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NOVITA EDITORIALE : Quando scoppiò la pace. 25 aprile 1945

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Antologia

Euro 14,00

ISBN 9788899459642

Il volume raccoglie i racconti selezionati fra tutti gli autori che hanno partecipato al Concorso Letterario "Quando scoppiò la pace. 25 aprile 1945". Fra tutti i contributi pervenuti, si sono privilegiati quelli ambientati, a seconda dei casi, alla fine del secondo conflitto mondiale oppure nel presente, ma con un riferimento a quel preciso momento storico; che possedessero una trama interessante e coinvolgente, una scrittura fresca, corrente e di piacevole lettura; che, al di là dell'orientamento politico e delle convinzioni dell'Autore, sottolineassero i valori della pace e della pacifica risoluzione delle controversie fra i popoli, superando la semplice contrapposizione fra "vincitori e vinti". I vari autori, ciascuno con la sua sensibilità e il suo stile, ci raccontano tante facce diverse di un unico evento storico che ha plasmato il nostro Paese e che ha ribadito per sempre l'importanza della democrazia e della libertà.

Gli autori :

Guglielmo Campione, Ilari Anderlini, Federico Bianca, Adriano Boezio
Roberta Bramante, , Antonio Maurizio Cirigliano
Giovanni Costenaro, Alessia Di Luzio, Nicoletta Fanuele
Gilberta Grasselli, Rossana Lombardi, Claudia Magnifico
Alessia Marchiori, Daniela Merlin, Martina Petralia, Michele Pillon
Carlotta Veronica Puccetti, Claudia Sartirana, Mara Sabia

Disponibile presso la Casa Editrice UNIVERSITAS STUDIORUM MANTOVA. (sconto 10%):



Disponibile anche:

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"FREDDO COME UN SILENZIO, CALDO COME UN BRODO" : IL RACCONTO DI GUGLIELMO CAMPIONE NELLA RECENSIONE DI MARIANO GROSSI

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L’artista è il creatore di cose belle.
Rivelare l’arte senza rivelare l’artista è il fine dell’arte.
Chi può incarnare in una forma nuova, o in una materia diversa, le proprie sensazioni della bellezza, è un critico. Tanto la suprema quanto l’infima forma di critica sono una specie di autobiografia. Coloro che scorgono cattive intenzioni nelle belle cose, sono corrotti, senza essere interessanti. Questo è un difetto. Quanti scorgono buone intenzioni nelle belle cose sono spiriti raffinati. Per essi c’è speranza. Eletti son gli uomini ai quali le belle cose richiamano soltanto la bellezza.”

(Oscar Wilde, Il ritratto di Dorian Gray, 1890)




Direi che partendo da questo passo di Wilde si potrebbe iniziare una ricerca sul significato di un interessantissimo racconto breve confezionato con fine penna psicologica da Guglielmo Campione nel 1986 dal titolo “Freddo come un silenzio, caldo come un brodo”.

Un piccolo stralcio del pezzo ce ne dà opportuno innesco:

Penetrando attraverso quel brutto maglione logoro e sformato e quei pantaloni scuri di comune fustagno, un occhio scaltro e amante di ogni genere di disvelamento v’avrebbe senz’altro scorto quello che già v’avevo scorto io: un bel corpo giovane e ignaro di sé. Mi salutò senz’alcuna civetteria e con una voce flebile bassa e cantilenosa da bambina triste e scontenta.


Scorgere cattive intenzioni nelle belle cose: il protagonista del racconto ravvede ex senell’abbigliamento sciatto della coprotagonista l’occultamento voluto e maldisposto di una bellezza che egli vorrebbe fruire per se stesso secondo i propri canoni del bello.
Indisposto dall’apparire di quel corpoantiesteticamente inviluppato, il maschio partorisce in sé una sorta d’idea pigmalionicadi lì a poco esplicitamente formulata:

Sprofondata su una serie di cuscini azzurri del mio letto, la luce dell'idea mi fece Pigmalione interrogandomi sul come rendere quel bel corpo femmineo da Galatea segretato in unoscialbo involucro, ben più cosciente di sé .”


Ed è qui, in quest’accenno mito-filologico, che riscontreremo l’originalità dell’approccio di Guglielmo, autore e psicanalista capace di penetrare il mito nei suo anfratti psichici più reconditi (ed al professionista della materia ben noti) per dar vita ad un abbozzo di idea letteraria autonoma e volutamente ribaltante.
Procediamo per gradi, riportando il testo originale del passo ovidiano:


"Quas quia Pygmalion aevum per crimen agentis
viderat, offensus vitiis, quae plurima menti
femineae natura dedit, sine coniuge caelebs
vivebat thalamique diu consorte carebat2.
Interea niveum mira feliciter arte
sculpsit ebur formamque dedit, qua femina nasci
nulla potest; operisque sui concepit amorem.
Virginis est verae facies, quam vivere credas
et, si non obstet reverentia, velle moveri:
ars adeo latet arte sua3. Miratur et haurit
pectore Pygmalion simulati corporis ignes.
Saepe manus operi temptantes admovet, an sit
corpus an illud ebur, nec adhuc ebur esse fatetur
Oscula dat reddique putat loquiturque tenetque
et credit tactis digitos insidere membris
et metuit, pressos veniat ne livor in artus;
et modo blanditias adhibet, modo grata puellis
munera fert illi conchas teretesque lapillos
liliaque pictasque pilas et ab arbore lapsas
Heliadum lacrimas; ornat quoque vestibus artus,
dat digitis gemmas, dat longa monilia collo;
aure leves bacae, redimicula pectore pendent
et parvas volucres et flores mille colorum5
Cuncta decent; nec nuda minus formosa videtur.
Conlocat hanc stratis concha Sidonide tinctis
appellatque tori sociam adclinataque colla
mollibus in plumis tamquam sensura reponit.
Festa dies Veneris tota celeberrima Cypro
venerat, et pandis inductae cornibus aurum
conciderant ictae nivea cervice iuvencae,
turaque fumabant, cum munere functus ad aras
constitit et timide « si, di, dare cuncta potestis,
sit coniunx, opto », (non ausus « eburnea virgo »
dicere) Pygmalion « similis mea » dixit « eburnae ».
Sensit, ut ipsa suis aderat Venus aurea festis,
vota quid illa velint, et, amici numinis omen,
flamma ter accensa est apicemque per aera duxit.
Ut rediit, simulacra suae petit ille puellae
incumbensque toro dedit oscula6: visa tepere est;
admovet os iterum, manibus quoque pectora temptat;
temptatum mollescit ebur positoque rigore
subsidit digitis ceditque, ut Hymettia sole
cera remollescit tractataque pollice multas
flectitur in facies ipsoque fit utilis usu.
Dum stupet et dubie gaudet fallique veretur,
rursus amans rursusque manu sua vota retractat;
corpus erat: saliunt temptatae pollice venae.
Tum vero Paphius plenissima concipit heros
verba, quibus Veneri grates agat, oraque tandem
ore suo non falsa premit dataque oscula virgo
sensit et erubuit timidumque ad lumina lumen
attollens pariter cum caelo vidit amantem.
Coniugio, quod fecit, adest dea, iamque coactis
cornibus in plenum noviens lunaribus orbem
illa Paphon genuit, de qua tenet insula nomen".


“Pigmalione aveva visto le Propetidi vivere questa loro vita colpevole e, indignato dei difetti di cui la natura aveva abbondantemente dotato la donna, aveva rinunciato a sposarsi e passava la sua vita da celibe, dormendo da solo nel suo letto. Grazie però alla felice ispirazione dettatagli dal suo talento artistico, scolpì in candido avorio una figura femminile di bellezza superiore a quella di qualsiasi donna vivente e si innamorò della sua opera.” (Ovidio, Le Metamorfosi, Libro X)

La storia della cultura ha reso immortale la vicenda narrata da Ovidio nel Libro X de “Le Metamorfosi”: essa fu ripresa da artisti di ogni specialità e di ogni epoca.
Pigmalione, re di Cipro e grande scultore, non avendo trovato una donna degna del suo amore, viveva completamente solo. Modellò una statua, cui dette il nome di Galatea, simulacro dei suoi parametri ideali femminili, e se ne innamorò appassionatamente. Venere, mossa a pietà dalle sue preghiere, trasformò l’effigie della donna in carne viva e i due potettero sposarsi.
Pigmalione sceglie scientemente di abbandonare la realtà per rifugiarsi nella perfezione dell’arte. L’amore per la statua è un sentimento puro fondato sulla sensibilità dell’uomo, sulla propria intima esigenza di un amore autentico e lindo.
L’arte è mimesis per gli antichi, riproduzione e imitazione del reale. Qui l’opera d’arte non riproduce un oggetto reale, ma mira a rendere concreta un’idea: l’artista forgia una realtà migliore del reale.
“Questa aveva l’aspetto di una fanciulla vera, tanto che la si sarebbe creduta viva e desiderosa di muoversi, se non l’avesse impacciata il pudore. L’arte era tanto grande da non apparire addirittura. Pigmalione stesso è preso dall’immagine di quel corpo e contemplandolo concepisce una passione ardente.”(Ovidio, Le Metamorfosi, Libro X)

Realtà sopravanzata in bellezza dall’arte con conseguente sanzione di autonomia di quest’ultima rispetto al dato obiettivo e svincolo di limiti all’elaborato individuale dell’artista!.

“Tornato a casa, andò dalla statua della sua ragazza, si gettò sul letto a baciarla, e gli parve che si riscaldasse. Di nuovo la bacia, le tocca il petto, e l’avorio toccato si ammorbidisce dalla sua durezza e cede alle dita come la cera d’Imetto si ammorbidisce al sole e, trattata dal pollice, assume moltissime forme e con l’uso diventa usabile. Mentre stupisce e gode, ma la sua gioia è dubbiosa, temendo l’inganno, l’innamorato tocca e ritocca l’oggetto del suo desiderio. Era davvero un corpo: le vene toccate pulsavano. Allora l’eroe di Pafo pensò le parole più piene per render grazie alla dea, e intanto con le sue labbra preme quelle altre labbra finalmente vere, e la ragazza sentì i baci e arrossì e, sollevando alla luce gli occhi timidi, vide insieme il cielo e l’amante.” (Ovidio, Le Metamorfosi, Libro X)

Pigmalione aspira ossessivamente alla perfezione, template dell’artista decadente e solipsista, allergico e intollerante al quotidiano.
Una favola che afferma la capacità dell’arte non solo di riprodurre il reale, ma anche di sostituirlo: l’illusione che supera la realtà.
Vediamo qual è l’approccio pigmalionico del protagonista del raccontino di Guglielmo Campione alla creatura oggetto di desiderio:

“Così mi alzai dal letto sul quale giacevo da quando quel bruco di donna era entrata e le andai incontro,seguendo un’immagine ed una voce che diceva : “ Quando combatti una fede o una convinzione è come quando tenti di rompere un vetro. Falle fare un bagno bollente e poi un bagno gelido ! Lo specchio si romperà . così, giunto a pochi centimetri da Lei, le mollai uno schiaffo, forte in pieno volto.”

Lampante il primo ribaltamento del tessuto mitologico: non è la statua a dover assurgere a carne ed emoglobina vive, bensì una creatura pulsante che deve esser modellata a nostra immagine e somiglianza, intendendo a quello che sarebbe il nostro parametro estetico muliebre.
Ma v’è di più e spieghiamo perché: “saliunt temptatae pollice venae” scrive Ovidio: Pigmalione usa la dolcissima pressione e modulazione del dito della mano per esplorare le vene pulsanti della fanciulla da lui plasmata e che la divinità gli ha concesso, in ragione della sua venerazione, di rendere umana; il protagonista qui usa la violenza dell’intera mano per trasformare da bruco in farfalla l’essere a suo giudizio abbozzato dalla natura e che egli vorrebbe riplasmare secondo i dettami del proprio ideale agalmico e inerte.


Andiamo avanti:

“Si fece d’improvviso buio. Ma, quando ripresi conoscenza, un liquido caldo e dolciastro colava dal mio naso sulle labbra. Il mio naso sanguinava, non il suo !” 

Carne e sangue diventa la statua di Pigmalione in virtù di quella dedizione gratuita e pattuita dalla divinità, sangue sgorga dalla carne del sedicente plasmatore del racconto nel tentativo di scolpire un essere vivente dotato di propria incoercibile individualità, autonomia ed armonia.

E poi: “D'un tratto Lei ricomparve. Aveva smesso gli abiti logori e portava una mia vestaglia. Volle che la seguissi ma non parlò. Non so quanto tempo era passato. La sala da pranzo era magicamente apparecchiata in bianco candido, due candelabri a 3 candele ardevano ai due poli del tavolo e nei piatti fumava un brodo caldo. Lei mi nutriva.”


E’ l’amore di Pigmalione che rende vivo e nutre il proprio agalma immoto, qui il nutrimento al velleitario artista è dato imprevedibilmente da una creatura che, lungi da esser abbozzo, è essere vivente completo e vivificatore di per sé.
S’intersecano gli accoppiamenti sinestetici (il grigiore del cielo senza vento dei pensieri-muta sorrideva- silenzio di ghiaccio- esercito di pensieri) in questo breve racconto di Guglielmo in un matrimonio formale e sostanziale inesausto. Ma quando parliamo di sinestesia non lo facciamo solo in chiave di mero registro delle figure retoriche organicamente inserite nel tessuto connettivo del racconto, bensì perché tutto esso pare una perfetta miscellanea sagacemente ribaltata della scena ovidiana sopra descritta.
Ma non è solo l’intarsio ovidiano che ci apre una strada di intelligente lettura del mito nell’imbuto dolcissimo e caleidoscopico della sua semantica psichica; la scena dello schiaffo e dell’imprevedibile ed inspiegabile sanguinamento del colpitore, a mio giudizio,apre scenari di riferimento con un altro spunto gravidissimo di risvolti mito-psicologici, quello di Narciso.


"Fons erat inlimis, nitidis argenteus undis,
quem neque pastores neque pastae monte capellae
contigerant aliudve pecus, quem nulla volucris
nec fera turbarat nec lapsus ab arbore ramus;
gramen erat circa, quod proximus umor alebat,
silvaque sole locum passura tepescere nullo.
Hic puer et studio venandi lassus et aestu
procubuit faciemque loci fontemque secutus,
dumque sitim sedare cupit, sitis altera crevit,
dumque bibit, visae correptus imagine formae
spem sine corpore amat, corpus putat esse, quod umbra est.
Adstupet ipse sibi vultuque inmotus eodem
haeret, ut e Pario formatum marmore signum;
spectat humi positus geminum, sua lumina, sidus
et dignos Baccho, dignos et Apolline crines
inpubesque genas et eburnea colla decusque
oris et in niveo mixtum candore ruborem,
cunctaque miratur, quibus est mirabilis ipse:
se cupit inprudens et, qui probat, ipse probatur,
dumque petit, petitur, pariterque accendit et ardet.
Inrita fallaci quotiens dedit oscula fonti,
in mediis quotiens visum captantia collum
bracchia mersit aquis nec se deprendit in illis!
Quid videat, nescit; sed quod videt, uritur illo,
atque oculos idem, qui decipit, incitat error
Credule, quid frustra simulacra fugacia captas?
Quod petis, est nusquam; quod amas, avertere, perdes!
Ista repercussae, quam cernis, imaginis umbra est:
nil habet ista sui; tecum venitque manetque;
tecum discedet, si tu discedere possis!
Non illum Cereris, non illum cura quietis
abstrahere inde potest, sed opaca fusus in herba
spectat inexpleto mendacem lumine formam
perque oculos perit ipse suos; paulumque levatus
ad circumstantes tendens sua bracchia silvas
"Ecquis, io silvae, crudelius" inquit "amavit?
scitis enim et multis latebra opportuna fuistis.
Ecquem, cum vestrae tot agantur saecula vitae,
qui sic tabuerit, longo meministis in aevo?
Et placet et video; sed quod videoque placetque
non tamen invenio; tantus tenet error amantem.
Quoque magis doleam, nec nos mare separat ingens
nec via nec montes nec clausis moenia portis;
exigua prohibemur aqua. Cupit ipse teneri;
Nam quotiens liquidis porreximus oscula lymphis,
hic totiens ad me resupino nititur ore.
Posse putes tangi; minimum est quod amantibus obstat" .


Come il ragazzo infrange le sue velleità contro una superficie riflettente naturale trovandovi la morte, qui nel vulnus che il protagonista vorrebbe infliggere alla sua potenziale statua plasmabile è ravvisabile lo stesso crash lacerante contro lo specchio, contenitore delle volizioni irrealizzabili di se stesso e dei propri oggetti di desiderio.
Come Narciso Pigmalione non vede fuori di sé e plasma la sua idea finita e perfetta di realtà, ma egli ha la capacità creativa che gli ha permesso la realizzazione della sua brama d’amore.
Il nostro protagonista in altri termini assomma in sé le negatività e la pars destruens di entrambi ribaltandole e dissimilandole.

E qui ci fermiamo perché il nostro umile contributo alla lettura esegetica del passo a nostro giudizio strutturalmente pregno di bivalenze letterarie, non può non contenerne altre di più pregnante impronta psicanalitica; e noi siamo onorati di rischiararne questi ulteriori anfratti in virtù del contributo diretto datoci dall’autore G. Campione :

Il protagonista vede, mutatis mutandis, anche le belle cose nelle brutte cose e , per fare il verso a Wilde (che tralascia questa possibilità) vede del bello al di là dell'involucro sciatto e vuole restituire tale percezione veritiera alla donna.
Non lo fa mediante complimenti, secondo il cliché dell’interlocuzione maschio-femmina, perché sa che come al malato immaginario non si può dire che non ha nessuna malattia,ugualmente non ha nessuna possibilità di successo convincere qualcuno d'una convinzione che non ha.
Ed è questa la sua pretesa, la hýbris del Pigmalione.

Lo schiaffo, richiama l'effetto caldo freddo che spacca il vetro : "Quando combatti una fede o una convinzione è come quando tenti di rompere un vetro. Falle fare un bagno bollente e poi un bagno gelido (...) , questa dicotomia dirompente e ossimorica richiama ed è richiamata dal titolo e dalla chiusa: “Freddo come un silenzio, caldo come un brodo”.
Megalomanicamente/messianicamente (io ti salverò) si assume il compito (in fondo non richiesto e dunque non relazionale ma autoreferenziale) di "combattere una fede o una convinzione". Egli pensa che solo l'effetto crash possa svegliare dal sonno questa bella addormentata (altro tema adombrato) e, non si capisce bene come , donarle al risveglio una consapevolezza della sua bellezza che la conduca a vestirsi bellamente da bella per assecondarla anziché nasconderla.
Freud non sarebbe stato d'accordo, perchè la consapevolezza, come la democrazia, non si esporta né si regala, si conquista bensì da soli grazie anche agli altri.
La tematica è quindi senz'altro narcisistica, tener presenti solo i propri bisogni, ma sfiora quella della nuova nascita, della conoscenza di sé, del mettere al mondo sé stessi come questo bel passo di una lettera di Lou Salomè a Freud sottolinea :
" (…) al fine si aggiunge un terzo significato di narcisismo più bello degli altri: accanto a quel Narciso che innamorato si specchia triste solo quando come vuole la leggenda è costretto a farlo per imposizione nevrotica, e accanto a quell’altro narcisismo a cui il nome non si confà in alcun modo perché questo Narciso non si specchia bensì diviene, mette al mondo se stesso e quindi in effetti in senso psicoanalitico simbolico esce dall’acqua quantunque come e mera immagine, si pone infine il Narciso della scoperta di se stesso, colui che conosce se stesso". (Lou Andreas Salome. “I miei anni con Freud”)”
(G.Campione)


Ancora una volta il sostrato classico e l’expertize psicanalitico permettono a Guglielmo di confezionare trame simbolistiche originalissime, vivificate dalla propria interiore gnosis del mito, delle debolezze umane, della vita. Ancora una volta piacevolissimo è addentrarsi nella semantica delle sue trame e dei suoi orditi già sperimentati allorché ne recensimmo il volume di liriche “Il lungo cammino del fulmine”!.

Incoercible libertarian : racconto di Mariano Grossi ©

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Racconto primariamente pubblicato su :
DESTRUTTURALISM by myblindflowers@gmail.com
https://antichecuriosita.co.uk/2017/06/09/incoercible-libertarian/




James was a brilliant NCO stationed at 44th Airborne Brigade in Fenham, a Newcastle-upon-Tyne suburb. When Colonel Launcher became his department’s boss they both suffered a mutual dislike maybe based on different points of view as for politics, religion and sexual behaviour; they used to have more than an argument about those items. The boss was a narrow-minded reactionary convinced of his ideas of supermanhood and the need to marshal and link his soldiers around a strong man capable to spur and hold them united, no matter if he used unfair methods without any sense of justice and fairness. James was an incoercible libertarian, deeply allergic to any tendency to apply double standards and behaviour’s conditionings. Moreover he was a great enemy of any platitude and they often had more than a heated debate about homosexuality. James was a deep admirer of Nicolas Windmill, at that time governor of Tyne and Wear County; they both had attended the same courses at the local University in the Seventies, a period when showing your party’s card was enough to pass your exams at the Engineering College so full of left-oriented teachers; Nicolas never needed that shield, as he was a very self-confident student, sincerely adverse to any kind of conditionings and recommendations. James had been present to several exams of his and could verify his skills and expertize on every subject. James’ tales about his university’s reminders together with Nicolas used to nettle his boss, prejudicially convinced about homosexual untrustworthiness and Nicolas had done more than an outing about his homosexuality. The boss was very angry about that item, so that aimed at compelling James to admit to be a homosexual just like his university-mate and more than once he raised those arguments while other officers and NCOs were standing in his room to collect them as witnesses of James’ statements about it. James smartly refrained to express such a kind of assertions while other barracks-mates hearing him, but once, while his boss introduced that item again and nobody else was there, after the new request by Col. Launcher (“Tell me the truth! If you are such a defender of him, it means you had got a sexual relationship with some gay!”) he left him speechless: “Why, Sir, you not? What a pity! You cannot imagine what you have missed! Please, do not misunderstand me! I have always been performing a male rôle with them, but you are unfortunately unaware about the tenderness and skill of another man as for blow-jobs! I suggest you try it as soon as possible!”
Then he rose, asked for being allowed to leave the room, came to attention, greeted his boss and was dismissed.
His boss never talked anymore of that subject!
Note by the author: every reference to real persons and deeds is merely casual; this story, even though likely inside a barracks, is completely imaginary!