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Blog fondato da Guglielmo Campione www.guglielmocampione.it

La mente può trovarsi in stati diversi , il sonno ,il sogno, la trance,l'ipnosi,l'attenzione fluttuante,
l'estasi,la preghiera,la meditazione,la creatività artistica e scientifica,
l'esplorazione dello spazio e degli abissi marini,l'agonismo sportivo.

Stati della mente pubblica lavori originali o già pubblicati con il consenso degli autori, interviste e recensioni di libri e promuove eventi culturali e scientifici.

LUISA CITTERIO ,IN MEMORIAM a cura di Guglielmo Campione, Claude Yvonne Finocchiaro, Claudio Crialesi,Lucia Fontana e Daniela Ajovalasit



“Ancora ricordo il penetrante aroma di gelsomino bianco in primavera sulla soglia del tuo studio, un invito gentile ad entrare ad aprirti il mio cuore , a deporre la mia vita nelle tue mani , per un ora almeno “.

“Sull'altro lato
della luna mi cerco.
È capodanno.
Nella lanterna accesa
leggera ascendo
misteriose correnti
e solco un mare,
di cieli oscuri e gelidi.
Fra nubi e stelle
fluttua la mia coscienza.
Da lassù il mondo
tace e si fa minuscolo
ogni dolore
paura o solitudine.
Solo puntini
E intorno l'immensità”

“Amica mia
Cammina nel vento
Veste celeste e d'arancio
Calendole fresche
Mite riparo
Lindo il suo cuore
Confuse vite ricuce
Cometa strappata alla Notte

Donna di Luce Lei !”

Lucia Fontana 



Il 5 dicembre 2015 è mancata ,a Milano ,al nostro affetto e stima profonda Luisa Citterio medico psichiatra e psicoanalista , docente della scuola psicoanalisi di gruppo(IIPG) di Milano , già Direttrice della scuola di psicoterapia psicoanalitica(SIPP) di Milano, analista con funzioni di training di entrambe le scuole.

Per noi che la conoscevamo e la stimavamo , Lella.

Daniela Ajovalasit , cara amica e collega di Palermo , anche lei sua allieva, me l’ha comunicato in serata.

Pochi giorni fa, mi era venuto per le mani un libricino d ispirazione cristiana che Luisa mi aveva regalato nel 2008 ai tempi in cui andavo nel suo studio di Milano a confrontarmi in sedute di supervisione e psicoanalisi didattica : s’intitola “ Vivere e Morire” a cura di “Ore Undici” , dedicato al tema della fine dal punto di vista cristiano e psicoanalitico, un binomio messo all’indice in origine , ma come sottolinea Leonardo Ancona, psichiatra e psicoanalista di fede cristiano cattolica, nel suo “il debito della Chiesa alla Psicoanalisi, degno invece d’interesse, integrazione e ricerca.

Non ho potuto non pensare alla strana sincronicità dei due eventi : dopo sei anni , spuntando improvvisamente proprio poche settimane fa, questo prezioso libricino in qualche modo mi ha anticipato la notizia della sua scomparsa. Mi piace pensare che in qualche modo le nostre menti si sono incontrate di nuovo nel pensiero che valica le distanze e nel ricordo che le presentifica.

Non mi sono stupito di sapere che ci aveva lasciato , restando sereno di una serenità che non ho mai provato verso una notizia di morte .

Nell’intervista di V.Caretti a Laing del 1979 dal titolo “Intervista sul folle e il saggio “ed. laterza , Laing diceva che la mente è molto piu estesa di quel che crediamo : è come una radio , un network con tante stazioni radio quante sono le nostre teste .

Ricordo la figura snella, con i capelli tagliati corti e gli occhi chiari, il sorriso luminoso , la grande gentilezza d’animo, la sensazione di bontà- cui pure giustamente Notarbartolo si riferisce nella sua lettera ai soci italiani dell’ IIPG - che comunicava, unita ad un grande senso di rispetto per gli allievi e gli interlocutori : il suo studio ordinato, senza lettini simbolici ed estetizzanti , ma con due sedie francescane una di fronte all’altra, un piccolo tavolino con un portatile che Luisa usava con un po’ di diffidenza e parsimonia facendosi aiutare a comprendere il suo funzionamento .

Da giovane era stata un ematologa importante con viaggi di ricerca in Canada ma poi aveva deciso di specializzarsi in psichiatria, ( scoprimmo sorridendo di aver frequentato da allievi entrambi l’istituto di Guardia II del policlinico di Milano diretta da Carlo Lorenzo Cazzullo), e di seguire due training analitici, aveva frequentato Corrao a Roma , partecipato ai gruppi romani che precedettero la fondazione dell’Istituto italiano di psicoanalisi di gruppo ,e successivamente insieme a Eugenio Gaburri fare esperienza di analisi di gruppo che precedette l’apertura negli anni 90 della scuola milanese dell’ IIPG.

Lella era molto amata dagli studenti , la sua grande signorilità,umanità e gentilezza unita all’assenza di enfasi, affettazione e spocchia , si sposavano al rigore e alla serieta dell’approccio psicoanalitico e favorivano l’intrecciarsi di relazioni , come ricorda Crialesi nel suo scritto.

Penso che lo stile di Luisa fosse una sintesi unica di approccio intersoggettivo , Bioniano e spirituale , rara nell’ambiente psicoterapeutico. Come ricorda anche Claudia Finocchiaro nelle pagine seguenti, spesso si parlava dei suoi viaggi in india, di Osho , di yoga : al di là del nostro rapporto supervisore allievo,ci univa anche l’interesse per il Bion indiano, Krishnamurti,gli studi sulla mistica e gli stati di coscienza modificati del terapeuta . Avevamo anche entrambi conosciuti il Maestro indiano Vemu Mukunda, ingegnere nucleare e grande suonatore di Veena (una specie di sitar) che aveva sviluppato un metodo musicoterapeutico basato sulla filosofia indiana del suono .Ricordo che Lella aveva nello studio un armonium indiano tradizionale, un antico organetto alimentato da un mantice manuale ad aria per accompagnare il canto dei mantra.

Ai tempi, nel 2008, io avevo appena iniziato a curare il mio blog Stati della mente , proprio dedicato a quest’area di interesse - cui ero dedito sin dagli inizi degli anni 90 facendo ricerca con Marco Margnelli neurofisiologo studioso di estasi religiose e stigmate- pubblicando contributi sulla mistica di Freni, Comes, Amadei, Giampa, Caldironi, Facchinelli, Ferenczi. Mi pareva degno d’interesse e studio lo stato mentale del terapetuta , lo stato fluttuante della sua coscienza e attenzione cui spesso faceva riferimento il nostro amato e compianto Eugenio Gaburri, uno stato quasi di trance secondo Ferenczi e per far questo venivano buoni gli sconfinamenti al di fuori del campo psicoanalitico che poco s’erano occupati del tema. Tra le ultime parole tracciate da Freud sulla carta troviamo una nota che suona : ” Mistica,l'oscura autopercezione del mondo che è al di fuori dell'Io, dell'Es” (S. Freud, “Risultati, idee, problemi”, 1938). A partire dalla quell’oscura auto percezione e dall’autodichiarata scarsa familiarità con la musica e la mistica di Freud , c’è dunque sempre stato da quel punto in poi molto da studiare .

Lella si mostrò molto interessata al tema e propose un incontro da estendere anche ad altri colleghi : sfortunatamente il gruppo , dopo 5 incontri,non decollò e tutto rimase fermo ma non senza prospettive future. Claudia Finochiaro è stata preziosa custode delle registrazioni di quegli incontri che forse un giorno ritorneremo a studiare.

E poi c’era Marion Milner .

Fu Lella a farcela conoscere a lezione : aveva curato il volume La creatività nella stanza d’analisi. Marion Milner (1900-1998) nel 2003 con i colleghi della S.I.P.P. Paolo Di Benedetto, Rutilia Collesi, Marina Campanini, Mariella Paganoni, Rosetta Bolletti, Nicolas Contisas, Marilena Morello.

Marion Milner (1900- 1998 ) è stata una psicoanalista inglese.,londinese , scrittrice e pittrice che visse per quasi tutto il XX secolo ,che ha affrontato il tema della creatività psichica, parallela a quella pittorica, esprimendo una inesauribile energia di vivere, lavorare, scrivere e dipingere. Diversamente da Winnicott suo amico e contemporaneo , l’opera di Milner è un’autrice molto poco conosciuta e diffusa.

Milner riteneva che la ricerca sulla creatività potesse essere un possibile strumento per fare esperienza di ricerca spirituale e di trascendenza .

Come Winnicott, la sua opera guarda al simbolismo religioso dalla prospettiva della relazione madre bambino in un ottica transizionale.Lavorò , infatti,anche sul ruolo dei processi inconsci nell’esperienza religiosa.

Sia la creatività che la trascendenza possono essere esperite attraverso l’interfacciarsi della mente cosciente con l’inconscio.

Secondo Milner ,Cristo ha il potere di aprire alla creatività in un modo che l’adesione alla sola legge morale non può ottenere. Cristo è l’immaginazione che permette di essere consapevoli del mondo in un modo diverso , trascendente e mistico.

Milner sperimentò personalmente una pratica personale di attenzione contemplativa non focalizzata ma diffusa come tecnica di concentrazione meditativa. Affermava che questo stato conduce ad uno stato di Beatitudine cosmica, come Freud la definì. La creatività e questo stato di beatitudine cosmica – dice la Milner – sono noti soprattutto ai bambini.

Da questi pochi passi , si può capire perche Lella amava Milner e volle contribuire alla sua conoscenza in Italia.

C’è un passo di J. Krishnamurti che m’ha fatto pensare a Lella :

“Un uomo religioso non è quello che indossa una tonaca, o un perizoma, o che consuma un solo pasto al giorno, o che ha fatto numerosi voti di essere questo e non essere quello, bensì quello che è semplice interiormente, che non tende a diventare alcunché.
Una mente simile è capace di una ricettività straordinaria, perché in essa non ci sono barriere, ne paure, ne movimento verso qualcosa; è dunque capace di ricevere la grazia, Dio, la Verità, o quel che vi pare.
Una mente che persegue la realtà, invece, non è una mente semplice.
Una mente che cerca, si affanna, brancola in preda all'agitazione, non è una mente semplice.
Una mente che si conforma a un qualsiasi modello di autorità, interna o esterna, non può essere sensibile.
E soltanto quando una mente è veramente sensibile, vigile, consapevole di tutte le sue vicende, reazioni, pensieri, quando non tende più a diventare qualcosa, quando non plasma più se stessa per diventare qualcosa, solo allora è capace di accogliere ciò che è la verità. Quando la mente e il cuore saranno divenuti semplici e dunque sensibili (ma non attraverso a forme di coazione, di autorità, di imposizione), allora vedremo che i nostri problemi possono essere affrontati con molta semplicità: per quanto complessi tali problemi siano, saremo in grado di impostarli in maniera nuova e vederli in un ottica differente.
Ecco perché è così importante essere consapevoli, avere la capacità di comprendere il processo del proprio pensiero, avere una percezione totale di sè; da ciò scaturisce una semplicità, un'umiltà che non è virtù o esercizio.
L'umiltà che si conquista attraverso uno sforzo cessa di essere umiltà.
Una mente che si fa umile non è più una mente umile.
Solo quando si è umili, ma non di un'umiltà coltivata, solo allora si è in grado di affrontare i tanti problemi pressanti della vita, perché non ci si ritiene importanti, non si guarda alle cose attraverso il filtro delle proprie urgenze e del proprio senso d'importanza; si considera invece il problema in sè e così si è in grado di risolverlo”.

Come mi ricordava il caro amico Mariano Grossi, filologo classico , grecista e latinista : 
"Semplicità naturale etimologicamente vuol dire essere unici senza doppiezze e sovrastrati auto o etero o allo indotti : simplex viene dalla radice indoeuropea *SEM + il suffisso plex che indica la modalitá del dispiegamento del soggetto; *SEM è appunto la stessa radice che si trova in greco nel numerale cardinale EIS, MIA, EN che vuol dire UNO.Ho ripensato alle parole di Nostro Signore: " sufficit diei malitia sua" e "se non vi farete semplici come questi bimbi non entrerete nel Regno dei Cieli ".

Io , che sono un notorio chiacchierone, ricordo com’ero pacificato dal silenzio partecipe e gentile delle sedute di supervisione con Lella. Senza che vi fossero forzature interpretative, come anche Crialesi non a caso ricorda,il pensiero lievitava nell’intersoggettività dell’incontro , non mi spiegavo come. Lella mi ricordava di “mordermi il labbro ogni tanto “ per controllare la mia tendenza a parlare troppo in seduta con i miei pazienti, per evitare di saturare tropo il campo dell’incontro col paziente, questo “Terzo” elemento fondamentale che puo rappresentare la vera cifra della singolarità di quell’incontro in cui ognuno esce da sé e ci si incontra nel mezzo come dice il Mistico Sufi Rumi.

Lella usava parlare di sé ogni tanto , quel che i tecnici chiamano Self disclosure, e per questo era criticata in sede di ortodossia psicoanalitica. Voleva esserci nell’incontro interamente come persona e chiedeva di essere percepita come tale e ascoltata , spiazzando le aspettative o, per carità, anche i legittimi bisogni di astinenza e neutralità dell’interlocutore. Ricordo che , chi la criticava per aver parlato a lezione delle sue vicende , diceva che ci sono delle parti matte dell’analista che vivono di posizioni teoriche cha si sono man mano talmente tanto distaccate dalla realtà da fluttuano in una vera e propria irrealtà.

Raccontò senza veli l’esperienza del suo primo ricovero denunciando con fermezza il clima burocratico ospedaliero in cui ci si puo venire ancor oggi a trovare privati della possibilità di essere coinvolti nelle decisioni che ci riguardano come persone e pazienti.

Voglio concludere questo mio breve ricordo di Lella, con una frase di Winnicott, uno dei nostri grandi Maestri : “ Signore fa’ che quando arrivi la Morte, mi trovi vivo !”

Guglielmo Campione


Mi sono avvicinato alla scuola di formazione sui gruppi dell'I.I.P.G. per amore verso Bion. In questa passione, come in ogni legame autentico, era contenuta un'eredità.

La mia prima esperienza terapeutica - giovane studente del corso di laurea in Psicologia nella mia città natale - fu in un gruppo condotto dal prof. Paolo Perrotti. Giunto a Milano e per caso indirizzato allo psicoanalista A. Ferro mi trovai a frequentare un gruppo di supervisione e quindi introdotto al pensiero di Bion.

Eppure solo dopo diversi anni di lavoro mi decisi ad avviare una nuova formazione e all'I.I.P.G. incontro la dottoressa L. Citterio per le sue lezioni su Bion. Ora nel ricordo sento di poter affermare: lezioni con Bion! La dot.ssa Citterio sapeva trasmettere rispetto senza ricorrere ad atteggiamenti austeri; illustrava il suo programma e ci invitava a leggere dei capitoli o un certo numero di pagine.
Nell'incontro successivo, con lievi commenti o domande, sollecitava gli interventi degli allievi. Questo stile d'insegnamento non vuole dimenticare chi ci ha preceduto, chi abbia più talento di noi, ma invita all'imprescindibile compito di far propria e autentica un'eredità.

L'impresa psicoanalitica è un vivere eventi intersoggettivi e riflettere sugli stessi mentre accadono. Nel farsi di questa esperienza sorgeranno parole, immagini, sentimenti e in un tempo necessario si potrà definire una gestalt capace di dare senso al vivere. La ricerca e definizione di senso indicano la potenza e la fatica di essere persone; questo compito costringe ad un confronto con quanto indichiamo come realtà, verità, illusione, progetto.

La vertiginosa apertura verso temi apparentemente distanti dai travagli terapeutici è stata affrontata da Bion non solo nelle opere concettuali. Da tempo mi chiedo il motivo per cui le circa settecento pagine disponibili nella nostra lingua, relative ai suoi indimenticabili seminari, non siano mai citate o utilizzate in ambito didattico.
I migliori maestri nella loro modalità di approssimarsi ai fenomeni trasmettono con l'esempio e non per declamazioni la fiducia nel proprio pensare; la tolleranza per la fatica e il tempo necessario a far emergere un punto di vista; il rispetto per l'alterità testimoniata dai pazienti.

Credo che la Citterio fosse una di queste persone. Troppe volte invece nella storia della psicoanalisi chi ricopre incarichi didattici si limita a dar voce alla tradizione, piuttosto che accompagnare alla conoscenza ravvicinata di un modello le proprie convinzioni maturate al sole dell'esperienza clinica.

La tendenza inevitabile dei pensieri a divenire strutture abitudinarie non poteva non investire la teoria e pratica analitica. Il pensatore anglo-indiano, con le sue riflessioni infaticabili e gli abiti linguistici per trasmettere le esperienze si è fatto acuto indagatore di questi pericoli.

Sento che il mio modo di tradurre i diversi insegnamenti di Bion sia debitore dell'incontro con la dot.ssa Citterio; ad esempio quando indicava l'importanza di come si legge piuttosto che inseguire delle quantità di pagine e autori.

Fu proprio l'esperienza di quelle lezioni ad indicarmi come necessaria la sua scelta come analista di gruppo nel percorso formativo. Tale decisione implicava la rinuncia al docente, ma avrei avuto altro - questo pensavo al momento - e a distanza di molti anni sento di aver fatto una scelta giusta.

Come poter raccontare la vita - per quattro anni - di un gruppo analitico? Posso partire da un dato iniziale: per il semplice fatto di essere "più di uno" dovevo già negoziare il desiderio di attingere alla Citterio analista e invece percorrere il sentiero faticoso della responsabilità e dell'incontro interpersonale con i colleghi del gruppo.

Ci propose un setting che veniva utilizzato da alcuni suoi colleghi di Roma: due sedute nella stessa giornata separate da un intervallo di un quarto d'ora. Questa indicazione accompagnata dal commento: con l'istituzione me la vedrò io. Una scelta mai oltre giustificata (come deve essere un setting) eppure indicativa di una libertà di pensiero rispetto a chi sia convinto che operare con tre sedute alla settimana assicuri al gruppo la genuinità di un lavoro analitico.

Nel ricordo affettuoso e riconoscente non ho mai sentito la Citterio analista intervenire con: "il gruppo in questo momento...". I suoi interventi sembravano quelli di un altro partecipante eppure capaci di sollecitare curvature al flusso dei dialoghi. Rimaneva responsabilità del collettivo e del singolo saper utilizzare le sue parole.
Questo è l'elemento fondante una prassi analitica. Potevo cogliere un esempio di astinenza e non la visione di un abito da lavoro dal colore uniforme. Alcuni professionisti credono che praticare psicoanalisi di gruppo sia produrre solo interpretazioni di gruppo rivolte al gruppo; di fatto delle interpretazioni di transfert mutuate da una certa pratica nel setting duale. Altro stile pensare ad interventi di gruppo quando, e se, utili e plausibili.

Una volta la Citterio fu aggredita, di sera, mentre si recava ad un incontro tra colleghi della scuola nella vecchia sede di via Settembrini, e si dilungò in una seduta nel riferire l'accaduto. Davanti al mio crescente imbarazzo spinto sino al desiderio di non sapere nulla mi rispose con semplicità: "Claudio non vuoi ascoltare, ma sono una persona".

Un giorno ricevetti la telefonata che informava dei problemi di salute della dott.ssa; avrebbe richiamato alla ripresa dell'attività. Al momento non colsi la portata di quella notizia sembrava solo l'avvertimento per una seduta saltata. Impiegai qualche ora per capire che l'assenza era imprecisata ed eravamo davanti ad un serio problema di salute. Passarono infatti sei mesi!

Il sollievo per la ripresa delle sedute non poteva esser disgiunto dalla speranza di ricevere delle informazioni. Ritrovammo la Citterio col suo sorriso e la sua integrità, seppur con gli indizi di un benessere ancora lontano. Pur evitando i dettagli ci raccontò delle sue peripezie e di alcuni pensieri intorno all'esser malata e al percolo di lasciare la vita. Altro esempio di come l'autenticità personale, essere "maestro", condividere con semplici parole quanto sperimentato (il linguaggio dell'effettività?) potesse aiutare il gruppo a far circolare pensieri e sentimenti.

Quel periodo difficile lo ricordo come centrale per strutturare la mia esperienza analitica nel percorso formativo. Un evento reale s'impone e induce pensieri, sentimenti, fantasie. Convivere con queste realtà mentali e reali produrrà degli effetti. Ognuno di noi sarà in grado, per come potrà, di tollerare il tempo necessario, ancor più critico se indipendente da nostre azioni, per modificare quei pensieri e sentimenti e renderli capaci di approssimarsi a quanto accade.

L'attesa ambigua di notizie; il ritorno al lavoro di gruppo; il termine del percorso formativo, nel succedersi di stati mentali, ha permesso di rievocare momenti della mia storia e recuperare fiducia nella capacità d'iniziativa. Fu incentivo ad operare scelte importanti nel futuro prossimo.

Ad un anno dal termine dell'analisi fui coinvolto in un gruppo di studio promosso dalla Citterio intorno a possibili convergenze tra il pensiero di Bion e gli insegnamenti derivati dalla tradizione orientale. Potei conoscere la Citterio animata da un fervore mistico e intellettuale che praticava da anni la meditazione come altra via per incontrare se stessi.
Il silenzio come compagno di strada; nella sospensione dal parlare (le pause nella musica sono indispensabili!) un momento di attesa... allora un'idea o parola potranno alimentare percorsi imprevisti. Nella sorpresa poter vivere la necessaria componente creativa di un lavoro terapeutico analitico; creatività volta a risolvere i problemi emotivi implicati nei legami e non come esercizio disincarnato. Le riflessioni su alcuni concetti di Bion assumevano il sapore di un pensare intorno alla mente per illuminare la nuda vita degli incontri terapeutici.
Diversi problemi organizzativi fecero sì che l'esperienza fosse interrotta.
In seguito ognuno prese le sue strade, ma portavo dentro di me il ricordo implicito e benevolo di un buon incontro. Confortato dalla presenza della Citterio.
Di colpo la notizia della sua scomparsa. Tristezza e nostalgia.
Ho sentito impellente il desiderio di partecipare alle sue esequie. Sorpreso che si svolgessero nella basilica di S. Ambrogio e qui insieme alla commozione l'ultima sorpresa! Venivo a conoscere la Citterio credente che frequentava settimanalmente una messa in latino (dalle parole di un sacerdote). Avevo intuito che oltre la sua pratica meditativa potesse esserci una fede religiosa, ma in nessuno dei contesti in cui l'avevo incontrata aveva esplicitato questa affiliazione. Altro insegnamento di neutralità e protezione di uno spazio personale senza venir meno alla generosa condivisione. Ammetto di esser rimasto stupito dalla scarna presenza di colleghi, ma forse era solo un freddo sabato pomeriggio.
Grazie ancora Lella Citterio.
Felice per averti conosciuto.
Riconoscente per le tue parole e i tuoi insegnamenti.


Claudio Crialesi


                                            
"Nan-in, un maestro giapponese 
dell’èra Meiji (1868-1912), 
ricevette la visita di un professore 
universitario che era andato da lui 
per interrogarlo sullo Zen.


                         Nan-in servì il té. 

Colmò la tazza del suo ospite,

 e poi continuò a versare. 
Il professore guardò traboccare il té,
 poi non riuscì più a contenersi.
« È ricolma. Non ce n’entra più! ».
                              « Tu, come questa tazza, » disse Nan-in 
« sei ricolmo delle tue opinioni e congetture. 

Come posso spiegarti lo Zen, 

se prima non vuoti la tua tazza? ".

Fu una scelta dettata dal cuore.

Vidi Lella per la prima a volta a lezione nel corso del primo anno di frequentazione dell’IIPG e me ne “innamorai”. La sua voce, il suo paziente ed attento metodo di lettura e condivisione dei testi di W. Bion mi appassionò a tal punto che la scelsi come tutor per tutti gli anni di scuola. Ricordo i suoi occhi, intensi e profondi, la sua voce calda a rassicurante e il suo naturale modo di mettere chiunque a proprio agio, libero di esprimere senza resistenze ogni idea e sensazione in un dialogo alla pari, di crescita reciproca. La immagino nell’angolo del suo studio sulla sua semplice sedia da regista e ricordo ancora oggi le sensazioni che provavo durante i nostri incontri.

Lella era per me un contenitore capace di accogliere qualsiasi contenuto, sensibile forte e curiosa. Forse proprio per questo era così capiente da potersi permettere self-disclosure che lasciavano sbalorditi. Era capace di parlare di se stessa e delle sue esperienza con piena lucidità e consapevolezza, come novelle zen capaci di mostrare il suo autentico essere e di trasmettere messaggi che ti colpivano nel profondo. C’era sempre spazio in lei per ogni idea, era capace di incoraggiare ogni parte dell’essere umano. Quando timidamente, attraverso cenni nei miei primi scritti, le confessai la mia passione per l’oriente e per le discipline che si occupano del corpo e della meditazione fu la prima ad incoraggiarmi. Temevo che questa mia parte poco “ortodossa” potesse essere contestata, trovai invece un’alleata, capace di farmi mettere a nudo e di dare coerenza ed armonia alle tante anime che si celavano dentro di me. Esplorando con me i miei pensieri mi ha insegnato ad essere tollerante, a cogliere senza paura la complessità del mondo e dell’essere umano, a mettere insieme insegnamenti che dall’occidente all’oriente univano il mondo. Fu così che iniziammo a parlare di psicoanalisi e di meditazione ed in particolare ci divertivamo, mano a mano che io scoprivo i testi di Bion, a ragionare liberamente sui collegamenti tra il pensiero bioniano e la meditazione. Lella era appassionata di Osho Rajneesh, aveva visitato la sua comunità Indiana e sperimentato la meditazione dinamica. Io avevo seguito la tradizione di Paramahansa Yogananda e sperimentato in india diverse forme di meditazione. I nostri incontri erano curiosi, interessanti ricchi di spunti e riflessioni. Anche le idee più bizzarre erano oggetto di confronto e discussione, le nostre esperienze dirette fonte di analisi e osservazione. Lella mi ha fatto comprendere cosa fosse realmente apprendere dall’esperienza, non semplicemente leggere un libro ma portarlo a frutto dentro di me, dargli vita e spazio attraverso la riflessione ed il confronto.

Un’idea accarezzò le nostre menti. W. Bion era nato a Muttra, nelle Province Unite dell’India nel 1897. Da molte generazioni la sua famiglia prestava servizio in India. Bion fu mandato in Inghilterra a frequentare la scuola preparatoria all’età di 8 anni. Possibile che la tradizione, la filosofia, la cultura indiana avessero piantato dei semi nella giovane mente di Bion? Che i ricchi pensieri esposti nei suoi libri non presentassero delle assonanze con l’antica tradizione indiana e con l’esplorazione della mente che la meditazione propone?.

Da qui nacque l’idea di fondare un piccolo gruppo su Bion e la meditazione a cui insieme ad altri colleghi partecipai. Ci trovavamo nello studio di Lella che ci accoglieva con dei grandi sorrisi e seduti in cerchio lasciavamo che i nostri pensieri prendessero il largo, come degli esploratori curiosi che non sapevano che cosa avrebbero potuto trovare. Questa esperienza, che durò il tempo di 5 incontri, è stata breve ma intensa, conservo con gelosia le registrazioni di quegli incontri.

Dopo aver saputo della scomparsa di Lella ho ricercato le registrazioni sul mio computer. Sentire la sua voce mi ha fatto fare un salto indietro nel tempo, è stato come sentire la sua presenza e riconoscere dentro di me i semi che ha piantato. Sento profonda gratitudine per averla incontrata sul mio percorso e profondo rispetto ed affetto.

Vorrei ricordarla attraverso uno stralcio delle sue parole che risalgono al primo incontro del gruppo, il 17 febbraio del 2010. A partire da alcune riflessioni di spunto da un libro di Lucio Russo eravamo arrivati a toccare il tema della malattia e della morte. Le mia esperienza clinica in ospedale mi ha spesso portato a dover fare i conti con la fine, tema che mi è molto caro. Alla mia affermazione del piacere di leggere novelle arabe come le mille e una notte e novelle indiane che sono caratterizzate dal non avere una fine, l’assenza di un lieto fine a cui siamo tanto abituati nella narrazione occidentale, Lella raccontò una sua esperienza personale :

Questo senza fine è come la vita, il fatto è lasciare il corpo, quindi lo spirito lascia il corpo e ritorna nell’universo, nell’oceano, è la goccia d’acqua che raggiunge l’oceano… la morte pensata in questo modo è la dissolvenza. Come nelle novelle arabe”.
Io ho accompagnato mia zia fino all’ultimo respiro. Una esperienza con la morte come non avevo mai avuto prima. Ho fatto i certificati di morte ma è un’altra cosa che stare al capezzale. Le ultime 3 notti e l’ultima notte. Il suo trapasso, è scesa una grande pace nell’ultima mezzora, il respiro si è acquietato, i lineamenti si son distesi e ha detto “mamma” … è stata un’esperienza. In quella mezzora, ultima, ho avuto il senso del trascendente dello spirito, come mai nella mia vita l’ho avuto così intenso. Aveva 94 anni, non aveva avuto figli, ero la parente più prossima.
Questo senso della mamma a 94 anni dove la mamma è quella da cui hai avuto la vita in presa diretta, c’è questo legame in cui la vita e la morte sono insieme in qualche modo.
Pensate che c’era in camera con mia zia una donna down di 60 anni assistita dalla sorella che si era dedicata a lei. Quando io ho capito che mia zia stava morendo mi sono messa a piangere e questa ragazza down è stata tenerissimo “Lella lella, non piangere per la nonnina”. È stata veramente molto tenera. Prima avevano messo una tenda e la sorella non voleva che lei si avvicinasse, non le abbiamo detto che mia zia era morta, ma lei se ne era accorta ugualmente e mi ha accarezzata così delicatamente. Parlavo dei down perché Osho si riferisce al tema di azzittire la mente. È la mente che ha delle rigidità, deve separare, catalogare, mentre se scendi ad un livello più basso è come a 360 gradi e si colgono tanti aspetti a tanti livelli e li c’è davvero la sapienza che è quella che poi la bibbia chiama la sapienza del cuore, io adesso lo capisco così
.”

Me la immagino così attraverso le tue parole. Una goccia d’acqua che raggiunge l’oceano, un respiro di pace, pura consapevolezza nel ritorno alla madre.

Grazie Lella per la tua presenza!

Claude Yvonne Finocchiaro



Aprile 2013.
Come ogni mercoledì, alle 10.00, da ormai 4 anni suono alla porta della dott.ssa Citterio per la nostra supervisione settimanale. Mi sta seguendo da diverso tempo nel mio lavoro di conduzione di un gruppo terapeutico per pazienti con malattia di Parkinson. E’ un progetto al quale ho lavorato duramente e per diverso tempo e che ho portato per il diploma di specializzazione all’IIPG di Milano nel 2012. Anche se sono diventata psicoterapeuta, continuo ad andare in supervisione da lei. Non c’è stato neanche bisogno di dirselo, entrambe teniamo a questo gruppo e al buon funzionamento della mia mente. Lei mi sprona ad usare con libertà e competenza i miei pensieri, a non andare in ansia, a non avere fretta, a non parlare troppo. Mi insegna a stare in ascolto. Mi aiuta a comprendere che i pensieri che prendono forma nella mia mente sono frutto della mia competenza e di quello che ho imparato in tanti anni di studio. Il suo stile di supervisione per me è rassicurante e allo stesso tempo mi sprona a fare sempre meglio e a sviluppare un mio stile di conduzione. La sua esperienza clinica decennale e la sua esperienza di conduzione di un gruppo di pazienti con Sclerosi Multipla è un importante spunto di riflessione. Tra noi c’è stato un bellissimo scambio di esperienze e di confronto. Il mio gruppo deve molto alla dott.ssa Citterio. Lella, per affetto, ha condotto un gruppo con pazienti con Sclerosi Multipla per diversi anni. La sua esperienza con questi pazienti, per alcuni versi simile ai miei, con storie di lutti importanti e in alcuni casi patologie psichiatriche associate severe, è stata molto utile nella costruzione del mio gruppo e nella sua conduzione. Lella era sempre pronta a condividere le sue impressioni cliniche e i suoi pensieri in supervisione per arricchire lo spazio di lavoro tra noi. Uno degli insegnamenti più importanti che conservo del nostro lavoro con i pazienti con malattia neurologica è l’importanza che riveste nel lavoro clinico con questi pazienti da un lato l’attenzione alla tecnica analitica di gruppo e dall’altro l’attenzione alla reale malattia della persona, che viene in gruppo. Ad entrambe capitò in seduta di avere un paziente con difficoltà motorie serie e di dover gestire questo evento dal punto di vista analitico ed insieme pratico. Con questi pazienti l’oscillazione campo analitico – concretezza è continua e costitutiva del gruppo stesso. Busso ancora alla porta. Non risponde nessuno. Sono molto felice in questo periodo perché aspetto il mio primo figlio e Lella con rispetto per la maternità e la sua infinita gentilezza condivide con me questo momento davvero speciale. La gravidanza nel gruppo è un momento delicato della conduzione, lei ha saputo guidarmi, ha saputo insegnarmi a godere dello scambio relazionale che avviene in ogni istante del lavoro con i nostri pazienti. Era molto attenta a connettere le emozioni e ad insegnare come le esperienze passate, anche le più dolorose o in questo caso le più belle, attraverso la funzione trasformativa e contenitiva della mente del terapeuta, possono trovare accoglimento e accogliere il seme del cambiamento. Lei stessa di ogni esperienza della sua vita sapeva fare occasione di riflessione e insegnamento. Generosamente metteva a disposizione anche fatti personali per insegnare qualcosa. “è il gruppo che ci deve guidare, è il gruppo che ci dice in modo implicito le cose, bisogna saper ascoltare” mi diceva sempre. Il mio gruppo si era accorto del cambiamento fisico che stava avvenendo in me molto prima che si potesse vedere. Ma d’altronde come ho imparato bene da Lella in un gruppo con pazienti affetti da patologia organica il corpo è sempre sotto l’attenzione conscia e inconscia del gruppo. Suono ancora. Decido di chiamarla al cellulare. Non è la prima volta che capita che cambiamo un pò l’orario o scordiamo qualcosa che fa saltare la seduta. Una delle cose che mi è sempre piaciuta della Citterio è stata sempre la sua capacità di fare di ogni piccola cosa un motivo di lezione. “Cara dottoressa vede com’è importante il setting? Noi ci vediamo sempre allo stesso orario e lo stesso giorno, è bastato cambiare orario per sbagliare”, mi disse un giorno in cui non ci trovammo allo stesso orario”. Anche la sua prima esperienza con l’ictus era diventata l’occasione per dare una lezione di psicoanalisi. Aveva raccontato un giorno ad una lezione la sua esperienza in ospedale, apparentemente per parlare di sé, in realtà nell’intento di usare se stessa come un caso clinico e spiegare a noi quanto sia terribile e sconcertante la malattia acuta, che ti sorprende e spaventa terribilmente. Lei sottolineava come anche nella malattia, il paziente ha bisogno di essere ascoltato e coinvolto. “Trovai conforto in una tazza di caffè caldo portata dal vicino di letto”. Le sue parole su questa esperienza mi sono rimaste molto impresse per lo spessore delle sue osservazioni cliniche e per la lucidità dei suoi pensieri. Un giorno nel suo studio mi fece vedere anche dei quadri fatti da lei con i suoi elettrocardiogrammi nel periodo di convalescenza. Era riuscita a realizzare qualcosa di bello e significativo partendo da una esperienza dolorosa e traumatica. Dopo diversi squilli al telefono, risponde la figlia. La figlia tanto amata, di cui parlava sempre con grande amore, così come dei suoi nipoti. Mi diceva sempre che l’esperienza di essere stata nonna per lei era stata davvero bella, più che essere madre. Si era sentita libera di essere nonna e questo era stato molto gratificante, mentre da mamma – come tutti i genitori – c’erano state anche le responsabilità e i doveri genitoriali. Parlava molto delle persone a lei vicine con dolcezza e rispetto ed anche questo era un esempio di “essere nel mondo”, insieme alla sua grande spiritualità e religiosità, all’amore per l’India, alle esperienze in Canada come giovane ematologa. La sua vita raccontata con un senso di ordine e di serenità molto bello. All’inizio la figlia è un po’ restia a spiegarmi ciò che è accaduto. Le spiego che sono una giovane collega che fa supervisione. So allora che la sera prima la dottoressa ha avuto un secondo ictus, molto forte e che è ricoverata in ospedale in gravi condizioni. Non l’ho più rivista. In questi anni, da allora, ho pensato molto alle nostre sedute, ai suoi insegnamenti e più ho ricordato più ho compreso quanto importante sia stato questo percorso con lei nella mia crescita professionale. Lei ha contribuito a rendermi la professionista che sono, ha permesso a parti di me di emergere nel lavoro e nella vita con serenità, dando il giusto peso alle emozioni e ai pensieri, non dimenticando mai le lezioni cliniche di chi ci ha preceduto, il confronto e l’approfondimento teorico-clinico. So che sembrano parole un po’ di circostanza, forse questo è più un ritratto della persona che non dell’analista, ma mi ha addolorato molto sapere del suo male e non potere chiudere la nostra supervisione in altro modo, con un saluto. Mi è spiaciuto sapere della difficile e incompleta ripresa. Del suo ritiro professionale forzato e degli ultimi anni difficili. E quando il caro Guglielmo, amico e collega, mi ha chiesto di scrivere un piccolo omaggio a Lella, è così che ho sentito di rievocare il suo ricordo e i nostri momenti insieme.

Ciao carissima Lella! Grazie per il viaggio che abbiamo percorso insieme!

Daniela Ajovalasit.








































L'ALESSITIMIA, LE ARTI ,LA MUSICA, LA CLINICA di Guglielmo Campione



                                                                Les Amantes                                                        
                                                           Renè Magritte, 1928


Platone, su cui si basa l'essenza della spiritualità occidentale, ha scritto pagine molto interessanti sugli effetti dei suoni sulla mente.Egli riteneva che l'emozione fosse una  specie di movimento interno che chiamò Kinesis.La Musica e la Danza andrebbero intese secondo Platone come uno shock esterno, Seismos, in grado di ricondurre lo stato emotivo alla calma generale del cosmo. Le madri che cercano di far addormentare i loro bambini ,li cullano (kinesin) facendo oscillare le loro braccia (seiousai) mentre cantano loro canzoni e in tal modo li incantano(kataulosi) e li calmano .Platone s’era imbattuto in ciò che i neuroscienziati del XX secolo avrebbero chiamato " fenomeno del trascinamento sonoro"?.
La musica ha un rapporto privilegiato con il nostro mondo emotivo piuttosto che con la ragione e i concetti»;«esiste un isomorfismo strutturale tra linguaggio musicale e realtà emozionali profonde».
Platone, nella Repubblica, afferma che l'educazione musicale è di estrema importanza per il fatto che il ritmo e l'armonia penetrano nel più profondo dell'anima :
“Chi è stato educato a dovere in questo campo si accorgerà con grande acutezza di ciò che è difettoso e mal costruito [...] e con giusta insofferenza loderà le cose belle e accogliendole con gioia nell'anima saprà nutrirsene per diventare un uomo onesto, mentre biasimerà e detesterà a buon diritto le cose brutte fin da giovane, ancor prima di poterne capire razionalmente il motivo; e una volta acquisita la ragione la saluterà con affetto, riconoscendo la sua grande affinità con l'educazione ricevuta"
Platone era convinto che la musica fosse estremamente influente sullo spirito di una persona e che possedesse, per questa ragione, una funzione di natura etico-educativa (riuscendo a parlare allo spirito dei fanciulli prima ancora della ragione.

La musica trova il suo compimento, secondo Platone, nell'amore del bello; e, soprattutto, la vera musica è musica semplice, non doppia, né molteplice (così come l'uomo vero non può essere doppio né molteplice)


Avendo la possibilità di esprimersi attraverso il mezzo sonoro, le persone possono sperimentare un’evasione costruttiva dal proprio isolamento emozionale. La musica in questo caso può offrire alla persona malata la possibilità di percepire ed esprimere le proprie emozioni, di mostrare, di comunicare i propri sentimenti o stati d’animo attraverso un tipo di linguaggio non-verbale.

Per questi motivi è ipotizzabile che, da questo tipo di attività, possano trarre i maggiori benefici persone che presentano alti livelli alessitimici, in quanto viene offerto loro un canale comunicativo, diverso dalla parola, che può facilitare l’espressione emozionale che prima invece risultava problematica.


ALESSITIMIA

Non esistono, a quanto ci risulti, ricerche che documentino gli effetti della musicoterapia sull’alessitimia.

Si definisce alessitimia (o alexitimia) un insieme di deficit della competenza emotiva ed emozionale, palesato dall'incapacità di mentalizzare, percepire, riconoscere e descrivere verbalmente i propri e gli altrui stati emotivi. Viene attualmente considerato anche come un possibile deficit della funzione riflessiva del Sé. Letteralmente significa "non avere le parole per le emozioni ”
Il termine Alessitimia fu coniato da John Nemiah e Peter Sifneos all'inizio degli anni settanta, per definire un insieme di caratteristiche di personalità evidenziate nei cosiddetti pazienti psicosomatici. Il nome venne divulgato per la prima volta nel 1976 alla XI° Conferenza Europea sulle Ricerche Psicosomatiche.

L'alessitimia si manifesta nella difficoltà di identificare e descrivere i propri sentimenti, ed a distinguere gli stati emotivi dalle percezioni fisiologiche. I soggetti alessitimici hanno grandi difficoltà ad individuare quali siano i motivi che li spingono a provare od esprimere le proprie emozioni, ed al contempo non sono in grado di interpretare le emozioni altrui. La loro capacità immaginativa ed onirica è ridotta, talvolta inesistente; mancano di capacità d'introspezione, e tendono ad assumere comportamenti conformati alla media. I soggetti alessitimici tendono anche a stabilire relazioni di forte dipendenza o, in mancanza di essa, preferiscono l'isolamento.
L'alessitimia è risultata significativamente correlata a numerose condizioni patologiche di Dipendenza e compulsione oltre che a patologiche sia di natura psicosomatica che psicologica, come l'ipertensione, la dispepsia i disturbi sessuali, ed alcuni disturbi d'ansia.
L'alessitimia è stata associata ad uno stile di attaccamento insicuro-evitante, caratterizzato da un bisogno talvolta ossessivo di attenzioni e cure.

Processo psichico frequente nei soggetti con tratti di personalità alessitimici è l'incapacità di mentalizzare e simbolizzare l'emozione. L'emozione viene vissuta per via somatica (direttamente sul corpo e senza elaborazione mentale), e non interpretata cognitivamente, né concettualizzata per immagini mentali o parole che la sintetizzino e contengano. L'emozione è, per il soggetto alessitimico, la mera percezione fisica, disregolata e presimbolica, dei correlati psicofisiologici dell'attivazione emotiva.

Sono tre le caratteristiche ritenute alla base del disturbo:

la difficoltà nell'identificare i sentimenti;

la difficoltà nel descrivere i sentimenti altrui;

il pensiero orientato quasi solo all'esterno, e raramente verso i propri stessi processi endopsichici.

Dal punto di vista psicodiagnostico sono 3 gli strumenti specifici per valutare l’alessitimia : la TAS-20 (Toronto Alexithymia Scale), una scala psicometrica di autovalutazione a 20 domande (item),il test proiettivo TAT (Tematic apperception test) e il SAT9 (Objectively Scored Archetypal Test).

E’ stata rilevata significativa presenza di tratti alessitimici nei pazienti psicosomatici, oncologici e affetti da dipendenza patologica.

La proverbiale difficoltà di questi pazienti alla riflessione , alla consapevolezza di sè e della realtà, la loro propensione ad un pensiero concreto e operatorio con difficoltà di astrazione, rappresentazione e simbolizzazione rende molto difficile un approccio psicoterapeutico .

I pazienti psicosomatici , dipendenti patologici e in qualche caso oncologici (qui bisogna anche aggiungere la variabile dell’ età cronologica e mentale) non possono associare liberamente nè analizzare i sogni o parlare dei loro sentimenti: tutto ciò rende impossibile il lavoro terapeutico secondo i metodi psicoanalitici usuali.

Con questi pazienti compare un transfert, che si potrebbe chiamare ‛transfert psicosomatico', che presenta modalità simbiotiche di relazione col terapeuta : il paziente offre al terapeuta il suo corpo malato e bisognoso di aiuto, eludendo per questa via il rapporto diretto. Non ci si rapporta cioè direttamente ma sempre e solo attraverso il sintomo , una specie di terzo oggetto della relazione.

Nella sua vita il paziente psicosomatico non ha appreso, di norma, a confrontarsi costruttivamente con gli altri in quanto personalità fornita di una propria identità; la sua realtà psichica, infatti, è esclusivamente quella della persona malata e bisognosa di aiuto.

Tutto questo rende estremamente difficile il lavoro terapeutico, rendendo necessari approcci diversificati che, spesso, escludono un approccio psicoterapeutico diretto. Ci si trova così a muoversi in una zona grigia, (buona metafora trattando di un congelamento delle emozioni), il che rende necessaria l’individuazione di nuove coordinate di orientamento e di esplorazione.

Per questo motivo è fondamentale poter disporre di strumenti pedagogici specializzati che siano propedeutici ad una successiva psicoterapia secondo un’ ottica processuale e polifasica.

Le ricerche Neuroscientifiche hanno ipotizzato che l'alessitimia potrebbe derivare da una rottura della comunicazione tra i due emisferi, impedendo che i segnali provenienti dalle regioni emotive, prevalentemente di destra, possano raggiungere le aree del linguaggio,  nella sinistra. 
«E'necessario un trasferimento emozionale, al fine di verbalizzare ciò che  senti", dice Katharina Goerlich Dobre della R.W.T.H. Aachen University. 
Questa disconnessione è stata notata, più drammaticamente, quando i chirurghi hanno cercato di curare forme di epilessia  farmaco resistente ,tagliando le fibre che collegano i due emisferi;  le convulsioni si erano ridotte ma i pazienti apparvero emotivamente muti . Meno clamorosamente, Goerlich Dobre ha scoperto attraverso scansioni cerebrali che alcune persone con alessitimia sembrano avere connessioni anormalmente dense a livello del corpo calloso. Questo potrebbe creare un rumore nel segnale (un po 'come una radio sintonizzata male) che impedisce la traduzione emotivo verbale.
Sembra chiaro che ci possono essere molti tipi di alessitimia . 
Mentre alcuni potrebbero avere difficoltà a esprimere le proprie emozioni , altri potrebbero in primo luogo ,anche non essere consapevoli dei sentimenti   . 
Richard Lane, University of Arizona,  confronta la cecita emotiva degli alessitimici con persone che sono diventato cieche dopo un danno alla corteccia visiva ,e che  pur avendo gli occhi sani , non possono vedere le immagini . 
Allo stesso modo , un circuito neurale emozionale danneggiato potrebbe impedire che la tristezza , la felicità o la rabbia divengano coscienti. 
Goerlich e Dobre , ha riscontrato una riduzione dei neuroni, nelle aree della corteccia cingolata che presiedono  alla consapevolezza di sé : questo puo comportare un blocco della rappresentazione cosciente delle emozioni .
André Aleman dell' University Medical Centre di Groningen, Paesi Bassi , ha rilevato  carenze in settori neurali connessi con la funzione dell' attenzione quando gli alessitimici guardano immagini cariche emotivamente : era come se il loro cervello semplicemente non  registrasse i sentimenti .


LE ARTI , LA CLINICA.

Uno di questi strumenti è la mediazione operata attraverso lo strumento espressivo non verbale, che consente l’emersione di contenuti mentali ancora privi di lessico per essere detti a parole in primis a sè stessi e poi comunicati agli altri.

Ci troviamo di fronte ad un analfabetismo emotivo e dobbiamo , cioè, prima “alfabetizzare” il paziente per permettergli successivamente di “leggere” e divenire consapevole delle emozioni che soggiacciono al sintomo.

Dare un nome all’emozione, al proprio stato d’animo, riconoscerla e condividerla in un processo terapeutico può essere più facile se, aggirando le difese del codice verbale, si sceglie di utilizzare (e qui, propedeuticamente e terapeuticamente, si scelgono le modalità che rendono possibile l’ingaggio), l’uso di codici espressivi alternativi, più raffinati e finalizzati, non necessariamente in senso estetico, che possono essere anche usati parallelamente a questo e che alla parola consentiranno un supporto.

E’ qui che il ricorso a tecniche, materiali, prassi artistiche può essere utile:

La nozione di arteterapia è intesa come uso di materiali, codici, procedure e tecniche propri della prassi artistica, la terapia come presa in carico, relazione d’aiuto e percorso strutturato e verificato.

L’arteterapia si fonda su un’esperienza non verbale e si avvale del potenziale terapeutico e riabilitativo insito nel processo creativo. L’atto creativo può far affiorare emozioni, conflitti, problematiche, bisogni e può dare inizio all’avventura della messa in forma di tutto ciò, attraverso la creazione di oggetti di mediazione che, pur utilizzando, strumenti e codici della prassi artistica, vanno valutati e considerati secondo la loro carica espressiva, sia essa latente o consapevole.

La relazione tra arti terapie e psicoanalisi.

Dalla seconda metà del XX secolo l'Arte terapia o terapia espressiva, è una tecnica psicologica di trattamento per i disturbi psichici la cui applicazione permette una comunicazione senza parole. Condivide con il processo della comunicazione artistica il contenuto inconsapevole, rimosso e represso, espresso con linguaggio metaforico o simbolico. Questo fenomeno è utilizzato in Psicoanalisi per l'analisi dei contenuti inconsci la cui espressione è facilitata dalla spontaneità ed impulsività del mezzo così come accade nei sogni, nelle associazioni libere, negli atti mancati età. (Freud)

L'arte terapia punta sull’espressione dell'inconscio attraverso un'attività veloce ed impulsiva che poi richiede un lavoro aggiunto psicoterapico d’analisi dinamico o psicoanalitico attraverso la verbalizzazione.

La rappresentazione diventa espressione e la metafora per analogia assume il carattere simbolico che può essere sottoposto ai processi d’insigth .

La Psicoterapia si conclude pertanto con l'elaborazione verbale e la presa di coscienza di contenuti inconsci oggetto di rimozione attraverso la liberazione agita d’oggetti repressi.

L’interesse della psicologia, della psicoanalisi e della psichiatria nei confronti dell’arte arriva da lontano, già Sigmund Freud nel 1905-1907 nei due saggi "Il motto di spirito e le sue relazioni con l’inconscio” e “Il poeta e la fantasia “aveva collegato l’esperienza ludica del bambino ed il processo dell’immaginario nella vita adulta.

Ernst Kris, psicoanalista e studioso di estetica e di storia dell’arte rifacendosi al saggio di Freud sul motto di spirito, considera la sublimazione una via importante per la comprensione dell’attività artistica, attribuendole però una funzione più ampia rispetto a quella difensiva in cui la psicoanalisi classica l’aveva relegata.

E’ nell’ambito della psicoanalisi infantile che il gioco, la creatività e la fantasia acquistano una specifica rilevanza in qualità di processi intermedi tra conscio ed inconscio: Anna Freud introduce la tecnica del disegno, mentre Melanie Klein approfondisce il metodo del gioco spontaneo.

Negli anni ’60 e ’70 la pratica dell’arteterapia viene influenzata dal contributo psicoanalitico di Donald W. Winnicott, che nel suo libro Gioco e realtà (1971) considera il rapporto psicoterapeutico come un’esperienza di gioco dove i bambini manipolano delle cose e gli adulti combinano delle parole. In questa esperienza l’analista non è uno spettatore, ma si immerge nel gioco: nella tecnica dello scarabocchio bambino e terapeuta intervengono a turno sullo stesso disegno. E’ proprio nella compenetrazione delle esperienze che si può scorgere quella zona intermedia che Winnicott chiama “spazio transizionale”, dove i confini psichici precostituiti si fondono e i processi transizionali, il gioco, la creazione e la fantasia consentono di infrangere le barriere tra il dentro e il fuori.

Un’altra grande psicoanalista, Marion Milner, si è occupata di psicoterapia a mediazione artistica sottolineando nell’espressione artistica un forte bisogno di fusione con la materia ed una perdita transitoria di differenziazione tra sé e l’oggetto.


Neuroscienze e attività espressive : l'accesso alla memoria implicita.

Come afferma LeDoux (1996), "i sentimenti emotivi risultano dal fatto che diventiamo coscienti dell'attività di un sistema cerebrale emotivo . Gli stati del cervello e le risposte del corpo sono i fatti fondamentali di un'emozione, e i sentimenti coscienti sono solo decorazioni, la ciliegina sulla torta emotiva" .

La memoria implicita è un'area della mente di natura preverbale e presimbolica, risalente per lo più ai primi due anni di vita, dunque a una fase dello sviluppo in cui non sono ancora mature le strutture nervose necessarie al funzionamento della memoria esplicita, di per sé autobiografico-narrativa e come tale accessibile alla coscienza e verbalizzabile. Infatti la memoria esplicita dipende dall'ippocampo e dalle aree corticali temporali e baso-frontali, strutture appunto non sufficientemente attive nelle prime fasi della vita. In queste fasi invece altre strutture, soprattutto la corteccia posteriore temporo-parieto-occipitale - in particolare dell'emisfero destro - e ancora poi l'amigdala, sono già pienamente attive, e determinano perciò la quasi esclusiva archiviazione delle più fondamentali esperienze in un "formato" non accessibile alla coscienza, non verbalizzabile e caratterizzato da un'intensa sensorialità affettiva.

Da queste evidenze deriva l'idea secondo cui l'attività mentale successiva, più adulta, a forte predominanza logico-riflessiva, si trovi inconsapevolmente costretta a rielaborare un serbatoio di vissuti che le sfuggono, perché archiviati in un formato motorio, sensoriale ed emotivo che soltanto la concomitante modalità extra-riflessiva, non verbale, artistica, espressiva può invece "raccogliere". Anzi, la modalità extra-riflessiva tenderebbe automaticamente a raccogliere e a incanalare questo genere di vissuti, offrendo la "traduzione" a loro più vicina, vale a dire quella non-narrativa, racchiusa in "insiemi" percettivo-affettivi di tipo globale e non-sequenziale.

La modalità extra-riflessiva consentirebbe a tali vissuti l'unica via di sbocco realmente confacente, perché composta degli stessi processi e dello stesso "linguaggio", vale a dire processi e linguaggi di natura commistamente psicofisica, vale a forte connotazione corporeo-affettiva..
Questa capacità del "pensare extra-riflessivo", consistente nell'attingere in via diretta aree mentali che sono sede di esperienze e di ricordi non-pensabili, permetterebbe quindi di riattraversare queste "tracce", tentandone così la "reinscrizione" in un nuovo formato definito. Tale reinscrizione consentirebbe una pensabilità sensoriale-emotiva, la quale - in quanto è comunque cognizione e coscienza - può condurre al superamento di traumi, di conflitti o di altri nodi emotivi. Questi altrimenti resterebbero depositati in un formato che sfugge alla psiche e che perciò tende di continuo a invaderla e a minarla.

Da questo punto di vista un disegno o un brano musicale sono significativi, per la comprensione del mondo interno di un paziente, quanto il verbale di un colloquio. Quello che è importante non è infatti l’esercizio di abilità musicali, grafiche o plastiche, che non sono necessarie e che, a volte, dove presenti, sono solo una ulteriore difesa razionale da contenuti emotivo affettivi carichi di sofferenza.

Quello che interessa all’arte terapia è la significatività nell’ utilizzo del materiale musicale e sonoro, dello spazio, del colore, del tratto, dei contenuti e la possibilità di una sua leggibilità a vantaggio del paziente (P.Pozzi,2010) che permetta di alfabetizzarlo , spesso ex novo, dal punto di vista emotivo affettivo. Secondo la teoria del codice multiplo della Bucci (1997), infatti, gli schemi emotivi comprendono elementi subsimbolici (insieme di sensazioni sensoriali, viscerali e cinestesiche , importanti nella musico per esempio) e simbolici (immagini e parole) legati fra loro da connessioni referenziali la cui qualità è riflessa nei discorsi e nella narrativa degli individui. L’alessitimia implica l’assenza o la disconessione referenziale e, per questa ragione, le emozioni risultano collegate molto debolmente con le immagini ,i suoni e con le parole, venendo così vissute come sensazioni somatiche, percezioni o impulsi agiti poco differenziati.

La Musica .

Secondo la definizione ufficiale data dalla “World Federation of Music Therapy”, in occasione del VII Congresso Mondiale di Musicoterapia (Amburgo, 1996):

“La musicoterapia è l’uso della musica e/o dei suoi elementi (suono, ritmo, melodia e armonia) per opera di un musicoterapista qualificato, in rapporto individuale o di gruppo, all’interno di un processo definito, per facilitare e promuovere la comunicazione, le relazioni, l’apprendimento, la mobilitazione, l’espressione, l’organizzazione e altri obiettivi terapeutici degni di rilievo, nella prospettiva di assolvere i bisogni fisici, mentali, emotivi, sociali e cognitivi.

La musicoterapia mira a sviluppare le funzioni potenziali e/o residue dell’individuo, in modo che egli possa ottenere una migliore integrazione sul piano intrapersonale e/o interpersonale e, conseguentemente, una migliore qualità della vita attraverso la prevenzione, la riabilitazione o la terapia”.

In termini generali, la musicoterapia è una disciplina che si pone l’obiettivo di instaurare una relazione terapeutica stabile tra musicoterapista e paziente attraverso il canale non-verbale e l’uso del canale corporeo sonoro-musicale. Questo favorisce l’acquisizione da parte del paziente di nuove possibilità comunicative con se stesso e con gli altri.

Secondo Alvin (1986), la musica e gli strumenti musicali facilitano il processo terapeutico, mediando la relazione paziente/terapista, e sostengono il peso del transfert. In questo modo, invece di proiettare emozioni e affetti conflittuali sul terapista, il paziente usa gli strumenti e i suoni che questi emettono per elaborare i sentimenti rivolti a se stesso e alle persone più significative della propria vita.

La musica può veicolare affetti e fantasie (che altrimenti non troverebbero spazi adeguati d’espressione), è in grado di dar voce all’emozioni permettendo di dare meno importanza al pensiero razionale, può facilitare l’ascolto del proprio corpo e di quello dell’altro e creare una sorta di “oasi sonora” nella quale sperimentare una calma emotiva associata ad un rilassamento corporeo.

Barenboim (La musica sveglia il tempo ) ha contribuito a sviluppare una comprensione psicologica e filosofico spinoziana della musica, a partire dalla sua grande esperienza di direttore d'orchestra e non dalla conoscenza professionale della psicologia . Questo conferisce alle sue riflessioni caratteristiche di particolare acume e interesse per chi si occupa di musicoterapia.

Per esempio Barenboim  dice che “l’operazione di legare le note mi ha insegnato la relazione tra individuo e gruppo:ogni suono ha una durata. “In musica l’espressività è data dal collegamento fra le note, che noi chiamiamo con l’espressione italiana legato. Il legato impedisce a una nota di sviluppare il suo io naturale, ovvero di diventare tanto importante da mettere in ombra la nota precedente. Ogni nota deve essere consapevole di sé ma anche dei propri limiti; le stesse regole che si applicano agli individui nella società si applicano anche alle note musicali”.
Ogni nota merita la stessa attenzione di tutte le altre e ha la stessa responsabilità nella riuscita dell’esecuzione, ma non tutte le note sono uguali. Vi sono note che segnano momenti e situazioni musicali cui è demandata una grande espressività. Ciò nonostante, anche queste note, debbono tener conto delle altre, non possono offuscarle pena il fallimento dell’esecuzione.

Per l’uomo è necessario contribuire alla società in maniera individuale; ciò fa sì che l’intero sia maggiore della somma delle parti. Individualismo e collettivismo non devono essere reciprocamente esclusivi; in realtà, insieme riescono a potenziare l’esistenza umana.”

La musica è fatta di sensibilità musicale –“una inclinazione istintiva o intuitiva al suono come mezzo di espressione-e comprensione intellettuale.
“La musica è sempre filosoficamente contrappuntistica. Anche quando è lineare in essa coesistono elementi opposti, a volte persino in conflitto tra di loro”.
“In musica due o più voci si esprimono simultaneamente; ognuna si esprime nella sua forma più piena e al tempo stesso ascolta l’altra”.
Barenboim cita Wagner, il quale scrisse che i direttori di orchestra tedeschi non sapevano nulla del tempo esatto “perché non capiscono nulla di canto”.
Attraverso il canto corale si impara una grande regola del fare musica.
"Ogni volta che si suona, in un ensemble da camera o in un’orchestra, si devono fare nello stesso tempo due cose molto importanti. Una è esprimersi-altrimenti non si sta contribuendo all’esperienza musicale-l’altra è ascoltare gli altri musicisti, il che è indispensabile per fare musica...non basta eseguire benissimo la propria parte; se non si ascolta, il proprio suono può diventare così forte da coprire le altre parti, o così sommesso da non essere più udibile”.

Sui rapporti fra il cervello e il cuore  Barenboim dice che: “Ai bambini si può insegnare l’ordine e la disciplina attraverso il ritmo e la musica.”
La musica è fatta di sensibilità musicale –“una inclinazione istintiva o intuitiva al suono come mezzo di espressione-e comprensione intellettuale.
Il musicista sente la sua partitura come emozione dentro di sé che vuole esprimere fuori di sé. Per renderla trasmissibile occorre studio e pensiero, riflessione e ordine. Rispetto.
“I giovani che conoscono la passione per la prima volta e perdono ogni senso di disciplina possono capire attraverso la musica come passione e disciplina possano coesistere-persino la frase più focosa deve avere alla base un senso dell’ordine.

"In definitiva, quella che forse è la lezione più difficile per l’uomo-imparare a vivere con disciplina e nondimeno con passione, nella libertà e nondimeno nell’ordine-traspare con chiarezza da ogni singola frase musicale.”


Bibliografia

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Barenboim D. " La musica sveglia il tempo ", Feltrinelli.,http://ineziessenziali.blogspot.it/2008/01/la-
                                                                                             musica-sveglia-il-tempo.html

Bucci W. “Symptoms and symbols: A multiple code theory of somatization”, Psychoanalytic Inquiry, 17(2), 151-172, 1997.

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LA DIPENDENZA DA INTERNET E LE DIPENDENZE SESSUALI di Guglielmo Campione


I termini dipendenza, abuso o addiction sono stati finora utilizzati con riferimento a sostanze chimiche, ma ormai sempre più spesso si ritrovano nella letteratura scientifica riferimenti alle cosiddette "nuove dipendenze".

Le nuove tecnologie hanno rivoluzionato l'economia, il nostro modo di lavorare, di studiare, di pensare ma si sono sviluppate anche delle vere e proprie patologie legate ad un uso problematico di Internet e dei suoi servizi: lo shopping compulsivo in Rete, il gioco d'azzardo, il trading on-line (giocare in Borsa attraverso Internet), la chat dipendenza e le relazioni nate in Rete, i Cybersesso dipendenti e l"information overloading addiction", la dipendenza da informazioni.

In alcuni casi il web può, non diversamente da quel che accade nelle altre condotte patologiche da dipendenza, giungere a diventare il fulcro della vita di una persona tanto da oscurare completamente la sua vita privata e relazionale e influenzare negativamente il suo rendimento lavorativo.

Come in tutte le dipendenze patologiche è, dunque, sempre importante, per un clinico, valutare le difficoltà di relazione, le convinzioni patogene e disadattive, le situazioni sociali carenti e le concomitanti psicopatologie più frequenti come il disturbo ossessivo e i disturbi dell’umore.

Secondo Maslow alcuni servizi come le chat, le mailing list, e i newsgroup facilitano il contatto interpersonale, il riconoscimento sociale, il senso d'appartenenza e l'autorealizzazione.

Il web è diventato con il passare del tempo sia un contenitore d’informazioni e materiale, nel quale ricercare, in un ambiente protetto da anonimato, stimoli ed emozioni sia un luogo d’accesso a relazioni amichevoli, sentimentali o sessuali per la ricerca di materiale sessuale e di contatti personali a scopo sessuale e per praticare il cybersex o per organizzare incontri.

Da questo punto di vista il web si presenta come un contenitore emotivo, come luogo neutro ideale per la proiezione di pulsioni e la produzione di fantasie e come occasione per sperimentare nuovi comportamenti.

In realtà spesso non vi è ricerca di relazioni oggettuali vere e proprie ma di relazioni opportunistiche con soggetti che, per le proprie caratteristiche di personalità, calamitano e favoriscono la scarica di bisogni pulsionali poco elaborati.

Secondo la Young chi soffre di Internet addiction disorder(IAD) non frequenta la rete per necessità o per svago, ma risponde ad un impulso incontenibile di usare Internet per il maggior tempo possibile, con l'inevitabile compromissione della propria sfera socio-affettivo-lavorativa.

La durata interminabile dei collegamenti è, infatti, una caratteristica immancabile di questa dipendenza, mentre le altre attività e gli altri rapporti passano gradualmente in secondo piano, fin quasi a scomparire dal panorama quotidiano ed affettivo dell'Internet-dipendente.

L'impossibilità a collegarsi, evento comune a chi naviga (rete intasata, virus, server temporaneamente sospeso, ecc.), è vissuto con un disagio profondo, un senso di privazione e di angoscia che può culminare in vere e proprie crisi d'astinenza

I fattori di rischio per lo sviluppo della IAD sono:


soggetti compresi fra i 15 e i 40 anni,


difficoltà comunicative legate a problemi psicologici, psichiatrici, emarginazione, problemi familiari e relazionali;

'elevato grado di informatizzazione negli ambienti lavorativi.


lavori notturni e isolati


l'isolamento geografico


Le fasi cliniche del disturbo consistono in:

a) una fase iniziale, caratterizzata da attenzione ossessiva per la posta elettronica, focalizzazione ideo-affettiva sui temi inerenti il web;

b) una fase tossicofila, con progressivo incremento del tempo di permanenza in Rete e sensazione di malessere quando non si è collegati, collegamenti in ore notturne con perdita di sonno;

c) una fase finale tossicomanica caratterizzata da collegamenti così prolungati da compromettere la vita personale, sociale e professionale.


RICERCHE ITALIANE

Cantelmi precisa di aver avuto l’opportunità di esaminare, dal 1996 al 2000, solo sei pazienti rete-dipendenti (4 maschi e 2 femmine), giovani adulti di livello culturale medio-alto.

I soggetti rientrano nella fascia d’età considerata a rischio per l’insorgenza della dipendenza da Internet (tra i 30 e i 35 anni).

Tutti i pazienti, che utilizzano Internet da più di sei mesi, riferiscono di passare molte ore settimanali in rete (fino a 50), lamentando apatia, ansia, irrequietezza e anedonia off-line, nonché una marcata compromissione della vita relazionale, scarso interesse per le relazioni interpersonali e diminuito rendimento professionale. Cantelmi (2000) ha proposto la classificazione di due tipi di “retomani”: gli IA (internet addiction) con pregressa patologia, rappresentati da pazienti con disturbi nell’area affettiva o con tratti ossessivo compulsivi e gli IA senza pregressa psicopatologia nei quali lo sviluppo della sindrome da internet dipendenza dà valore all’ipotesi secondo la quale il rischio psicopatologico dell’uso della rete deriva dalle stesse caratteristiche tecniche della comunicazione telematica, che consentirebbero al soggetto di vivere una condizione di onnipotenza .(Varaschini A.2002).

In Italia V.Caretti ha introdotto il termine di trance dissociativa da videoterminale: e’ un importante fenomeno dissociativo che si manifesta con depersonalizzazione, diffusione dell'identità, esperienze sensoriali bizzarre, che accosta le condotte on-line alle psicosi.

Esso si verifica durante o dopo un lungo collegamento in rete e consiste in un’alterazione temporanea dello stato di coscienza, e/o in una sostituzione del senso abituale dell'identità personale con un'identità alternativa.

Si ritiene che essa possa essere il risultato di una condizione difensiva che nasce da una pregressa psicopatologia, per esempio una fobia sociale; l'esposizione protratta agli stimoli innumerevoli della rete può, in alcuni casi, fungere da stressor aggiuntivo in soggetti predisposti.

La psicanalisi e le relazioni virtuali.

Devo in parte questo excursus alla consultazione dell’interessante tesi di laurea in psicologia di Alessandra Maraschini “La dipendenza da Internet: un approccio psicodinamico”.(15)

Molti autori hanno sottolineato la somiglianza del web al mondo onirico: molte persone, infatti, sono attratte dagli ambienti virtuali che, come i sogni, soddisfano il bisogno di evasione, incoraggiando modalità di pensiero inconsce, tipiche del processo primario.

Questi utenti possono inoltre utilizzare il cyberspazio per sperimentare identità diverse attraverso la messa in scena della propria maschera (ad esempio nelle chat, traendo vantaggio da un contesto facilitante e deresponsabilizzante e da una modalità di accesso on-off al luogo esperienziale della rete.

“In termini psicanalitici, il computer e il cyber spazio ( introdotto da W.Gibson in “Neuromancer”), secondo Suler (1996) possono diventare una sorta di spazio transizionale che si configura come un’estensione del mondo intrapsichico della persona e può essere sperimentato come un’area intermedia tra il sè e l’altro. Leggendo sul loro schermo il testo di un e-mail si può avere la sensazione che la nostra mente si fonda o confonda con quella dell’autore, in uno spazio psicologico che diventa un’estensione della nostra mente conscia e inconscia. Winnicott (1951) coniò il termine di spazio transizionale e oggetto transizionale per descrivere l’area intermedia di esperienza fra il sé e l’altro, fra il dito da succhiare dei primissimi mesi e l’orsacchiotto del periodo successivo, fra l’erotismo orale e il vero e proprio rapporto oggettuale.Un oggetto transizionale è contemporaneamente concreto e fantasmatico, creando un’esperienza intermedia tra esterno e interno. Il bisogno dell’oggetto transizionale si manifesta in momenti di frustrazione, quando l’impatto con la realtà è troppo forte. Esso ri-presentifica, nei momenti di assenza, la presenza della madre, in una dimensione di controllo e dominio dell’oggetto che il simbolo rende possibile. E’ un sostituto materno che consola e protegge nell’assenza.(15).

Il cyberspazio transizionale è accessibile ad ogni ora, controllabile in ogni momento.

Il desiderio di controllo dell’interiore attraverso il controllo sull’esteriore è molto facilitato in internet (Turkle 1984). La relazione virtuale così super-controllabile può fornire l’illusione di specchiarsi vedendo il proprio io ideale nell’altro. La relazione viene usata come mezzo di conferma narcisistica. Come per il Freud di ”Introduzione al narcisismo” è possibile amare l’altro in quanto egli rappresenta ciò che siamo stati, ciò che non siamo mai stati ma avremmo voluto essere, ciò che potremmo essere in futuro. Secondo Balint (1968) il bisogno compulsivo di un rapporto armonioso con l’ambiente è da ritenersi primario e fondamentale. Se questo bisogno non viene soddisfatto si produce una mancanza di cui il narcisismo, come sforzo per rendersi indipendente dal mondo frustrante, è una delle espressioni difensive.

Il web rappresenta un occasione o una serie di occasioni narcisistiche: ci si può presentare come si vorrebbe essere o si vorrebbe essere visti dagli altri, permettendo di fuggire dal contatto reale e dalla valutazione reale tanto temuta perché frustrante e non controllabile.

Si capisce perché allora il tema dell’identità è così importante in questo discorso. La sperimentazione di diverse identità (identità multiple) anche sessuali (gender swapping, in prevalenza uomini ) è una delle potenzialità della rete che può generare addiction. La Young riporta a questo proposito alcune testimonianze paradigmatiche: ”Il web è l’unico posto in cui la mia opinione valga qualcosa e mi sento importante. Di giorno sono un marito affettuoso ed un lavoratore coscienzioso ma di notte premendo un tasto, mi trasformo nel bastardo più aggressivo che lei possa immaginare. E nessuno sa che sono io a fare questo. Penso che questo mi impedisca di andare realmente a fare male agli altri, ad esempio, picchiare mia moglie. Sono spaventato per questo ed ho bisogno di aiuto”.(15).

Pravettoni (2002) ha cercato di distinguere tre tipologie di persone che si rivolgono al web:

chi usa la rete come mezzo per incontrare un altro che, in un interazione dialettica gli permetta di superare un momento di disagio. Gli altri utenti cioè fanno da “ terapeuti”mentre lo spazio della rete diventa una specie di spazio sicuro in cui parlare o piangere ed elaborare.
chi usa la rete per inscenare continuamente e compulsivamente i propri problemi senza alcuna elaborazione avendo trovato un posto sicuro e degli interlocutori disponibiliad ascoltarlo. Questo trend è da ritenersi precursore di dipendenza.
Chi usa la rete come specchio per vedere la propria immagine più chiaramente. Questo ricorda il metodo autobiografico e la funzione terapeutica della scrittura ed il web assomiglia alla carta: l’individuo cerca di rimettere in ordine le proprie idee e riorganizzare il proprio sé.(15).

Ancora una volta viene sottolineata dai clinici la valenza narcisistica di queste relazioni, il loro uso strumentale e seduttivo dell’altro. Il desiderio di sedurre o manipolare può essere considerato come il modo per attenuare la propria disistima profonda. Se si riesce a convincere l’altro, anche se con l‘artificio della maschera e dell’identità fittizia, vorrà dire che si può dominarlo, controllarlo, producendo un valore che diventa per l’altro desiderabile e incrementando in tal modo la propria percezione di competenza nel soddisfare i propri bisogni.

Se- durre, dal latino condurre a sé, significa legare l’altro a sé e soddisfare i propri bisogni sociali e sessuali. In genere si tratta di persone che faticano nell’interazione vis a vis, nell’intimità, per eccessivi timori sulla propria immagine corporea e sessuale. L’intimità, infatti, si raggiunge quando si supera il confine della parte più segreta di noi, quando si permette all’altro di violare questo confine. Per far questo è necessario che l’altro non intimorisca, non appaia minaccioso in qualche modo. In rete si può appare invece meno minacciosi soprattutto perché si ha a disposizione un linguaggio tutto verbale, interpretabile, meno denso, che lascia più spazio ai movimenti difensivi, alla polisemia, all’ambivalenza.

“Il web può diventare quindi un rifugio. A tal proposito ricordiamo che già Fonagy e Target (2001 avevano parlato di mentalizzazione di luoghi mentali. Steiner (1993) li ha definiti rifugi della mente (“…il rifugio funziona come una zona della mente in cui non si deve affrontare la realtà, in cui le fantasie e l’onnipotenza possono esistere senza controllo e qualunque cosa è permessa. E’ spesso questa caratteristica che costituisce l’attrattiva del rifugio per il paziente, o di solito comporta l’utilizzazione di meccanismi perversi e psicotici…”).(15).

I rifugi della mente si possono intendere come luoghi mentali ossessivo compulsivi o riti magici in cui ci si ritira quando la realtà è insopportabile, in cui si automedica l’io danneggiato per un lutto o per una perdita dolorosa. La perdita non elaborata comporta angoscia, dolore e quella costante sensazione di pericolo che Bion definì terrore senza nome”.(15).

Il concetto di luogo mentale fa appunto pensare a Bion quando parla della madre come oggetto contenitore esterno in grado di accogliere e rendere pensabili gli stati mentali primitivi, i dati grezzi dell’esperienza, sperimentati come angosciosi e dolorosi in quanto privi di significato e proiettati all’esterno tramite l’identificazione proiettiva: i cosiddetti elementi beta.

…Tale funzione materna viene definita da Bion “Reverie” o funzione alfa e corrisponde a quello stato di calma ricettività che accoglie i sentimenti caotici del bambino e gli da significato, calmando quindi dolore e angoscia. Come dice Fonagy, cioè, ”… il cogito ergo sum cartesiano non può più funzionare come modello psicodinamico della nascita del sé. Il costrutto dovrebbe essere invece: la mamma pensa a me come a qualcuno che pensa e dunque io esisto come essere pensante”.Citando Hegel della “Fenomenologia dello spirito” Fonagy fa notare che è solo attraverso la conoscenza della mente dell’altro che il bambino sviluppa il pieno possesso della natura degli stati mentali. Ed è quindi anche vero che, come dice la Main, l’incapacità a comprendere la natura meramente rappresentazionale del pensiero proprio e di quello degli altri rende il bambino ( le persone) vulnerabili dinanzi a comportamenti poco coerenti. Non sono cioè in grado di trascendere l’immediata esperienza e di arrivare a comprende la differenza tra esperienza immediata e lo stato mentale sottostante. E’ come se costoro prendessero tutto alla lettera e non fossero in grado di andare oltre (metacognizione).Questo li espone a ritenere gli stati rabbiosi del genitore come dovuti alla propria cattiveria e non allo stato mentale della madre. I bambini borderline possono cioè essere figli di genitori borderline.

“Secondo V.Caretti i rifugi della mente servono a neutralizzare e controllare l’angoscia di morte e l’aggressività di tipo primitivo, ma in quei soggetti in cui le problematiche collegate alla distruttività sono particolarmente disturbanti, il rifugio mentale può giungere a dominare la psiche dando luogo ad una patologia che va dal ritiro dal mondo oggettuale, alle attività autoerotiche, all’aggressività contro sé stessi (anoressia e tossicomania) fino ai disturbi dissociativi (trance dissociativa da videoterminale)”.(15).
Comunicando su internet gli utenti regrediscono.
I segni fondamentali di questa regressione, secondo Holland (1995) sono il flamming (comportamento maleducato e compulsivo, con espressioni crude e insulti, il sexual harassment, la straordinaria generosità, tutti fenomeni disinibitori e regressivi.(15).
Holland sottolinea anche come le caratteristiche del setting psicanalitico assomigliano per certi versi alla comunicazione on line: si parla ad una persona che non vediamo ma che pure è presente dal quale si riceve brevi risposte”.(15)
Questo tipo di pazienti che altrimenti difficilmente ricorrerebbero all’aiuto di uno specialista possono essere forse quanto meno agganciati più facilmente attraverso il contatto on-line, utilizzando Internet come un’occasione propedeutica ad una dimensione di vero incontro e dunque, proprio per questo, veramente terapeutica.


LE DIPENDENZE SESSUALI

Il concetto di sex addiction, in quanto tale, è stato coniato nel 1983 da Patrick Carnes.

E’ lecito chiedersi se quest’ennesima etichetta diagnostica corrisponde ad un esclusivo bisogno nosografico di medicalizzare il comportamento sessuale o se davvero rappresenta un progresso nella comprensione del fenomeno.

Il disturbo compare per la prima volta nel 1991 nel DSM III r, tra i disturbi non altrimenti specificati come“ disagio collegato a modalita di conquiste sessuali ripetute o ad altre forme di dipendenza sessuale non parafilica che comportano una successione di persone che esistono solo per essere usate come oggetti”.

Nel 1996 –DAM IV- viene eliminata la dizione dipendenza sessuale e si trova un riferimento nei disturbi sessuali n.a.s ad un “disagio connesso a quadro di ripetute relazioni sessuali con una successione di partner vissuti dal soggetto come cose da usare”.

Attualmente il dibattito scientifico verte su 2 possibili ambiti: dipendenze patologiche (A.Goodman), disturbi impulsivi /disturbi ossessivo compulsivi(Hollander, Cloninger), teoria psicanalitica della compulsione (secondo cui ogni comportamento usato per produrre gratificazione e fuggire da stati interni di angoscia può diventare compulsivo e diventare un disturbo da dipendenza ) e della perversione. In “ Onanismo come possibile forma di dipendenza “( “Trattamento psichico” 1889-1892) Freud fa riferimento alla terapia ipnotica che "...non è utilizzabile soltanto in tutti gli stati nervosi e nei disturbi insorti per’immaginazione', nonché nel divezzamento da abitudini morbose (alcolismo, morfinomania, aberrazione sessuale).

Otto Fenichel (The psychoanalitic Theory of Neurosis -1945) le cataloga come secondo tipo di "nevrosi impulsiva" quello delle "tossicomanie senza droghe".

In un saggio postumo, Ferenczi, afferma che "non si può considerare guarito un alcolista che si è potuto allontanare temporaneamente dalla sua dipendenza nefasta con la disintossicazione e con la suggestione. La disintossicazione deve essere completata con un lavoro psicoanalitico che svela e neutralizza i veri momenti psichici del bisogno compulsivo delle droghe. Capita spesso nel corso di un'analisi di osservare che queste abitudini servivano a mascherare una vita sessuale amorosa disturbata" (Ferenczi, 1927-1933).

Secondo Goodman ci sono sensibili differenze tra dipendenze e fenomeni compulsivi.

Le dipendenze patologiche sono caratterizzate da: attività sessuale come attività di ricerca del piacere e riduzione del disagio, attività sessuale egosintonica (impulsiva ?) e risposta ai farmaci antidepressivi simile a quella nella depressione.

Le compulsioni sono caratterizzati da attività sessuale come attività di difesa (non finalizzata al piacere ma alla riduzione di ansia e depressione), attività sessuale egodistonica, risposta agli antidepressivi diversa a quella nella depressione, e sono legati a fenomeni di eccessività.

Secondo questo autore i criteri per disturbi da dipendenza sono:

1. Frequente espressione del comportamento per un lungo periodo di tempo, maggiore di quanto comunemente inteso.

2. Persistente desiderio di esprimere il comportamento con uno o piu sforzi inefficaci di controllarlo o ridurlo

3. Molto tempo speso in attività necessarie al comportamento o per riprendersi dai suoi effetti

4. Frequenti preoccupazioni per il comportamento e le attività preparatorie

5. Frequente ingaggio nel comportamento nonostante le scadenze lavorative, accademiche, domestiche o sociali

6. Abbandono dei doveri sociali, lavorativi, ricreazionali a causa del comportamento

7. Continuazione del comportamento a dispetto del sapere di avere persistenti e ricorrenti problemi sociali, finanziari, psicologici o fisici causati o esacerbati dal comportamento

8. Bisogno di aumentare l’intensità del comportamento per ottenere l’effetto desiderato o diminuiti effetti con comportamenti della stessa o maggiore intensità

9. Incapacità di rilassarsi e irritabilità se non è possibile agire il comportamento

10. Almeno 3 criteri per fare diagnosi e alcuni sintomi del disturbo devono durare da almeno 1 mese o verificati ripetutamente per un piu lungo periodo

Secondo Carnes il dipendente da sesso instaura una relazione distorta in grado di modificargli l’umore con le cose o le persone. Egli progressivamente passa attraverso fasi nelle quali si ritira dagli amici, la famiglia, il lavoro, la vita segreta diventa piu reale di quella pubblica, sebbene per questa doppia identità sperimenti potenti sentimenti di vergogna. I d.s hanno perso il controllo sulla loro capacita di dire no, sulla loro abilita di scegliere. Il comportamento sex e’ parte di un ciclo di pensieri, sentimenti ed azioni che non possono piu controllare. Invece di gustare il sesso come fonte di piacere il d.s. ha imparato a relazionarsi al sesso per confortarsi dal dolore, prendersi cura di se’, rilassarsi dallo stress.

Contrariamente all’amore, l’ossessionante malattia trasforma il sesso nella relazione primaria o nei propri bisogni per i quali tutto il resto viene sacrificato.

L’euforia dura tanto quanto il rituale sessuale. Mentre per i tossicodipendenti, infatti, l’euforia svanisce lentamente il d.s. si sente inebetito, triste, in colpa, subito dopo l’atto.

Si sentono impostori, truffatori, impostori e codardi ma non abbastanza per smettere anzi questa situazione depressiva riaccende il bisogno dell’euforia e del sollievo.

Il sesso quindi non e’ al centro della dipendenza. L’uso del sesso è funzionale alla fuga dalla solitudine, dal senso di colpa, dalla paura, dalla vera intimità, dall’insicurezza riguardo la propria identità.

Spesso i partners dei pazienti presentano sintomi fisici (sintomi da stress come cefalea, mal di schiena, insonnia, perdita d’energia, disturbi gastrointestinali multipli, depressione, dipendenza da tranquillanti, spese compulsive). Per mascherare sensazioni dolorose, molte/i codipendenti passano a comportamenti bulimici, dipendenza da tranquillanti, superlavoro, superpulizie in casa.

Secondo Carnes le caratteristiche principali delle d.s sono:

• pattern di comportamenti fuori controllo

• gravi conseguenze dovute ai comportamenti

• incapacità di smettere nonostante le gravi conseguenze

• persistente perseguimento di comportamenti autodistruttivi

• crescente desiderio e sforzo di controllare i comportamenti

• ossessione sex. e fantasie come prime strategie di adattamento.

• incremento dell’attività

• gravi cambiamenti dell’umore dovuti ad attività sex.

• smodato aumento di tempo speso nella ricerca di sex. o per riprendersi da esse

• trascuratezza nei confronti di attività sociali, lavorative ecc.

• piacere

• dipendenza fisica

• craving

• astinenza

• compulsione

• segretezza

• cambiamento di personalità

• contraddizione delle proprie convinzioni etiche

ESEMPI DI SEXUAL ADDICTION

1. Fantasie sessuali: dimenticare impegni per fantasie sessuali e o masturbazione compulsiva

2. Attivita di seduzione: adulteri eterosessuali o omosessuali), flirt e comportamenti seduttivi

3. Sesso Anonimo: per una sola notte

4. Pagare per il sesso prostitute, chiamate telefoniche a pagamento.

5. Commerciare in sesso: droghe o soldi per sesso.

6. Sesso Voyeuristico: essere clienti abituali di librerie per adulti o spettacoli di

   spogliarello, guardare dalle finestre delle case.

 Avere collezioni di foto porno a casa o al lavoro.

  Sesso esibizionistico esporsi in luoghi pubblici o in casa o in macchina, spogliarsi, vestire abiti   succinti

8. Sesso Intrusivo: toccare altri senza permesso, usando posizioni di potere lavrativo e religioso

per sfruttare sessualmente altre persone, stupro

9. Scambi dolorosi: causare o ricevere dolore per aumentare il piacere sessuale

10. Sesso con oggetti: masturbarsi con oggetti, scambiarsi indumenti, usare feticci per rituali

sessuali, fare sesso con animali

11. Sesso pedofilo: forzare bimbi ad attività sessuali, guardare foto porno di bimbi


LE COMORBIDITÀ.

La dipendenza sessuale è spesso accompagnata da altre dipendenze.

La comprensione di ciò è importante perché la dipendenza sessuale contribuisce in modo significativo all’epidemia aids e perché gli sforzi per controllare questa dipendenza sono spesso problematici per situazioni coesistenti.

Un recente studio su 823 omosessuali o bisessuali che cercavano una cura di primo livello mostra come il 64 % era coinvolto in storie di comportamenti sessuali rischiosi nonostante questi soggetti sapessero dei rischi e del modo di prevenirli.

Paragonati con il gruppo dei pazienti dediti a sesso sicuro, gli uomini che erano coinvolti con attivita sessuali rischiose avevano più partners, usavano più droghe e sentivano di avere meno controllo sulle attività sessuali.

È difficile comunque che vi siano grandi cambiamenti a livello comportamentale a meno che viene affrontata la questione della natura compulsiva del comportamento sessuale e del poliabuso di droghe in modo più diretto.

La dipendenza sessuale spesso coesiste con quella da sostanze ed è frequentemente una causa negletta di ricaduta.

Questo è particolarmente vero per la cocaina.

In uno studio circa il 70 % dei cocainomani in trattamento ambulatoriale era stato diagnosticato come sex addict.

Molti pazienti erano intrappolati in un meccanismo di reciproca ricaduta in cui il comportamento sessuale compulsivo precipitava la ricaduta nell’uso di cocaina e viceversa. In uno studio anonimo su 75 sex addict ricoverati 29 (39%) erano anche affetti da dipendenza da sostanze,
28 (38%) erano alcolisti, 24 (32%) avevano disturbi alimentari, 10 (13%) erano affetti da uso compulsivo dello spendere denaro, 4 (5%) erano giocatori compulsivi.

Solo il 13 (17%) credeva di non avere altre dipendenze.


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