuale che enfatizza l'individualismo e la
competizione sono sempre più diffuse le manifestazioni di un disagio
nell'area del narcisismo, della dipendenza e della distanza.
Le patologie del come se e del falso sé, le diverse forme di
tossicodipendenza, le depressioni e i disturbi alimentari ed anche gli
attacchi di panico si presentano nella loro accezione di malesseri di
un sé che si nasconde e si isola nei suoi inconfessabili vissuti di
inadeguatezza e di vergogna.
Il piccolo gruppo terapeutico consente la formazione di uno spazio
psichico del noi in un processo dinamico che consente di fare emergere
l'influenza dell'ambiente persino nella soggettività
dell'inconscio ed i conflitti che essa provoca. L'elaborazione
di questa conflittualità, di cui il gruppo terapeutico è cassa di
risonanza offre nuove opportunità di modelli relazionali, che
contengono la possibilità di condividere, la mediazione, la relazione
tra distinti e l'amore.
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Sulla Compassione e la Verità in "Cogitations"(1960) di W.R.Bion
1. La Compassione e la Verità sono entrambi sentimenti dell'uomo.
2. La Compassione é un sentimento che l'uomo ha bisogno di esprimere. E' un impulso che sperimenterà nei suoi sentimenti per gli altri .
3. La Compassione é similmente qualcosa che ha bisogno di sentire negli atteggiamenti degli altri verso di lui.
4. La Verità é qualcosa che l'uomo ha bisogno di esprimere; é qualcosa che ha bisogno di cercare e di trovare; é essenziale per la realizzazione della sua curiosità.
5. La Verità é qualcosa che ha bisogno di sentire negli atteggiamenti degli altri verso di lui.
6. La verità e la compassione sono anche qualità che appartengono alla relazione che l'uomo stabilisce con le persone e le cose.
7. Un uomo può sentire che gli manca la capacità d’amare.
8. Un uomo può mancare della capacità d'amare.
9. Similmente, può sentire che gli manca la capacità della verità, sia di sentirla, sia di cercarla, sia di trovarla, sia di comunicarla, sia di desiderarla.
10. Infatti gli può mancare tale capacità.
11. La mancanza può essere primaria o secondaria, e può diminuire la verità o l’amore, o entrambi.
12. La mancanza primaria è innata e non si può rimediare, tuttavia alcune delle conseguenze possono essere modificate analiticamente.
13. La mancanza secondaria può essere dovuta alla paura o all’odio o all’invidia o all’amore. Perfino l’amore può inibire l’amore.
14. Applicando la 8 e la 10 al mito di Edipo si può vedere che:
La morte della Sfinge, è una conseguenza di tale mancanza di capacità di amare, poiché la domanda posta non intendeva cavar fuori la verità e la considerazione per la stessa (auto-empatia) non poteva esistere ed erigere una barriera contro l’autodistruzione.
Si può dire che Tiresia mancasse di compassione meno di quanto mancasse di rispetto per la verità.
Edipo mancava di compassione per se stesso più di quanto mancasse di rispetto per la verità.
In un altro brano di "Cogitations" vi è un paragrafo intitolato "Interesse per la verità e la vita" (p. 247): "Con interesse intendo qualcuno che ha sentimenti innati di riguardo per l’ oggetto, di comprensione verso di esso, di apprezzamento per esso.
La persona, che ha interesse per la verità, o per la vita è costretta a un rapporto positivo non soltanto passivo con entrambe. L’interesse per la vita non vuol dire soltanto un desiderio di non uccidere, sebbene certo significhi ciò. Significa anche interesse per un oggetto precisamente perché quell’oggetto ha la qualità di essere vivo, significa essere curiosi delle qualità, che costituiscono quello che conosciamo come vita e di avere il desiderio di capirle.
Infine, l’interesse per la vita significa che una persona deve avere rispetto per se stessa, per le sue qualità come oggetto vivo.
Mancanza d’interesse vuol dire mancanza di rispetto per se stesso e, ancora di più per gli altri, che è proporzionalmente di grande importanza per l’analisi".
2. La Compassione é un sentimento che l'uomo ha bisogno di esprimere. E' un impulso che sperimenterà nei suoi sentimenti per gli altri .
3. La Compassione é similmente qualcosa che ha bisogno di sentire negli atteggiamenti degli altri verso di lui.
4. La Verità é qualcosa che l'uomo ha bisogno di esprimere; é qualcosa che ha bisogno di cercare e di trovare; é essenziale per la realizzazione della sua curiosità.
5. La Verità é qualcosa che ha bisogno di sentire negli atteggiamenti degli altri verso di lui.
6. La verità e la compassione sono anche qualità che appartengono alla relazione che l'uomo stabilisce con le persone e le cose.
7. Un uomo può sentire che gli manca la capacità d’amare.
8. Un uomo può mancare della capacità d'amare.
9. Similmente, può sentire che gli manca la capacità della verità, sia di sentirla, sia di cercarla, sia di trovarla, sia di comunicarla, sia di desiderarla.
10. Infatti gli può mancare tale capacità.
11. La mancanza può essere primaria o secondaria, e può diminuire la verità o l’amore, o entrambi.
12. La mancanza primaria è innata e non si può rimediare, tuttavia alcune delle conseguenze possono essere modificate analiticamente.
13. La mancanza secondaria può essere dovuta alla paura o all’odio o all’invidia o all’amore. Perfino l’amore può inibire l’amore.
14. Applicando la 8 e la 10 al mito di Edipo si può vedere che:
La morte della Sfinge, è una conseguenza di tale mancanza di capacità di amare, poiché la domanda posta non intendeva cavar fuori la verità e la considerazione per la stessa (auto-empatia) non poteva esistere ed erigere una barriera contro l’autodistruzione.
Si può dire che Tiresia mancasse di compassione meno di quanto mancasse di rispetto per la verità.
Edipo mancava di compassione per se stesso più di quanto mancasse di rispetto per la verità.
In un altro brano di "Cogitations" vi è un paragrafo intitolato "Interesse per la verità e la vita" (p. 247): "Con interesse intendo qualcuno che ha sentimenti innati di riguardo per l’ oggetto, di comprensione verso di esso, di apprezzamento per esso.
La persona, che ha interesse per la verità, o per la vita è costretta a un rapporto positivo non soltanto passivo con entrambe. L’interesse per la vita non vuol dire soltanto un desiderio di non uccidere, sebbene certo significhi ciò. Significa anche interesse per un oggetto precisamente perché quell’oggetto ha la qualità di essere vivo, significa essere curiosi delle qualità, che costituiscono quello che conosciamo come vita e di avere il desiderio di capirle.
Infine, l’interesse per la vita significa che una persona deve avere rispetto per se stessa, per le sue qualità come oggetto vivo.
Mancanza d’interesse vuol dire mancanza di rispetto per se stesso e, ancora di più per gli altri, che è proporzionalmente di grande importanza per l’analisi".
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