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Il setting nel processo analitico di Stella Morgese. Seconda parte

                                                              Seconda parte.

           Il setting nel processo della relazione analitica




Il setting scivola nel processo coinvolgendo nello strumento terapeutico la coppia analista-analizzando.

 Entra in scena la relazione analitica.

Già nel 1938 Glover avvia una famosa inchiesta volta a verificare cosa facciano effettivamente gli psicoanalisti nel setting. Il risultato di quella indagine rivela che nonostante le dichiarazioni in favore dell’atteggiamento analitico neutrale, dell’astensione, del silenzio e delle restanti prescrizioni intrinseche ed estrinseche(Gill,1984), in realtà vengono applicate nel setting una serie di deroghe, come contatti telefonici ed epistolari coi pazienti, la introduzione della dimensione giocosa e così via(sia pure con riluttanza e non nella accezione del parametro della tecnica).

Eissler(1953) introduce per primo questo concetto per cercare di disciplinare in qualche modo le costanti variazioni della tecnica classica, definita dall’autore come modello di tecnica di base(basic model technique).

Essa risulta efficace per un Io che tollera la frustrazione della pura interpretazione, quale quello dei pazienti nevrotici, ma si manifesta inidonea nel momento in cui si lavora con pazienti difficili che hanno una struttura deficitaria e sono bisognosi di rassicurazioni, consigli, modificazioni della posizione, che non trovano spazio in una applicazione rigida ed esclusiva della interpretazione.

Da ciò scaturisce la questione della differenziazione tra psicoanalisi e psicoterapia: per ottenere un reale cambiamento dell’Io, sostiene Eissler, non bisogna incorrere nel rischio del sequestro di materiale non analizzato proprio a causa della variazione del setting col parametro, senza un adeguato approfondimento dell’insight. Il parametro secondo Eissler, si rende strumento temporaneo al superamento di una impasse, per cui rimosso l’ostacolo, il parametro diventa esso stesso oggetto di esame interpretativo.

Secondo Eissler si definisce psicoterapia quella attività terapeutica con introduzione di parametri non eliminati, e dunque elementi stabili del setting, non analizzati.

La rassicurazione o il suggerimento comportamentale, dona al paziente un intuitivo ed evidente effetto benefico, ma ha lo svantaggio di non raggiungere un obbiettivo più potente e duraturo desiderato, attraverso l’introiezione del benessere ottenuto. La psicoterapia, così intesa, non raggiunge per l’autore lo scopo della psicoanalisi: ossia, le modificazioni strutturali dell’Io .

In realtà, il setting andava adeguandosi alle esigenze del benessere di un paziente di più ampio respiro, sempre più complesso, meno elitario, nella sua ambivalente funzione di scena psicoanalitica e/o psicoterapeutica.

Autori come Gill mettono in discussione il modello della tecnica di base di Eissler fondato sulla analisi classica. Gill sottolinea che la pretenziosità di un unico tipo di setting utile alla rivelazione di un tranfert più puro di altri nell’ambito del processo psicoanalitico, si scontra con la stessa evidenza che il transfert risulta specifico di ogni paziente che a sua volta caratterizza il setting stesso. Pertanto, le posizioni successive di Gill (1984), ben si inserirono all’interno della tradizione interpersonale o relazionale in psicoanalisi.

A Gill (1984) va il merito di aver sistematizzato le regole del setting, definendo i criteri intrinseci e quelli estrinseci della psicoanalisi, corrispondenti a quelli che Leo Stone, chiamò rispettivamente funzionali e formali(1954), includendo nei criteri intrinseci i riferimenti teorici della tecnica, e nei criteri estrinseci gli aspetti descrittivi della tecnica stessa come strumenti di lavoro.

A proposito dei criteri intrinseci della psicoanalisi, si può riassumere la sistematizzazione di Gill(1954)nella centralità dell’analisi del transfert, nella neutralità dell’analista, utilità della induzione di una nevrosi di transfert regressiva e quindi nella interpretazione come strumento risolutivo la nevrosi transferale regressiva. Nei criteri estrinseci Gill includeva la trattazione di temi come la frequenza delle sedute, di cui a tutt’oggi non vi sono dimostrazioni scientifiche sul numero ottimale correlato al risultato, ma la cui silente continuità è di per se strumento del concetto di setting di valore epistemologico; inoltre, l’uso del lettino, che raggiunge lo strumentario del setting attuale: leggendario è l’uso che Freud fece del lettino in senso controtransferale, di difesa personale dagli sguardi dei suoi pazienti per otto ore al giorno e non ne fece mistero, sebbene non applicò regolarmente il criterio con tutti i suoi pazienti (l’Uomo dei lupi). In realtà, Gill pur restando fedele alla analisi classica lascia aperta e flessibile la questione dei criteri estrinseci.

Questi stessi criteri subirono più tardi ulteriore revisione a seguito della inclusione di setting in strutture pubbliche e con terapie brevi su pazienti con sindromi complesse(Bolko, Merini 1988). La necessità del rimaneggiamento dei concetti che Gill pubblica nel 1984, segue alla revisione teorica della analisi del transfert in una prospettiva relazionale del setting come l’evoluzione dei tempi indica, con inclusione di trattamenti in strutture pubbliche e con più ampio bacino di patologia.

Dunque, anche sulla interpretazione come fattore curativo nel setting e sul suo concetto si sono ugualmente avvicendate sorti alterne. L’interpretazione esce dalla Conferenza di Edimburgo, di cui si è fatta menzione, come concetto forte nel senso di verità della interpretazione.

A parere di Migone, oggi si rischia una tendenza inversa alle posizioni rigide prese ad Edimburgo, in favore di un setting empatico e felice dove il rapporto ed il calore umano diventa unico fattore di cura (Migone,2002).

La direzione impressa da Ida Macalpine fin dal 1950, infatti, nonostante la Conferenza di Edimburgo, lascia la sua impronta sulla psicoanalisi che […]pone e mantiene l’analizzando in un setting infantile, sia ambientale che emotivo e l’analizzando si adatta gradualmente a esso regredendo e sviluppando una nevrosi di tranfert(Del Corno, 1989).

Si precorrono concetti di regolazione reciproca (si veda l’Infant research degli anni Settanta) della relazione madre-bambino applicata al setting: ci sarebbero comportamenti strategici consci e inconsci ( volti a provocare, inibire, modulare o rafforzare esperienze emotive) che rimangono costanti per il resto della vita la cui conoscenza può essere utilmente applicabile nella azione analitica(Gazzillo, Lingiardi,2014).

Da allora in poi cambia la riflessione sul valore ed il ruolo del setting : Paula Heimann negli anni Cinquanta, col suo articolo Sul controtransfert(1950) viene considerata analista che aggiunge un ulteriore tassello di conoscenza del processo analitico. Persino le risposte dell’analista che rompe il silenzio ed interviene emotivamente sul set, perde il significato dominante di violazione da conflitto irrisolto dell’analista stesso, per trasformarsi in elemento di conoscenza del processo. L’analista non è più uno specchio appeso sulla parete di fronte al paziente su cui riflettere la archeologia mnemonica o riverberare luce nelle catacombe delle resistenze, ma interprete emotivamente ed attivamente coinvolto nel processo.

Ritrovano spazio nel setting, come detto, concetti di holding e di area transizionale di Winnicott, e di contenitore e contenuto di Bion.

Winnicott si esprime con queste parole nel 1971:
"La psicoterapia si fa nella sovrapposizione di gioco, quella del paziente e quella del terapeuta. Se il terapeuta non sa giocare, allora non è adatto a questo lavoro. Se il paziente non sa giocare bisogna fare qualcosa per metterlo in condizione di poter giocare, dopo di che la psicoterapia può cominciare".

Nel giuoco delle parti, il fluttuare si fa dell’atteggiamento analitico che oscilla insieme al processo tra transfert e controtransfert nel tempo del processo.

Il progresso nella conoscenza del vissuto del paziente passa proprio attraverso l’attenzione alla individuazione di queste trasformazioni. Il setting materiale, garante stabile che non ha possibilità di interferire, permette un distillato della relazione nella osservazione delle oscillazioni tranfert-controtranfert. In ciò l’ipotesi nella visione di Codignola(1977).

Il setting esterno, la cornice di lavoro, diventa punto di riferimento del setting interno, esperienza e conoscenze teoriche, dell’analista(Del Corno).

In tempi più recenti, la fissità della cornice trova in Semi (1997) una riproposizione, per cui per l’autore il setting costituisce quell’assetto relazionale analitico che l’analista deve assumere e conservare per tutta la durata del trattamento: è la condizione fondamentale e insostituibile perché si possa fare psicoanalisi.
La condizione suddetta[…]serve a consentire al paziente di realizzare esperienze che abbiano relazione con il proprio inconscio, con la propria infanzia, con i propri conflitti (Di Chiara ,1971).

Lo stesso Di Chiara(1977) riflette poi sul rapporto tra paziente e setting. Secondo l’autore il paziente mette in atto difese specifiche attraverso un vero e proprio esercizio di pressione sull’analista atto a modificare il setting stesso perché esso meglio si accomodi al soddisfacimento delle proprie fantasie. Inizialmente il setting è vissuto dal paziente come una situazione esterna, si potrebbe dire stravagante, e quindi la fissità del cerimoniale aiuta a cogliere le oscillazioni come anche in tutte quelle condizioni di conflitto della coppia terapeutica. La riconosciuta bi-direzionalità tranfert-controtranfert ridisegna complessivamente il significato del setting negli ultimi decenni: esso opera attraverso il potere trasformante delle emozioni inconsce di entrambi, analista ed analizzando, ponendo sempre più in primo piano l’interesse per l’azione terapeutica della relazione piuttosto che dei movimenti esclusivi del paziente. L’inconscio dell’analista carico delle sue stesse istanze biografiche di personalità eccede il processo analitico stesso invece di essere ad esso subordinato.

Schafer(1983) fa notare che negli analisti può farsi largo un bisogno narcisistico di star bene con l’altro a seguito di vissuti di deprivazione e solitudine, depressione ed allo stesso tempo di grandiosità nelle cure analitiche. L’analista per Schafer corre il rischio di interpretare una figura benevola, non istintuale, riparatrice. L’autore sentenzia che(Del Corno,1989)[…] Per tutti questi motivi e per altri ancora, può accadere che per l’analista diventi troppo importante mantenere la pace resistendo all’analisi della resistenza. La scena analitica, di conseguenza, può essere tranquilla ma molto confusa. E’ un caso di collusione. Bisogna essere in due per confondere le acque.

La criticità del setting passa, dunque, attraverso la complessità delle emozioni relazionali bidirezionali e la sua area spazio-temporale deve potersi prestare a renderle pensabili. La psicoanalisi si orienta progressivamente dalla focalizzazione sul setting alla centralità della relazione, dall’individuo alla coppia che interagisce, nella logica della modalità affettiva per condurre l’individuo-soggetto-persona fino alla creatività primaria di Winnicott.

La Infant Research, è innegabile, dà una spinta significativa all’atteggiamento nel setting, che caratterizza come un’onda sotterranea trasversale le diverse correnti psicoanalitiche fino ad oggi, a partire dallo stesso Ferenczi, passando attraverso la analisi interpersonale di Sullivan fino alla psicologia del Sé di Kohut, dissidente storico della ortodossia americana, ed allo stesso tempo protagonista del successo della empatia come metodo di cura nel setting della ferita narcisistica cronica, iatrogena ortodossa, si potrebbe aggiungere, inferta dagli psicoanalisti americani fedeli alla interpretazione tout court.

Una sorta di ricorso storico è quello del dibattito Kohut-Kernberg sul ruolo curativo relazionale empatico delle personalità narcisistiche, sovrapponibile a quello di Gitelson nella citata Conferenza.

Ricerche fatte da Leff(1988) ed Hooney(1985) sulla schizofrenia, mettono in luce il valore terapeutico di concetti di attaccamento e della identificazione col terapeuta piuttosto che il lavoro di insight.

L’isolamento di una tecnica pura depurata del fattore umano è puramente teorica secondo Gunderson (1988). La pretesa separazione teorica della diade” attaccamento-comprensione”, è impraticabile nella evidenza clinica e dunque sulla scena del setting dove invece i due termini appaiono strettamente congiunti .

Nella più recente ricerca scientifica, sia attinente il processo nel setting che l’esito terapeutico(Luborsky,1984), vi è che l’alleanza terapeutica correla col risultato positivo per il raggiungimento dello scopo.(Migone,1989)

L’alleanza è una componente fondamentale del setting, presupposto di esperienze di transfert e di identificazioni col terapeuta che possono mutare l’esperienza del vissuto patogenico del paziente. L’alleanza terapeutica, dunque, fatta della fiducia della coppia terapeutica verso uno scopo correla positivamente col risultato. Meissner identifica le componenti principali della alleanza terapeutica nella empatia, responsabilità, autorità, libertà, fiducia, autonomia, iniziativa ed etica.

Far conscio l’inconscio, coi limiti del significato, era stata l’indicazione di Freud(Freud, L’inconscio) e resta ancora oggi una indiscussa eredità compresa tra i fattori curativi della psicoanalisi, i cui meccanismi di azione nel processo del setting, alla stregua di un farmaco etiologico, sono stati e sono oggetto di una messe prolifica di concettualizzazioni, mostrando di volta in volta nuove proprietà o effetti collaterali. L’aforisma, che riassume il fare esperienza di transfert nel setting, chiarito attraverso l’interpretazione, conserva cionondimeno la promessa di liberazione dalla dimensione maledetta della ripetizione traumatica, radicalizzandola a proprio vantaggio od addirittura trasformandola insieme all’analista, che si lascia usare emotivamente nella sua soggettività sul set della relazionalità, nella visione contemporanea.

IL SETTING NEL PROCESSO PSICOANALITICO di Stella Morgese :, prima parte




INDICE


PRIMA PARTE 
Introduzione
Il setting e la teoria della tecnica nella storia.

SECONDA PARTE
Il setting nel processo della relazione analitica

TERZA PARTE
Il setting in azione.

Bibliografia



                           

                                                        PRIMA 
PARTE

Introduzione

L’analisi, come esperienza relazionale unica ed irripetibile sul palcoscenico del dramma personale, prende corpo nel tempo del racconto, tra memorie e transfert, sogni ed interpretazioni, all’interno della architettura organizzativa del setting che incornicia la coppia analista-analizzando, impegnata ad interpretare la trasformazione.
Argomento complesso quello del setting, non può trasformarsi in un mero elenco alfabetico di strumenti e del loro manuale d’uso progressivamente aggiornato nella sua controversa evoluzione storica. 
Cuore pulsante del setting è la mente emozionale nella relazione, tra paziente richiedente ben-essere e terapeuta disposto a liberarlo dal mal-essere nel percorso psicoanalitico. 
Il setting è il contesto spazio-temporale della azione analitica dove le emozioni esplorano la parola, teatro psichico(Mc Dougall,1989), su cui si consuma la metafora della scena, del set, luogo stabile di sfondo che osserva la mutevole interazione emotiva ambiente-paziente nel tempo sferico del ricordare, rivivere ed interpretare. 



Il setting e la teoria della tecnica nella storia.





Freud non usò mai la parola setting ed a posteriori si potrebbe persino dire che affrontò la questione della ritualizzazione dei suoi incontri con i pazienti con disinvolto pragmatismo.

E’ noto, e si riporta ad esempio, che Freud dedicando trenta ore settimanali alla sua attività clinica a cinque pazienti per sei giorni alla settimana, a fronte della pressante richiesta, sottrasse ad ognuno di loro un’ora alla settimana, facendo spazio al sesto paziente con un bilancio matematico, semplicemente. Alla luce della evoluzione della psicoanalisi, questa scelta potrebbe apparire un agito dello stesso illustre capostipite, apparentemente incurante della sua violazione( Gabbard e Lester,1995) dei confini del contratto nel setting. In realtà, se si tiene conto che il paziente freudiano era essenzialmente ad organizzazione nevrotica, si comprende come la scena in se potesse restare in secondo piano tanto per l’analista quanto per l’analizzato, giustificando la brevità dei suoi approfondimenti in merito alla questione. Eppure, secondo diversi autori( Modell, 1990), rimane il convincimento che il contributo di Freud al setting sia sostanziale, pur non avendo mai pubblicato uno scritto dedicato, ma Consigli sulle procedure della tecnica analitica, raggruppabili in sei scritti tecnici, sebbene il progetto iniziale fosse un’opera organica intitolata Tecnica generale della psicoanalisi. 



Genovese (1988) scrive che " Freud suggerì tuttavia alcuni accorgimenti pratici (regolarità dei colloqui, regola dell’astinenza, neutralità dell’analista, ecc…) il cui fine era quello di sviluppare una situazione interpersonale del tutto particolare caratterizzata da:


1. Isolamento, al fine di proteggere la relazione dalla realtà esterna;

2. Sospensione dell’azione, affinchè potesse emergere in modo più evidente la produzione         emozionale e psichica del paziente;

3. Maggiore controllo delle eventuali “irruzioni” della realtà interna tanto del paziente 
     quanto del terapeuta; 



4. Una agevolazione delle manifestazioni del tranfert ."



Freud definì molti dei suoi accorgimenti come opzionali, ossia come possibilità tecniche ritagliate sulla sua personalità e quindi applicabili o no da altri terapeuti. E via via che la teoria sul transfert evolveva, ineluttabilmente si modificava la teoria della tecnica clinica, portandosi dalla bella epoque de L’uomo dei topi(1909), cui Freud offriva tè ed aringhe, alla concettualizzazione dell’analista come specchio riflettente le manifestazioni comportamentali del paziente(Etchegoyen,1986). 

Gli scritti tecnici offrono pertanto una gamma articolata di temi tanto pratici(orari, incontri, divano, contatti con i familiari), quanto dottrinali. Su questi ultimi Freud mantenne criteri esigenti e rigorosi :essi riguardavano l’atteggiamento del terapeuta (attenzione fluttuante, assenza di ambizione curativa, astinenza e neutralità stabilmente presenti), ed i contenuti (transfert, sogni, interpretazioni) che costituiscono il vero processo del percorso terapeutico. Sotto la spinta della proposta di Ferenczi, allievo di Jung, all’utilizzo di tecniche attive( consigli, divieti, rilassamento del corpo…) per vivificare la stagnazione del processo psicoanalitico, Freud fu indotto nel 1918 a revisione del contesto temporale e spaziale del trattamento, per evitare che elementi seduttivi e manipolatori potessero insidiare la relazione terapeutica. Il setting doveva restare un lavoro di simbolizzazione in cui svelare, riconoscere ed analizzare il transfert, attività correlata tanto alle competenze ed abilità del paziente di disseppellire antichi rimossi, tanto dell’analista di ricollocarli in un passato dal senso svanito. 

In buona sostanza, il setting non soddisfa solo il suo funzionamento organizzativo della scenografia(orologio si-orologio no, lettino si-lettino no), ma deve necessariamente essere inteso nel suo intricato sistema di condizioni materiali e procedurali volto a promuovere il processo analitico che funziona nel suo insieme, e ciò accadeva fin dagli esordi. Sicchè, quando Freud raccomandava un ambiente protetto si riferiva alla atmosfera di sicurezza emotiva. Di più, quando Freud parlava dell’inconscio dell’analista come fosse una cornetta del telefono in ascolto dell’inconscio del paziente colto nella produzione di dati anamnestici emotivi e non, da tenere a mente piuttosto che in un taccuino di appunti, indicava un dato tecnico inscindibile dalla teoria della mente nel funzionamento relazionale. 

Una trama complessa, insomma, se ci si interroga su tutte le variabili del processo e della loro reciproca e plastica rilevanza. Il setting diventa un sistema complesso biologicamente inteso, un microambiente autonomo interattivo che si riempie di oggetti in uno spazio ricco di significati nel tempo, il cui battito è la relazione(Vegetti Finzi,2014). 

La consapevolezza di questa complessità si esprime nel suo spessore intorno agli anni Cinquanta- Sessanta con Winnicott(1955), Spitz( 1956) e Bleger(1967). La difformità d’opinioni sulla rilevanza degli elementi del setting si rese manifesta nella modalità di approccio al tema : si poteva trasmettere un eredità verbale (“tradizione orale” Bolko e Merini, 1988) attraverso comunicazioni maestro allievo sull’assetto materiale del setting mentre si rendeva necessario un sapere accademico della teoria nelle pubblicazioni scientifiche degli aspetti procedurali e teoretici. I consigli di Freud, che pur in origine aveva concesso flessibilità, finirono per diventare vessillo di una ortodossia ideologica irrigidita sulle dispute interne al movimento psicoanalitico(Thoma, Kakele, 1985). 
Winnicott definisce in modo sintetico ed efficace il setting come la somma di tutti i particolari della tecnica e rende originale e suggestiva la sua immagine del setting di Freud con queste parole .



1.Ad un’ora fissata, ogni giorno, cinque o sei volte alla settimana, Sigmund Freud si
   mette al servizio del paziente.
   L’orario è deciso in modo conveniente sia per l’analista sia per il paziente.

2. All’ora stabilita l’analista è lì, si può contare su di lui. E’ vivo, respira.

3. Per il periodo di tempo limitato e prestabilito (circa un’ora) l’analista
    si terrà sveglio e si preoccuperà del paziente.

4. L’analista esprime amore con il suo interesse positivo e odio con la sua rigidità
    riguardo all’inizio e alla conclusione della seduta, come pure in materia d’onorario.
    Odio e amore sono onestamente espressi, non negati cioè dall’analista.

5. Lo scopo dell’analisi è di entrare in contatto con il processo del paziente, di capire
    il materiale presentato, di comunicare questa comprensione verbale. La resistenza
    indica una sofferenza che può essere alleviata dall’interpretazione.

6. Il metodo dell’analista è quello dell’osservazione oggettiva.

7. Questo lavoro deve essere svolto in una stanza non di passaggio; una stanza
    tranquilla, al riparo da rumori improvvisi e imprevedibili, senza, tuttavia, che vi sia un
    silenzio di tomba e che vengano esclusi i rumori abituali di una casa. La stanza
    deve essere adeguatamente illuminata, ma non da una luce diretta sugli occhi o
    variabile. La stanza non è certamente buia, e deve essere calda e confortevole. Il
    paziente si sdraia su di un divano in modo da essere comodo, se comodo riesce a
    stare. Può eventualmente disporre si una coperta e di acqua da bere.


8. L’analista (com’è ben noto) esclude il giudizio morale dal suo rapporto con il paziente,
    non prova alcun desiderio d’interferire con particolari della sua vita personale
    né con le sue idee; non desidera neppure prendere le parti di nessuno nei sistemi
    persecutori, nemmeno quando questi assumono la forma di situazioni reali locali,
    politiche ecc., condivise.Naturalmente, se vi è una guerra o un terremoto, o se
    il re muore, l’analista non può saperlo.

9. Nella situazione analitica, l’analista è una persona di cui ci si può fidare molto di
    più che delle persone della vita quotidiana.Nel complesso, è puntuale, non fa capricci,
    non s’innamora in modo coatto ecc.

10. Vi è una distinzione molto netta, nell’analisi, tra realtà e fantasia, per cui l’analista
      non si offende per un sogno aggressivo nei suoi confronti.

11. La legge del taglione non esiste, se ne può esser certi.

12. L’analista sopravvive (Winnicott, 1955)"

Uno storico articolo dello stesso autore del 1941, che pose le fondamenta della metodologia osservazionale sui comportamenti dei neonati, vede anche la comparsa per la prima volta della parola sostantivata setting dal verbo inglese to set nel suo significato di disporre, mettere a punto. Tra verbo e sostantivo corre la stessa differenza che c’è tra gli elementi fissi del set, come scenario cinematografico, e gli elementi dinamici della scena che vi si anima, via via che transfert, sogni e contenuti interpretativi dialogano tra loro su un canovaccio avvincente. 


Winnicott conferisce al setting una funzione di holding environment, nel significato di cura e contenimento della relazione affettiva, per cui l’analista si fa madre-ambiente sufficientemente buono nell’adattarsi ai bisogni affettivi del paziente come opportunità di sviluppo del suo vero sé. L’autore è indicato come una delle voci più autorevoli nel significativo contributo alla riformulazione del setting sui temi del contenimento, della spontaneità, della relazione analitica e del reciproco riconoscimento tra analizzando ed analista, posto comunque in atteggiamento critico attraverso i criteri di neutralità, astinenza, ed anonimato(Gazzillo, Lingiardi, 2014).

La ricerca di Winnicott apre possibilità terapeutiche a pazienti con sindromi complesse, dal momento che l’affinamento della teoria procedurale permette un lavoro non esclusivo e diretto solo verso pazienti con capacità di rappresentazione simbolica, ma anche con pazienti a cui una relazione primaria insufficiente, non ha permesso lo svilupparsi di un Io sufficientemente strutturato per mantenere le difese nei confronti dell'angoscia. In questo ultimo caso, il setting contenitivo diventa più importante dell'interpretazione. Scrive Winnicott . 


" Il setting diventa il contenitore che permette al passato del paziente di essere il presente nello studio dell'analista. ... C'è per la prima volta nella vita del paziente l'occasione che si sviluppi un Io, che esso si integri a partire dai propri nuclei, che si instauri come Io corporeo, e anche che, iniziando a relazionarsi con gli oggetti, si opponga ad un ambiente esterno. ... Questo lavoro ci coglierà in fallo se la nostra comprensione dei bisogni dei pazienti riguarderà la mente piuttosto che lo psichesoma".



Il setting di Winnicott, diviene incubatrice del processo di strutturazione dell'Io attraverso l'organizzazione dell'Io corporeo. Per cui nel setting entra anche il corpo del paziente a buon diritto come primo organizzatore dell'Io. 

Si giunge, così, a valorizzare l’apparente silenzio scenico del set per dar voce al silenzio relazionale interno del paziente nel trattamento di quelli che Winnicott chiama i disturbi dello sviluppo emozionale primario.

Gli anni Cinquanta, quindi, segnano l’incipit del dibattito che lega indissolubilmente gli approfondimenti scientifici sul setting alle osservazioni sui processi transferali e controtransferali che vi si attivano. 

La Klein presenta nel 1953 alla Royal Medical-Psychological Association un suo lavoro sull'uso della tecnica psicoanalitica del gioco nella terapia dei bambini.

L’introduzione del gioco, come mezzo della espressione del mondo inconscio nella infanzia, getta ulteriore scompiglio in quasi tutte le condizioni del setting freudiano: l'interdizione della motricità e del contatto visivo non è praticabile nel lavoro con i bambini; la comunicazione non è solamente verbale, ma passa attraverso tutti i canali espressivi sensoriali, tatto compreso, contravvenendo ai dettami della ortodossia.

Spitz(1956), ed anche Macalpine(1950), Greenacre(1954), Lewin(1955) e Stone(1961), si occupano contestualmente della importanza del setting nella evoluzione delle diverse reazioni di transfert, analizzando per esempio gli elementi che facilitano l’alleanza o quelli che favoriscono una nevrosi di transfert, sollevando rispettivamente un funzionamento più adulto o una regressione con dipendenza infantile. Ancora, si interessano alla disamina del valore della posizione sdraiata con limitazione alla mobilità che rimanda al sonno, la deprivazione sensoriale visiva verso un interlocutore anonimo e silenzioso, che riassumono nel loro contributo scientifico, il peso degli elementi cosiddetti esterni del setting, mentre le libere associazioni completano la dimensione onirica della posizione di riposo tenuta dal paziente nel setting, nella sua componente teorico-procedurale della parte interna al processo.

Per Ida Macalpine l’intero cerimoniale analitico del setting con la riduzione degli stimoli oggettuali esterni, amplificato dallo stile neutrale dell’analista senza consigli e senza risposte, cui il paziente è costretto ad adattarsi, è elemento rilevante per il mantenimento della regressione infantile desiderata e la emersione della nevrosi da transfert sviluppata nei confronti del terapeuta, utile allo scioglimento dei suoi nodi nevrotici fino alla elaborazione ed al dissolvimento dei conflitti inconsci.

Balint, sempre nello stesso periodo storico, si muove nella medesima direzione teorica sulle orme di Winnicott, elevando a massimo agente terapeutico il setting a discapito della interpretazione. La ragione di questo viraggio risiede nella progressiva inclusione nel trattamento analitico di pazienti con patologie psichiatriche definite gravi, il cui vissuto, strutturatosi in difese arcaiche, rischiava di essere ulteriormente scompaginato proprio dalla interpretazione, potenzialmente percepita come pericolosamente persecutoria. Si solidificava progressivamente il concetto di setting come contenimento della condizione psicotica attraverso un meccanismo di interiorizzazione del setting stesso come oggetto buono capace di guardare la propria sofferenza(Bolko M., Merini A. ,1988). 

Bleger nel 1967 pubblica un articolo: “Psicoanalisi dell'inquadramento psicoanalitico”, in cui indagò il significato del setting psicoanalitico proprio nella terapia di pazienti borderline e psicotici.
Gli autori suddetti hanno il merito di aver dato un contributo sostanziale a tutti questi approfondimenti.
Per la prima volta nel 1957 nell'ambito del XX Congresso dell'International Psycho-Analytical Association si istituisce una sezione di lavoro dedicata al setting. 
Il termine situazione psicoanalitica viene introdotto in letteratura da Leo Stone(1961). Con questa definizione egli intese accorpare l’interezza degli aspetti del setting fissi e dinamici, interni ed esterni, come intesi fino ad allora. 
Bleger precisa, in una pubblicazione del 1966, che il setting è un insieme di sfondo e scena, fisso e dinamico nello stesso tempo, nel quale si storicizza la relazione affettiva della coppia terapeutica, al pari della coppia simbiotica madre-bambino fino alla discriminazione di se stesso del paziente . Sfondo e scena, dunque, in cui l’uno non può prescindere dall’altra, configurando quello che egli stesso chiama processo, rinominando gli elementi fissi col termine encuadre. Bleger afferma la centralità identitaria del setting nel movimento psicoanalitico, ma l’interpretazione rimane per l’autore strumento fondante del processo analitico, imprescindibile per il lavoro dell’analista(Migone,1989).
Fu Bion nel 1967 a codificare il termine contenitore-contenuto, in senso materiale e figurativo dello spazio in cui l’analista(contenitore) contiene le angosce(contenuto) del passato del paziente e fino a quando il paziente abbia conquistato strumenti autonomi di gestione delle stesse.
Ma fin dal 1950 La Macalpine avvia, insieme agli autori già citati, un nuovo campo di indagine sul significato del setting che sembra prendere, dunque, due diverse direzioni: la prima, quella in cui la stanza dell’analisi è un posto confortevole, ma inattivo, per farla breve; la seconda, quella in cui il setting si guadagna un ruolo nella epistemologia analitica come agente terapeutico attivo, inseparabile dalla regola fondamentale e dalla interpretazione.
Guardando retrospettivamente la letteratura psicoanalitica fino agli anni Sessanta, il setting, nella attuale accezione, viene discusso frammentariamente. Nei testi classici come il Dizionario critico di Psicoanalisi di Rycroft(1968) e nella Enciclopedia della Psicoanalisi di Laplanche e Pontalis(1967) si trovano voci come astinenza e regola fondamentale, ma non vengono affrontati in maniera organica come aspetti concernenti il processo(Bolko M., Merini A. ,1988). 
E’ inevitabile, a questo punto, la menzione di un evento topico del movimento psicoanalitico, la Conferenza di Edimburgo del 1961, che con un deciso passo indietro, congela a lungo nella interpretazione l’elemento curativo distintivo e fondante della psicoanalisi nel processo del setting, attribuzione condivisa dalla maggioranza degli analisti che vi prese parte, salvo voci isolate come Gitelson(1962) che indicavano la strada intrapresa da Strachey(1934) come evolutivamente percorribile. All’epoca sembrò, dunque, che l’evoluzione della psicoanalisi si riorientasse verso un concetto iper-freudiano della analisi nel setting, incurante delle stesse intuizioni di Freud e di Stachey sulla importanza del legame affettivo nella terapia, quasi a disvelare nel bisogno di un concetto forte il timore di perdere l’identità del movimento.
Ma a distanza di circa venticinque anni da allora, Migone scrive(1989):

"[…]pare vi sia una linea di tendenza inversa: il concetto di “verità della interpretazione” ha perso il ruolo centrale[…], riscoprendo altri aspetti della tecnica, come il contenitore, il rapporto emotivo, l’empatia, la relazione felice, ecc. Il rischio è che si ripeta un errore uguale e contrario, svalutando del tutto l’interpretazione e attribuendo al rapporto umano il ruolo di unico fattore curativo. Una tendenza forse maggioritaria è rappresentata da coloro che credono di aver ritrovato questo nuovo nucleo della psicoanalisi nel concetto di setting(Galli, 1988), in alcuni casi innalzandolo a vero e proprio fattore curativo accanto a quello della interpretazione, mostrando così di ripercorrere dei passi fatti dalla psicologia già vari decenni fa."

Dagli anni Settanta ad oggi il dibattito ondivago sul setting non trova una pacifica collocazione e diventa uno dei campi di ricerca fondamentali della psicoanalisi. Nel post-Freud, in soli venti anni gran parte dei vincoli che Freud aveva posto come fondamentali per il lavoro psicoanalitico vengono profondamente modificati e trasformati. 
Nella corrente di pensiero della relazionalità come reale elemento di cura del setting, si inserisce nel suo massimo contributo la attuale ricerca sul rapporto paziente-analista, dove la figura asimmetrica dell’analista, depositario di conoscenza autorevole, perde la sua indiscussa oggettività interpretativa(di tradizione epistemologica positivista classica e di indirizzo interpersonale) per far posto ad una autentica reciprocità col paziente. Le conoscenze dell’analista, come teoria di riferimento, cambiano il loro modo d’uso.
Mitchell così si esprime(1993)(Gazzillo, Lingiardi,2014):

"Arriviamo a conoscere la realtà esterna soltanto attraverso la nostra esperienza di essa, che è, inevitabilmente, organizzata in base alle nostre idee, ai nostri presupposti, ai nostri desideri.[…]Capire qualcosa significa organizzarlo. Poiché l’organizzazione non sta unicamente nell’esperienza da comprendere, ma anche nella attività del comprendere, sono possibili organizzazioni diverse, spiegazioni diverse. Dire che l’esperienza è fondamentalmente ambigua, significa dire che il suo significato non è intrinseco o evidente, ma si presta a comprensioni e interpretazioni multiple".

In conclusione di questa breve rassegna storica, il setting è comunque uscito a testa alta(Lingiardi, de Bei,2008) dalle baruffe ideologiche e si è conservato come status symbol della psicoanalisi tra le diverse psicoterapie, nel suo indiscutibile valore materiale e procedurale. 

(fine prima parte. Continua)
























UOMINI CHE ODIANO LE DONNE : IL SESSISMO MALEVOLO E IL SESSISMO BENEVOLO di Maria Rita Milesi




In un articolo del 1996 Peter Glick della Lawrence University e Susan Fiske della University of Massachusetts at Amherst, hanno proposto una teoria del sessismo nei confronti delle donne caratterizzandolo come "ambivalente".

La prima domanda che i due autori si pongono è se il sessismo sia una forma di pregiudizio. Il pregiudizio è un atteggiamento sfavorevole verso persone e gruppi, altamente stereotipato, rigido, che si manifesta col rifuggire dai contatti sociali con tali gruppi. Gli autori sottolineano che quello verso le donne è un pregiudizio particolare in quanto uomini e donne instaurano strette e continue relazioni sociali; inoltre esso è marcato da una profonda ambivalenza, non da un’antipatia uniforme. Per di più chi è sessista non è preoccupato di manifestarlo contrariamente a quello che avviene con altri tipi di pregiudizio.

Gli autori, dunque, prendono in considerazione due componenti del sessismo che esprimono due atteggiamenti contrastanti nei confronti delle donne: il sessismo ostile e il sessismo benevolo.

Il sessismo ostile, la forma prevalente di sessismo, corrisponde alla definizione classica di pregiudizio; si evidenzia con un’antipatia dichiarata verso le donne, una loro svalutazione fatta esclusivamente in base al genere sessuale e una loro conseguente discriminazione in tutti gli ambiti della vita sociale.

Il sessismo benevolo consiste invece in una visione stereotipata della donna, che suscita sentimenti positivi, comportamenti prosociali e la ricerca di intimità. Ciononostante gli autori non ritengono positiva questa forma di sessismo in quanto è legata allo stereotipo tradizionale, alla dominanza maschile nella vita sociale ed è quindi discriminante. Non a caso il sessismo benevolo fornisce una giustificazione al relegamento della donna in ruoli domestici, infatti sia il sessismo ostile che quello benevolo servirebbero a legittimare il potere degli uomini. 
Secondo i due autori il sessismo ostile e il sessismo benevolo si suddividono in tre componenti: paternalismo, differenziazione di genere, eterosessualità.
Per paternalismo si intende la modalità di relazionarsi agli altri nella maniera in cui un padre si relaziona con i suoi figli. Ciò mette in evidenza l’ambivalenza del sessismo in quanto implica sia caratteristiche di dominanza (paternalismo dominante) sia affetto e protezione (paternalismo protettivo).
Il paternalismo dominante giustifica la patriarchia perché considera la donna non completamente adulta, legittimando così la necessità di una figura maschile sovraordinata. D’altro canto il paternalismo dominante coesiste col paternalismo protettivo; quest’ultimo infatti sottolinea la dipendenza diadica dell’uomo verso la donna come moglie, madre e oggetto romantico (ai fini della riproduzione). Ecco perché la donna deve essere amata e protetta (la sua debolezza richiede la protezione maschile).

La differenziazione di genere è la prima e la più netta categorizzazione sociale che gli individui effettuano; essa implica una componente competitiva e una complementare. La differenziazione di genere competitiva giustifica anch’essa il potere maschile nella società, infatti solo agli uomini vengono attribuiti tratti che sono necessari per dirigere le istituzioni sociali. La differenziazione di genere complementare ascrive alle donne tratti positivi che sono complementari a quelli degli uomini (es. caratteristiche stereotipicamente non attribuite agli uomini, come la sensibilità, la dolcezza, ecc…). Questo si riflette nella divisione tradizionale dei ruoli che relegano la donna ai lavori domestici. Per il sessista benevolo le donne completano gli uomini.

L’eterosessualità è senza dubbio la componente più importante dell’ambivalenza degli uomini verso le donne. Le relazioni sentimentali sono ritenute da entrambi i sessi il principale fattore che contribuisce alla felicità nella vita; inoltre queste relazioni sono le più intime e le più profonde tra quelle che gli uomini instaurano. La motivazione che spinge gli uomini ad avere rapporti sessuali con le donne è proprio legata alla necessità di instaurare queste relazioni psicologicamente intime (intimità eterosessuale). Ciononostante queste stesse relazioni costituiscono la più grande minaccia di violenza verso le donne. Infatti l’ostilità verso di esse è caratterizzata dalla credenza che utilizzino il loro fascino sessuale per manipolare l’uomo e dominarlo. Quindi per alcuni uomini l’attrazione sessuale verso le donne può essere inscindibile dal desiderio di dominarle (ostilità eterosessuale).

Glick e Fiske suggeriscono che il sessismo ostile e benevolo traggono le loro radici dalle condizioni biologiche e sociali che caratterizzano i gruppi umani. Sebbene gli antropologi non sono del tutto d'accordo sul fatto che il predominio maschile caratterizzi tutte le culture umane, concordano nel ritenere che il patriarcato ( gli uomini posseggono il controllo strutturale delle istituzioni economiche, giuridiche e politiche) prevale nelle diverse culture.

Gli atteggiamenti verso le donne che gli autori indicano come sessismo ostile e sessismo benevolo hanno origini antiche, infatti si ritrovano chiaramente nell’Odissea scritta da Omero ben tremila anni fa. Penelope rappresenta l’ideale greco dell’essere donna: bella, intelligente, ben educata, il pilastro della casa, fedele e subordinata al marito. La maga Circe e le Sirene cercano invece di adescare Ulisse con le loro arti seducenti. Nonostante sia passato molto tempo dall’età Omerica, queste immagini corrispondono perfettamente alla visione odierna ambivalente della donna: da una parte la moglie fedele e dall’altra la seduttrice che domina l’uomo. 

Bibliografia

Glick P, Fiske ST. (1996) The Ambivalent Sexism Inventory: Differentiating Hostile and Benevolent SexismJournal of Personality and Social Psychology 1996, Vol. 70, No. 3, 491-512


 MARIA RITA MILESI 
PSICOLOGA -PSICOTERAPEUTA SESSUOLOGA .



LUISA CITTERIO ,IN MEMORIAM a cura di Guglielmo Campione, Claude Yvonne Finocchiaro, Claudio Crialesi,Lucia Fontana e Daniela Ajovalasit



“Ancora ricordo il penetrante aroma di gelsomino bianco in primavera sulla soglia del tuo studio, un invito gentile ad entrare ad aprirti il mio cuore , a deporre la mia vita nelle tue mani , per un ora almeno “.

“Sull'altro lato
della luna mi cerco.
È capodanno.
Nella lanterna accesa
leggera ascendo
misteriose correnti
e solco un mare,
di cieli oscuri e gelidi.
Fra nubi e stelle
fluttua la mia coscienza.
Da lassù il mondo
tace e si fa minuscolo
ogni dolore
paura o solitudine.
Solo puntini
E intorno l'immensità”

“Amica mia
Cammina nel vento
Veste celeste e d'arancio
Calendole fresche
Mite riparo
Lindo il suo cuore
Confuse vite ricuce
Cometa strappata alla Notte

Donna di Luce Lei !”

Lucia Fontana 



Il 5 dicembre 2015 è mancata ,a Milano ,al nostro affetto e stima profonda Luisa Citterio medico psichiatra e psicoanalista , docente della scuola psicoanalisi di gruppo(IIPG) di Milano , già Direttrice della scuola di psicoterapia psicoanalitica(SIPP) di Milano, analista con funzioni di training di entrambe le scuole.

Per noi che la conoscevamo e la stimavamo , Lella.

Daniela Ajovalasit , cara amica e collega di Palermo , anche lei sua allieva, me l’ha comunicato in serata.

Pochi giorni fa, mi era venuto per le mani un libricino d ispirazione cristiana che Luisa mi aveva regalato nel 2008 ai tempi in cui andavo nel suo studio di Milano a confrontarmi in sedute di supervisione e psicoanalisi didattica : s’intitola “ Vivere e Morire” a cura di “Ore Undici” , dedicato al tema della fine dal punto di vista cristiano e psicoanalitico, un binomio messo all’indice in origine , ma come sottolinea Leonardo Ancona, psichiatra e psicoanalista di fede cristiano cattolica, nel suo “il debito della Chiesa alla Psicoanalisi, degno invece d’interesse, integrazione e ricerca.

Non ho potuto non pensare alla strana sincronicità dei due eventi : dopo sei anni , spuntando improvvisamente proprio poche settimane fa, questo prezioso libricino in qualche modo mi ha anticipato la notizia della sua scomparsa. Mi piace pensare che in qualche modo le nostre menti si sono incontrate di nuovo nel pensiero che valica le distanze e nel ricordo che le presentifica.

Non mi sono stupito di sapere che ci aveva lasciato , restando sereno di una serenità che non ho mai provato verso una notizia di morte .

Nell’intervista di V.Caretti a Laing del 1979 dal titolo “Intervista sul folle e il saggio “ed. laterza , Laing diceva che la mente è molto piu estesa di quel che crediamo : è come una radio , un network con tante stazioni radio quante sono le nostre teste .

Ricordo la figura snella, con i capelli tagliati corti e gli occhi chiari, il sorriso luminoso , la grande gentilezza d’animo, la sensazione di bontà- cui pure giustamente Notarbartolo si riferisce nella sua lettera ai soci italiani dell’ IIPG - che comunicava, unita ad un grande senso di rispetto per gli allievi e gli interlocutori : il suo studio ordinato, senza lettini simbolici ed estetizzanti , ma con due sedie francescane una di fronte all’altra, un piccolo tavolino con un portatile che Luisa usava con un po’ di diffidenza e parsimonia facendosi aiutare a comprendere il suo funzionamento .

Da giovane era stata un ematologa importante con viaggi di ricerca in Canada ma poi aveva deciso di specializzarsi in psichiatria, ( scoprimmo sorridendo di aver frequentato da allievi entrambi l’istituto di Guardia II del policlinico di Milano diretta da Carlo Lorenzo Cazzullo), e di seguire due training analitici, aveva frequentato Corrao a Roma , partecipato ai gruppi romani che precedettero la fondazione dell’Istituto italiano di psicoanalisi di gruppo ,e successivamente insieme a Eugenio Gaburri fare esperienza di analisi di gruppo che precedette l’apertura negli anni 90 della scuola milanese dell’ IIPG.

Lella era molto amata dagli studenti , la sua grande signorilità,umanità e gentilezza unita all’assenza di enfasi, affettazione e spocchia , si sposavano al rigore e alla serieta dell’approccio psicoanalitico e favorivano l’intrecciarsi di relazioni , come ricorda Crialesi nel suo scritto.

Penso che lo stile di Luisa fosse una sintesi unica di approccio intersoggettivo , Bioniano e spirituale , rara nell’ambiente psicoterapeutico. Come ricorda anche Claudia Finocchiaro nelle pagine seguenti, spesso si parlava dei suoi viaggi in india, di Osho , di yoga : al di là del nostro rapporto supervisore allievo,ci univa anche l’interesse per il Bion indiano, Krishnamurti,gli studi sulla mistica e gli stati di coscienza modificati del terapeuta . Avevamo anche entrambi conosciuti il Maestro indiano Vemu Mukunda, ingegnere nucleare e grande suonatore di Veena (una specie di sitar) che aveva sviluppato un metodo musicoterapeutico basato sulla filosofia indiana del suono .Ricordo che Lella aveva nello studio un armonium indiano tradizionale, un antico organetto alimentato da un mantice manuale ad aria per accompagnare il canto dei mantra.

Ai tempi, nel 2008, io avevo appena iniziato a curare il mio blog Stati della mente , proprio dedicato a quest’area di interesse - cui ero dedito sin dagli inizi degli anni 90 facendo ricerca con Marco Margnelli neurofisiologo studioso di estasi religiose e stigmate- pubblicando contributi sulla mistica di Freni, Comes, Amadei, Giampa, Caldironi, Facchinelli, Ferenczi. Mi pareva degno d’interesse e studio lo stato mentale del terapetuta , lo stato fluttuante della sua coscienza e attenzione cui spesso faceva riferimento il nostro amato e compianto Eugenio Gaburri, uno stato quasi di trance secondo Ferenczi e per far questo venivano buoni gli sconfinamenti al di fuori del campo psicoanalitico che poco s’erano occupati del tema. Tra le ultime parole tracciate da Freud sulla carta troviamo una nota che suona : ” Mistica,l'oscura autopercezione del mondo che è al di fuori dell'Io, dell'Es” (S. Freud, “Risultati, idee, problemi”, 1938). A partire dalla quell’oscura auto percezione e dall’autodichiarata scarsa familiarità con la musica e la mistica di Freud , c’è dunque sempre stato da quel punto in poi molto da studiare .

Lella si mostrò molto interessata al tema e propose un incontro da estendere anche ad altri colleghi : sfortunatamente il gruppo , dopo 5 incontri,non decollò e tutto rimase fermo ma non senza prospettive future. Claudia Finochiaro è stata preziosa custode delle registrazioni di quegli incontri che forse un giorno ritorneremo a studiare.

E poi c’era Marion Milner .

Fu Lella a farcela conoscere a lezione : aveva curato il volume La creatività nella stanza d’analisi. Marion Milner (1900-1998) nel 2003 con i colleghi della S.I.P.P. Paolo Di Benedetto, Rutilia Collesi, Marina Campanini, Mariella Paganoni, Rosetta Bolletti, Nicolas Contisas, Marilena Morello.

Marion Milner (1900- 1998 ) è stata una psicoanalista inglese.,londinese , scrittrice e pittrice che visse per quasi tutto il XX secolo ,che ha affrontato il tema della creatività psichica, parallela a quella pittorica, esprimendo una inesauribile energia di vivere, lavorare, scrivere e dipingere. Diversamente da Winnicott suo amico e contemporaneo , l’opera di Milner è un’autrice molto poco conosciuta e diffusa.

Milner riteneva che la ricerca sulla creatività potesse essere un possibile strumento per fare esperienza di ricerca spirituale e di trascendenza .

Come Winnicott, la sua opera guarda al simbolismo religioso dalla prospettiva della relazione madre bambino in un ottica transizionale.Lavorò , infatti,anche sul ruolo dei processi inconsci nell’esperienza religiosa.

Sia la creatività che la trascendenza possono essere esperite attraverso l’interfacciarsi della mente cosciente con l’inconscio.

Secondo Milner ,Cristo ha il potere di aprire alla creatività in un modo che l’adesione alla sola legge morale non può ottenere. Cristo è l’immaginazione che permette di essere consapevoli del mondo in un modo diverso , trascendente e mistico.

Milner sperimentò personalmente una pratica personale di attenzione contemplativa non focalizzata ma diffusa come tecnica di concentrazione meditativa. Affermava che questo stato conduce ad uno stato di Beatitudine cosmica, come Freud la definì. La creatività e questo stato di beatitudine cosmica – dice la Milner – sono noti soprattutto ai bambini.

Da questi pochi passi , si può capire perche Lella amava Milner e volle contribuire alla sua conoscenza in Italia.

C’è un passo di J. Krishnamurti che m’ha fatto pensare a Lella :

“Un uomo religioso non è quello che indossa una tonaca, o un perizoma, o che consuma un solo pasto al giorno, o che ha fatto numerosi voti di essere questo e non essere quello, bensì quello che è semplice interiormente, che non tende a diventare alcunché.
Una mente simile è capace di una ricettività straordinaria, perché in essa non ci sono barriere, ne paure, ne movimento verso qualcosa; è dunque capace di ricevere la grazia, Dio, la Verità, o quel che vi pare.
Una mente che persegue la realtà, invece, non è una mente semplice.
Una mente che cerca, si affanna, brancola in preda all'agitazione, non è una mente semplice.
Una mente che si conforma a un qualsiasi modello di autorità, interna o esterna, non può essere sensibile.
E soltanto quando una mente è veramente sensibile, vigile, consapevole di tutte le sue vicende, reazioni, pensieri, quando non tende più a diventare qualcosa, quando non plasma più se stessa per diventare qualcosa, solo allora è capace di accogliere ciò che è la verità. Quando la mente e il cuore saranno divenuti semplici e dunque sensibili (ma non attraverso a forme di coazione, di autorità, di imposizione), allora vedremo che i nostri problemi possono essere affrontati con molta semplicità: per quanto complessi tali problemi siano, saremo in grado di impostarli in maniera nuova e vederli in un ottica differente.
Ecco perché è così importante essere consapevoli, avere la capacità di comprendere il processo del proprio pensiero, avere una percezione totale di sè; da ciò scaturisce una semplicità, un'umiltà che non è virtù o esercizio.
L'umiltà che si conquista attraverso uno sforzo cessa di essere umiltà.
Una mente che si fa umile non è più una mente umile.
Solo quando si è umili, ma non di un'umiltà coltivata, solo allora si è in grado di affrontare i tanti problemi pressanti della vita, perché non ci si ritiene importanti, non si guarda alle cose attraverso il filtro delle proprie urgenze e del proprio senso d'importanza; si considera invece il problema in sè e così si è in grado di risolverlo”.

Come mi ricordava il caro amico Mariano Grossi, filologo classico , grecista e latinista : 
"Semplicità naturale etimologicamente vuol dire essere unici senza doppiezze e sovrastrati auto o etero o allo indotti : simplex viene dalla radice indoeuropea *SEM + il suffisso plex che indica la modalitá del dispiegamento del soggetto; *SEM è appunto la stessa radice che si trova in greco nel numerale cardinale EIS, MIA, EN che vuol dire UNO.Ho ripensato alle parole di Nostro Signore: " sufficit diei malitia sua" e "se non vi farete semplici come questi bimbi non entrerete nel Regno dei Cieli ".

Io , che sono un notorio chiacchierone, ricordo com’ero pacificato dal silenzio partecipe e gentile delle sedute di supervisione con Lella. Senza che vi fossero forzature interpretative, come anche Crialesi non a caso ricorda,il pensiero lievitava nell’intersoggettività dell’incontro , non mi spiegavo come. Lella mi ricordava di “mordermi il labbro ogni tanto “ per controllare la mia tendenza a parlare troppo in seduta con i miei pazienti, per evitare di saturare tropo il campo dell’incontro col paziente, questo “Terzo” elemento fondamentale che puo rappresentare la vera cifra della singolarità di quell’incontro in cui ognuno esce da sé e ci si incontra nel mezzo come dice il Mistico Sufi Rumi.

Lella usava parlare di sé ogni tanto , quel che i tecnici chiamano Self disclosure, e per questo era criticata in sede di ortodossia psicoanalitica. Voleva esserci nell’incontro interamente come persona e chiedeva di essere percepita come tale e ascoltata , spiazzando le aspettative o, per carità, anche i legittimi bisogni di astinenza e neutralità dell’interlocutore. Ricordo che , chi la criticava per aver parlato a lezione delle sue vicende , diceva che ci sono delle parti matte dell’analista che vivono di posizioni teoriche cha si sono man mano talmente tanto distaccate dalla realtà da fluttuano in una vera e propria irrealtà.

Raccontò senza veli l’esperienza del suo primo ricovero denunciando con fermezza il clima burocratico ospedaliero in cui ci si puo venire ancor oggi a trovare privati della possibilità di essere coinvolti nelle decisioni che ci riguardano come persone e pazienti.

Voglio concludere questo mio breve ricordo di Lella, con una frase di Winnicott, uno dei nostri grandi Maestri : “ Signore fa’ che quando arrivi la Morte, mi trovi vivo !”

Guglielmo Campione


Mi sono avvicinato alla scuola di formazione sui gruppi dell'I.I.P.G. per amore verso Bion. In questa passione, come in ogni legame autentico, era contenuta un'eredità.

La mia prima esperienza terapeutica - giovane studente del corso di laurea in Psicologia nella mia città natale - fu in un gruppo condotto dal prof. Paolo Perrotti. Giunto a Milano e per caso indirizzato allo psicoanalista A. Ferro mi trovai a frequentare un gruppo di supervisione e quindi introdotto al pensiero di Bion.

Eppure solo dopo diversi anni di lavoro mi decisi ad avviare una nuova formazione e all'I.I.P.G. incontro la dottoressa L. Citterio per le sue lezioni su Bion. Ora nel ricordo sento di poter affermare: lezioni con Bion! La dot.ssa Citterio sapeva trasmettere rispetto senza ricorrere ad atteggiamenti austeri; illustrava il suo programma e ci invitava a leggere dei capitoli o un certo numero di pagine.
Nell'incontro successivo, con lievi commenti o domande, sollecitava gli interventi degli allievi. Questo stile d'insegnamento non vuole dimenticare chi ci ha preceduto, chi abbia più talento di noi, ma invita all'imprescindibile compito di far propria e autentica un'eredità.

L'impresa psicoanalitica è un vivere eventi intersoggettivi e riflettere sugli stessi mentre accadono. Nel farsi di questa esperienza sorgeranno parole, immagini, sentimenti e in un tempo necessario si potrà definire una gestalt capace di dare senso al vivere. La ricerca e definizione di senso indicano la potenza e la fatica di essere persone; questo compito costringe ad un confronto con quanto indichiamo come realtà, verità, illusione, progetto.

La vertiginosa apertura verso temi apparentemente distanti dai travagli terapeutici è stata affrontata da Bion non solo nelle opere concettuali. Da tempo mi chiedo il motivo per cui le circa settecento pagine disponibili nella nostra lingua, relative ai suoi indimenticabili seminari, non siano mai citate o utilizzate in ambito didattico.
I migliori maestri nella loro modalità di approssimarsi ai fenomeni trasmettono con l'esempio e non per declamazioni la fiducia nel proprio pensare; la tolleranza per la fatica e il tempo necessario a far emergere un punto di vista; il rispetto per l'alterità testimoniata dai pazienti.

Credo che la Citterio fosse una di queste persone. Troppe volte invece nella storia della psicoanalisi chi ricopre incarichi didattici si limita a dar voce alla tradizione, piuttosto che accompagnare alla conoscenza ravvicinata di un modello le proprie convinzioni maturate al sole dell'esperienza clinica.

La tendenza inevitabile dei pensieri a divenire strutture abitudinarie non poteva non investire la teoria e pratica analitica. Il pensatore anglo-indiano, con le sue riflessioni infaticabili e gli abiti linguistici per trasmettere le esperienze si è fatto acuto indagatore di questi pericoli.

Sento che il mio modo di tradurre i diversi insegnamenti di Bion sia debitore dell'incontro con la dot.ssa Citterio; ad esempio quando indicava l'importanza di come si legge piuttosto che inseguire delle quantità di pagine e autori.

Fu proprio l'esperienza di quelle lezioni ad indicarmi come necessaria la sua scelta come analista di gruppo nel percorso formativo. Tale decisione implicava la rinuncia al docente, ma avrei avuto altro - questo pensavo al momento - e a distanza di molti anni sento di aver fatto una scelta giusta.

Come poter raccontare la vita - per quattro anni - di un gruppo analitico? Posso partire da un dato iniziale: per il semplice fatto di essere "più di uno" dovevo già negoziare il desiderio di attingere alla Citterio analista e invece percorrere il sentiero faticoso della responsabilità e dell'incontro interpersonale con i colleghi del gruppo.

Ci propose un setting che veniva utilizzato da alcuni suoi colleghi di Roma: due sedute nella stessa giornata separate da un intervallo di un quarto d'ora. Questa indicazione accompagnata dal commento: con l'istituzione me la vedrò io. Una scelta mai oltre giustificata (come deve essere un setting) eppure indicativa di una libertà di pensiero rispetto a chi sia convinto che operare con tre sedute alla settimana assicuri al gruppo la genuinità di un lavoro analitico.

Nel ricordo affettuoso e riconoscente non ho mai sentito la Citterio analista intervenire con: "il gruppo in questo momento...". I suoi interventi sembravano quelli di un altro partecipante eppure capaci di sollecitare curvature al flusso dei dialoghi. Rimaneva responsabilità del collettivo e del singolo saper utilizzare le sue parole.
Questo è l'elemento fondante una prassi analitica. Potevo cogliere un esempio di astinenza e non la visione di un abito da lavoro dal colore uniforme. Alcuni professionisti credono che praticare psicoanalisi di gruppo sia produrre solo interpretazioni di gruppo rivolte al gruppo; di fatto delle interpretazioni di transfert mutuate da una certa pratica nel setting duale. Altro stile pensare ad interventi di gruppo quando, e se, utili e plausibili.

Una volta la Citterio fu aggredita, di sera, mentre si recava ad un incontro tra colleghi della scuola nella vecchia sede di via Settembrini, e si dilungò in una seduta nel riferire l'accaduto. Davanti al mio crescente imbarazzo spinto sino al desiderio di non sapere nulla mi rispose con semplicità: "Claudio non vuoi ascoltare, ma sono una persona".

Un giorno ricevetti la telefonata che informava dei problemi di salute della dott.ssa; avrebbe richiamato alla ripresa dell'attività. Al momento non colsi la portata di quella notizia sembrava solo l'avvertimento per una seduta saltata. Impiegai qualche ora per capire che l'assenza era imprecisata ed eravamo davanti ad un serio problema di salute. Passarono infatti sei mesi!

Il sollievo per la ripresa delle sedute non poteva esser disgiunto dalla speranza di ricevere delle informazioni. Ritrovammo la Citterio col suo sorriso e la sua integrità, seppur con gli indizi di un benessere ancora lontano. Pur evitando i dettagli ci raccontò delle sue peripezie e di alcuni pensieri intorno all'esser malata e al percolo di lasciare la vita. Altro esempio di come l'autenticità personale, essere "maestro", condividere con semplici parole quanto sperimentato (il linguaggio dell'effettività?) potesse aiutare il gruppo a far circolare pensieri e sentimenti.

Quel periodo difficile lo ricordo come centrale per strutturare la mia esperienza analitica nel percorso formativo. Un evento reale s'impone e induce pensieri, sentimenti, fantasie. Convivere con queste realtà mentali e reali produrrà degli effetti. Ognuno di noi sarà in grado, per come potrà, di tollerare il tempo necessario, ancor più critico se indipendente da nostre azioni, per modificare quei pensieri e sentimenti e renderli capaci di approssimarsi a quanto accade.

L'attesa ambigua di notizie; il ritorno al lavoro di gruppo; il termine del percorso formativo, nel succedersi di stati mentali, ha permesso di rievocare momenti della mia storia e recuperare fiducia nella capacità d'iniziativa. Fu incentivo ad operare scelte importanti nel futuro prossimo.

Ad un anno dal termine dell'analisi fui coinvolto in un gruppo di studio promosso dalla Citterio intorno a possibili convergenze tra il pensiero di Bion e gli insegnamenti derivati dalla tradizione orientale. Potei conoscere la Citterio animata da un fervore mistico e intellettuale che praticava da anni la meditazione come altra via per incontrare se stessi.
Il silenzio come compagno di strada; nella sospensione dal parlare (le pause nella musica sono indispensabili!) un momento di attesa... allora un'idea o parola potranno alimentare percorsi imprevisti. Nella sorpresa poter vivere la necessaria componente creativa di un lavoro terapeutico analitico; creatività volta a risolvere i problemi emotivi implicati nei legami e non come esercizio disincarnato. Le riflessioni su alcuni concetti di Bion assumevano il sapore di un pensare intorno alla mente per illuminare la nuda vita degli incontri terapeutici.
Diversi problemi organizzativi fecero sì che l'esperienza fosse interrotta.
In seguito ognuno prese le sue strade, ma portavo dentro di me il ricordo implicito e benevolo di un buon incontro. Confortato dalla presenza della Citterio.
Di colpo la notizia della sua scomparsa. Tristezza e nostalgia.
Ho sentito impellente il desiderio di partecipare alle sue esequie. Sorpreso che si svolgessero nella basilica di S. Ambrogio e qui insieme alla commozione l'ultima sorpresa! Venivo a conoscere la Citterio credente che frequentava settimanalmente una messa in latino (dalle parole di un sacerdote). Avevo intuito che oltre la sua pratica meditativa potesse esserci una fede religiosa, ma in nessuno dei contesti in cui l'avevo incontrata aveva esplicitato questa affiliazione. Altro insegnamento di neutralità e protezione di uno spazio personale senza venir meno alla generosa condivisione. Ammetto di esser rimasto stupito dalla scarna presenza di colleghi, ma forse era solo un freddo sabato pomeriggio.
Grazie ancora Lella Citterio.
Felice per averti conosciuto.
Riconoscente per le tue parole e i tuoi insegnamenti.


Claudio Crialesi


                                            
"Nan-in, un maestro giapponese 
dell’èra Meiji (1868-1912), 
ricevette la visita di un professore 
universitario che era andato da lui 
per interrogarlo sullo Zen.


                         Nan-in servì il té. 

Colmò la tazza del suo ospite,

 e poi continuò a versare. 
Il professore guardò traboccare il té,
 poi non riuscì più a contenersi.
« È ricolma. Non ce n’entra più! ».
                              « Tu, come questa tazza, » disse Nan-in 
« sei ricolmo delle tue opinioni e congetture. 

Come posso spiegarti lo Zen, 

se prima non vuoti la tua tazza? ".

Fu una scelta dettata dal cuore.

Vidi Lella per la prima a volta a lezione nel corso del primo anno di frequentazione dell’IIPG e me ne “innamorai”. La sua voce, il suo paziente ed attento metodo di lettura e condivisione dei testi di W. Bion mi appassionò a tal punto che la scelsi come tutor per tutti gli anni di scuola. Ricordo i suoi occhi, intensi e profondi, la sua voce calda a rassicurante e il suo naturale modo di mettere chiunque a proprio agio, libero di esprimere senza resistenze ogni idea e sensazione in un dialogo alla pari, di crescita reciproca. La immagino nell’angolo del suo studio sulla sua semplice sedia da regista e ricordo ancora oggi le sensazioni che provavo durante i nostri incontri.

Lella era per me un contenitore capace di accogliere qualsiasi contenuto, sensibile forte e curiosa. Forse proprio per questo era così capiente da potersi permettere self-disclosure che lasciavano sbalorditi. Era capace di parlare di se stessa e delle sue esperienza con piena lucidità e consapevolezza, come novelle zen capaci di mostrare il suo autentico essere e di trasmettere messaggi che ti colpivano nel profondo. C’era sempre spazio in lei per ogni idea, era capace di incoraggiare ogni parte dell’essere umano. Quando timidamente, attraverso cenni nei miei primi scritti, le confessai la mia passione per l’oriente e per le discipline che si occupano del corpo e della meditazione fu la prima ad incoraggiarmi. Temevo che questa mia parte poco “ortodossa” potesse essere contestata, trovai invece un’alleata, capace di farmi mettere a nudo e di dare coerenza ed armonia alle tante anime che si celavano dentro di me. Esplorando con me i miei pensieri mi ha insegnato ad essere tollerante, a cogliere senza paura la complessità del mondo e dell’essere umano, a mettere insieme insegnamenti che dall’occidente all’oriente univano il mondo. Fu così che iniziammo a parlare di psicoanalisi e di meditazione ed in particolare ci divertivamo, mano a mano che io scoprivo i testi di Bion, a ragionare liberamente sui collegamenti tra il pensiero bioniano e la meditazione. Lella era appassionata di Osho Rajneesh, aveva visitato la sua comunità Indiana e sperimentato la meditazione dinamica. Io avevo seguito la tradizione di Paramahansa Yogananda e sperimentato in india diverse forme di meditazione. I nostri incontri erano curiosi, interessanti ricchi di spunti e riflessioni. Anche le idee più bizzarre erano oggetto di confronto e discussione, le nostre esperienze dirette fonte di analisi e osservazione. Lella mi ha fatto comprendere cosa fosse realmente apprendere dall’esperienza, non semplicemente leggere un libro ma portarlo a frutto dentro di me, dargli vita e spazio attraverso la riflessione ed il confronto.

Un’idea accarezzò le nostre menti. W. Bion era nato a Muttra, nelle Province Unite dell’India nel 1897. Da molte generazioni la sua famiglia prestava servizio in India. Bion fu mandato in Inghilterra a frequentare la scuola preparatoria all’età di 8 anni. Possibile che la tradizione, la filosofia, la cultura indiana avessero piantato dei semi nella giovane mente di Bion? Che i ricchi pensieri esposti nei suoi libri non presentassero delle assonanze con l’antica tradizione indiana e con l’esplorazione della mente che la meditazione propone?.

Da qui nacque l’idea di fondare un piccolo gruppo su Bion e la meditazione a cui insieme ad altri colleghi partecipai. Ci trovavamo nello studio di Lella che ci accoglieva con dei grandi sorrisi e seduti in cerchio lasciavamo che i nostri pensieri prendessero il largo, come degli esploratori curiosi che non sapevano che cosa avrebbero potuto trovare. Questa esperienza, che durò il tempo di 5 incontri, è stata breve ma intensa, conservo con gelosia le registrazioni di quegli incontri.

Dopo aver saputo della scomparsa di Lella ho ricercato le registrazioni sul mio computer. Sentire la sua voce mi ha fatto fare un salto indietro nel tempo, è stato come sentire la sua presenza e riconoscere dentro di me i semi che ha piantato. Sento profonda gratitudine per averla incontrata sul mio percorso e profondo rispetto ed affetto.

Vorrei ricordarla attraverso uno stralcio delle sue parole che risalgono al primo incontro del gruppo, il 17 febbraio del 2010. A partire da alcune riflessioni di spunto da un libro di Lucio Russo eravamo arrivati a toccare il tema della malattia e della morte. Le mia esperienza clinica in ospedale mi ha spesso portato a dover fare i conti con la fine, tema che mi è molto caro. Alla mia affermazione del piacere di leggere novelle arabe come le mille e una notte e novelle indiane che sono caratterizzate dal non avere una fine, l’assenza di un lieto fine a cui siamo tanto abituati nella narrazione occidentale, Lella raccontò una sua esperienza personale :

“Questo senza fine è come la vita, il fatto è lasciare il corpo, quindi lo spirito lascia il corpo e ritorna nell’universo, nell’oceano, è la goccia d’acqua che raggiunge l’oceano… la morte pensata in questo modo è la dissolvenza. Come nelle novelle arabe”.
Io ho accompagnato mia zia fino all’ultimo respiro. Una esperienza con la morte come non avevo mai avuto prima. Ho fatto i certificati di morte ma è un’altra cosa che stare al capezzale. Le ultime 3 notti e l’ultima notte. Il suo trapasso, è scesa una grande pace nell’ultima mezzora, il respiro si è acquietato, i lineamenti si son distesi e ha detto “mamma” … è stata un’esperienza. In quella mezzora, ultima, ho avuto il senso del trascendente dello spirito, come mai nella mia vita l’ho avuto così intenso. Aveva 94 anni, non aveva avuto figli, ero la parente più prossima.
Questo senso della mamma a 94 anni dove la mamma è quella da cui hai avuto la vita in presa diretta, c’è questo legame in cui la vita e la morte sono insieme in qualche modo.
Pensate che c’era in camera con mia zia una donna down di 60 anni assistita dalla sorella che si era dedicata a lei. Quando io ho capito che mia zia stava morendo mi sono messa a piangere e questa ragazza down è stata tenerissimo “Lella lella, non piangere per la nonnina”. È stata veramente molto tenera. Prima avevano messo una tenda e la sorella non voleva che lei si avvicinasse, non le abbiamo detto che mia zia era morta, ma lei se ne era accorta ugualmente e mi ha accarezzata così delicatamente. Parlavo dei down perché Osho si riferisce al tema di azzittire la mente. È la mente che ha delle rigidità, deve separare, catalogare, mentre se scendi ad un livello più basso è come a 360 gradi e si colgono tanti aspetti a tanti livelli e li c’è davvero la sapienza che è quella che poi la bibbia chiama la sapienza del cuore, io adesso lo capisco così
.”

Me la immagino così attraverso le tue parole. Una goccia d’acqua che raggiunge l’oceano, un respiro di pace, pura consapevolezza nel ritorno alla madre.

Grazie Lella per la tua presenza!

Claude Yvonne Finocchiaro



Aprile 2013.
Come ogni mercoledì, alle 10.00, da ormai 4 anni suono alla porta della dott.ssa Citterio per la nostra supervisione settimanale. Mi sta seguendo da diverso tempo nel mio lavoro di conduzione di un gruppo terapeutico per pazienti con malattia di Parkinson. E’ un progetto al quale ho lavorato duramente e per diverso tempo e che ho portato per il diploma di specializzazione all’IIPG di Milano nel 2012. Anche se sono diventata psicoterapeuta, continuo ad andare in supervisione da lei. Non c’è stato neanche bisogno di dirselo, entrambe teniamo a questo gruppo e al buon funzionamento della mia mente. Lei mi sprona ad usare con libertà e competenza i miei pensieri, a non andare in ansia, a non avere fretta, a non parlare troppo. Mi insegna a stare in ascolto. Mi aiuta a comprendere che i pensieri che prendono forma nella mia mente sono frutto della mia competenza e di quello che ho imparato in tanti anni di studio. Il suo stile di supervisione per me è rassicurante e allo stesso tempo mi sprona a fare sempre meglio e a sviluppare un mio stile di conduzione. La sua esperienza clinica decennale e la sua esperienza di conduzione di un gruppo di pazienti con Sclerosi Multipla è un importante spunto di riflessione. Tra noi c’è stato un bellissimo scambio di esperienze e di confronto. Il mio gruppo deve molto alla dott.ssa Citterio. Lella, per affetto, ha condotto un gruppo con pazienti con Sclerosi Multipla per diversi anni. La sua esperienza con questi pazienti, per alcuni versi simile ai miei, con storie di lutti importanti e in alcuni casi patologie psichiatriche associate severe, è stata molto utile nella costruzione del mio gruppo e nella sua conduzione. Lella era sempre pronta a condividere le sue impressioni cliniche e i suoi pensieri in supervisione per arricchire lo spazio di lavoro tra noi. Uno degli insegnamenti più importanti che conservo del nostro lavoro con i pazienti con malattia neurologica è l’importanza che riveste nel lavoro clinico con questi pazienti da un lato l’attenzione alla tecnica analitica di gruppo e dall’altro l’attenzione alla reale malattia della persona, che viene in gruppo. Ad entrambe capitò in seduta di avere un paziente con difficoltà motorie serie e di dover gestire questo evento dal punto di vista analitico ed insieme pratico. Con questi pazienti l’oscillazione campo analitico – concretezza è continua e costitutiva del gruppo stesso. Busso ancora alla porta. Non risponde nessuno. Sono molto felice in questo periodo perché aspetto il mio primo figlio e Lella con rispetto per la maternità e la sua infinita gentilezza condivide con me questo momento davvero speciale. La gravidanza nel gruppo è un momento delicato della conduzione, lei ha saputo guidarmi, ha saputo insegnarmi a godere dello scambio relazionale che avviene in ogni istante del lavoro con i nostri pazienti. Era molto attenta a connettere le emozioni e ad insegnare come le esperienze passate, anche le più dolorose o in questo caso le più belle, attraverso la funzione trasformativa e contenitiva della mente del terapeuta, possono trovare accoglimento e accogliere il seme del cambiamento. Lei stessa di ogni esperienza della sua vita sapeva fare occasione di riflessione e insegnamento. Generosamente metteva a disposizione anche fatti personali per insegnare qualcosa. “è il gruppo che ci deve guidare, è il gruppo che ci dice in modo implicito le cose, bisogna saper ascoltare” mi diceva sempre. Il mio gruppo si era accorto del cambiamento fisico che stava avvenendo in me molto prima che si potesse vedere. Ma d’altronde come ho imparato bene da Lella in un gruppo con pazienti affetti da patologia organica il corpo è sempre sotto l’attenzione conscia e inconscia del gruppo. Suono ancora. Decido di chiamarla al cellulare. Non è la prima volta che capita che cambiamo un pò l’orario o scordiamo qualcosa che fa saltare la seduta. Una delle cose che mi è sempre piaciuta della Citterio è stata sempre la sua capacità di fare di ogni piccola cosa un motivo di lezione. “Cara dottoressa vede com’è importante il setting? Noi ci vediamo sempre allo stesso orario e lo stesso giorno, è bastato cambiare orario per sbagliare”, mi disse un giorno in cui non ci trovammo allo stesso orario”. Anche la sua prima esperienza con l’ictus era diventata l’occasione per dare una lezione di psicoanalisi. Aveva raccontato un giorno ad una lezione la sua esperienza in ospedale, apparentemente per parlare di sé, in realtà nell’intento di usare se stessa come un caso clinico e spiegare a noi quanto sia terribile e sconcertante la malattia acuta, che ti sorprende e spaventa terribilmente. Lei sottolineava come anche nella malattia, il paziente ha bisogno di essere ascoltato e coinvolto. “Trovai conforto in una tazza di caffè caldo portata dal vicino di letto”. Le sue parole su questa esperienza mi sono rimaste molto impresse per lo spessore delle sue osservazioni cliniche e per la lucidità dei suoi pensieri. Un giorno nel suo studio mi fece vedere anche dei quadri fatti da lei con i suoi elettrocardiogrammi nel periodo di convalescenza. Era riuscita a realizzare qualcosa di bello e significativo partendo da una esperienza dolorosa e traumatica. Dopo diversi squilli al telefono, risponde la figlia. La figlia tanto amata, di cui parlava sempre con grande amore, così come dei suoi nipoti. Mi diceva sempre che l’esperienza di essere stata nonna per lei era stata davvero bella, più che essere madre. Si era sentita libera di essere nonna e questo era stato molto gratificante, mentre da mamma – come tutti i genitori – c’erano state anche le responsabilità e i doveri genitoriali. Parlava molto delle persone a lei vicine con dolcezza e rispetto ed anche questo era un esempio di “essere nel mondo”, insieme alla sua grande spiritualità e religiosità, all’amore per l’India, alle esperienze in Canada come giovane ematologa. La sua vita raccontata con un senso di ordine e di serenità molto bello. All’inizio la figlia è un po’ restia a spiegarmi ciò che è accaduto. Le spiego che sono una giovane collega che fa supervisione. So allora che la sera prima la dottoressa ha avuto un secondo ictus, molto forte e che è ricoverata in ospedale in gravi condizioni. Non l’ho più rivista. In questi anni, da allora, ho pensato molto alle nostre sedute, ai suoi insegnamenti e più ho ricordato più ho compreso quanto importante sia stato questo percorso con lei nella mia crescita professionale. Lei ha contribuito a rendermi la professionista che sono, ha permesso a parti di me di emergere nel lavoro e nella vita con serenità, dando il giusto peso alle emozioni e ai pensieri, non dimenticando mai le lezioni cliniche di chi ci ha preceduto, il confronto e l’approfondimento teorico-clinico. So che sembrano parole un po’ di circostanza, forse questo è più un ritratto della persona che non dell’analista, ma mi ha addolorato molto sapere del suo male e non potere chiudere la nostra supervisione in altro modo, con un saluto. Mi è spiaciuto sapere della difficile e incompleta ripresa. Del suo ritiro professionale forzato e degli ultimi anni difficili. E quando il caro Guglielmo, amico e collega, mi ha chiesto di scrivere un piccolo omaggio a Lella, è così che ho sentito di rievocare il suo ricordo e i nostri momenti insieme.

Ciao carissima Lella! Grazie per il viaggio che abbiamo percorso insieme!

Daniela Ajovalasit.