.

Blog fondato da Guglielmo Campione www.guglielmocampione.it

La mente può trovarsi in stati diversi , il sonno ,il sogno, la trance,l'ipnosi,l'attenzione fluttuante,
l'estasi,la preghiera,la meditazione,la creatività artistica e scientifica,
l'esplorazione dello spazio e degli abissi marini,l'agonismo sportivo.

Stati della mente pubblica lavori originali o già pubblicati con il consenso degli autori, interviste e recensioni di libri e promuove eventi culturali e scientifici.

LA DIVINITA NASCOSTA IN OGNUNO DI NOI - LEGGENDA INDU'

Una vecchia leggenda indù racconta che vi fu un tempo in cui tutti gli uomini erano Dei.
 Essi però abusarono talmente della loro divinità, che Brahma – signore degli dei – decise di privarli del potere divino e di nasconderlo in un posto dove fosse impossibile trovarlo. 
Il grande problema fu quello di trovare un nascondiglio.
 Quando gli dei minori furono riuniti a consiglio per risolvere questo dilemma, essi proposero la cosa seguente: “seppelliamo la divinità dell’uomo nella Terra”. 
Brahma tuttavia rispose: “No, non basta. Perché l’uomo scaverà e la ritroverà”.
 Gli dei, allora, replicarono: “In tal caso, gettiamo la divinità nel più profondo degli Oceani”.
 E di nuovo Brahma rispose: “No, perché prima o poi l’uomo esplorerà le cavità di tutti gli Oceani, e sicuramente un giorno la ritroverà e la riporterà in superficie”. 
Gli dei minori conclusero allora: “Non sappiamo dove nasconderla, perché non sembra esistere – sulla terra o in mare – luogo alcuno che l’uomo non possa una volta raggiungere”.
E fu così che Brahma disse: “Ecco ciò che faremo della divinità dell’uomo: la nasconderemo nel suo Io più profondo e segreto, perché è il solo posto dove non gli verrà mai in mente di cercarla”.
A partire da quel tempo, conclude la leggenda, l’uomo ha compiuto il periplo della terra, ha esplorato, scalato montagne,scavato la terra e si è immerso nei mari alla ricerca di qualcosa che si trova dentro di lui.

LA PACE COME ASSENZA DI CONFLITTI E IL MEDITERRANEO ANCORA INSANGUINATO : DAL CONFLITTO SOCIALE AL GRUPPO TERAPEUTICO di Guglielmo Campione,



                                                                                                                                                     



Viviamo in un epoca in cui , abbandonate le grandi ideologie,sembra rialimentarsi l’illusione di un pace vista come condizione idealizzata d’assenza di conflitti e non come momento d’ indispensabile sintesi e composizione delle diversità . 
Una fantasìa onnipotente e autarchica d’assenza di ciò che è altro da noi che, di fatto, conduce a una sua eliminazione (l'ignorare è eliminare) apparentemente pacifica e priva di assunzioni di responsabilità.
In questo modo si evita l’elaborazione del lutto, termina che etimologicamente deriva dal verbo latino "labor, labersis, lapsus sum, labi", che vuole dire "faticare con sofferenza e dalla preposizione "e" che appunto indica separazione, uscita da quello stato .
Fornari, nell'insuperata opera del 1966 "Psicoanalisi della guerra" parlò di elaborazione paranoica del lutto: il lutto non è più sofferenza per la morte della persona cara ma uccisione del nemico illusoriamente pensato come uccisore.L'originario terrificante sentimento interno depressivo emergente sotto forma di senso di colpa per la morte dell'oggetto amato viene eluso pensando che la responsabilità non sia propria ma di un nemico esterno.
Questo significa che nessuno - neanche il pacifista militante-può aspettarsi che l'abbandono delle verità assolute si realizzi spontaneamente se non attraverso un atto di faticosa (labor)dolorosa , autoimposta ma indispensabile rinuncia...
La complessità crescente del reale spaventa e induce un sempre più diffuso timore di annichilimento dell'identità che esita di converso in un ingenuo, per quanto comprensibile, tentativo di riduzionismo.
Non vedere è essenziale per questa specie di agnosìa.
Vedere è infatti sapere .
Orazio (Epistole 1, 2),nella lettera all'amico Massimo Lollio, lo invita a "sapere aude", osare sapere, farsi carico, assumere la responsabilità del rischio di sapere.

Non vedere è, dunque, ignorare.
Mi viene in mente, per restare alle vicende degli ultimi giorni del Mediterraneo insanguinato , che non vedere i cadaveri degli immigranti raccolti ormai a centinaia dalle reti dei pescatori siciliani durante le loro consuete giornate di pesca, permette di non farsi carico in alcun modo , se non con proclami politici, dell’ennesimo dramma causato dal non vedere l’altro e di non elaborare il lutto di queste perdite.
Così pare che, lì dove la salute possa consistere nell’aver faticosamente conquistato la libertà di poter fluttuare dalla considerazione dei propri desideri e bisogni individuali alla necessaria condivisione della realtà con gli altri , nella nostra epoca ci si trovi invece "costretti" ,"obbligati" (nel senso del latino compulso) a stare o da una parte o dall’altra . O attestati-cioè- su posizioni ultraindividualistiche o identificati con la massa nel conformismo gregario dell’"Ululare con i lupi" che impedisce la solitudine dell’essere individuo differenziato : non si pensa, si fa come fanno tutti . Ci si nasconde nell’anonimato e nell’illusione dell’essere potente quanto la massa così come ci ha insegnato Freud nei suoi scritti sociali Psicologia delle masse e analisi dell'io, Totem e tabù,Il disagio della civiltà. Mosè e il monoteismo.
Nel suo scritto del 1784 «Risposta alla domanda: che cos'è l'Illuminismo?», Kant riprende il sapere aude di Orazio e ne dà una celeberrima interpretazione illuministica: "L'Illuminismo è l'uscita dell'uomo dallo stato di minorità che egli deve imputare a se stesso. Minorità è l'incapacità di valersi del proprio intelletto senza la guida di un altro. Imputabile a se stessa è questa minorità, se la causa di essa non dipende da difetto di intelligenza, ma dalla mancanza di decisione e del coraggio di far uso del proprio intelletto senza essere guidati da un altro. Sapere aude! Abbi il coraggio di servirti della tua propria intelligenza!"
Dialogando idealmente con Kant noi pensiamo però che l'autonomia di giudizio e di ricerca , pur permanendo un valore essenziale , può essere raggiunta anche grazie al confronto e all'aiuto dell'altro.La Dipendenza è una cosa , l'interdipendenza un'altra !
Da questo punto di vista, infatti, il gruppo terapeutico può essere il luogo , la palestra della Polis in cui è possibile formare ,allenare e rendere saldo un sè che possa permettersi invece il rischio- ma anche il lusso- di interfacciare le sue diverse sfaccettature, dando diritto di cittadinanza ai diversi aspetti del proprio mondo interno -prima-e quindi , in un secondo momento, all’esistenza dell’altro da sé.
L'unica legge assoluta che regola un' aggregazione sociale di tal fatta è il riconoscimento dell'Altro

PSYCHO SEMITICS : CONSIDERAZIONI SULLA CULTURA EBRAICO HASSIDICA di Giovanni Savino Fotografo italiano a Manhattan.


What do I know about Hasidic Jews? Not much.
I mostly buy my photographic goods from them!
I do that at Adorama and B&H, the two stores run by orthodox Jews, with the best assortment and the best prices in New York City.
What do I have in common with Hasidic Jews?
Not much.
Well…I have a fairly unkempt beard and long, curly hair but I was unmistakably born and raised Catholic in my native Italy.
There is, perhaps, a faint mnemonic oral history connection in my childhood with Jews, if we really want to dig deep.
My grandfather, during World War Two, was imprisoned by the Nazi and sent to a labor camp, where he befriended several Jews and nearly died with them, until my grandmother, a very strong willed woman, together with the wives of other prisoners, was able to organize an escape for their men, just a couple of nights before their husbands were to be shipped to Germany.
So, as a child, I did hear stories about those Jewish friends from my grandfather.
Nevertheless, my education and life are certainly a world apart from the Hasidic community, but for some reason, over the years, I have always had a fascination, not to mention a strong visual attraction for their very private, ancient looking society. Plus, I have a very keen culinary interest for certain kosher recipes, first amongst them: matzah ball soup.
Trying to make the best of a bitterly cold winter in New York City, last week I started taking photograph in a Hasidic neighborhood. With utmost respect for their right to privacy, I walked around one of their Brooklyn enclaves just a few hours before the start of Sabbath.
Everybody was extremely busy, rushing to finish all business before sundown. Entire families were often running down the streets, buying flowers, doing the last shopping, trying to find a parking spot, making the last calls on their cell phones.You could feel this preparation as a powerful energy in the air. It made me think of the rest of the city, so far away, on that Friday afternoon, as if it was a different planet altogether.
Black clad men, boys and children started playing strange optical games in my lens, as if they were multiple reflections and projections of the same subject. I was rapidly loosing the notion of time, place and history, surrounded as I was by a perfect replica, or rather a vivid, realistic extension of a distant culture still being lived and written with strength and determination, black on white, just like those black coats on the snow covered sidewalks.I soon realized that my bewilderment was not due to one of my usual psychosomatic reactions. Today it was more of a Psycho-Semitic one…
At sundown, a deafening siren blasted in the air, unequivocally announcing the beginning of the Sabbath and almost acoustically wiping off the working week to prepare bodies and souls for the next twenty-four hours of prayer, rest and reflection.
I took a few more frames in front of a Temple, while the last men and children were rushing to enter, quite oblivious to me and to my photography. Then I got on the subway and went back to the 21st century.
My experience, for peripheral and marginal it may appear, triggered and augmented both my respect and my interest for this community.
I admit that, as an American in a brutally divided and divisive America, the close-knit social tissue of the Hasidic fascinates me.
Obviously a lot of my fascination also has to do with the visuals of it.
I admire the tenacity and the political statement of dressing today, even here in New York City, in exactly the same way they dressed centuries ago in the remotest regions of Eastern Europe.
And I guess I admire their tenacity in being able to “resist” the world at large, a world luring the majority of us towards an apparently inevitable consumerism and relativism, in all aspects of who we are, how we look and how we behave with each other, a world pasteurizing our individuality and our many ancestral cultural identities into a monochromatic mush. 
I know too little about the Hasidic community, the strongpoint of their belief, their history and their customs to have a realistic opinion about their lifestyle but I can certainly make some initial comparisons based on previous research I have conducted in different fields of oral tradition.
For example, I cannot but immediately notice that every single manifestation of oral tradition I have investigated in the past twenty years is by now either extinct or has gone through major changes due to the influences of modern society.
I could perhaps find a small number of exceptions to this rule, mostly in the oral tradition of Haiti, which in my personal experience is particularly resilient and difficult to erode.
Everything else, no matter how geographically remote or how strongly preserved in the name of faith, magic, healing or cultural identity, is inexorably mutating at a fast pace, succumbing to modernization.
In a world where corporations have more power and leverage than governments, in a world where socializing is less and less practiced and promoted, where family and society rules are bent, voided or ignored to accommodate financial interest and greed on all continents, the Hasidic tenacity certainly is, to say the least, appealing to someone like me who for all his life has tried to research and preserve the oral tradition of our ancestors. 
 Without doubt I am interested to hear from someone who considers television, computers and the technological orgy of our times as a negative presence in their children lives and want to avoid it, replacing it with more organic ways of learning such as books, music, socializing. Someone who has the determination to refrain, at least a day of the week, from switching on or off anything at all !Of course, I can immediately see controversial issues and oxymoron too, as they are an inescapable fact of every society.Some critics of these ultra-orthodox Jews, after hearing about my interest and fascination for the Hasidic community have hurriedly warned me about several things (and here I merely quote their words, refraining from a personal opinion, which my ignorance is still not allowing me to express).They told me about the abusive treatment towards Hasidic women, segregated from the society of men as mere child bearers, who cannot even show their hair in public nor look at a man in the face, they told me about the double standards, apparently part of some Hasidic men sexual life, about the brutal and blindfolded activism of certain ultra-orthodox groups, especially in Israel.
Well, I definitely need to know more.And, mind you, I don’t really care to reach any personal decision about what is right or wrong. When you investigate a phenomenon from a cultural and a visual angle, the “rights and wrongs” are just numbers in an equation. My short field trip to Brooklyn, the other day, rapidly convinced me that for a researcher and visual explorer of oral traditions like myself, something like the Hasidic community would be a greatly interesting topic to look into.It is my hope, with utter unobtrusiveness, respect and determination, to establish some contacts within the New York Hasidic community. I would like to photograph a series of portraits of community elders as well as slices of everyday life, commerce, prayer and celebrations.Considering I don’t know anybody in that community yet, I’ll need to do a lot research and brainstorming alone, at first, to envisage a viable field strategy for my new project. 
I’ll probably do that after enjoying a matzah ball soup.

Il Doppio,il Sosia, lo specchio e i Gemelli nel libro fotografico di Giovanni Savino. " di Guglielmo Campione

                                                                                            





Mi sembra di vedere il mio
Io attraverso una lente che lo
rifranga e moltiplichi; tutte
le figure che si agitano
intorno a me sono altrettanti
Io ed io mi adiro del loro
modo di agire….»

E.T.A. Hoffmann






Parlare del "Doppio" consente di intraprendere un viaggio introspettivo affascinante ma anche  tortuoso e sfuggente . 
L’uomo, infatti, è sempre stato affascinato da sè stesso , ed ha affrontato spesso nell'arte l’analisi di sé,o dei suoi “sé”, come Giovanni Savino nel suo lavoro "Psychophotography .
E' un Savino inedito ,più cerebrale e ludico al contempo,  all'inseguimento delle vertiginose possibilità della tecnologìa digitale e dell'inconscio come dimensione non solo patita ma anche giocata esperimentata. E' un Savino psichedelico ma consapevole che il contatto con il mondo interno delle sue fantasie richiede più impegno, dolore, sofferenza ed abnegazione
della conoscenza della realtà esterna, perchè non possiamo usare la razionalità  e perchè lo specchio ci confronta con immagini talvolta poco piacevoli o troppo lontane dell’idea che abbiamo di noi stessi.
E' lo Specchio che la fa da padrone in questa produzione fotografica . Noi sappiamo quanto in ogni cultura, civiltà, popolo,  l’Ombra, il Sosia, lo Specchio – intesi come proiezione autonoma del nostro Io – abbiano sempre rappresentato il magico, infuso un alone di paura e
mistero intorno a sé.
Basti pensare allo stesso termine latino “imago-inis”, il cui significato non è solo legato alla sfera visiva, ottica, ma anche alla “parvenza”; difatti, la parola “imago” può essere tradotta come “eco, visione, sogno, apparizione”, con evidente allusione alla sfera del magico, al sortilegio,all’amore per se stessi.
C'è anche il terrore di non riuscire a vedere la propria immagine riflessa nello specchio, segno di malvagità, di demoniaco, tratto distintivo delle storie sui vampiri.
Il tema del doppio  è  un «apologo sulla condizione umana», da sempre dilaniata fra Bene e Male, rettitudine e corruzione, ingenuità e conoscenza.
Nella prismatica tematica del doppio, compaiono differenti sfumature:  può manifestarsi come la nostra ombra divenuta autonoma – come nella storia di Peter Schlemihl di Adalbert Von Chamisso, o nella fiaba L’ombra di Andersen; doppia è anche la nostra immagine allo specchio – si pensi alla storia di Erasmo nelle Avventure della notte di San Silvestro di Hoffmann; ma forse, nell’immaginario comune, il doppio si esplicita appieno nella figura del sosia, come appare  nell' Elisir del diavolo di Hoffmann, ne Il Sosia di Dostoevskij, fino allo studio chiave sul Perturbante di Freud, “unheimlich”, termine che Freud stesso descrisse come intraducibile in altre lingue. Esso è l’antitesi dell’aggettivo “heimlich”,“confortevole, tranquillo”, che deriva da “heim”, “casa”, quindi “unheimlich” è ciò che, all'opposto, suscita spavento,sospetto, inquietudine, perché non noto, familiare, quotidiano.
Nel linguaggio corrente con la parola “perturbante” s’indica una peculiare situazione, un disagio, uno sdoppiamento, in riferimento ad una perdita di identità, ad un’alienazione, e tale disagio riguarda il soggetto, l’Io, il suo inconscio.
In questa galleria fotografica giochiamo con l'autore e la sua leggerezza , quasi come bambini che si divertono a fare giochi di parole, indovinelli, enigmi, rebus ma talvolta ci turbiamo per l’emergere improvviso di una figura di sosia, un’invasione dell’inconscio nel campo del conscio, un “ritorno del rimosso”, che, spesso, assume i tratti del demoniaco, perché, a ben guardare, c'è  come sottolineava Freud «il manifestarsi dell’angoscia della morte, la quale, scansata in quanto lutto e dolore, si ripresenta nel reale, con la beffarda e ghignante figura del Sosia». Ciò che è escluso, rimosso, insomma il familiare, diventa tormento e perturbante.
Il doppio è la parte “ALTRA” di noi, ciò che siamo ma non conosciamo razionalmente, ciò che  siamo ANCHE .
Alla base della creazione , e quindi anche alla base della creazione artistica come nel caso di Savino,c'è sempre un’individuo indivisibile primordiale  (dal termine lat. individuus, composto da in- negativo e dividuus da dividere; che ricalca il termine gr. atomon composto da a- negativo e temno = tagliare),   il quale, per essere percepito, ebbe bisogno di un taglio, della duplicità gemellare, della divisione ma anche del rapporto e dell'interazione,  del gioco e dell’immagine speculare.
I Gemelli che Savino nomina, Cosma e Damiano,  rappresentano talvolta la lotta che l'essere umano deve compiere per superare le opposizioni e le antinomie interne talaltra sono assolutamente simili, doppi, copie l’uno dell’altro, e in questo caso esprimono l’unità di una dualità equilibrata, l’armonia interiore ottenuta attraverso la riduzione del multiplo all’uno.
Superato il dualismo, la dualità non è altro che apparenza o gioco di specchi.
In fondo la storia del Dr Jekyll e Mr. Hyde non è che un bellissimo apologo sulla condizione umana: ognuno di noi è il Dr. Jekyll e, naturalmente, ognuno di noi è Mr.Hyde, anche se non lo diamo a vedere o facciamo fatica ad ammetterlo o addirittura del tutto inconsapevoli. Chi non ha mai pensato o almeno desiderato una volta nella vita di poter dare sfogo a
emozioni, sentimenti oppure fantasie, piaceri strani, brutali, perversi, ma di sentirsi impossibilitato a farlo per rispetto di una legge giuridica, di una legge morale o per rispetto della propria reputazione? Non somigliamo a quei personaggi pirandelliani, rinchiusi nella prigione della maschera ?
Quindi il “doppio” che cosa è in fondo? E' l’alter ego che esiste in ognuno di noi, che ci accompagna discreto e silenzioso, lungo tutta la nostra esistenza, per poi emergere, riaffiorare, apparire nei sogni ogni notte .
La paura e desiderio  ci parlano del rapporto di ognuno di noi con il suo inconscio ,e talvolta dietro un profondo desiderio si cela il timore di scoprire qualcosa di sconvolgente su noi stessi.
 Stevenson, fa profetizzare a Jekyll che “ l’uomo non è autenticamente uno, ma è autenticamente due […] e alla fine sarà riconosciuto come una mera aggregazione di soggetti multiformi, incongrui e indipendenti fra di loro” e che tutte queste identità convivono forzatamente,aspettando di sopraffarsi per emergere.

Marco Margnelli come lo ricordo. Medico e ricercatore della coscienza di Pierangelo Garzia da NEUROBIOBLOG

Sono trascorsi cinque anni dalla scomparsa di Marco Margnelli (Milano,1939-2005). Uno studioso che ha saputo anticipare molti degli interessi attuali delle neuroscienze e, soprattutto, relativi all’indagine neuropsicologica degli stati di coscienza. Si dichiarò sempre ateo, anzi agnostico, ma l’esperienza del sacro – incarnata e vissuta nel corpo di estatici e stigmatizzati – lo attrasse e lo coinvolse profondamente. Tutta la dimensione borderline, non in senso patologico, della mente (compresi quelli che vengono definiti fenomeni “paranormali”) erano per lui oggetto di attenzione ed indagine scientifica. E il suo interesse riguardo gli stigmatizzati era nell’ottica della medicina psicosomatica: se la mente è in grado di produrre simili lesioni nel corpo, forse riusciremo a scoprire anche come farle regredire. A beneficio dei pazienti con disturbi e alterazioni di carattere psicosomatico. Definiva tutta la storia dell’indagine del paranormale come “archivi dell’illusione”, nel senso che quanti studiavano tali fenomeni, focalizzavano la propria attenzione sul fenomeno più che sulla psiche e l’organismo di chi “viveva” tale fenomenologia. A Margnelli interessava invece l’approccio neuropsicologico e antropologico al cervello e al corpo di estatici, mistici, sensitivi, guaritori. Di tutta quella popolazione ignorata e trascurata dalla scienza, da cui, forse, c’era da apprendere qualcosa sulla natura della coscienza e, in particolare, dei rapporti mente-corpo. Se tali individui sostengono di vivere certe esperienze – era il suo parere – vediamo come, in che modo e in base a quali correllati neuropsicologici ciò si verifica.
Marco Margnelli aveva due anime: quella del ricercatore e quella del clinico. Svolgeva l’attività di medico di famiglia, di psicoterapeuta, ma non smetteva mai di pensare e agire come ricercatore. Era nato ricercatore, come neurofisiologo in seno all’Università di Milano e al Cnr (fece studi su sonno e fase Rem con un nome storico delle neuroscienze, Giuseppe Moruzzi). Il fatto di essere poi uscito dall’Università e aver fatto il medico di base, non sminuì le sue capacità di ricercatore. Anzi, secondo me le allargò e completò. Sarebbe finito a svolgere il lavoro di ricercatore di laboratorio, mentre così Margnelli fece pure ricerche sul campo. Adottò metodi da medico-antropologo.
Ugualmente avvenne con Giorgio Gagliardi, anch’egli medico di base, ipnologo, psicoterapeuta e ricercatore. Margnelli e Gagliardi crearono a Milano il Centro studi e ricerche e sulla psicofisiologia degli stati di coscienza che da piccolo consesso locale di appassionati e studiosi degli stati di coscienza, divenne in pochi anni noto in Italia e all’estero, producendo ricerche, pubblicazioni e prendendo parte a convegni italiani e stranieri. I grandi filoni del Centro furono gli studi sui sensitivi, guaritori, estatici, stigmatizzati. In quegli anni, Ottanta e Novanta, Margnelli e Gagliardi divennero i grandi esperti di questo tipo di fenomenologia, consultati, invitati a convegni, e intervistati a più riprese.
Gli studi sui veggenti di Medjugorie di Margnelli e Gagliardi hanno costituito un modello di studio medico-antropologico. Così come per gli stigmatizzati, indagine che seguiva sostanzialmente tre fasi: raccolta della testimonianza del soggetto e di quanti lo seguivano (accoliti o medici che fossero); raccolta dei dati psicologici e clinici del soggetto (avvalendosi di test psicoproiettivi, dell’inventario multifasico di personalità Minnesota e di analisi di laboratorio); verifica strumentale della veridicità del soggetto (impiegando, ad esempio, il lie detector, la cosidddetta “macchina della verità”, e l’elettroencefalografo). Giorgio Gagliardi, vicepresidente del Centro, in quegli anni divenne tra l’altro un grande esperto di lie detector, tanto da essere interpellato in ambito medico-legale e invitato come consulente in svariate trasmissioni televisive.Ad alcuni tale approccio poteva apparire eccessivamente positivista e strumentale, tuttavia tale metodologia consentì di acquisire conoscenze scientifiche sui veggenti e mistici che prima non esistevano. Chiarendo – ben prima di George Lapassade, entologo e psicosociologo francese, con diverse altre attitudini intellettuali, studioso della “transe” e degli stati modificati, con il quale Margnelli ebbe contatti e scambi - il versante “naturale” della dissociazione. Compreso il fatto che mistici e stigmatizzati non dovessero necessariamente essere classificati come “isterici”. Includere tali soggetti nell’ambito della fenomenologia isterica, secondo Margnelli era non soltanto riduttivo, ma non aggiungeva praticamente nulla alla comprensione della psicofisiologia dell’esperienza del sacro. George Lapassade ebbe comunque anch’egli un ruolo importante nell’introdurre a livello accademico lo studio degli stati di coscienza: ricordo la sua collaborazione col sociologo delle religioni Pietro Fumarola dell’Università di Lecce, e gli studi sugli stati di coscienza associati al fenomeno della “taranta”.
Marco Margnelli è sempre rimasto, di fondo, un ricercatore, un neurofisiologo. Non si separò mai dalla sua formazione accademica, pur occupandosi di temi che, all’inizio, ai suoi colleghi universitari, apparvero stravaganti: la trance ipnotica, l’estasi mistica, le droghe psicoattive, gli stigmatizzati, i sentitivi, i guaritori. L’idea di Margnelli era: se queste cose esistono e sono diffuse in varie epoche e culture umane, le dobbiamo studiare con i metodi della scienza. Non vi può essere una teoria globale della coscienza, se non cercando di comprendere gli stati “altri” del cervello e della mente. Il suo approccio fu un misto tra quello dell’antropologo e quello del medico, con una “ciliegina” del laboratorista.
Se poteva non faceva mai mancare riscontri sperimentali, persino analisi di laboratorio sui soggetti studiati, e ovviamente consenzienti. La prima fase era quello dell’antropologo: studiamo il soggetto nel suo ambiente. La seconda fase: se il soggetto è collaborativio, sottoponiamolo a tutta una serie di test e verifiche, che potevano andare dai test psicologici, agli inventari di personalità, al lie detector (la cosiddetta macchina della verità, ma più che altro per rilevare le reazioni psicofisiologiche), alle analisi bioumorali. Qualcuno ha utilizzato un ossimoro per definire questo tipo di approccio, che nella sua sinteticità rende abbastanza l’idea dell’atteggiamento di Margnelli riguardo i soggetti che si trovò ad analizzare e studiare: “empatia critica”.
Margnelli era indubbiamente poliedrico, dotato di molte altre attitudini e qualità, oltre a quella del ricercatore. Era un ottimo oratore. Apparentemente timido e riservato, si trasformava ogni volta che prendeva la parola in pubblico. Aveva un tono basso di voce, e non faceva alcuno sforzo, deliberatamente, per elevarlo. Difatti, era il pubblico a prestargli attenzione, e regolarmente veniva colpito per la sua padronaza dell’argomento, dalla lucidità e dalla precisione dei suoi termini. Sarebbe stato un valido docente universitario ma, per una serie di vicissitudini, si era trovato a fare il medico mutualista, l’ipnologo e lo psicoterapeuta. Salvo recuperare le sue qualità di docente in varie occasioni e, in particolare, nei corsi, molto apprezzati, che teneva presso l’Associazione medica italiana per lo studio dell’ ipnosi (Amisi) di Milano.
In ogni caso, si dichiarò e ritenne regolarmente uno “scienziato”. In questa ottica va vista la sua appassionata ricerca sugli stati di coscienza: non certamente l’hobby di un medico ex neurofisiologo Cnr, ma bensì il lavoro di uno studioso che, pur all’esterno dell’ambiente accademico, era riuscito a mantenere alta la propria professionalità, conoscenza della materia e capacità di utilizzare strumenti e standard della ricerca accettata e condivisa.
Disponeva di un’innata attitudine all’insegnamento, una straordinaria capacità di oratore, di coinvolgere il pubblico con relazioni o conferenze che abbinavano i suoi aneddoti di ricercatore, i puntuali riferimenti tratti dalla letteratura scientifica, intuizioni lessicali sue proprie.C’era molto da imparare da Margnelli. Ed infatti, non sono mai mancati gruppi di persone, di ogni età, attorno a lui e attorno alla sua attività. Parecchi studiosi, ricercatori, ma anche studenti (sia di medicina, psicologia, filosofia o altro) che impostarono, ad esempio, la propria tesi di laurea sulle ricerche realizzate da Margnelli. Rimanendo magari in seguito nel suo ampio studio a fare praticantato, sia per la professione che per le ricerche sugli stati di coscienza. Aveva la capacità di dialogare con i giovani, cogliendo pure i suggerimenti e le indicazioni che da essi gli venivano.
Fu un ottimo divulgatore: oltre ai suoi libri, scrisse parecchi articoli per varie riviste di divulgazione scientifica. Collaborò ad esempio alla prima rivista italiana di divulgazione scientifica: Sapere di Giulio Maccacaro. E al progetto iniziale di Riza Psicosomatica di Morelli e Masaraki. Prese spesso parte a interviste televisive – ricordo le troupe tv nel suo studio – e a programmi tv, in particolare, fino all’ultimo, dopo essersi trasferito a Roma, alla serie Miracoli condotta da Pietro Vigorelli ed Elena Guarnirei su Rete 4.
Certo, alcune volte si faceva coinvolgere da attività non al livello della sua serietà professionale e preparazione scientifica, ma il suo atteggiamento è sempre stato di apertura e collaborazione. Non facendo mancare le sue puntualizzazioni e le sue critiche, se era il caso. Ma, di base, non si negava.
Ho incontrato Marco Margnelli – che conoscevo già per i suoi libri e per le sue ricerche – alla fine degli anni Ottanta. Frequentandolo poi quotidianamente nella prima metà degli anni Novanta. Se devo richiamare alla mente una sua immagine, lo vedo nel suo studio medico, alla sua scrivania cosparsa dagli oggetti più svariati, comprese le immancabili sigarette e la pipa per i momenti di raccoglimento e riflessione. Il suo amore per la razionalità, coniugata però all’intuizione del momento, i suoi commenti sempre precisi e illuminanti, a volte sagaci, magari accompagnati dalla sua risata un po’ roca, da fumatore, tutta particolare. Anche quando ci riuniva a casa sua, nei pressi dell’Arena, per parlare di progetti, mentre cucinava il suo piatto forte, derivato dalle ascendenze valtellinesi della sua famiglia d’origine: i pizzoccheri.
Lo rivedo nel suo studio medico. Alle sue spalle la libreria, con una parte dei suoi libri, appunti, protocolli di ricerca e faldoni di documentazione per i suoi articoli e libri. Di quello studio in via Villoresi 5 a Milano, zona Navigli, che fu precedentemente di suo padre, anch’egli medico. Su un lato della stanza, alla destra di Margnelli, l’ampio divano ricoperto da un pesante telo di velluto rosso e nero, su cui faceva distendere i pazienti per le sedute di psicoterapia ed ipnosi.
E l’eterno via vai di gente. Al mattino e nella fascia serale i pazienti mutualistici. Nel pomeriggio i pazienti che seguiva da specialista.
Il telefono che, per un motivo o per l’altro, squillava ininterrottamente. Specie quando organizzavamo incontri, convegni, conferenze. Oppure per la visita, anche estemporanea, di studiosi in transito per Milano. Anche perché lo studio medico di Margnelli era pure sede del Centro studi e ricerche sulla fenomenologia degli stati di coscienza, denominazione chilometrica per dire che, in quella sede, ma anche sul campo, ci si occupava di ricerche inerenti gli stati modificati di coscienza.
Tanto quelli indotti in modo “naturale” (sonno e sogno, ipnosi, estasi, trance, meditazione), che quelli indotti da sostanze psicoattive. Riguardo alle ricerche sul campo, in altri luoghi presso i quali di volta in volta Margnelli veniva invitato, vi fu ad esempio una sperimentazione controllata, a cui egli prese parte con altri psicoterapeuti ed “entronauti”. Era una delle prime volte che un gruppo di ricercatori italiani – psicologi, psichiatri, psicoterapeuti – sperimentavano su se stessi gli effetti dell’ayahuasca, la cosiddetta “liana della morte” o “telepatina”. Si tratta di una pianta (liana) amazzonica da cui viene ricavata una bevanda che induce esperienze allucinogene e dissociative.
Ricordo che Margnelli ne ebbe, al momento, pesanti vissuti emozionali. Raccontò in seguito che era stato come se si fossero aperti i rubinetti di tutta la sofferenza che si portava dentro. In quegli anni, attraverso Margnelli e la Società italiana per lo studio degli stati di coscienza (Sissc), che egli presiedeva, ebbi pure modo di incontrare ed intervistare, nel corso di un convegno a Rovereto, Albert Hofmann, il chimico farmaceutico (ex Sandoz) scopritore dell’Lsd, in seguito studioso e autore di vari saggi sul ruolo delle sostanze psicoattive nelle culture umane. L’intervista venne pubblicata sul primo numero della rivista Altrove della Sissc, che Margnelli ideò e battezzò con lo psicoanalista Gilberto Camilla, succeduto in seguito alla direzione, e il ristretto gruppo dirigente dell’associazione. Di quel gruppo facevano parte giovani ricercatori di grande preparazione e intelligenza , tra cui ricordo, solo per citarne un paio, Giorgio Samorini, etnobotanico e studioso di storia, cultura e scienza delle sostanze psicoattive, Antonio Bianchi, medico anestesista e tossicologo. Furono gli anni in cui Margnelli venne riconosciuto come maestro e pioniere indiscusso di questi studi in Italia, ed egli era giustamente orgoglioso e motivato ad intraprendere nuovi iniziative culturali, ricerche, incontri.
Il Centro studi diretto da Margnelli a Milano, presso il suo studio, era un porto di mare. Svolgevamo incontri serali, in genere a metà settimana, in un clima cameratesco. Si apprendevano sempre nuove cose e, nel medesimo tempo, ci si divertiva. Lo scambio e il confronto con studiosi di varia formazione e discipline, accomunati dalla ricerca sugli stati di coscienza, a volte molto vivace, era sempre una esperienza stimolante. Transitavano studiosi e personaggi di tutti i generi, anche dall’estero, alcuni francamente stravaganti e bizzarri. Il divano nello studio di Margnelli, su cui si stendevano i pazienti in analisi o in seduta ipnotica, capitava divenisse un improvvisato giaciglio per chi, compreso il sottoscritto, faceva tardi dopo le riunioni e non poteva rientrare in treno alla propria dimora, fuori Milano.
Marco amava la compagnia, quanto la solitudine. Alternava momenti di grande allegria e battute salaci, ad altri in cui si manifestava la sua vena maliconica, introversa. Accettava sempre di incontrarsi e scambiare qualche chiacchiera, specialmente all’ora di pranzo e cena, oppure per un caffé nei baretti di via Villoresi, appena fuori lo studio medico. Quella era una zona adorabile, sui Navigli. Era una Milano dei vecchi tempi, un clima di quartiere, in cui tutti conoscevano tutti, figuriamoci “il dottore”.
In ogni caso, appena entravi in studio, capivi subito, dalla sua espressione e dal suo rispondere a monosillabi, se Marco aveva voglia di chiacchierare, oppure era immerso nella scrittura di qualche lavoro scientifico, di qualche nuovo articolo o libro. Aveva una grande capacità di concentrazione ed estrema lucidità mentale. Ti sorprendeva sempre, a volte con intuizioni fulminanti e precise, altre per la sua semplicità e, talvolta, ingenuità quasi infantile, nei rapporti umani.
L’intensa attività del Centro diretto da Margnelli culminò con il convegno internazionale Le dimensioni della coscienza, tenutosi a Firenze nel 1992, nel corso del quale si affrontarono per la prima volta in termini multidisciplinari (vi furono relazioni sul versante storico, antropologico, persino criminologico, oltre che psicologico e psichiatrico) il tema della coscienza e delle sue modificazioni, sia in senso “naturale” che patologico. Al convegno fiorentino, per una serie di fortunate coincidenze, dati i mezzi economici limitati, parteciparono studiosi del livello di Kenneth Ring, psicologo dell’Università del Connecticut tra i maggiori e seri studio delle esperienze di premorte (Nde).
Un’altra tappa importante fu la realizzazione del volume collettaneo La fenomenologia della coscienza normale e alterata (Theta Pubblicazioni, Milano 1994) che, in pratica, stampammo in proprio, riuscendo perciò con molta difficoltà a distribuirlo soprattutto alle librerie di Milano. E’ infatti un volume attualmente introvabile. Il volume si apriva con il capitolo dal titolo “Cos’è uno stato di coscienza” in cui Margnelli illustrava il tema rifacendosi ad un modello che lo aveva conquistato da almeno vent’anni e lo aveva in seguito indotto a dedicarsi assiduamente all’argomento: la mappa degli stati di coscienza dello psichiatra americano Roland Fischer (il lavoro originale venne pubblicato sulla prestigiosa rivista Science nel 1971 col titolo “A Cartography of the Ecstatic and Meditative States”).
Era un lavoratore tenace ed esigente, amava la precisione del ricercatore metodico, a cui era stato addestrato, e nutriva con molta passione ciò che faceva.
Come psicoterapeuta era più sul versante di Freud (lo ammirava come scienziato e come scrittore), che non su quello di Jung. Margnelli era attratto dall’insolito, ma il suo sforzo era quello di spiegarlo con la mentalità e gli strumenti razionali. Per sua stessa ammissione, tra il serio e l’ironico, negli ultimi anni della sua vita si era fatto crescere la barba, per assomigliare ancor più al padre della psicoanalisi. E, al pari di Freud, era un forte fumatore.
Importanti anche i rapporti di Margnelli col mondo della cultura e dell’arte, i suoi contatti con la storica Fondazione per l’Arte Contemporanea Mudima di Milano e il protocollo di ricerca che impostò su “stati di coscienza e creatività”, coinvolgendo un gruppo di artisti, scrittori e musicisti professionisti, tra i quali il jazzista e compositore Gaetano Liguori. Margnelli ebbe importanti contatti e scambi intellettuali con parecchi rappresentanti del mondo artistico di quegli anni, ad esempio l’artista psichedelico Matteo Guarnaccia, oppure l’artista-etnofotografo, nonché insegnante Watsu, Italo Bertolasi. Ma anche con giornalisti e scrittori, come Lina Sotis, Viviana Kasam, Franco Bolelli, Gianni De Martino. Solo per citarne alcune, tra le tante figure che Margnelli ha incontrato, frequentato e con le quali ha collaborato.
Era in grado di coinvolgere il pubblico con un eloquio brillante, colto, che mescolava la sua esperienza universitaria e in seno al Cnr, la sua vasta cultura scientifica e generale, il suo intuito per il nuovo, la sua capacità di sintesi (anche lessicale; riusciva sempre a trovare definizioni sintetiche, creative ed efficaci per fenomeni complessi). Conservò sempre la capacità di sintesi, di andare al sodo (non amava molto le divagazioni né i lunghi giri di parole) che ebbe modo di affinare anche durante una sua permanenza come ricercatore al Karl Ludwig Institut fur Physiologie dell’Università di Lipsia, prima, e negli Stati Uniti (Università del North Carolina), in seguito.
Margnelli fu anche un ottimo divulgatore: scrisse parecchi articoli per riviste di divulgazione scientifica, in cui riusciva a coniugare un ottimo stile, con l’aggancio a teorie che riteneva fondanti (ad esempio la cartografia della coscienza di Roland Fischer, che non mancava mai di citare), le sue ricerche e intuizioni lessicali.
Quella con Giorgio Gagliardi, anch’egli medico, psicoterapeuta, ipnologo e docente dell’Amisi, è stata una collaborazione importante per Margnelli. Con Gagliardi condivise molte ricerche e pubblicazioni, ad esempio, sugli stigmatizzati (o pseudo tali, come ebbero modo di accertare, in certi casi fraudolenti), e in particolare sui veggenti di Medjugorie. Su questi ultimi, ritenuti veritieri proprio per la gamma di manifestazioni neuropsicologiche accertate, venne istituita una commisione di studio da parte dell’Università di Milano, di cui, tra gli altri, fecero parte Margnelli e il farmacologo Maurizio Santini.
Vennero ritenuti veritieri le “trance estatiche” e i potenziali evocati registrati nei veggenti, ma ovviamente Margnelli non si espresse mai riguardo la natura di quanto “percepito” dai medesimi.
Importanti per le ricerche condotte su estatici e veggenti, furono l’impiego dell’elettroencefalografo, di cui Margnelli era grande esperto, e del lie detector (la cosiddetta “macchina della verità”). Tali strumenti vennero impiegati da Margnelli e Gagliardi per testare non solo l’attendibilità di veggenti o sensitivi che venivano studiati, ma anche i correlati psicofiologici che, ad esempio, si accompagnavano agli stati modificati di coscienza. Non mancavano, inoltre, ricerche che comprendessero analisi di laboratorio su prelievi bioumorali dei soggetti studiati, con il loro consenso, nel puro stile del ricercatore con formazione e impostazione neuropsicologica, ma pure clinica.
Margnelli ha pure fornito una dimensione scientifica alla “cultura psichedelica” degli anni Sessanta. Traendo da quei movimenti anticipatori della New Age, il meglio che si potesse ricavare: uno studio più completo della natura umana e, in particolare della coscienza, nelle sue varie espressioni e manifestazioni.
Come medico, fu tra i primi ad utilizzare un approccio olistico, anche nelle cure che somministrava ai suoi pazienti: la medicina di sintesi, ma anche l’omeopatia o il biofeedback, ad esempio. Era sempre aperto alle soluzioni terapeutiche, da qualsiasi ambito arrivassero, senza idee preconcette. Si riservava la facoltà di valutarne i reali benefici per i suoi pazienti, a volte pure per se stesso, prima di negare o sposare un determinato approccio terapeutico, apparentemente non ortodosso. Credeva e sosteneva fortemente la possibilità di un approccio “integrato” della medicina e delle terapie.
Quel suo essere ateo, positivista e, al tempo stesso, attratto dal mistero delle religioni e della coscienza, tanto da fare della “scienza degli stati di coscienza” l’interesse preminente della sua vita di ricercatore, ne ha fatto un personaggio dell’era moderna, con tutte le sue contraddizioni: affascinante, appassionato, controverso, degno di essere studiato e commentato ancora a lungo. Sempre alla ricerca di un “altrove”, in cui ora dimora.

Fantasmi della mente e idee ossessive nella Letteratura di Antonio De Lisa

                                                                   Roberto Ferri (Taranto 1978)
                                                                 " Deposizione" .            
                                                               olio su tela 50 x 70 
                                                                                              anno 2010

Che cosa sono i fantasmi della mente? In che cosa consistono le idee ossessive, considerate al di fuori di un quadro strettamente psicologico? Prima di rispondere, occorre sottolineare che la prospettiva con cui guardo a questi fenomeni è una prospettiva dichiaratamente filosofica. Ma gli spunti che ci forniranno i materiali di lavoro non sono strettamente filosofici: sono letterari, artistici, cinematografici, mitopoietici in senso lato.
Dante e il Minotauro

Il Minotauro (Μινώταυρος) è una figura della mitologia greca. È un essere mostruoso e feroce metà uomo metà toro. Era figlio del Toro di Creta e di Pasifae regina di Creta. Il suo vero nome è Asterio o Asterione.
Il Minotauro appare anche nella Divina Commedia. Precisamente nel dodicesimo canto dell’Inferno (vv. 11-13):

« E ‘n su la punta de la rotta lacca

l’infamïa di Creti era distesa

che fu concetta ne la falsa vacca »

È il guardiano del Cerchio dei violenti ed è qui che Dante e Virgilio lo incontrano. Nonostante tenti inizialmente di sbarrare loro la strada, Virgilio riesce a allontanarlo, e allora il minotauro comincia a divincolarsi qua e là come un toro.
Allegoricamente, il Minotauro è posto a guardia del girone dei violenti, perché nel mito greco esso simboleggia proprio la parte istintiva e irrazionale della mente umana, quella che ci accomuna agli animali (la «matta bestialità») e ci rende inconsapevoli. I violenti sono proprio quei peccatori che hanno peccato cedendo all’istinto e non hanno seguito la ragione. Per la teologia cristiana rappresenta un grave peccato, perché mentre agli animali non si può dare alcuna colpa, perché fanno ciò che è necessario per sopravvivere e nulla più, l’uomo dovrebbe usare la ragione per non compiere atti di pura crudeltà. La scena di Virgilio che vince il Minotauro rappresenta allegoricamente il trionfo della ragione sull’istinto.
Nella Divina Commedia è presente inoltre un accenno a Pasifae, madre del Minotauro, nel ventiseiesimo canto del Purgatorio, dedicato al vizio dei lussuriosi. Pasifae vi è citata due volte, come emblema dell’animalità del peccato di lussuria: Dante la definisce con eloquente sintesi “colei che si imbestiò ne le ‘mbestiate schegge” (cf. Purg. xxvi, vv. 41-42, 86-87).
Jorge Luis Borges tratta il tema del Minotauro nel racconto La casa di Asterione. Lo scrittore argentino afferma di aver preso spunto da una tela di George Frederic Watts del 1896, intitolata appunto Il minotauro.
Una nota simpatica: osservando il tenore dei miei Topics, delle discussioni che promuovo nel blog, una mia amica (che non vuole essere nominata) mi ha chiesto: “Ma dove stai portando, tu guida filosofica, i tuoi lettori? in quale realtà parallela pensi di accompagnarli?”.

Forse la mia amica – che mi racconta in chat il suo stupore rispetto agli argomenti che tratto nei Topics- era rimasta colpita dal tema di oggi, sui Fantasmi della mente e sulle idee ossessive; dai riferimenti che metterò in gioco: il Minotauro, Edipo. Moby Dick e il capitano Achab, Abdrej Rubliev… ascoltandola mi sono reso conto di quanto sia profondo quest’argomento.
Edipo e la sua Sfinge interiore

Edipo è uno dei protagonisti della saga tebana nell’ambito della letteratura e della mitologia della Grecia antica. E’il figlio del re di Tebe, Laio, e di Giocasta, nipote di Labdaco.

Edipo giunse a Tebe dove incontrò la Sfinge. Accovacciata sul monte Ficio, presso Tebe, la creatura figlia di Tifone e di Echidna era un mostro con testa di donna, il corpo di leone, una coda di serpente e delle ali di rapace. Essa era stata inviata da Era per punire i Tebani irata contro Laio perché aveva rapito il fanciullo Crisippo di Pelope. Ad ogni passante, la creatura esponeva un enigma insegnatole dalle Muse: «Qual era l’essere che cammina ora a due gambe, ora a tre, ora a quattro e che, contrariamente alla legge generale, più gambe ha più mostra la propria debolezza?». Esisteva anche un altro enigma: «Esistono due sorelle, delle quali l’una genera l’altra, e delle quali la seconda, a sua volta, è generata dalla prima?». Ma nessuno, fra i Tebani, aveva mai potuto risolvere questi enigmi, e la Sfinge li divorava uno dopo l’altro.

Una versione, forse più antica, raccontava che ogni giorno i Tebani si incontravano nella piazza della città, per cercare di risolvere in comune l’indovinello, ma senza riuscirvi mai, e ogni giorno, a conclusione di quella seduta, la Sfinge divorava uno di essi.

Ora Edipo, che era passato da lì, dopo aver ascoltato gli enigmi della creatura, comprese immediatamente quali erano le risposte; la risposta al primo indovinello era l’uomo, perché esso cammina durante l’infanzia, a quattro gambe, poi a due, e infine si appoggia ad un bastone nella vecchiaia; al secondo, era il Giorno e la Notte (il nome del giorno è femminile in greco; è dunque «sorella» della notte). La Sfinge, indispettita, si precipitò dall’alto della roccia sulla quale era appollaiata. Oppure, fu Edipo stesso a spingerla nell’abisso.

Creonte, soddisfatto dell’impresa del giovane eroe, e soprattutto di vedere vendicata la morte di suo figlio, cedette il trono ad Edipo il quale sposò Giocasta. La profezia si era avverata fino in fondo: il figlio aveva sposato la madre. Dalla loro unione nacquero due maschi, Eteocle e Polinice, e due femmine, Antigone e Ismene.
“Quello che non si vuole sapere non esiste”, gridano ad Edipo,ma lui vuole sapere, è ossessionato dalla verità
Tebe è contaminata e il popolo sussurra che tale contaminazione è dovuta a qualcuno che l’ha resa empia; da qui l’ira degli dei e l’affanno del re che si dibatte a ritrovare le cause e le ragioni, le responsabilità

Sappiamo, come ci dice più volte Sofocle, che le ragioni sono scritte nel destino stesso di Edipo che ha ucciso suo padre Laio e giace con sua madre Giocasta e che è padre e fratello insieme dei suoi figli. L’interdetto, il divieto, cammina sulle spalle inconsapevoli di Edipo e la ricerca della verità, verità interiore quindi, dura il tempo della tragedia. Lui che ha risolto l’enigma della Sfinge e con il suo ingegno ha conquistato la città, ora si trova alle prese con un enigma più grande e più terribile: guardare nel fondo della propria anima; leggere i segni del suo destino. Inizia quindi un gioco di decifrazione dell’enigma – Edipo che rimbalza da una parte all’altra della scena: c’è Tiresia che sa ed è il primo ad essere convocato; poi c’è un servitore che sa e anch’esso verrà convocato; c’è inoltre Giocasta che sa e un pastore del Citerone. E pezzi di verità si rincorrono e si inseguono da una voce all’altra; saltano soprattutto sulla pelle dì Edipo, che inquieto, afflitto, angosciato chiede e teme disperatamente di sapere. La verità gli occorre per liberare la città dalla pestilenza ma è evidente che il percorso è soprattutto interiore, per questo più arduo e complesso. Quello che non si vuole sapere non esiste, gli dicono, nella speranza che lui desista dal suo proposito; ma Edipo ha sfidato la Sfinge e, eroe tragico per eccellenza, non può non raccogliere quest’altra fatale sfida. La verità infine gli crollerà addosso ed Edipo piomba nella cecità e nel buio assoluto. La città è salva ma la rovina di Edipo sarà assoluta, come la tragedia che rappresenta.
La storia di Edipo finisce con il vagabondaggio dell’esule. E non comincia forse con la famosa frase: “Chiamatemi Ismaele” il “Moby Dick” di Herman Melville? “Chiamatemi Ismaele” equivale a dire “Chiamatemi esule, vagabondo”. Poi c’è Don Chisciotte. Strano! Stavo affrontando il tema dell’ossessione e mi ritrovo con quello del viandante. Sarà un caso? O vi è un’intima connessione? La storia si fa interessante.

Moby Dick di Herman Melville il racconto di un’ossessione.

Moby Dick (Moby-Dick; ovvero, La Balena) è un romanzo pubblicato nel 1851 dallo scrittore americano Herman Melville. Ismaele, il narratore, decide di mettersi in mare come marinaio e spiega che nella sua anima alberga la malinconia.

“Chiamatemi Ismaele. Alcuni anni fa – non importa quanti esattamente – avendo pochi o punti denari in tasca e nulla di particolare che m’interessasse a terra, pensai di darmi alla navigazione e vedere la parte acquea del mondo. È un modo che ho io di cacciare la malinconia e di regolare la circolazione. Ogni volta che m’accorgo di atteggiare le labbra al torvo, ogni volta che nell’anima mi scende come un novembre umido e piovigginoso, ogni volta che mi accorgo di fermarmi involontariamente dinanzi alle agenzie di pompe funebri e di andar dietro a tutti i funerali che incontro, e specialmente ogni volta che il malumore si fa tanto forte in me che mi occorre un robusto principio morale per impedirmi di scendere risoluto in istrada e gettare metodicamente per terra il cappello alla gente, allora decido che è tempo di mettermi in mare al più presto.”

Una nostalgia indicibile lo spinge a prendere il largo. Si tratta di qualcosa di irrinunciabile. Ognuno ha una misteriosa attrazione per ciò che pure potrebbe costituire un pericolo mortale. Ismaele è il narratore ed è attraverso i suoi occhi che è vista quest’impresa. All’inizio è effettivamente il personaggio principale, ma egli è soprattutto un narratore onnisciente, che con la sua criticità e la sua profondità talvolta scompare dalla scena per narrare e poi inserire le sue riflessioni. Egli si auto-presenta con la nota frase «Chiamatemi Ismaele» (Call me Ishmael ): il nome ha origine biblica, nel Genesi infatti Ismaele è il figlio di Abramo e della schiava Agar, cacciati nel deserto. Sicché “Chiamatemi Ismaele” è come dire “Chiamatemi esule, vagabondo”.

Così comincia il viaggio della baleniera Pequod, comandata dal capitano Achab, a caccia di capodogli e balene, e in particolare della enorme balena bianca (in realtà un capodoglio) che dà il titolo al romanzo. Tuttavia in Moby Dick c’è molto di più: le scene di caccia alla balena sono intervallate dalle riflessioni scientifiche, religiose, filosofiche e artistiche del protagonista Ismaele, alter ego dello scrittore, rendendo il viaggio un’allegoria e al tempo stesso un’epopea epica.

Il capitano Achab guida l’intero equipaggio attraverso la folle impresa di caccia del candido capodoglio-leviatano. Questo accanimento viene descritto da Melville come una monomania:

« Roso di dentro e arso di fuori dagli artigli fissi e inesorabili di un’idea incurabile. »

Achab era assetato di vendetta nei confronti di quella candida balena, che, dopo aver sfondato tre lance, gli aveva tranciato e divorato una gamba. Moby Dick viene descritto come un essere maledetto e vendicativo, che distrugge le lance per puro piacere e davanti al quale anche i pescecani fuggono. La sete di vendetta di Achab però, precisa Melville, non deriva tanto dalla mutilazione fisica subita quanto da un’avversione maturata precedentemente. Melville dice:

« … venne allora che il corpo straziato e l’anima ferita sanguinarono l’uno nell’altra. »

Dopo la mutilazione e il necessario ritorno a casa si sviluppò la monomania e

« … Achab e l’angoscia giacquero coricati insieme nella stessa branda. »

Memorbile il film Moby Dick, regia di John Huston con Gregory Peck, Orson Welles, Richard Basehart, Leo Genn, Harry Andrews; USA 1956.

“Cuore di tenebra” di Jospeph Conrad

Nell’autunno del 1890 il Capitano Konrad Korzeniowski, ottenuto il comando di un vaporetto, risale il Fiume Congo. Otto anni dopo sulla “Blackwood Magazine” nel 1899, esce la prima puntata di tre episodi di ‘Hearth of Darkness’ (Cuore di tenebra). L’autore è proprio il Capitano Korzeniowski, diventato scrittore con lo pseudonimo di Joseph Conrad.

Il romanzo racconta di un capitano di un battello a vapore destinato al commercio sul fiume Congo, nell’Africa Nera. Tra apparizioni inquietanti ed echi della violenza e della schiavitù, ricorre sempre più spesso un nome, quello di Kurtz, commerciante di avorio, uomo dalla personalità enigmatica e inquietante. Capolavoro della letteratura anglosassone, frutto di una straordinaria maturazione creativa, ‘Cuore di tenebra’ fonde insieme le dimensioni concrete di testimonianza autobiografica, di denuncia sociale e politica e quelle simboliche di parabola e cupa meditazione metafisica. Attraverso la voce recitante di Marlow, Conrad ci conduce nel cuore dell’Africa nera: l’incontro con la terribile realtà dello sfruttamento del Congo Belga di Leopoldo II si dilata fino a trasformarsi in riflessione generale sull’esperienza del colonialismo nella sua totalità, destinata a scuotere le certezze di un ottimismo evoluzionistico ed eurocentrico, in un inquietante confronto con il diverso e il primitivo.

Kurtz viene descritto come un uomo intelligente e dotato, in parte mosso all’inzio da ideali sinceri, ma che alla fine non è in grado di resistere alla tentazione di un potere assoluto che gli indigeni gli hanno attribuito proprio in ragione delle sue indubbie capacità personali. Per Conrad dunque è l’onnipotenza la vera “prova ordalica” dell’uomo occidentale, ossia ciò che rivela il suo “cuore di tenebra” e lo spinge a giudicarsi con “orrore”.

‘La narrazione di Marlow inizia col suggerire che l’esplorazione ha trasformato uno spazio vuoto in uno spazio di tenebra, e finisce concludendo che l’esplorazione ha trasformato l’ignoto in indicibile. In realtà si potrebbe osservare che, invece di portare la luce in mezzo alle tenebre come proclama, la missione ‘civilizzatrice’ svela la ‘tenebra’ che sta nel proprio cuore’. Kurtz è la dimostrazione del fatto che l’uomo occidentale moderno si muta in un mostro quando nessuna regola o convenzione esterna impedisce che la sua libertà si spinga oltre ogni limite, coronando il grande sogno (come compimento della metafisica nel senso di Heidegger) di imporre la propria volontà di potenza.

Al racconto di Conrad è liberamente ispirato il film “Apocalypse Now” di Francis Ford Coppola, ambientato però in Vietnam al tempo della guerra.

E’ questa allora l’ossessione dell’uomo occidentale: la volontà di potenza? A leggere Conrad si direbbe di si. Volontà di potenza nel senso di Heidegger: di voler ridurre tutto a cose, enti fra gli altri enti, liberamente manipolabili e distruggibili. Edipo quanto più conquista potere tanto accelera la sua rovina. E’ questo il racconto dell’ossessione occidentale? il tentativo di nientificare le cose? Il nulla?

SOLSTIZIO D'INVERNO,NATALE, SOL INVICTUS, SATURNALI, CANDELORA : MORTE E RINASCITA NELLA SIMBOLOGIA MICRO E MACROCOSMICA

                                                                                           
                                                                                 


                                                                                      

 Da tempi immemorabili, dalle gelide foreste del Nord Europa al caldo Mediterraneo, dagli aridi altopiani d’Armenia alle  sconfinate pianure d’Asia, i nostri progenitori aspettavano, con ansia, questo giorno sacro, il Solstizio d’inverno, il 21 dicembre, il giorno in cui la luce sembra soccombere al buio delle tenebre. 
Immensi fuochi, tra canti e preghiere, si innalzavano al cielo, come per aiutare l’astro del giorno a riprendere il suo cammino ascendente e rilanciarsi in quella vicenda cosmica che culmina al Solstizio d’estate, con il trionfo della luce, del calore, della vita. 
 La Roma imperiale evocava l’inversione di marcia del sole, nei Saturnali, le feste dedicate al dio Saturno, durante le quali venivano  invertiti i ruoli sociali: gli schiavi davano ordini ai padroni, i padroni obbedivano agli schiavi.      La Roma precristiana festeggiava il Solstizio d’inverno come il dies natalis solis, il giorno della nascita del sole, che, successivamente, la Roma cristiana trasformò nel dies natalis Cristi, il giorno della nascita di Cristo, la Nuova Luce nascente. 
È, questo del Solstizio, il momento in cui le  foglie, perduti i fascinosi colori e le fan-tasiose geometrie, ridottesi a ruderi accartocciati, mescolate ormai alla Madre Terra, formano il nuovo humus, pronto ad alimentare il piccolo seme, che una mano sapiente ha affidato alla terra. È il momento della pausa, della riflessione, della meditazione, che permetterà all’uomo, attratto dalle alte vette, come il mitico apricorno, nel cui segno il Sole entra al solstizio d’inverno, di elevarsi e riprendere, con consapevolezza, il viaggio nel labi-rinto della sua interiorità.      È il momento del passaggio dalle tenebre alla  luce; è la deva-yana, la via degli dei, della tradizione indù; è la janua caeli della tradizione romana, la porta d’accesso, 
cioè, al cielo, alla sfera del trascendente, quella che alimenta la speranza.  Non a caso il solstizio d’inverno s’identifica con la festa di San Giovanni Evangelista, il Giovanni che ride della tradizione popolare, il discepolo prediletto del Cristo, che, diffondendo la sua novella, offrì al mondo intero la fiamma eterna della speranza. È quanto evocano le luci che abbiamo accese sull' abete.
Dopo il 21 Dicembre la "luce" comincerà ad aumentare, anche se in modo ancora poco percettibile il giorno si allungherà; questa fase Segna il passaggio dal nero al bianco, dall'attenzione ai problemi pratici e materiali alla parte psicologica o spirituale dell'individuo. 
Dal 21 Dicembre in poi, però, il sole comincia ad allargare il suo cammino nel cielo, ciò equivale simbolicamente ad una rinascita; così come il seme si prepara a rompere le zolle per emergere alla luce ed il giorno comincia a guadagnare terreno sulla notte, altrettanto inizia ad aumentare la luce interiore di colui che ha intrapreso il suo cammino spirituale. 
Il lento passaggio dal nero al bianco, così come l'allungarsi del giorno, vanno visti come un primo lavoro preparatorio a quella che sarà la grande purificazione dell'inconscio che avverrà alla Candelora il 2 Febbraio e che presso i Celti prendeva il nome di Imbolc. 
In cosa consiste questo lavoro?
I filosofi ermetici lo definivano in vari modi: sostanza mescolata, nigredo, putrefactio, etc. e lo raffiguravano come un corpo vecchio (Saturno senex, il piombo) che cominciava a decomporsi per trasformarsi in un giovane o, meglio, in due giovani (Apollo e Diana, il Sole e la Luna). 
Il piombo, il Saturno (la cui festa del 21 Dicembre nella Roma antica veniva detta "saturnali") è simbolo dell'inconscio appesantito, chiuso nel proprio duro guscio, ma che comincia a farsi più fluido come fa il seme che germoglia, che rompe i tegumenti che lo racchiudono per nascere come nuova pianta. 
Analogamente per poter essere purificato deve "aprirsi" anche l'inconscio individuale che fino ad ora è stato completamente occupato da un' attività di base, istintiva, inconscia, che mira unicamente a replicare se stessa in un circolo chiuso ed eternamente identico'Uomo non può produrre che Uomo, come impone la legge del Serpente, cioè la semplice riproduzione sessualeLa Sostanza Nera dei Saturnali è l'equivalente della "morte iniziatica" che il neofita deve sperimentare per ricevere l'Illuminazione e la Conoscenza, ma ciò che realmente si vede, come i filosofi hanno più volte detto, è soltanto la "negrezza superiore", ovvero l'evento astronomico del Solstizio con la notte più lunga dell'anno. 
Giano (Janus Bifrons), l'antico dio italico, padre di tutti gli dei, era posto a guardia dei solstizi che erano considerati "porte", dal Solstizio d'Inverno entrano gli Uomini, dal Solstizio d'Estate escono gli Dei. 
Giano è il dio delle soglie; narra la leggenda che gli si affiancò Saturno un dio buono e saggio che insegnò all'Uomo l'agricoltura e così ebbe inizio l'età dell'oro. 
Il Regno di Saturno è dunque l'inizio dell'Opera, che, come detto sopra, si ha quando compare la negrezza, ossia al Solstizio d'Inverno. 
Essa rappresenta Giano, ovvero la porta e la chiave, infatti la Chiave è, assieme allo scettro del potere, uno dei simboli di Giano. 
Ai Saturnali (Yula) le due sostanze, quella nobile e quella volgare, sono "mescolate" e non si distinguono, anzi all'inizio sembra che sia quella volgare a prevalere dando la "nigredo". E questo spiega perché durante i festeggiamenti dei Saturnali nell'Antica Roma schiavi e padroni erano posti allo stesso livello, o addirittura venivano invertiti i ruoli. Questa usanza è sopravvissuta fino al medioevo, quando durante il periodo del Solstizio d'Inverno, a partire dal giorno di san Nicola (Sanctus Nicolaus in latino, divenuto poi Sancta Klaus ovvero Babbo Natale), nei conventi si eleggeva un giovane episcopo che dirigeva scherzi e parodie ai danni dei superiori che potevano solo ubbidire. 
Altra reminiscenza dei Saturnali è il gioco d'azzardo, che pur essendo proibito nel resto dell'anno, era eccezionalmente lecito nel periodo del Solstizio d'Inverno. 
Si dice che i Tarocchi rappresentino il libro esoterico più antico del mondo, scritto sotto forma di gioco di carte per far si che non tramontasse mai. 
Oggi a Giano sono subentrati i due Giovanni, posti a guardia delle Porte Solstiziali; ma ecco che, in molti dipinti, nella mano dell'Evangelista spunta la coppa, il ricettacolo, con la nota Serpe dell'Arte e, in estate, il capo mozzo del Battista segna l'inizio del declino. 
Oggi termini come putrefatio, nerezza, morte gloriosa, etc., possono suonare macabri, ma essi derivano dalla constatazione, una volta sotto gli occhi di tutti, che un seme sepolto nelle terra prima di dare origine ad una nuova pianta deve putrefarsi, devono decomporsi i tegumenti esterni che racchiudono l'embrione della nuova pianta. La morte apparente del seme è la tappa necessaria affinché nasca la nuova vita.
 Lo stadio di nerezza è il Solstizio d'Inverno, quaranta o quarantadue giorni sono la distanza tra la data del Solstizio e la Candelora (2 Febbraio - Imbolc ).
Dice  la "Turba Philosophrum per bocca di Sirio:
"... ogni semenza fa un frutto simile a quello di cui è semenza, una volta seminata la lasciamo in terra. Allora essa s'imputridisce (Yula, 21 Dicembre) e mette fuori un germoglio bianco (Imbolc - Candelora, 2 Febbraio).... esso cresce tanto da dar luogo ad un albero (Equinox, 21 Marzo) e da quest'albero viene un'altra semenza che può moltiplicarsi (Beltane - Calendimaggio, 30 Aprile) all'infinito”.